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giovedì 30 luglio 2015

VENERE E I SUOI MONTI



Afrodite (Venere per i Latini), una delle divinità greche più antiche, protegge l’amore in tutte le sue forme: è sposa di Efesto, ma numerose sono le sue avventure con altri dei e con mortali. A Roma, invece, Venere incarna il legame matrimoniale e – come madre di Enea e progenitrice della dinastia di Giulio Cesare – simboleggia, accanto a Marte, l’origine divina della Città eterna.

Afrodite, cantata dai poeti, è la dea che protegge l’amore in tutte le sue forme. Simbolo stesso della bellezza e della forza dell’eros (l’amore sessuale), è capace di infondere il desiderio in ogni creatura.

Afrodite, in realtà, non è una dea originariamente greca. Essa deriva, probabilmente, da un’antichissima dea orientale della fertilità. I Greci la accolsero nella loro mitologia e sul suo nome, Afrodite, costruirono il mito della sua nascita. Quando Crono, in combutta con la madre Gea, spodesta il padre Urano dal dominio del mondo, recide con la falce i suoi genitali e li getta nel mare. Dalla schiuma (in greco aphròs) del mare agitato nasce appunto Afrodite. Ma Afrodite ha anche altri nomi e soprannomi, come Citerea (perché ha dimora nell’isola greca di Citera) o Cipria (perché dopo la nascita giunse sull’isola di Cipro).

Insieme al dio Eros, Afrodite suscita il desiderio dell’innamoramento; la dea protegge inoltre il matrimonio e infatti le vergini si votano a lei prima delle nozze. Ma Afrodite non protegge solo l’amore legittimo: anche le prostitute si votano alla dea e spesso offrono nei suoi templi doni attinenti alla loro ‘professione’.

Anche il rapimento di Elena e la conseguente guerra di Troia hanno la loro origine in una vicenda che vede protagonista Afrodite insieme a Paride. Tre dee sono venute a contesa su chi di loro sia la più bella: Era (la romana Giunone), Atena (Minerva) e Afrodite. Paride, chiamato a decidere, sceglie Afrodite e la dea, per ricompensarlo, fa innamorare di lui Elena, la donna più bella del mondo.

Nel mito raccontato dai poeti, Afrodite è sposa di Efesto (Vulcano), e in tal modo simboleggia il rapporto tra la fatica oscura del lavoro e l’arte raffinata che essa produce. Numerose sono le sue infedeltà: dall’unione della dea con uomini mortali nascono eroi famosissimi. Con Anchise, principe troiano, genera Enea, che darà vita alla stirpe di Roma: per questo motivo la dinastia Giulio-Claudia – quella legata a Giulio Cesare – si dirà discendente da Venere.

Un tradimento famoso è quello narrato nell’Odissea di Omero: Efesto coglie in flagrante Afrodite a letto con Ares (Marte), e li avvolge in una rete di metallo da cui non possono districarsi. Tutti gli dei, alla loro vista, scoppiano a ridere. Ma Afrodite ha anche amori infelici: Adone, giovane nato dall’amore incestuoso tra Mirra e suo padre, è amato dalla dea che si dispera quando questi, in una battuta di caccia, cade vittima di un cinghiale istigato da Ares. Venerata in tutte le epoche e onorata in numerosissimi santuari, Afrodite è una delle più antiche e significative divinità della religiosità greca, in particolare nel mondo femminile.

Gli studiosi si interrogano ancora sull’origine e sulle primitive funzioni di Venus, antichissima dea italica e romana. Secondo alcuni rappresenterebbe la forza generatrice della natura e della fioritura. Altri hanno collegato il suo nome al verbo veneror «venerare», indicando nella forza magica di invocazione del dio da parte dell’uomo la sua originaria prerogativa (a Roma ha anche il soprannome di Obsequens «colei che esaudisce le preghiere»).

In tutta l’Italia antica sorgevano già in età antichissima santuari di Venere: i più importanti a Lavinio e a Erice in Sicilia. Da quest’ultimo la dea prende anche il soprannome di Ericina.

Dal 3° secolo a.C. alla sua figura viene sovrapposta quella dell’Afrodite greca. A Roma però, Venere non assume la protezione di tutti gli amori, rimanendo piuttosto simbolo dell’unione coniugale. Non è accostata a Vulcano come sposa, bensì a Marte, formando in tal modo la coppia che simboleggia i due caratteri del mondo romano, la forza militare e l’origine divina della stirpe di Romolo. Proprio quest’ultimo elemento, ereditato dal mito greco, è sfruttato notevolmente dall’età di Giulio Cesare in poi, quando a Venere Genitrice si edificano templi importantissimi al centro della città.


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Il monte di Venere (o del pube) si presenta come una regione triangolare sporgente, situata in corrispondenza del pube, limitata lateralmente dalle pieghe inguinali e in continuazione superiormente con l'ipogastrio e in basso con le grandi labbra. La cute che lo riveste è glabra in età prepuberale; dopo la pubertà si ricopre, insieme alla grandi labbra, di lunghi peli. L'epidermide è spessa e nel derma si possono trovare ghiandole sudoripare e sebacee. Tra derma e ipoderma esiste uno strato di lamelle fibroelastiche che, insieme a quelle provenienti dalle grandi labbra, si portano in alto per perdersi nella linea alba.
Nell'ipoderma è presente un cuscinetto adiposo, lo spessore del quale è in relazione con le caratteristiche del soggetto.

Spesso trascurata, ma in realtà, la mano posta a coppa sul monte di Venere non solo permette la stimolazione del clitoride durante la masturbazione, ma, con una leggera pressione, anche la ritrazione del cappuccio clitorideo (l’equivalente femminile del prepuzio) e l’esposizione della punta sensibile.

Il nome deriva da Venere, dea nella mitologia romana.

Dopo il "thigh gap" (lo spazio tra le ginocchia) e il "bikini bridge" (lo slip che fa da "ponte" tra le anche quando si è sdraiati in spiaggia), la nuova tendenza è quella di eliminare il cosiddetto monte di venere rendendolo il più magro e liscio possibile.

Sui social network già spopolano le foto di chi ha raggiunto il suo obiettivo e sul mercato si sarebbe già buttata anche la chirurgia estetica. In molte si sarebbero già rivolte al bisturi per un intervento di "Monsplasty" per ridurre il grasso in eccesso e rendere più tesa la pelle sopra l'osso pubico.



Nella mano è rappresentato dalla base carnosa del pollice, racchiusa entro la linea della vita e quando appare ben conformato e normalmente sviluppato, segnala tenerezza, sentimenti, amore, attrazione, voluttà, passione, sensibilità, interesse per la musica e un buon tono energetico. Nella norma il monte di Venere non deve occupare oltre un terzo della superficie della mano; è inoltre indispensabile che si presenti liscio al tatto, roseo, né troppo piatto né troppo pronunciato, elastico ma non duro e neppure eccessivamente molle. In astrologia Venere è il pianeta della bellezza, dell'amore, della tenerezza e della capacità di seduzione, significati che, nel caso di un monte normalmente pronunciato, compaiono nella giusta misura ma, in presenza di eccessi, si esacerbano nell'aspetto esagerato del sentimentalismo e della seduzione: lascivia, confusione, debolezza, instabilità affettiva.

Il Venusiano puro è l'individuo in cui il monte di Venere appare nettamente prevalente; contraddistinto da una figura e da lineamenti piacevoli, vanta insomma l'appartenenza alla privilegiata categoria dei "bellissimi". Alto, ben proporzionato, ha carnagione chiara, pelle sottile e morbida, fronte alta, sopracciglia ben disegnate, capelli soffici e folti. Occhi grandi a mandorla, bocca piccola, con labbra rosse e carnose, delle quali l'inferiore predomina sull'altro. I denti sono bianchi e minuti, il mento morbido, ingentilito da una fossetta. Il corpo riflette la stessa armonia del volto: spalle piene, braccia e mani grassocce e paffute, dita appuntite, gambe affusolate, piedi piccoli e aggraziati. Se è vero, come dichiaravano gli antichi cultori della fisiognomica, che l'aspetto fisico altro non è che una spia del carattere, il bellissimo, armonioso Venusiano gode di un temperamento altrettanto gradevole, dolce, sensibile, affettuoso, sinceramente interessato ai problemi altrui. Scarsamente ambizioso, si accontenta di una vita modesta, purché vissuta all' insegna dell' amore e del rispetto del prossimo per il quale è sempre pronto al sacrificio. Devoto e sincero, ama con sensualità e passione, ma quando si lega a una persona, questa diventa il centro dei suoi interessi; sensibilissimo alla sua influenza e ai suoi desideri, si sforzerà allora, e solo per farle piacere, di ottenere quei successi che per se stesso non desidererebbe affatto. Se umiliato o ingannato in amore soffre atrocemente ma cerca di perdonare accantonando discussioni e rancori. Gentile, raffinato, sensibile ai richiami dell'eleganza e della moda, ama la musica, la bellezza, l'arte che spesso studia e pratica dando prova di grande sensibilità e talento. Quando tuttavia il monte presenta un'estensione o uno sviluppo eccessivo, la sensualità si trasforma in infedeltà e lussuria, la tenerezza in leziosaggine, il sano amore per la bellezza e i piaceri della vita in ingordigia e in incapacità di misura. La salute rimane eccellente eccettuato il rischio di malattie veneree o di crisi depressive legate alla sfera dei sentimenti. Non è infrequente infatti che qualsiasi frustrazione affettiva, le pene d'amore, la solitudine, stati veramente intollerabili per il Venusiano, si ripercuotano distruttivamente sulla sua psiche; lo stesso si può dire per la quantità di energia che tende a dissipare nella vita di relazione: una girandola di balli, pranzi, flirt che finiscono con l'esaurirlo lasciandolo con un senso d'amaro in bocca.
Da un punto di vista strettamente chiromantico, il Venusiano ha mani ellittiche, dita corte, tonde, lisce, falangi grosse, unghie rotonde o a mandorla, gonfie, brillanti, con le lunette ben disegnate, il palmo è ovale, caldo e umido, sensibile, il pollice piccolo, la pelle bianca e vellutata. Nella mano del Venusiano l'anello di Venere è sempre presente, la linea della vita lunga e armoniosa, spesso accompagnata dalla sorella, mentre quella della testa appare notevolmente curva. La linea del destino ha origine dal monte di Venere o da quello della Luna. Inoltre la linea del Sole appare ben tracciata e la tavola della mano piuttosto convessa.



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giovedì 25 giugno 2015

IL TANYSTROPHEUS




Era un rettile dall'aspetto aspetto decisamente insolito, dovuto principalmente all'estrema lunghezza del collo. Quest'ultimo, infatti, misurava circa la metà della lunghezza dell'intero animale. Gli esemplari adulti di Tanystropheus potevano raggiungere i 6 metri, e il collo (formato da una dozzina di vertebre allungatissime) era lungo 3 metri. La struttura corporea dell’animale era gracile e leggera, e oltre al collo smisurato Tanystropheus possedeva un corpo snello.

L’allungamento del collo è dovuto non tanto ad un aumento del numero delle vertebre, che in tanistrofeo sono solamente 12, ma ad un allungamento delle vertebre stesse, come avviene nella giraffa. Proprio a queste vertebre del collo in cui prevale la dimensione longitudinale allude il nome di tanistrofeo, che potrebbe essere approssimativamente tradotto in “vertebre nastriformi” (dal greco “tany” = “lungo, allungato” e “stróphos” = “nastro, fune, cinghia”).
Tanistrofeo viveva nel mare di Besano circa 230 milioni di anni fa, cioè nel periodo geologico chiamato “Triassico medio”. Come gli altri “mostri marini” dell’Era Mesozoica, non era un dinosauro. Tuttavia, secondo gli studi più recenti, tanistrofeo avrebbe rapporti di parentela più stretti con i dinosauri, essendo al pari di questi remoto cugino dei coccodrilli e dei rettili volanti, piuttosto che con gli altri rettili marini, che possiamo considerare come lontani parenti delle lucertole. In particolare, tanistrofeo non ha nessun rapporto di parentela con i plesiosauri rettili marini anch’essi dotati di un collo molto lungo.




La presenza di tanistrofeo nel giacimento di Besano, nota fin dalla seconda metà del 1800, non è stata tuttavia documentata da un gran numero di fossili, fino a quando, qualche anno fa, sono venuti alla luce nei recenti scavi al sito di Sasso Caldo nuovi esemplari. Tali esemplari includono due scheletri di individui di piccola taglia (1-1.5 m di lunghezza)  per completezza e qualità di conservazione e resti isolati, alcuni dei quali riferibili ad individui di 3-5 m di lunghezza.



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IL MIXOSAURUS

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Il mixosauro era probabilmente un animale che viveva in acque poco profonde e che possedeva una dieta generalizzata: poteva cibarsi di diversi tipi di prede. Ciò è indicato dalla dentatura che, stranamente per un ittiosauro, è costituita da elementi differenziati. I denti anteriori erano appuntiti e servivano per afferrare saldamente animali dal corpo molle, mentre i denti posteriori smussati e robusti venivano probabilmente utilizzati per frantumare i gusci dei molluschi o le scaglie dure dei pesci. Al contrario di molti ittiosauri triassici, Mixosaurus non possedeva un corpo allungato e anguilliforme, ma un corpo più fusiforme e compatto, simile a quello degli ittiosauri successivi. Un modello corporeo simile si riscontra in alcuni squali attuali, come il centroforo (Centrophorus granulosus), e confermerebbe un notevole adattamento al nuoto nel mixosauro. Il rapporto tra lunghezza e altezza del corpo vertebrale di Mixosaurus è pari a 2, intermedio tra quello degli ittiosauri più basali (0,9) e quello degli ittiosauri più derivati (2,5): le vertebre di Mixosaurus, quindi, erano alte, strette e di forma discoidale. Si presume che Mixosaurus nuotasse con ondulazioni della colonna vertebrale, ma non nel modo anguilliforme tipico degli ittiosauri triassici, bensì tenendo il tronco rigido e muovendo solo la coda e (forse) la parte posteriore del corpo.

Le sue dimensioni non oltrepassavano di molto il metro di lunghezza, anche se sono noti esemplari lunghi anche due metri. Un tempo Mixosaurus era considerato uno degli ittiosauri più primitivi; in realtà è evidentemente un genere specializzato, che oltre a possedere caratteristiche riscontrabili in ittiosauri basali, possiede anche caratteri che lo avvicinano maggiormente agli ittiosauri del Giurassico. Come questi ultimi, Mixosaurus possedeva un corpo già fusiforme, ben diverso da quello slanciato di generi triassici come Cymbospondylus o Besanosaurus. Il cranio era grande rispetto al corpo e l'orbita molto ampia, con un notevole anello sclerotico. Il rostro allungato era dotato di numerosi denti aguzzi e conici; quelli anteriori erano sottili, appuntiti e molto spaziati, mentre quelli posteriori erano robusti e smussati (Massare e Callaway, 1990). Il cranio della specie Mixosaurus cornalianus era dotato di una cresta sagittale, associata all'espansione della finestra temporale superiore. Questa caratteristica indica che Mixosaurus possedeva muscoli delle mascelle eccezionalmente forti (Motani et al., 1999).



Il collo era breve, come in tutti gli ittiosauri successivi. Gli arti anteriori erano più grandi di quelli posteriori. Non è chiaro se vi fosse una pinna dorsale, ma sembra in ogni caso che la tipica pinna caudale a mezzaluna degli ittiosauri giurassici non si fosse ancora sviluppata; la colonna vertebrale nella regione della coda, infatti, possiede una curvatura verso il basso appena accennata, ed è quindi probabile che solo il lobo inferiore fosse ben sviluppato. In ogni caso, le vertebre della zona mediana della coda possiedono spine neurali particolarmente sviluppate, a formare una convessità dorsale; queste caratteristiche potrebbero indicare la presenza di un'ampia coda nastriforme. Erano presenti circa 50 vertebre presacrali, il doppio di quelle solitamente presenti nei diapsidi terrestri.

Caratteristiche simili a quelle degli altri ittiosauri triassici si riscontrano anche nelle ossa degli arti. Radio e ulna, così come tibia e fibula, sono ancora ossa relativamente lunghe e separate da un ampio spazio. Le falangi possiedono ancora, almeno in parte, una forma a clessidra. Le dita erano cinque e dotate di una modesta iperfalangia.

Il Mixosaurus è considerato abbastanza distinto dagli altri ittiosauri triassici da essere incluso in una famiglia a sé stante, Mixosauridae, la quale nel corso degli anni è andata arricchendosi di ulteriori generi di ittiosauri. Negli ultimi anni la tassonomia e filogenesi di questa famiglia è stata un argomento controverso. All'interno della famiglia Mixosauridae sono stati riconosciuti due sister groups, Mixosaurinae e Phalarodontinae. I primi sono caratterizzati da un omero relativamente breve e largo, mentre i secondi sono caratterizzati dalla mancanza di una scanalatura dentale nella mascella superiore. È stato inoltre suggerito che l'enigmatico Tholodus schmidi dovrebbe essere incluso nella famiglia Mixosauridae, ma di questo animale è noto principalmente materiale dentale, per cui è difficile assegnarlo a una determinata famiglia (Jiang et al., 2006).



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IL CERESIOSAURUS



Ceresiosaurus visse lungo le coste dell'oceano Tetide, che nel Triassico medio formava una serie di lagune dal clima subtropicale. Con una lunghezza media di 2-3 metri, Ceresiosaurus era uno dei più grandi animali vertebrati del suo ecosistema, e doveva predare pesci che afferrava grazie ai lunghi denti aguzzi. Il corpo di Ceresiosaurus era ben adattato all'ambiente marino: gli arti trasformati in organi simili a pinne (con le dita riunite in una sorta di pagaia) potevano essere utilizzati come strumenti di propulsione e di direzione. In particolare, i potenti muscoli presenti dietro le zampe posteriori indicano che queste ultime dovevano giocare un ruolo importante nella locomozione. Questo tipo di propulsione verrà sviluppata e perfezionata ancor di più nei successivi plesiosauri del Giurassico. Analisi istologiche delle due specie di Ceresiosaurus (Hugi, 2011) hanno portato all'ipotesi che queste due specie avessero sviluppato nicchie ecologiche lievemente differenti.

Ceresiosaurus era dotato di un corpo relativamente snello e di un collo lungo, che terminava in una testa bassa e fornita di denti aguzzi. In totale, un esemplare adulto raggiungeva la lunghezza di circa 3 metri. Il cranio, in proporzione al resto del corpo, era il più corto fra tutti i notosauri. Gli arti anteriori erano molto più robusti e sviluppati di quelli posteriori. In questo animale le dita delle zampe posteriori erano decisamente più lunghe di quelle della maggior parte degli altri notosauri: si osserva infatti il fenomeno della plurifalangia (aumento in ogni dito del numero delle falangi) per cui le zampe risultavano più lunghe e di fatto conformate come natatoie. Il cinto pelvico era massiccio e le lunghe coste delle prime vertebre caudali indicano che Ceresiosaurus possedeva potenti muscoli retrattori del femore.



Il genere Ceresiosaurus venne descritto nel 1931 da Bernhard Peyer, sulla base di un fossile proveniente dal versante svizzero del giacimento di Monte San Giorgio. Successivamente vennero ritrovati altri esemplari completi. Per decenni tutto il materiale fossile è rimasto inaccessibile allo studio, e solo nel 2004 la paleontologa Karin Hänni ha dedicato una monografia a questo genere, istituendo la nuova specie C. lanzi.

Ceresiosaurus è considerato un rappresentante della famiglia dei notosauridi, un gruppo di rettili acquatici tipici del Triassico. Nel 1998 Oliver Rieppel ha proposto una sinonimia con il genere Lariosaurus, sulla base di presunte affinità anatomiche. Il nuovo studio della Hänni nel 2004 ha però messo in luce le rilevanti differenze tra i due generi (in particolare per quanto riguarda le zampe posteriori), mantenendo così il genere Ceresiosaurus.

Ceresiosaurus calcagnii, la specie tipo, più antica e dotata di vertebre massicce, e C. lanzi, più recente e dotata di uno scheletro leggero senza costole ispessite, con una coda più corta meglio adattata alla vita in acque più aperte.
Il nome Ceresiosaurus si riferisce a Ceresio, il nome italiano del Lago di Lugano, che si trova ai piedi del Monte San Giorgio.



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IL SAUROLO

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Gli scisti del Monte San Giorgio sono ricchi di bitume, prodotto dalla decomposizione di materia organica e dotato di notevoli proprietà. Gli scisti di Besano, ricchi di resti di fauna fossile triassica, sono stati studiati dall'abate Stoppani che qui diresse alcune campagne di scavo tra il 1863 e il '78. La ricchezza di fossili non è la sola peculiarità degli scisti di quest'area: dalla lavorazione del bitume in essi contenuto, si può infatti ricavare un olio combustibile. Proprio per questo motivo, Besano, fra il 1774 e il 1790 fu luogo di ricerca di Giuseppe Valsecchi di Lecco, deciso a scoprire giacimenti di combustibili fossili che potessero alimentare le fornaci.
Altri scavi furono effettuati a Besano attorno al 1830, nell'ottica del progetto di estrazione di gas per l'illuminazione delle vie di Milano, attraverso il procedimento del francese Selligue. Nel 1842 esisteva già una miniera lunga 42 metri.
L'estrazione industriale dello scisto bituminoso fu però coronata da successo solo a partire dai primi del '900 con la produzione di saurolo, un unguento antisettico impiegato nella infiammazioni della pelle molto simile al già noto ittiolo, ottenuto invece dagli scisti bituminosi tirolesi. Durante le campagne d'Africa, il mercato bellico italiano era il maggiore cliente di questa produzione.
La roccia bituminosa estratta a Besano era trasportata nella fabbrica di Spinirolo (Meride), dove era distillato l'olio di scisto e raffinato il saurolo, con un metodo brevettato dalla Società Anonima Miniere Scisti Bituminosi di Meride e Besano. A Spinirolo erano distillate anche le rocce bituminose provenienti dalle cave svizzere del Monte San Giorgio. La storia del Saurolo ebbe però vita breve: la produzione diminuì durante la II guerra mondiale e la coltivazione in miniera fu sospesa nei primi anni '50.
Oggi le uniche testimonianze di questa antica attività sono rappresentate dalle cave alle pendici del Monte Orsa: al loro interno sono osservabili dolomie grigie, in genere con evidente struttura a lamine parallele, e rocce costituite da una fitta alternanza di lamine argilloso-bituminose nere e dolomitiche chiare, i depositi un tempo noti come "scisti bituminosi" o "ittiolitici".

Il marchio Saurolo (ammonium sulfosaurolicum) fu registrato presso lo stabilimento di Meride. Si tratta di un prodotto del tutto simile all'ittiolo, costituito da solfoittiolato di ammonio, ricercato a scopo medicamentoso e venduto sotto forma di pomata, saponetta e talco. Accanto al Saurolo veniva fabbricata anche la Saurolina, un prodotto meno puro, destinato all'uso veterinario. Il Saurolo era raccomandato come medicinale antisettico nella cura delle malattie della pelle (psoriasi, eczemi), ma era indicato anche come espettorante, per cure oftalmiche. Il farmaco conobbe una notevole diffusione e applicazione per la cura delle malattie della pelle contratte dai soldati italiani nelle campagne militari d'Africa. Poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, la fabbricazione del Saurolo cessò, poiché non fu più in grado di concorrere con i prodotti sintetici. La fabbrica dello Spinirolo venne quindi chiusa definitivamente.

L'ittiolo o ictammolo o ammonio solfoittiolato è utile per medicare piccole infezioni cutanee: foruncoli (brufoli), ascessi e ulcerazioni superficiali della cute e delle mucose. È un fluido viscoso di colore nero-bruno, di odore pungente e caratteristico. Ha un'azione debolmente antisettica, antiflogistica, anti irritante e batteriostatica. Il principio attivo è l'ammonio solfoittiolato. Viene venduto come unguento in tubo da 30g, in concentrazioni del 10% o 20%, come farmaco da banco, senza presentazione di ricetta medica.
La categoria terapeutica è risolvente e viene usato comunemente in dermatologia. La sua azione dermatologica venne scoperta dal fisico australiano Paul Gerson Unna.
In otologia, una mistura di glicerina ed ictammolo è stata usata per generazioni per il trattamento topico delle infezioni dell'orecchio. È efficace contro i germi gram-positivi. È ben tollerato e non si hanno indicazioni di effetti cancerogeni o mutageni.


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LA TINTORINA MERIDENSIS

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La Tintorina meridensis è stato il primo insetto fossile scoperto sul Monte San Giorgio dopo oltre 150 anni di ricerche paleontologiche nell'area.

L' attribuzione di "Tintorina" agli efemerotteri è basata principalmente sulle caratteristiche della nervatura delle ali, elemento molto importante nella classificazione degli insetti. Le ali di "Tintorina" inoltre dovevano essere parzialmente colorate perché nei tre esemplari conosciuti vi è sempre la medesima parte dell'ala che si presenta nera, come se fosse il residuo di una pigmentazione originale. Certamente, purtroppo, non possiamo dire di che colore fosse.

L'insetto efemerottero, battezzato Tintorina meridensis, appare in ottimo stato di conservazione, misura 15 mm ed è stato rinvenuto a Meride, presso il sito di Val Mara dai paleontologi dell'Università di Milano.




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IL TICINOSUCHS



Nel periodo Triassico, circa 240 milioni di anni fa, un immenso oceano circondava le terre emerse, ragguppate in un unico "supercontinente" denominato Pangea.
Il Nord America era unito alla Groenlandia, all'Europa, all'Asia, all'Africa: a quest'ultimo continente erano unite Australia, India, Sud America e Antartide. Le acque coprivano quelle zone da cui emersero in epoche successive la penisola italiana, le Alpi e buona parte della Svizzera. 
Dall'Europa alla Cina si estendeva un oceano, denominato Tetide, sulle cui rive si trovava l'attuale area padana di Besano, in provincia di Varese. 

Dal "mare di Besano" emergevano terre dove visse, circa 240 milioni di anni fa, il Ticinosuchus ferox: un rettile terrestre appartenente all'ordine dei Tecodonti, caratterizzati da denti situati in alveoli anziché saldati alle mascelle. Dai Tecodonti derivarono i più evoluti tra i Rettili ossia i Dinosauri, i Coccodrilli e gli Pterosauri che dominarono per oltre cento milioni di anni le terre, le acque e i cieli durante l'era Mesozoica, a ragione definita "l'era dei Rettili", che ebbe fine circa 60 milioni di anni fa, ossia all'inizio dell' "era dei Mammiferi".

Uno scheletro completo, ma in cattive condizioni, di Ticinosuco venne alla luce presso Besano oltre mezzo secolo fa. Simile ad un coccodrillo, è lungo circa due metri e mezzo, presenta quattro agili zampe, denti aguzzi da predatore e piastre ossee che proteggono la schiena. Le caratteristiche scheletriche del Ticinosuco risultano simili a quelle dei Dinosauri: molto simili le ossa del bacino, delle zampe posteriori e del cranio.

Il Ticinosuco viene considerato il quasi diretto progenitore dei Sauropodi: dinosauri erbivori e quadrupedi, caratterizzati da lunghissimi colli e lunghissime code, che vissero oltre 100 milioni di anni fa raggiungendo la lunghezza di quasi 30 metri ed il peso di decine di tonnellate. I più noti e i più caratteristici sono il Brontosauro e il Diplodoco.




Questo animale era di dimensioni medie e la lunghezza totale era di circa 2,5 metri. Simile a un coccodrillo alto sulle zampe, il ticinosuco era dotato di una grossa testa, di un corpo slanciato e muscoloso, di zampe snelle e di una coda allungata. Il cranio era massiccio e munito di un numero piuttosto basso di denti appuntiti; questi erano ricurvi e dal margine seghettato, ed erano infissi negli alveoli (cavità scavate nelle ossa mascellari). Il dorso era corazzato grazie a una doppia fila di placche ossee (osteodermi) dalla forma pentagonale e poste direttamente sopra la colonna vertebrale; la parte anteriore di ogni osteoderma si ancorava in una fessura presente nella parte inferiore dell'osteoderma che lo precedeva. La coda, invece, portava una singola serie di osteodermi sia superiormente che inferiormente. Gli arti snelli e allungati, erano armati di forti artigli.

Il primo esemplare di questo animale venne ritrovato nel 1933 in Svizzera (Monte San Giorgio), e venne descritto solo una trentina di anni dopo da Bernard Krebs che lo attribuì a un nuovo genere e a una nuova specie di rettili triassici, Ticinosuchus ferox (il cui nome significa "feroce coccodrillo del Ticino"). Nel 1978 venne scoperto un altro esemplare sul versante italiano del giacimento, nei pressi di Besano. Ticinosuchus, nonostante sia noto attraverso un esemplare quasi completo, è stato insolitamente poco studiato; secondo le più recenti analisi filogenetiche, questo animale è un rappresentante relativamente primitivo dei rauisuchi, un gruppo di arcosauri dalle abitudini carnivore e dalla particolare conformazione degli arti (Brusatte et al, 2010).

Il ticinosuco è uno dei rarissimi animali completamente terrestri rinveuti nei ricchi giacimenti fossiliferi di Monte San Giorgio e di Besano; doveva essere uno dei massimi predatori del suo ecosistema. La rapidità con la quale aggrediva le sue prede era data soprattutto dalla struttura degli arti, posti direttamente sotto il corpo.

Il forte collo di questo animale permetteva a Ticinosuchus di mantenere la presa sulla preda (e forse di scuoterla, come fanno i coccodrilli).


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Impronte fossili di un animale chiamato Chirotherium ("mano di bestia") furono rinvenute a partire dalla metà dell' '800 in Europa. Per moltissimi anni l'autore di queste orme, simili a mani, rimase un mistero, e vi fu chi propose l'esistenza di un ipotetico primate (Paleopithecus) per risolvere l'enigma. Fu solo con la scoperta e la descrizione di Ticinosuchus che il mistero venne risolto: le impronte, infatti, combaciano perfettamente con le estremità del ticinosuco.

Le tracce ritrovate sulle rocce dell’Altopiano della Gardetta, in Valle Maira nel comune di Canosio, appartengono a un rettile di 245 milioni di anni fa. Per la precisione si tratta di un tipo di impronte riferibili al gruppo Chiroterium, ossia “mano di animale” per la loro somiglianza alle dita umane, le quali vengono attribuite a rettili antenati dei dinosauri chiamati Archosauria.




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IL CYAMODUS HILDEGARDIS



C'era una volta tanto ....tanto tempo fa il Cyamodus. Era un rettile preistorico appartenente ai placodonti. Visse nel Triassico medio (Anisico/Ladinico, circa 240 milioni di anni fa). I suoi resti sono stati ritrovati in Germania, Svizzera e Italia.

L'aspetto di questo animale doveva ricordare quello di una tartaruga con la coda lunga. Gli esemplari adulti potevano raggiungere una lunghezza di circa 1,30 metri. Il corpo era ricoperto da uno scudo piatto simile alla corazza delle tartarughe, costituito da piastre esagonali e piuttosto largo. Sulla parte anteriore della coda era presente un altro scudo, più piccolo, ed entrambe le strutture erano bordate da piccole piastre (osteodermi) che davano all'animale un aspetto frastagliato. Il cranio era largo e a forma di cuore, ed erano presenti solo quattro grandi denti emisferici sulla volta del palato, mentre i denti anteriori erano piccoli e bulbosi.




I primi resti di questo animale furono ritrovati in Germania e descritti da Hermann von Meyer nel 1863. Il cyamodus era un tipico rappresentante dei placodonti, un gruppo di rettili marini che svilupparono via via un aspetto sempre più simile a quello delle tartarughe. In particolare, Cyamodus dà il nome alla superfamiglia Cyamodontoidea, che raggruppa le forme più evolute. Ad oggi, di Cyamodus si conoscono cinque specie: C. rostratus, C. muensteri, C. tarnowitzensis, C. hildegardis e C. kuhnschnyderi.

Il cyamodus era un animale acquatico, che viveva lungo le coste in acque poco profonde. Con i denti anteriori strappava dal fondale animali come molluschi e brachiopodi. Alcuni paleontologi suppongono che Cyamodus, a causa degli arti robusti e del corpo molto piatto, vivesse in acque più mosse e in ambienti più rocciosi rispetto ad altri placodonti (Mazin e Pinna, 1993).

Il nome Cyamodus deriva dalle parole greche kyamos (fava) e odous (dente): gli spaccapietre della Baviera dove furono ritrovati i primi fossili nell' '800, infatti, chiamavano "fave" i denti isolati di questi animali.







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mercoledì 24 giugno 2015

IL BUCO DELLA VOLPE

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Il Buco della Volpe è un'ampia caverna che si trova a 585 m d'altezza con laghetti e collegamenti d'acqua sotterranei.

Si tratta di una cavità risorgente ad andamento suborizzontale piuttosto complesso. Superata la galleria di ingresso (Antica), si giunge ad un primo importante bivio. A sinistra si imbocca la galleria Sud-Ovest che dopo un lungo tratto allagato conduce (ancora a sinistra) alla galleria Ovest e al "ramo dei pozzi". Se al bivio invece pieghiamo a destra si raggiunge in breve il "Grande Plastico", la sala della "Colata Bianca" e il "Duomo Gianchero", da dove iniziano anche una serie di condotte in risalita ("Vie Aeree"). Alla sala della "Colata Bianca" girando a sinistra ci immettiamo nella "Galleria Moro" che, chiudendo un ampio anello, riconduce alla "Galleria Ovest". Procedendo dritti invece si raggiunge il "Sifone Arge". Oltre questo sifone (chiuso piuttosto sovente) si raggiunge poco dopo un settore di condotte piuttosto complesse delimitate ai quattro apici da quattro sifoni (sifone "dei Ghiri", sifoni"dei Nani", sifone "Scarafaggio", sifone"Renzo"). 



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