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sabato 8 agosto 2015

IL DIO SATURNO



Saturno, in latino Saturnus, era un dio italico che i romani identificarono con il greco Cronos. Divinità delle sementi (satus) e della coltivazione della vite, è spesso rappresentato con una falce in mano o con un serpente. La tradizione romana voleva che, cacciato dall'Olimpo da Giove, egli si fosse rifugiato in Italia presso Janus. Il suo regno e la sua influenza sul Lazio antico faceva parlare di una mitica età dell'oro. Si celebravano in suo onore i Saturnali alla fine del mese di dicembre: si trattava di feste celebrate nell'antichità romana, nel corso delle quali gli schiavi prendevano il posto dei maestri e ciò costituiva occasione per diversi sberleffi e situazioni comiche.
La moglie di Saturno, Opi, dea del raccolto, divenne l'equivalente di Rea. Saturno era il padre fra gli altri di Cerere, Giove, Nettuno e Ade. Saturno aveva un tempio nel foro romano che conteneva il tesoro reale.
Saturno era in origine uno dei numina e si pensava proteggesse i campi e le sementi. I numina non erano legati solitamente a una forma particolare o ad un genere e non venivano raccontati miti su di loro. I numina più importanti erano i Lari ed i Penati.
Più tardi, quando l'influenza greca sulla religione romana crebbe, Saturno venne associato a Crono, il titano padre di Giove.
Nella Teogonia di Esiodo, un racconto della creazione dell'universo e della salita al potere di Zeus, Saturno viene identificato come figlio di Urano, il Cielo, e di Gea, la Terra. Saturno salì al potere, evirando e detronizzando il padre Urano ma venne profetizzato che un giorno uno dei figli di Saturno lo avrebbe a sua volta detronizzato così, per evitarlo, divorò tutti i figli appena nati. La moglie di Saturno, Opi, nascose il suo sesto figlio, Giove, nell'isola di Creta, ed al suo posto offrì a Saturno un grosso masso avvolto in fasce.
In seguito Giove detronizzò Saturno e gli altri titani, diventando il nuovo governatore del Cosmo. In memoria dell'antica età dell'oro dell'uomo, era mitica durante la quale Saturno aveva governato, venivano celebrati grandi festeggiamenti chiamati Saturnalia che avevano luogo nei mesi invernali, all'incirca al solstizio d'inverno.
Originariamente duravano un solo giorno, tenendosi il 17 dicembre, ma in seguito ebbero durata di una settimana. Durante i Saturnalia, il ruolo di padroni e schiavi veniva invertito, i vincoli morali venivano meno e le regole dell'etichetta ignorate. Si pensa che i Saturnalia ed i Lupercalia siano le origini del Carnevale.




In sumero, Saturno, veniva chiamato Kayamànu, che significa: il lento. In accadico, invece, lo si chiamava Ninurta. Sembra tuttavia che Ninurta fosse più spesso assimilato ai principi e alle qualità di Nabu (Mercurio), che i Mesopotamici soprannominavano shihtu, cioè "colui che si alza".
Se si confrontano i miti e le leggende della Mesopotamia e quelli della mitologia greca, si osserva che i primi sono meno gerarchici e più diffusi, che spesso prendono aspetti differenti e che le loro qualità, le loro funzioni e pure le loro virtù, si confondono o
sono intercambiabili, nei diversi racconti mitologici.
Esiste quindi una distinzione molto netta tra kayamànu, Saturno, che è dunque una rappresentazione dell' astro cosi come viene rappresentato nello zodiaco, e il dio o gli dei le cui avventure, peripezie e caratteristiche possono assomigliare all'idea che ci facciamo oggi del maestro del segno del Capricorno.
In Grecia invece Crono e Saturno sono tutt'uno.
Una famosa leggenda che si ricollega a Ninurta paragonato a Saturno racconta di come Ea (Enki in sumero), la grande divinità dell'abisso, delle acque sotterranee (una delle tre principali divinità in Mesopotamia con Anu, padre degli dei, ed Enlil, dio dell'aria e della Terra), si rivolse a Ninurta, figlio del dio Enlil, per combattere Anzù.
Si trattava di un uccello mitico, rapido e potente, che ricopriva il ruolo di messaggero tra Enlil, il dio supremo, e gli dei e che era incaricato di assegnare a ciascun dio il ruolo e la funzione che Enlil gli aveva attribuito. Anzù però, approfittando della sua posizione privilegiata presso Enlil, ne usurpò il potere, raccolto nel talismano del potere supremo che determinava il destino degli dei e degli uomini.
In questa leggenda si possono vedere le premesse del racconto biblico che riguarda Satana, l'angelo decaduto, di cui fu fonte d'ispirazione.
Le armi di Ninurta erano però impotenti a combattere Anzù che brandiva la tavola dei destini che gli permetteva, ad esempio, di ordinare al legno in cui era stato intagliato l'arco di Ninurta di ritornare al suo albero, e alla corda dell'arco di ritrovare il suo posto iniziale nella pelle del montone. Solo una tempesta riuscì a sconfiggere il demone, a cui Ninurta tagliò le ali, restituendo a Enlil il suo potere supremo.
Da questo racconto emerge che Anzù e i suoi attributi hanno molti più punti in comune con Crono, piuttosto che con Saturno. Pertanto, è a quest'ultimo che si collegava Ninurta, senza dubbio a causa della sua pazienza, della sua perseveranza, della sua tenacia e anche della sua capacità di lottare, tutte virtù tipicamente saturnine, come sappiamo, e che gli permisero di vincere Anzù.

Nel pantheon degli dei egizi, non esiste a ben vedere un dio che impersoni perfettamente Saturno così come viene rappresentato nello zodiaco. Ciò è abbastanza normale dato che l'astrologia non è una creazione dell'antico Egitto, ma vide la sua nascita in Mesopotamia ed esercitò più tardi una grande influenza sulla mentalità e sulla cultura greca tramite i Caldei. Tuttavia, gli dei Seth e Thot presentano alcune analogie con Saturno: Seth, perché combatte Apophis, il grande serpente della notte e va ad aiutare il dio degli dei d'Egitto, Rà, che può rinascere ogni mattino grazie a lui. In questa leggenda si ritrovano numerosi punti in comune con quella di Ninurta e di Anzù che abbiamo appena visto. E Thot, perché è certamente un dio lunare, ma anche il maestro del tempo, del calendario e del sapere, tutte qualità che ben si accordano a Saturno. Il che non esclude che Thot presenti anche molte corrispondenze con Mercurio.

Crono, che diventerà Saturno a Roma, è un Titano, figlio di Urano, la personificazione del
Cielo. Pertanto, Crono è il figlio del Cielo-Urano, come Ninurta era il figlio del Cielo-Enlil in Mesopotamia.
Secondo una leggenda divenuta celebre, istigato da sua madre Gaia, la Terra, stanca di essere madre (Urano e Gaia ebbero innumerevoli figli), Crono evira e uccide suo padre. Parricida, egli diviene quindi signore del Cielo, sposa sua sorella Rea ereditando dal defunto padre il potere di conoscere il destino e quindi di anticipare gli eventi.
Sapendo che uno dei suoi figli dovrà un giorno detronizzarlo, poiché così è scritto, egli li divora appena nascono, uno dopo l'altro.
Quando Rea mette al mondo Zeus, il suo sesto figlio, ella partorisce in segreto, affida il nuovo nato ai Cureti, i figli della Terra, alle Ninfe e ad Amaltea, la capra, che lo nutre con il suo latte e dà a Crono una pietra avvolta nelle fasce che egli divora, senza rendersi conto del sotterfugio. Quando Zeus diviene adulto, si verifica un nuovo parricidio.
Tuttavia, secondo la tradizione religiosa orfica che conosciamo meno, Crono e Zeus finiscono per riconciliarsi e Crono ci viene presentato sotto l'aspetto di un grande re, buono e saggio.
Durante il suo regno, la Terra ha conosciuto l'Età d'Oro.
«D'oro fu la razza degli uomini perituri che gli Immortali,
abitanti dell'Olimpo, crearono per prima.
A quel tempo, Crono regnava nel cielo: gli uomini vivevano come gli dei, il cuore libero dai pensieri, al riparo dalle pene e dalla miseria. Essi ignoravano anche la vecchiaia e avevano braccia e gambe sempre vigorose, trovavano i loro piaceri nei banchetti, restando lontani da tutti i mali.»
(Esiodo, Le Opere e i Giorni, Mondadori, 1996).

Crono, nome greco di Saturno, è forse il personaggio più famoso insieme a suo figlio Zeus. Egli appartiene, però, alla prima generazione di Dèi: è un Titano, figlio della coppia primordiale Gea (Terra) e Urano (Cielo), ed è quindi il padre di tutta la generazione degli Dèi dell'Olimpo.
Il mito di Saturno si divide in due momenti salienti e ben distinti, due fasi della sua vita che sono ben rappresentate anche dal segno del Capricorno, (segno che risiede sotto la sua signoria) e da quello dell'Aquario (segno in cui egli è in secondo domicilio).
Nella prima fase, Saturno, istigato dalla madre, si arma di falcetto ed evira il padre Urano; e questa azione rappresenta pienamente tutta la simbologia del sistema patriarcale, in cui il figlio maschio deve combattere contro un padre autoritario e
detentore del potere per assicurarsi la possibilità di sviluppare la sua individualità. (Urano era colui che ricacciava i propri figli nelle Viscere della Terra, impedendogli di Vedere la Luce).
Esaminando, quindi, la prima fase di 'Vita di Crono' vediamo che è legata al bisogno di avere e di affermare, senza intrusioni, un potere materiale per giungere a una posizione di dominio.
Image and video hosting by TinyPicIl mito greco infatti ci tramanda la visione di Saturno che diventa sua volta un padre ugualmente dispotico e tiranno che ingoia i suoi figli per la paura di essere detronizzato (e qui si vede perfettamente come, a livello psicologico, le problematiche non risolte si tramandano di generazione in generazione).
Saturno sarà poi costretto a subire lo stesso destino del padre; sarà anche lui detronizzato dai figli Zeus, Poseidone e Ade, che raccoglieranno a loro volta il grido di aiuto della madre, Rea.
La seconda fase di Saturno è però molto diversa: lo ritroviamo, infatti, dopo aver soggiornato a lungo nel Tartaro (una parte del mondo degli Inferi in cui dimoravano i malvagi) e dopo lunghe peregrinazioni, come Signore dell'Età dell'Oro, in cui lui regna su un mondo di pace, di concordia e di modestia, lontano da ambizioni personali, rispettando le leggi universali.
A livello simbolico queste due fasi racchiudono appieno la simbologia di questo Dio e del Capricorno che, come Saturno, deve riuscire, attraverso un periodo di sofferenza e di isolamento, a trovare la sua Età dell'Oro. Questa età è sempre la maturità e la vecchiaia, in cui l'uomo Capricorno deve essere riuscito a staccarsi dal materialismo e dall'idea di dominare e controllare se stesso e gli altri e deve lasciarsi andare e permettere alla sua linfa di scorrere, invece di mantenerla congelata dentro i confini del potere e delle ambizioni terrene.
Questo è anche il simbolo del passaggio di Saturno dal segno del Capricorno a quello dell'Aquario in cui lo ritroviamo più flessibile, in grado di lasciar entrare quanto c'è di nuovo.

Questo un secolo fu purgato, e netto,
D'ogni malvagio, e perfido pensiero,
Un proceder leal, libero, e schietto,
Servando ogn'un la fe, dicendo il vero.
Non v'era chi temesse il fiero aspetto
Del giudice implacabile, e severo;
Ma giusti essendo allhor, semplici, e puri,
Vivean senz'altro giudice securi.”

Ovidio – Metamorfosi



Così Ovidio descrive l’Età dell’Oro nel libro I delle celebri “Metamorfosi.
Il concetto di questo periodo aureo compare per la prima volta nel poema “Le opere e i giorni”di Esiodo poeta greco dell’VIII secolo a.c.
Qui Esiodo tenta di dare un supporto etico al racconto mitologico teorizzando le Età dell’Oro, dell’Argento, del Bronzo, degli Eroi ed infine del Ferro che coinciderebbe ancora con il mondo attuale.
Questa Età dell’Oro è il tempo associato a Cronos, dio greco che transita nella mitologia italica associandosi al latino Saturno, divinità delle messi e dell’abbondanza la cui sposa è Opi, dea della fertilità.

Saturno è simbolo stesso e governatore dell’età aurea: colui che regna e garantisce quest’epoca mitologica di giustizia, misura, abbondanza e soddisfazione.
Un periodo, si racconta, in cui era sempre primavera, in cui uomini e dei vivevano insieme, non vi era alcuna distinzione sociale, né necessità alcuna di regolamenti e leggi poiché gli uomini erano retti e rispettosi per natura e ciò permetteva loro di vivere in perfetta armonia con la natura e con gli altri uomini tanto da permettersi di non lavorare affatto nutrendosi dei frutti che la madre terra, in eterna pienezza della sue grazie, spontaneamente offriva loro.

Si racconta poi nel poema di Esiodo come, passando attraverso le altre epoche, sia infine arrivata l’ultima generazione umana ancora vivente sulla terra nell’Età del ferro, un’epoca, ci racconta il poeta, in cui la natura umana è innatamente malvagia e l’unica possibilità di conquista della rettitudine è il lavoro che Esiodo mette in relazione soprattutto con l’agricoltura.
Attraverso l’agricoltura l’uomo ristabilisce il suo patto con la natura e con gli altri uomini ed apprende le leggi intrinseche che governano la vita sulla terra, una sintonia che egli non porta più naturalmente dentro di sé.
Esiodo stesso era un agricoltore e nel suo poema troviamo la descrizione del lavoro agricolo e dei periodi propizi in cui compiere non solo le operazioni agricole ma anche concepire figli o iniziare altre attività.

Nella simbologia e nella pratica dell’Alchimia Saturno mantiene per certi versi il carattere di una divinità giustiziera ma portatrice col tempo, di cui peraltro è maestro supremo, di durature ricchezze.

Il dio dell’Età dell’Oro è connesso appunto con il Tempo: delle stagioni, dei cicli naturali e dunque anche con l’Agricoltura.
Anche nella conoscenza astrologia il mito saturniano è per eccellenza archetipo del tempo che passa, plasmando, con i suoi grandi cicli, definitivamente la vita dell’uomo.
Nella pratica cabalistica Saturno è associato, come peraltro nell’astrologia, alla pelle, alle ossa e a tutti i limiti esterni del corpo sui quali si incidono e si leggono i segni e gli avvenimenti del tempo.

Eppure nell’immaginario popolare il mito di Saturno è evocato come una presenza nefasta e malefica, la sua influenza sul carattere altro non provocherebbe che un’inguaribile depressione con tendenze all’avarizia e a vivere in generale un’esistenza parca, costellata di dispiaceri e disgrazie.

Saturno è per eccellenza un dio terreno e l’astrologia bene lo definisce attraverso il principio di costrizione e di concentrazione che tuttavia a livello ontologico non coincide con il dolore e la sofferenza attribuiti comunemente al principio saturniano.

Saturno rappresenta la condensazione dell’energia in un campo e in una forma definiti, il suo principio è apprendimento delle leggi che governano la vita nella materia attraverso ripetute lezioni che lavorano, come i cicli dell’alchimia, la materia grezza cioè le caratteristiche e gli impulsi personali portandoli ad un livello più alto di definizione e di identificazione.
Per questo Saturno nel suo significato reale è anche il pianeta della Purezza, del ponte verso la costruzione dell’Anima di diamante, pietra che non si scalfisce, citazione di uno stato di coscienza essenziale così definito dal Buddismo per le proprietà al contempo di distacco e di completa presenza.Esso attraverso cicli e ricicli ci mette a contatto con la nostra vera essenza e costruisce la nostra identità.

Se è così temuto dall’”uomo dell’età del ferro” è perché egli non vive più secondo la sua natura essenziale ma secondo le mode passeggere, le attitudini più devianti della personalità, è privo della capacità di ascolto dell’io profondo verso cui Saturno fa pressione.

Per chi ha trasceso gli impulsi più grossolani della personalità Saturno con i suoi transiti dona sempre buoni consigli. E’ vero che ci affatica nell’area sottoposta alla sua influenza ma nello stesso settore definisce i nostri limiti così come tempra e consolida le nostre qualità.

Saturno costringe l’energia nella materia al fine che l’energia stessa si conosca e si riconosca attraverso il lavoro su di essa.

Esso non lascia spazio a fughe o teorizzazioni mettendoci di fronte alle nostre reali possibilità: chi siamo e cosa in realtà sappiamo fare? Proprio per questo Saturno ci dà la possibilità di una grande evoluzione, anzi possiamo dire rappresenta l’inizio di ogni possibile evoluzione così come il piano terreno è prova, maestro, base e radice per lo sviluppo dei piani più sottili della mente e dello spirito.

Saturno ci mostra cosa è il piano materiale ed è per questo sia una base che una molla per l’evoluzione.

E’ il dio giustiziere solo perché rivela i limiti così come le possibilità.

Nel nostro sistema solare infine il pianeta Saturno è una soglia che spalanca il viaggiatore su distanze davvero cosmiche percorse dai pianeti che si trovano oltre la sua cintura e rappresentate dalle fasce esterne del sistema solare, ultimi cancelli verso la fucina delle stelle.



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domenica 26 luglio 2015

I LAGHI GEMELLI

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I Laghi Gemelli si trovano in alta valle Brembana, chiusi nella conca delimitata dal Pizzo Farno, dal Monte Corte, dal Passo dei Laghi Gemelli, dal Passo di Mezzeno, dal Monte Spondone, dal Monte del Tonale, dal Pizzo dell'Orto e dal Pizzo del Becco. Nella stessa conca è racchiuso inoltre il Lago Becco, situato ai piedi del pizzo omonimo.

Questi, assieme ai numerosi altri laghi artificiali della zona, sono nati a seguito della costruzione di diverse dighe da parte dell'ENEL

Nonostante il nome, i Laghi Gemelli sono formati da un corpo unico, che si divide solo quando la diga che ne contiene l'acqua viene quasi interamente svuotata, come accaduto nel 2005 in occasione dei lavori per il rafforzamento della diga.

Il nome infatti è stato loro attribuito precedentemente alla costruzione della diga, avvenuta nel 1932, quando i due laghetti, di dimensioni molto più contenute, erano due specchi d'acqua che, visti dall'alto, sembravano specchiarsi.

I laghi sono raggiungibili da diverse vie d'accesso, che partono dagli adiacenti comuni di Carona, Branzi e Capovalle di Roncobello in Val Brembana e da Valcanale di Ardesio e Valgoglio in val Seriana.

L'adiacente Rifugio Laghi Gemelli serve gli escursionisti in visita.

Quando i Laghi Gemelli erano proprio gemelli, cioè due limpidi specchi d'acqua circondati da una corona di montagne, appena separati da una stretta lingua di terra, e non erano ancora stati fusi in un solo bacino dalle impellenti esigenze del progresso, attorno alla loro origine sorse una leggenda che per la verità è assai triste, ma forse rispecchia la realtà dei tempi in cui è scaturita dalla fantasia popolare. Si racconta che la figlia di un ricco possidente di Branzi era innamorata di un pastore della Valle Taleggio, dal quale era teneramente ricambiata.

Il loro amore era però risolutamente ostacolato dalla famiglia della ragazza che avrebbe preferito per lei un partito migliore di quanto non costituisse quel modesto pastore, costretto ogni anno ad andare in cerca di lavoro, accudendo a pecore e capre che si faceva affidare da allevatori della zona per portarle a pascolare sulle montagne dell'alta Valle Brembana.

La ragazza era stata da tempo promessa dal padre a un proprietario di fucine della Val Fondra, piuttosto attempato e per nulla piacente, ma assai ricco e influente nella vita politica ed economica della zona. Come si sa, in queste faccende nemmeno le lacrime più strazianti e le suppliche più insistenti possono sortire un qualche effetto, e così l'infelice ragazza, dopo aver inutilmente dato fondo a tutte le sue risorse di convincimento, dovette prendere atto, con il più grande sconforto, che il suo destino era segnato e la condannava a passare il resto della sua vita accanto ad un uomo che non amava e non avrebbe mai amato. Così, mentre si avvicinava il giorno delle nozze, fissate in tutta fretta proprio per togliere di mezzo ogni possibile interferenza nei programmi prestabiliti, l'infelice ragazza trascinava stancamente le sue giornate, monotone e senza speranza, tutta sola, chiusa nella sua cameretta, con le mani abbandonate in grembo e gli occhi persi nello spazio indefinito, sospirando l'amore impossibile per il suo bel pastorello.

Costui nel frattempo si trovava sui monti col suo gregge ed era ben consapevole dei progetti che riguardavano la sua amata, dai quali era stato drasticamente escluso con la perentoria minaccia di non farsi più vedere dalle parti di Branzi, se ci teneva alla vita. Ma come accade sovente, specie nelle leggende, la ragazza non si rassegnava a perdere il suo amore, così cominciò a non mangiare più e a dar segni di squilibrio mentale, al punto da sembrare uscita di senno.

Il padre ricorse a ogni mezzo per riportare la figlia in buona salute, interpellò tutti i medici della valle e scese fino a Bergamo per consultarsi con i luminari di allora, ma non ottenne nessun risultato. Finalmente un giorno si presentò nella casa della fanciulla un medico che all'apparenza non dava particolari garanzie di professionalità, in quanto oltre che assai giovane era anche vestito in modo piuttosto dimesso e si esprimeva con un linguaggio non proprio all'altezza di un uomo di scienza.

Ma pur di salvare la figlia, il padre accettò anche le prescrizioni di quel mediconzolo che, per la verità, si mostrava assai sollecito e puntuale nel recarsi tutti i giorni a visitare la giovane paziente. Nell'incredulità generale, la ragazza cominciò come per incanto a migliorare: tornò a sorridere e a parlare, riprese a mangiare con gusto e in fretta le sue gote ridivennero rosee e pienotte. Sembrava di nuovo innamorata della vita. Ormai anche il più distratto dei lettori avrà intuito la vera identità di quell'improbabile medico e si sarà fatta un'idea della natura delle cure a cui era sottoposta la ragazza. Infatti egli altri non era se non il pastore che, approfittando dell'equivoco sulla sua identità, non passava giorno che non si incontrasse con la sua bella per trascorrere con lei momenti meravigliosi, coperti dalla scusa della riservatezza di una visita medica. Ma ovviamente il gioco non poteva protrarsi troppo a lungo e se i due innamorati fossero stati scoperti avrebbero pagato caro quell'inganno.

D'altronde essi non erano per nulla disposti a lasciare che le cose tornassero come prima, così decisero di scappare per cercare di coronare il loro sogno d'amore lontano dalla valle. Una notte, dopo aver preparato un fagotto con poche cose, lasciarono di nascosto il paese e, per evitare il rischio di essere scoperti, preferirono non scendere verso il fondovalle, ma scelsero di seguire la strada più difficile delle montagne, che il pastore conosceva bene perché vi portava le sue bestie al pascolo.

Di buona lena salirono lungo il sentiero della Val Borleggia e in fretta arrivarono al Piano delle Casere, ma quando si fermarono per riposare un attimo udirono il suono delle campane a martello proveniente dal campanile di Branzi: la loro fuga era stata scoperta e in paese si stavano organizzando per venire a riprenderli. Più disperati che mai, ripresero il cammino quasi di corsa, ma raggiunte le pendici del monte Farno, la ragazza, nel superare un tratto piuttosto impervio, mise un piede in fallo e scivolò.

Nella caduta batté la testa contro un sasso e rimase a terra svenuta. Il pastore, dopo aver cercato inutilmente di farla rinvenire, udendo in lontananza i richiami delle persone mandate alla loro ricerca, prese la ragazza tra le braccia e si mise a correre su per la montagna, incurante dei pericoli. Per il buio fitto il sentiero era quasi invisibile e così ad un certo punto, ormai allo stremo delle forze, il pastorello perse l'orientamento e si trovò a procedere in un luogo scosceso e impraticabile.

Ancora qualche passo incerto e poi una scivolata sui sassi di un ghiaione. E i due poveri innamorati precipitarono, stretti in un abbraccio estremo e disperato, fino al fondo di un precipizio. Nel luogo dove caddero i loro miseri corpi si aprirono due conche circolari dalle quali cominciarono a sgorgare due limpide polle d'acqua che, zampillando senza sosta, formarono due laghetti quasi della stessa forma e dimensione: i laghi Gemelli. Ai giorni nostri la costruzione della diga ha decisamente trasformato il paesaggio, ma volendo restare nella leggenda si potrebbe affermare che finalmente i laghetti dei due innamorati si sono fusi in uno solo, a coronare per sempre il loro sogno d'amore...



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giovedì 23 luglio 2015

LE GROTTE DELLE MERAVIGLIE

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Il Complesso carsico delle Grotte delle Meraviglie si apre entro il bancone calcareo di color grigio chiaro che sovrasta la provinciale per la valle Brembana in prossimità della galleria di Zogno. La formazione geologica è quella denominata “Calcare di Zù” ricca di coralli, del Retico Inferiore. Il complesso ha due accessi. Quello superiore è costituito da una stretta apertura (Büs de la Marta) situata in località Ravagnì, che consente la discesa lungo una serie di pozzi verticali, con un dislivello complessivo di 60 metri circa.



L’ingresso inferiore, ubicato nel parco sovrastante la provinciale per la valle Brembana, offre in alternativa una comoda via di accesso alle grotte, lungo una galleria artificiale, scavata nella roccia, lunga 73 metri, con andamento sinuoso e in leggera salita fino a raggiungere la grotta più interna. Il complesso delle Grotte delle Meraviglie, pur nella sua modesta estensione, presenta spunti di notevole interesse sia per la comprensione delle vicende geologiche legate alla formazione della cavità, sia per i fenomeni carsici che vi sono riccamente rappresentati. Le grotte devono la loro fama alla generosità e alla tenacia di Ermenegildo Zanchi del Gruppo Grotte S. Pellegrino che ne fece una delle prime grotte turistiche d’Italia nel 1939.



Stalagmiti di varie forme e dimensioni vanno ad incontrare le stalattiti, costruendo una serie interessante di colonne.
Il contesto ricco di fascino e debitamente illuminato, rende la visita stimolante e piacevole. Da alcuni anni la gestione è affidata al gruppo speleologico "Grotte delle Meraviglie" che, oltre ad un continuo studio dell'interno, ne segue anche il comportamento e ne gestisce le visite.




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mercoledì 22 luglio 2015

L'ORRIDO DI VAL TALEGGIO


L'Orrido della Val Taleggio, chiamato anche Orrido dei Serrati o anche Orrido di San Giovanni Bianco, è una gola lunga circa 3 km scavata dal torrente Enna nel suo tratto finale, ed è situato nella bassa Val Taleggio, tra i monti Cancervo e Sornadello. Ha inizio in frazione Roncaglia Entro di San Giovanni Bianco, e termine in frazione Sottochiesa di Taleggio, in Val Taleggio.

Nonostante il susseguirsi di curve che seguono il corso dell'Enna e di ponticelli che lo scavalcano, l'orrido è percorribile pressoché con ogni veicolo grazie alla strada tracciata tra il 1902 e il 1910 prima dalla Società Gas ed Elettricità di Lecco e poi dalla Società Orobia (che poi divenne Enel). Il percorso ora è divenuto strada provinciale 25, che da San Giovanni Bianco porta fino al confine con la provincia di Lecco. Tuttavia, la relativa giovinezza geologica delle pareti, in dolomia, rendono il tratto sensibile a fenomeni franosi. Interventi in questo senso stanno avendo luogo: il 27 maggio 2005 è stata inaugurata la prima di una serie di gallerie in progetto, necessarie a rendere più sicuro l'attraversamento dell'orrido.



Di forte suggestività è l'attraversamento dell'orrido a piedi: numerose sono le cascate di varia entità che, in inverno diventano pareti di ghiaccio ambite dagli amanti di questa scalata, e il particolare microclima della zona, dove assai poco spesso arrivano i raggi del sole, rendono l'orrido particolarmente interessante sotto l'aspetto naturalistico.

Lungo la strada è possibile vedere alcune piccole centrali elettriche. Infatti da qui parte la linea elettrica di emergenza che alimenta in casi particolari sia la Val Brembana che la Valsassina.

La strada costeggia il torrente Enna, che gorgoglia impetuoso con spruzzi e mulinelli, districandosi tra secolari marmitte dei giganti e limpidi specchi pescosi.

Percorrere l’orrido a piedi o in bicicletta è un’esperienza straordinaria: il luogo severo e impervio incombe sul visitatore quasi a schiacciarlo negli angusti passaggi tra altissime pareti strapiombanti e infonde la sensazione del contatto diretto con una natura selvaggia e incontaminata.

Il particolare microclima che caratterizza l’interno dell’orrido costituisce l’habitat ideale per rare specie floristiche, che solitamente crescono a quote più elevate: diverse varietà di saxifraghe, campanule, primule e altri endemismi si possono osservare sulle impervie pareti rocciose a ridosso della valle.



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