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martedì 1 settembre 2015

GLI ORDIGNI BELLICI

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I numeri dicono che Raf e United States Air Force nella seconda guerra mondiale sganciarono complessivamente sull’Italia circa un milione di bombe, per un totale di oltre 350 mila tonnellate di esplosivo. Molte non deflagrarono completamente e una frazione consistente (circa il 10%) non esplose del tutto. Ecco la ragione per cui spesso saltano fuori reperti pericolosi: almeno uno su quattro (quindi circa 25 mila) è ancora da recuperare. Per di più alla fine del conflitto ogni esercito ha nascosto sotto terra bombe e munizioni inutilizzate.
 
Molti di questi ordigni (granate, bombe d’aereo e da mortaio) sono tuttora in grado di scoppiare al minimo urto e di distruggere ciò che è vicino al loro raggio d’azione. Difficilmente infatti l’esplosivo perde del tutto la propria capacità detonante.
 
I bombardamenti a tappeto in Italia dopo lo sbarco in Sicilia furono sostituiti da bombardamenti tattici che risparmiarono le città colpendo però i comuni, teatri di guerra di terra. Ecco perché in pratica non esiste area del suolo italiano non a rischio. Ovunque ci sono discariche, spesso affioranti, di bombe d’aereo, granate, mine, colpi da mortaio.

Nelle grandi città, dopo ogni bombardamento, venivano segnalate alle autorità le posizioni e le presenze delle bombe d’aereo che non erano scoppiate, che così venivano inertizzate o fatte brillare da gruppi autonomi di volontari guidati da esperti ex genieri ed ex artificieri militari. Ma naturalmente molte di queste non sono mai state localizzate.
 
Nel nostro Paese esiste una legge che prevede interventi di bonifica in profondità quando si devono realizzare lavori in aree dove potrebbero esserci ordigni. Lo stesso per le opere di fondazione o per scavi per la costruzione di ferrovie, ponti, autostrade. Le bombe di aereo per peso e configurazione raggiungono infatti, nei terreni non rocciosi, profondità anche di 5-8 metri.
 
Tra Adriatico, Ionio e Tirreno il Portolano della navigazione edito dall’Istituto idrografico della Marina parla di decine di mine magnetiche, siluri, proiettili o altri ordigni esplosivi. Per questo proibisce in varie aree, come ad esempio nel golfo di Oristano e a Capo d’Otranto, la navigazione, la sosta di natanti e la pesca. Restrizioni analoghe sono in vigore quasi in ogni angolo dei nostri mari. Solo per il basso Adriatico sono più di 200 i casi documentati di pescatori intossicati e ustionati dalle esalazioni sprigionatesi da armi chimiche portate a galla con le reti.
 
L’Istituto Centrale per la Ricerca Scientifica e Tecnologica applicata al mare tra il 1997 e il 1999 ha redatto le mappe di quattro aree del basso Adriatico dove si ritiene siano presenti almeno 20 mila residui bellici a carica chimica. Nel dicembre del 1943 a Bari affondò sotto i bombardamenti tedeschi la nave Usa John Harvey, con nelle stive 15.000 bombe d’aereo all’iprite mai recuperate.



Al momento del rinvenimento di un ordigno inesploso EVITARE IN MANIERA ASSOLUTA il maneggio dell'ordigno o del sospetto tale - ALLERTARE IMMEDIATAMENTE LE FORZE DELL'ORDINE, le quali provvederanno a loro volta ad allertare immediatamente i nuclei artificieri per la bonifica. - TRANSENNARE IMMEDIATAMENTE LA ZONA DEL RINVENIMENTO ED IMPEDIRE L'ACCESSO A CHIUNQUE in attesa dell' arrivo delle forze di pubblica sicurezza. Regole basilari, che pero' nella stragrande maggioranza dei casi di deflagrazione con esiti mortali o con gravi mutilazioni, non sono state rispettate, una bomba e' nata per uccidere, e svolge perfettamente il suo compito anche dopo tanti anni, non distinguendo un soldato da un bambino. Quindi, terminando queste brevi considerazioni, non maneggiare MAI quello che può sembrare una bomba, nemmeno per guardare meglio la natura dell'oggetto, il maneggio sarà di competenza degli artificieri nuclei EOD, che valuteranno la trasportabilità o meno dell'ordigno, e nel caso previa autorizzazione della Autorità Giudiziaria a distruggerlo previo brillamento in sito.

Il problema della bonifica del territorio da quanto inquina dopo un periodo bellico (Explosive Remants of the WAR - ERW) è macroscopico e non può essere affrontato in modo sistematico in tempi brevi. Richiede, invece, un impegno costante, personale specializzato e consistenti risorse economiche.

La situazione di pericolo rappresentata dalla presenza di ERW, infatti, è destinata a trascinarsi nel tempo dopo decenni dalla fine di un conflitto bellico, anche in Paesi dove le risorse economiche, la struttura socio economica ed il progresso nazionale lascerebbero pensare che “l’ordigno bellico non esploso” rappresenta un ricordo del passato piuttosto che una realtà costante.

Non è così e lo dimostra quanto avviene in Italia dopo più di settanta anni dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale, in zone anche abitate e a destinazione agricola ed industriale.

Non è azzardato affermare infatti che ogni giorno nel nostro Paese il terreno “partorisce” di un ordigno bellico non esploso di diversa natura, dimensioni e pericolosità, dal fondo limaccioso dell’acqua di laghi e fiumi emergono bombe a mano, mine, proiettili vari, bombe di aereo ancora attivi e purtroppo destinati ad uccidere o ferire anche a distanza di tanti anni, qualora siano manipolati in modo avventato.

Manufatti bellici che devono essere eliminati giorno dopo giorno con l’intervento professionale del personale specializzato dell’Arma del Genio dell’Esercito italiano e con l’opera costante e sistematica di Ditte specializzate nel settore che si avvalgono di operatori civili specializzati e formati dai professionisti militari attraverso lo sviluppo di Corsi Specifici (BCM).



Per questo motivo la realizzazione di opere d’arte come strade, ponti, aeroporti, infrastrutture industriali in zone del Paese in cui sono stati sviluppati eventi bellici e si abbia solo il sospetto che possano essere presenti a varie profondità ordigni bellici non esplosi devono essere preceduti ed accompagnati da attenti e mirati interventi di bonifica sistematica che portano alla luce quasi sempre ordigni di varia natura, alcuni significativi come le bombe di aereo non esplose di varie dimensioni e pericolosità.

I numeri dei ritrovamenti sono quasi sempre significativi, grossi numeri che confermano l’esistenza del pericolo e l’esigenza di intervenire a salvaguardia della popolazione e dei lavoratori.

I numeri parlano di 30 mila operazioni di bonifica, nel corso delle quali sono stati distrutti 12 mila ordigni.

Nel 1976 sull’altopiano di Asiago si contarono ben sette vittime per uno scoppio avvenuto alle pendici del monte Kaberlaba. La causa fu la pericolosa passione per il recupero e collezionismo di residuati bellici.







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domenica 26 luglio 2015

I LAGHI GEMELLI

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I Laghi Gemelli si trovano in alta valle Brembana, chiusi nella conca delimitata dal Pizzo Farno, dal Monte Corte, dal Passo dei Laghi Gemelli, dal Passo di Mezzeno, dal Monte Spondone, dal Monte del Tonale, dal Pizzo dell'Orto e dal Pizzo del Becco. Nella stessa conca è racchiuso inoltre il Lago Becco, situato ai piedi del pizzo omonimo.

Questi, assieme ai numerosi altri laghi artificiali della zona, sono nati a seguito della costruzione di diverse dighe da parte dell'ENEL

Nonostante il nome, i Laghi Gemelli sono formati da un corpo unico, che si divide solo quando la diga che ne contiene l'acqua viene quasi interamente svuotata, come accaduto nel 2005 in occasione dei lavori per il rafforzamento della diga.

Il nome infatti è stato loro attribuito precedentemente alla costruzione della diga, avvenuta nel 1932, quando i due laghetti, di dimensioni molto più contenute, erano due specchi d'acqua che, visti dall'alto, sembravano specchiarsi.

I laghi sono raggiungibili da diverse vie d'accesso, che partono dagli adiacenti comuni di Carona, Branzi e Capovalle di Roncobello in Val Brembana e da Valcanale di Ardesio e Valgoglio in val Seriana.

L'adiacente Rifugio Laghi Gemelli serve gli escursionisti in visita.

Quando i Laghi Gemelli erano proprio gemelli, cioè due limpidi specchi d'acqua circondati da una corona di montagne, appena separati da una stretta lingua di terra, e non erano ancora stati fusi in un solo bacino dalle impellenti esigenze del progresso, attorno alla loro origine sorse una leggenda che per la verità è assai triste, ma forse rispecchia la realtà dei tempi in cui è scaturita dalla fantasia popolare. Si racconta che la figlia di un ricco possidente di Branzi era innamorata di un pastore della Valle Taleggio, dal quale era teneramente ricambiata.

Il loro amore era però risolutamente ostacolato dalla famiglia della ragazza che avrebbe preferito per lei un partito migliore di quanto non costituisse quel modesto pastore, costretto ogni anno ad andare in cerca di lavoro, accudendo a pecore e capre che si faceva affidare da allevatori della zona per portarle a pascolare sulle montagne dell'alta Valle Brembana.

La ragazza era stata da tempo promessa dal padre a un proprietario di fucine della Val Fondra, piuttosto attempato e per nulla piacente, ma assai ricco e influente nella vita politica ed economica della zona. Come si sa, in queste faccende nemmeno le lacrime più strazianti e le suppliche più insistenti possono sortire un qualche effetto, e così l'infelice ragazza, dopo aver inutilmente dato fondo a tutte le sue risorse di convincimento, dovette prendere atto, con il più grande sconforto, che il suo destino era segnato e la condannava a passare il resto della sua vita accanto ad un uomo che non amava e non avrebbe mai amato. Così, mentre si avvicinava il giorno delle nozze, fissate in tutta fretta proprio per togliere di mezzo ogni possibile interferenza nei programmi prestabiliti, l'infelice ragazza trascinava stancamente le sue giornate, monotone e senza speranza, tutta sola, chiusa nella sua cameretta, con le mani abbandonate in grembo e gli occhi persi nello spazio indefinito, sospirando l'amore impossibile per il suo bel pastorello.

Costui nel frattempo si trovava sui monti col suo gregge ed era ben consapevole dei progetti che riguardavano la sua amata, dai quali era stato drasticamente escluso con la perentoria minaccia di non farsi più vedere dalle parti di Branzi, se ci teneva alla vita. Ma come accade sovente, specie nelle leggende, la ragazza non si rassegnava a perdere il suo amore, così cominciò a non mangiare più e a dar segni di squilibrio mentale, al punto da sembrare uscita di senno.

Il padre ricorse a ogni mezzo per riportare la figlia in buona salute, interpellò tutti i medici della valle e scese fino a Bergamo per consultarsi con i luminari di allora, ma non ottenne nessun risultato. Finalmente un giorno si presentò nella casa della fanciulla un medico che all'apparenza non dava particolari garanzie di professionalità, in quanto oltre che assai giovane era anche vestito in modo piuttosto dimesso e si esprimeva con un linguaggio non proprio all'altezza di un uomo di scienza.

Ma pur di salvare la figlia, il padre accettò anche le prescrizioni di quel mediconzolo che, per la verità, si mostrava assai sollecito e puntuale nel recarsi tutti i giorni a visitare la giovane paziente. Nell'incredulità generale, la ragazza cominciò come per incanto a migliorare: tornò a sorridere e a parlare, riprese a mangiare con gusto e in fretta le sue gote ridivennero rosee e pienotte. Sembrava di nuovo innamorata della vita. Ormai anche il più distratto dei lettori avrà intuito la vera identità di quell'improbabile medico e si sarà fatta un'idea della natura delle cure a cui era sottoposta la ragazza. Infatti egli altri non era se non il pastore che, approfittando dell'equivoco sulla sua identità, non passava giorno che non si incontrasse con la sua bella per trascorrere con lei momenti meravigliosi, coperti dalla scusa della riservatezza di una visita medica. Ma ovviamente il gioco non poteva protrarsi troppo a lungo e se i due innamorati fossero stati scoperti avrebbero pagato caro quell'inganno.

D'altronde essi non erano per nulla disposti a lasciare che le cose tornassero come prima, così decisero di scappare per cercare di coronare il loro sogno d'amore lontano dalla valle. Una notte, dopo aver preparato un fagotto con poche cose, lasciarono di nascosto il paese e, per evitare il rischio di essere scoperti, preferirono non scendere verso il fondovalle, ma scelsero di seguire la strada più difficile delle montagne, che il pastore conosceva bene perché vi portava le sue bestie al pascolo.

Di buona lena salirono lungo il sentiero della Val Borleggia e in fretta arrivarono al Piano delle Casere, ma quando si fermarono per riposare un attimo udirono il suono delle campane a martello proveniente dal campanile di Branzi: la loro fuga era stata scoperta e in paese si stavano organizzando per venire a riprenderli. Più disperati che mai, ripresero il cammino quasi di corsa, ma raggiunte le pendici del monte Farno, la ragazza, nel superare un tratto piuttosto impervio, mise un piede in fallo e scivolò.

Nella caduta batté la testa contro un sasso e rimase a terra svenuta. Il pastore, dopo aver cercato inutilmente di farla rinvenire, udendo in lontananza i richiami delle persone mandate alla loro ricerca, prese la ragazza tra le braccia e si mise a correre su per la montagna, incurante dei pericoli. Per il buio fitto il sentiero era quasi invisibile e così ad un certo punto, ormai allo stremo delle forze, il pastorello perse l'orientamento e si trovò a procedere in un luogo scosceso e impraticabile.

Ancora qualche passo incerto e poi una scivolata sui sassi di un ghiaione. E i due poveri innamorati precipitarono, stretti in un abbraccio estremo e disperato, fino al fondo di un precipizio. Nel luogo dove caddero i loro miseri corpi si aprirono due conche circolari dalle quali cominciarono a sgorgare due limpide polle d'acqua che, zampillando senza sosta, formarono due laghetti quasi della stessa forma e dimensione: i laghi Gemelli. Ai giorni nostri la costruzione della diga ha decisamente trasformato il paesaggio, ma volendo restare nella leggenda si potrebbe affermare che finalmente i laghetti dei due innamorati si sono fusi in uno solo, a coronare per sempre il loro sogno d'amore...



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