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venerdì 22 aprile 2016

CAMMINANDO CON GLI AURICOLARI

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Uno studio americano denunciava i troppi stimoli per il cervello causato dai gadget elettronici. Carl Kruger, un senatore di Brooklyn, ha proposto di vietare telefonini e iPod per tutti i pedoni di New York: "Tutti i dispositivi elettronici - spiega - che possono essere muniti di un auricolare, isolando il portatore dai pericoli del traffico, sono aggeggi pericolosi e il divieto del loro uso va esteso ad altre grandi città dello Stato".

D'altra parte in California c'è già una legge che vieta qualsiasi dispositivo elettronico che abbia un monitor visibile dal conducente e che dia informazioni diverse da quelle inerenti la guida. iPod in testa.

E' ormai cosa nota che distrarsi mentre si guida può essere fatale. Ma secondo i ricercatori dell'Università del Maryland negli Stati Uniti, distrarsi anche mentre si cammina per strada è pericoloso.

Con la diffusione dei riproduttori digitali di musica, dagli iPod agli smartphone, i pedoni spesso vanno in giro con cuffie create proprio per eliminare i suoni della strada, dai treni agli autobus alle macchine.

Negli ultimi sei anni sono triplicati i casi in cui pedoni muniti di cuffie sono rimasti gravemente feriti, secondo questa ricerca. In molti casi, le auto o i treni coinvolti in questi sinistri hanno preventivamente utilizzato clacson e sirene per cercare di avvertire il pedone, che però non li ha sentiti a causa dell'utilizzo delle cuffie. In tre casi su quattro, l'incidente è risultato nella morte del pedone.

I ricercatori hanno analizzato 116 incidenti dal 2004 al 2011 in cui i pedoni coinvolti facevano uso di cuffie al momento dell'impatto. Circa il 70% di questi 116 pedoni è morto.

Più di due terzi delle vittime è di sesso maschile sotto i 30 anni di età. Più della metà dei casi ha visto coinvolto un treno, e in un terzo dei casi i conducenti dei veicoli coinvolti hanno utilizzato inutilmente il clacson. L'aumento di casi simili negli ultimi sei anni appare proporzionale alla crescente popolarità delle nuove tecnologie di riproduzione musicale con cuffie.
Per gli studiosi, gli effetti negativi dell'utilizzo delle cuffie sono essenzialmente due. Per prima cosa, l'impossibilità di ascoltare i suoni dell'ambiente circostante, cosa indispensabile per evitare incidenti. Ancor più preoccupante il secondo effetto, ovvero la distrazione di chi ascolta musica tramite le cuffie. In altre parole, il cervello è raggiunto da stimoli multipli che lo costringono a razionare le proprie energie.

Ascoltare la musica mentre si va in bicicletta è pericoloso: gli esperti di acustica hanno calcolato che il tempo per reagire è spesso troppo breve quando la musica copre i suoni della strada.

Per molti è ormai impensabile vivere senza l'iPod o il lettore MP3. Facendo jogging, in autobus, durante la spesa oppure in bicicletta la musica è sempre presente. Secondo alcune ricerche un giovane su cinque ascolta musica con le cuffie o gli auricolari mentre cammina o va in bicicletta. Ma quando la musica copre i rumori dell'ambiente circostante, il pericolo è mortale.



Gli esperti di acustica hanno calcolato che un ciclista senza cuffie o auricolari percepisce un veicolo che si avvicina ad una velocità di 50 km/h quando questo si trova a 16 metri di distanza da lui. Il tempo di cui dispone per reagire è di due secondi. Ma se lo stesso ciclista ha le cuffie in testa e sta ascoltando musica ad un volume di 80 decibel (ossia nella norma), si accorge del veicolo solo quando questo è a tre metri di distanza e di conseguenza non gli restano che 0,3 secondi per reagire. Troppo pochi, spesso, per sviare il pericolo. «Questi risultati dimostrano che, anche ad un volume ragionevole, ascoltare musica con le cuffie per strada può avere conseguenze letali», affermano gli esperti.

Chi conduce un veicolo deve concentrarsi sulla strada e sulla circolazione. A stabilirlo è l'articolo 31 capoverso 1 della legge federale sulla circolazione stradale. Inoltre, il conducente deve astenersi dal compiere azioni che potrebbero compromettere il controllo del veicolo ed evitare che apparecchi audio o mezzi di comunicazione e informazione distolgano la sua attenzione dalla guida. Perciò, se un ciclista con la musica nelle orecchie viene coinvolto in un incidente, una parte di responsabilità è a suo carico. Ai fini della prevenzione, è vivamente sconsigliato ascoltare musica mentre si va in bicicletta. In questo modo non si rischia di incorrere in conseguenze legali, si evitano sofferenze alle persone e non si provocano costi inutili, a tutto vantaggio degli assicurati  che pagano premi più bassi.

Una lunga o ripetuta esposizione a suoni che superano gli 85 decibel può causare la perdita dell’udito.  E’ quanto rivela una serie di ricerche condotte dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). L’obiettivo è sensibilizzare i giovani sul pericolo che si annida in auricolari, concerti e discoteche.

Oltre un miliardo i giovani tra 15 e 32 anni che ascoltano musica a tutto volume, “sparata” nelle orecchie con le cuffiette, in discoteca, a concerti o che assistono ad altri eventi molto rumorosi, come le grandi manifestazioni sportive. In questi casi i danni all’udito possono essere anche permanenti e pertanto l’Oms invita gli “auricolari-dipendenti” ad adottare una serie di misure preventive, tra cui limitare il tempo di ascolto a non più di un’ora al giorno e abbassare il volume della musica. Il volume eccessivo, infatti, può avere un effetto dannoso sulle cellule nervose sensibili dell’orecchio interno, “costrette” a vibrare con intensità eccessiva fino a rompersi e a morire.

Secondo gli esperti non è un caso che oggi un adolescente su cinque lamenti un disturbo uditivo. E i numeri risultano in aumento del 30% negli ultimi 15 anni. La diminuzione della capacità uditiva o ipoacusia colpisce circa 590 milioni di persone nel mondo, 7 milioni solo in Italia. Non solo: circa il 40% dei giovani tra 12 e 35 anni è esposto a livelli sonori potenzialmente dannosi in luoghi di divertimento come le discoteche. Si considera pericolosa l’esposizione per otto ore consecutive a rumori superiori a 85 decibel e l’esposizione per appena 15 minuti a 100dB. Il modo migliore per proteggere le orecchie è quello di mantenere il volume a un livello ragionevole. E il modo migliore per essere sicuri di farlo è quello di spendere i soldi su un buon paio di cuffie o auricolari. Meno rumore esterno riesce a entrare più si riuscirà a basso volume ad ascoltare ciò che realmente si desidera ascoltare.


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lunedì 11 aprile 2016

LA SANTERIA

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Conosciuta anche come "Regla de Ocha", la Santeria è la più importante religione di origine africana trasportata a Cuba dagli schiavi di quel continente, mescolatisi in seguito nell'isola (il sincretismo) e praticata fino ai giorni nostri da un gran numero di fedeli al punto di essersi convertita in una rilevante componente culturale dell'identità nazionale cubana. Questo culto è originale dell'Africa equatoriale, più precisamente della regione compresa tra l'antico regno del Dahomey. Togo, Benin e il sud-ovest della Nigeria, dove vissero numerose tribù che avevano come idioma comune il "yoruba". Oltre alla lingua, queste tribù dividevano tra loro molti tratti culturali e molte credenze religiose, specialmente quella per gli "orisha" che erano riconosciuti da tutte le tribù della regione.

Con l'intensa tratta degli schiavi, che si svolse dal secolo XVI al secolo XIX per il lavoro nelle centrali di produzione dello zucchero, arrivano a Cuba questi negri yoruba d'Africa che riuscirono a conservare vive le proprie credenze religiose grazie alla resistenza opposta nei confronti dei loro padroni e all'abile identificazione degli "orisha" con i santi della religione cattolica a partire da alcune caratteristiche comuni (si fonde così, ad esempio, l'immagine di Santa Barbara con l'orisha Changò, signore del fuoco e del fulmine, dio della guerra; o quella di San Lazzaro con Babalù Ayè, anch'egli divinità dei lebbrosi e delle malattie della pelle).

Con l'abolizione ufficiale della schiavitù (1880) molti schiavi yoruba, emigrati in zone urbane de l'Avana e di Matanzas (province dove si produceva molto zucchero) cominciarono a praticare con maggiore libertà i propri vecchi riti africani già mescolatisi con la religione cattolica. In quel periodo, nei quartieri di Regla e nei pressi de l'Avana, si fondano le prime case dedicate a questo tipo di culto. Due avvenimenti furono decisivi per una definitiva cubanizzazione della Santeria: l'unificazione di diversi culti yoruba in una unica liturgia (la denominata Regla de Ocha) raggiunta dal "balalawo" (il sacerdote dell'orisha Orula, colui che indovina il futuro) Lorenzo Samà e dalla sua sposa Latuan sul finire del secolo XIX, la definizione  della "Regla de Ifà" (sistema di predizione usato dagli yoruba) che si deve al babalawo Eulogio Gutierrez (dopo l'abolizione della schiavitù riesce a tornare in Nigeria, dove però riceve l'ordine divino di far ritorno a Cuba per stabilire la Regla de Ifà: l'ordine sacro dei babalawo, gli unici capaci a predire il destino di donne e uomini mediante la Tavola di Orula).

"Santeria" è un termine dispregiativo inventato dai bianchi colonialisti cattolici spagnoli. Invece i santeri praticanti cubani preferiscono utilizzare altri termini ufficiali come Lukumì o ancor meglio Regla de Ocha.

La Santeria cubana, forma religiosa politeista, ha ricevuto un nuovo impulso alla fine dell'Ottocento con il ritorno in Africa di alcuni schiavi liberati. Nel XX secolo un nuovo impulso è dato dalla rivoluzione cubana del '59. Due le conseguenze di rilievo: l'esportazione del culto nell'America Settentrionale e in secondo luogo il nulla osta del regime castrista alla pratica di questa religione per motivi ideologici anche in funzione anti-cattolica e di valorizzazione della cultura popolare e delle classi più povere, che per forza di cose erano d'origine afroamericana. Infine il crollo del Muro e la conseguente apertura al turismo, soprattutto europeo, ha portato alla diffusione del culto anche nel Vecchio Continente, sia tramite l'emigrazione cubana, sia attraverso i visitatori europei rimasti affascinati dalle pratiche e dai culti della Santeria.

L'influenza della Santeria sulle espressioni culturali tipicamente cubane è marcata, soprattutto nell'ambito della danza e della musica. I generi musicali afrocubani (prima di tutto nella Rumba che è la danza più strettamente legata alle radici africane, ma anche Mambo alla Salsa, forse meno il Son) risentono fortemente delle figure ritmiche e sincopate utilizzate nei raduni rituali ad esempio a base di tamburi in onore del dio, o santo, Changò. Brano simbolo che racchiude tutta la magia della santeria è ¿Y QUE TU QUIERES QUE TE DEN? del maestro Adalberto Alvarez inframezzato da canti in lingua yoruba, stessa lingua con cui ancora si officiano i riti. La danza altrettanto si ispira ai riti d'origine Yoruba. Ogni santo ha un suo caratteristico movimento che lo distingue dagli altri. Il regime cubano considera queste espressioni artistiche un patrimonio culturale della nazione e le ha quindi elevate a livello accademico, rivalutandone l'importanza anche per una questione politica. La santeria infatti rappresenta un valido strumento di contrapposizione al cattolicesimo. Grazie a ciò sono diventati famosi nel mondo gruppi di canto e danza folklorici, quali il "Conjunto Folklorico Nacional", "Los Muñequitos de Matanzas", "Yoruba Andabo" ed il compositore Lazaro Ros.

Gli adepti della Santeria a Cuba, pur ammettendo le similitudini e le comuni origini con Candomblé e Macumba brasiliani e il Vudù haitiano, sostengono di non praticare la magia nera, ma solo quella bianca. In pratica esclusivamente divinazione, e riti per favorire successi in amore, in ambito economico e di salvaguardia della salute o nella cura di malattie. Litanie e formule liturgiche sono presumibilmente in lingua Yoruba (della famiglia di lingue nigero-congolesi) che in realtà pochi capiscono (ma recitano a memoria) e le pratiche private sono improntate sul culto dei morti e degli antenati ai quali si riserva un angolo della casa e si offrono cibo e bevande, specifiche per ogni santo. Presente anche il concetto induista-buddista della reincarnazione, in particolare per chi non pratica i rituali. Ci sono poi i rituali collettivi accompagnati dai tamburi con fenomeni di possessione, trance ecc.

Le principali divinità della Santeria cubana sono comunque simili se non identiche a quelle delle altre religioni afro-americane. Si tratta di una sorta di pantheon dove però, oltre alle varie divinità, si trovano dei concetti astratti a dimostrazione di un discreto livello di sviluppo religioso, filosofico e metafisico. Ad esempio la trilogia Olofi-Olordumare-Olorun che semplificando sono il Dio della Terra-il Creatore-il Dio del Cielo (una sorta di Santissima Trinità). Sono fonte dell'Aché, il dono, la grazia, l'energia spirituale. Per alcuni non si tratta di una trilogia, ma di un Dio unico, quindi la santeria sarebbe una religione monoteista, e i rimanenti Orishas dei semidei (esseri umani che in vita hanno fatto grandi cose ed una volta morti sono stati eletti al rango di divinità) che impersonificano la natura con funzione di messaggeri della divinità primordiale. Questi ultimi (circa 400 nella religione originale Yoruba, una quarantina nella Santeria, di cui solo una quindicina quelli conosciuti dalla maggioranza dei fedeli) ricordano per contro parecchio la mitologia greca con le varie divinità antropomorfe in guerra, che si rubano le compagne, si vendicano, stuprano, si alleano e si proteggono vicendevolmente. I racconti mitologici di queste divinità, non di rado in contraddizione tra di loro, sono chiamati Patakìn e sono di notevole interesse antropologico.



Alcuni dei principali Orishas (santi) della Santeria cubana semplificando sono:

Elegguà: Dio protettore di viaggiatori, è colui che apre e chiude le strade e gli incroci, che quando balla assomiglia ad un bambino dispettoso, messaggero, detiene le chiavi del destino. Nei rituali ha il privilegio di essere sempre il primo (abre el camino). È protettore di viaggiatori, strade ed incroci. Cattolicizzato con Sant'Antonio di Padova, i suoi colori sono il rosso e il nero. Lo strumento che lo identifica è il garabato (un bastone di legno a uncino) che usa per aprire e chiudere il cammino degli uomini.

Obatalà: Primo tra gli Orishas. Il creatore della terra. Divinità pura per eccellenza, ama la pace ed è misericordioso. È il dio della testa, del pensiero e dei sogni. Cattolicizzato come la Vergine "de la Mercedes", il suo colore è il bianco. Viene spesso identificato come un anziano che stenta a camminare ma può anche essere rappresentato come un giovane guerriero.

Yemayà: Madre della vita e degli altri dei. Moglie o, secondo le versioni, figlia di Obatalà. Dea dell'acqua salata e quindi del mare come fonte primordiale di vita. Protettrice delle partorienti, di pescatori e marinai. Corrisponde alla Vergine Maria (Nuestra Señora de la Regla, patrona della Baia di L'Avana). I suoi colori sono il bianco e l'azzurro.

Changò o Shangò: Dio della virilità, della mascolinità, del fuoco, di fulmini e tuoni, della guerra, della danza e della musica in particolare dei tamburi. Quarto re Yoruba del regno Oyo. Innumerevoli le sue avventure amorose e i litigi con i rivali. Le sue presunte mogli o amanti sono almeno tre: Ochun, Oyà (dea guerriera del vento e guardiana del cimitero, moglie di Oggùn che per questo è rivale e nemico di Changò), e Obba (unica moglie ed eterna innamorata di Changò che per lui si tagliò un orecchio), ma è certo che è stato con tutte le donne del pantheon Yoruba. Figlio di Agallu e Baba. Il santo cattolico è come per Obatalà stranamente femminile ed è Santa Barbara. I suoi colori sono il bianco e il rosso. Indossa una corono che lo identifica.Porta uno scudo, una spada e una scure.

Ochùn o Oshùn: Il corrispettivo femminile di Changò (di cui è amante). Dea dell'amore, della bellezza, della femminilità e dei fiumi. Un po' "coquette" protetta da Elegguà e Yemayà. Cattolicizzata come la Vergine "de la Caridad del Cobre" (patrona di Cuba). Colore il giallo, l'oro.

Orula: la divinazione personificata, principale benefattore del genere umano perché gli svela il futuro e lo consiglia. Pure figlio di Yemayà, ma da un rapporto incestuoso con il figlio. A secondo delle diverse versioni può essere identificato nel cattolicesimo come San Francesco D'assisi o come Gesù Cristo. I suoi colori sono il giallo e il verde.

Babalú Ayé: Dio guaritore di numerose malattie veneree, della pelle, della lebbra, del colera, delle infermità in genere ecc. Per questo è dunque associato a San Lazzaro. Il suo colore è porpora vescovile. Questo in Africa era il santo principale e più venerato, all'Avana esiste un santuario in suo onore (Rincon), dove si recano ogni anno il 17 dicembre migliaia di infermi.

Oggùn: Un montanaro solitario e irascibile, dio del ferro (San Pietro), salvato dall'ira di Obatalà da Elegguà e protetto dal fratello maggiore Changò. I colori sono giallo e verde. Orisha fabbro, forgiatore di metalli e mentore di tutti coloro che con i metalli hanno a che fare, soldati e armigeri compresi. Per estensione di culto viene anche associato alla guerra e alla violenza, in associazione-antitesi a Changò, del quale è anche rivale in amore per essere stato, secondo un'antica Patakì (leggenda), sedotto e poi abbandonato dall'avvenente Oshùn, la quale usò le sue grazie al solo scopo di riportarlo verso gli uomini, dai quali si era distaccato per disgusto. Oggùn è un Orisha temuto per il suo carattere poco socievole e per la potenza delle sue armi, anche se non viene annoverato tra le entità malefiche.Vive nelle foreste usando un machete per uccidere gli animali e per spianarsi la strada Egli è solo l'archetipo delle manifestazioni violente insite nella natura umana. Il sincretismo con la Religione Cattolica lo associa a San Pietro, forse a causa di alcune manifestazioni di irruenza da parte del Padre della Chiesa.

Queste alcune delle divinità maggiori della Santeria. Ce ne sono poi un'infinità di minori. Naturalmente non ci sono delle regole univoche su nomi, attributi e leggende (patakkìn di tradizione orale catalogate solo nel XX secolo). I rituali variano a seconda delle scuole liturgiche (reglas). Spesso le divinità si confondono e il discorso sul fenomeno del sincretismo con la religione cattolica merita un capitolo a sé. È un tentativo del Cattolicesimo di integrare la Santeria, o un'astuzia degli schiavi che venerando i santi cattolici evitavano angherie e persecuzioni? È questo un dibattito trattato da antropologi e storici come Sixto Gaetan Agüero e Kali Argyriadis.

Il sistema di divinazione Diloggún utilizza la conchiglia, che anticamente in Africa veniva usata come moneta. Il santero lancia 16 conchiglie, in alcuni casi "leggendone" solo 12. L'interpretazione e il responso viene fatta in base al numero di conchiglie cadute con la parte concava in alto e mediante una successione di lanci.
Il sistema divinatorio Biague necessita del cocco, che viene usato come offerta rituale donata agli Orisha e in onore degli antenati. Si lanciano in aria quattro parti di cocco e il responso viene determinato a seconda della posizione, lato cavo o lato convesso, che assumono sul pavimento.
Il sistema divinatorio Ékuele che utilizza uno strumento particolare, una catena formata da otto parti. La catena viene lanciata in aria e a seconda di come sono posizionati i pezzi si può interpretare il responso della divinazione, che è arricchito da una serie di proverbi e racconti, inerenti al problema affrontato.
Il sistema divinatorio Tablero de Ifá richiede lo spargimento di una polvere bianca magica ricavata da una zanna di elefante su un tavolo particolare i cui quattro lati sono abbinati ad altrettante divinità. Il babalawo, il sacerdote incaricato della divinazione, in funzione di quanti semi di kola (ikines) rimangono nella sua mano sinistra (1 o 2 su 16) traccia dei segni sul tablero, ottenendo la stessa combinazione dell'ekuelé.

Il sistema per predire il futuro usato dalla Santeria, conosciuto appunto come Regla de Ifà, funziona attraverso la "Tavola de Ifà" o di Orula (identificato con San Francesco d'Assisi) che è manipolata dal babalawo, categoria sacerdotale che può essere ricoperta solo dagli uomini e solo quando un altro babalawo -dopo aver consultato la tavola- scopre che può essere figlio di Orula.

I denominati "santeros" -uomini e donne- praticano la predizione del futuro quando il santo che hanno ricevuto in affidamento li autorizza per questa attività attraverso un sistema denominato Caracoles.

La Santeria, come religione primitiva, ha un carattere pragmatico e attraverso di essa i suoi affiliati cercano di risolvere i problemi spirituali e materiali. Sono molto frequenti le feste dedicate agli orisha con musica e balli, grande quantità di cibo e bevande. Le feste più importanti sono di solito quelle del 4 dicembre, giorno dell'orisha Changò.

Per capire a fondo la cultura cubana non è possibile prescindere dalla santeria e dai suoi rituali. E’ forse uno dei misteri più affascinanti che unisce la variegata popolazione del caribe, composta da un crogiolo di razze e culture amalgamate da tempo in un popolo capace di sentire con forza la propria unità nazionale. A Cuba è una bestemmia solo parlare di razzismo: creoli, bianchi, mulatti e negri convivono da sempre senza problemi e la santeria ha la sua parte di merito. E’ vero che l’intensità con la quale si pratica questa religione non è uniforme, infatti a Oriente (Santiago e Baracoa) la sua influenza è maggiore che a Occidente, così come nelle campagne la religiosità è più diffusa rispetto ai grandi centri urbani. Basta aggirarsi un po’ per i quartieri de L’Avana per rendersi conto che a Guanabacoa si praticano riti santeri in misura superiore rispetto ai quartieri centrali del Vedado e Miramar e che là dove la popolazione nera è in maggioranza la santeria ha una percentuale di pratica e diffusione notevole. E questo è abbastanza ovvio se solo si pensa alle origini di queste credenze.

La santeria è una religione piena di vita, così come piena di vita è la gente di Cuba, accompagna l’esistenza quotidiana senza obbligare i praticanti a rituali pesanti, inaccettabili per la mentalità locale.
La santeria ben si attaglia alla mentalità del posto, perché è una religione fatta di riti che danno un posto importante a tabacco e rum. E poi talvolta anche una sbronza memorabile o una frenetica danza in compagnia di una bella ragazze può far parte del rituale evocativo. A Cuba possiamo assistere a spettacoli di danze affascinanti ispirate alla vita degli orisha, così come si ascoltano canzoni di autori come Willy Cirino e Tito Puente che si soffermano su queste divinità sorridenti e gioiose. Comodamente seduti a sorseggiare un cuba libre o un mojito ci lasceremo prendere da musiche tribali di origine africana che scandiscono a colpi di tamburo e maracas i rituali santeri.

E proprio per questo diciamo che la santeria è parte integrante della cultura cubana, così come lo sono il ballo e la musica. E non vi azzardate a dubitare con un cubano in merito ai poteri di Elegguà o Yemaya. Correreste il rischio di essere trascinati a una messa spirituale, dove il santero di turno vi caccerà via tutti gli spiriti maligni che infestano la vostra anima a colpi di rami di palma e spruzzi di  rum e tabacco.


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giovedì 17 marzo 2016

LA CULTURA CELTICA



I Celti crearono una propria letteratura eroica, della quale tuttavia scarsissime sono le testimonianze. Tale tradizione letteraria, infatti, era trasmessa solo oralmente, per opera dei bardi e dei druidi, secondo quanto testimoniato da Cesare per i Galli. L'uso della scrittura - in alfabeto greco, latino o iberico - era riservato alle funzioni pratiche, poiché presso i Celti era ritenuta illecita la trascrizione della sapienza (poetica e religiosa); volendone preservare la segretezza, i sapienti la tramandavano esclusivamente per via orale, dedicando a questo compito molti anni di studio e l'impiego di mnemotecniche. In età più tarda, tuttavia, parte del corpus poetico celtico fu comunque messo per iscritto: le testimonianze più antiche, in irlandese, risalgono al VI-VII secolo.

Le strutture metriche e alcuni stilemi dell'epica celtica presentano, secondo alcuni studiosi, analogie con i Veda sanscriti e con la lirica greca. In tal caso, le coincidenze costituirebbero una comune eredità da un'antica poesia orale indoeuropea. Un espediente stilistico di questo genere è costituito, per esempio, dalla formula che coniuga l'affermazione di un concetto con la negazione del suo contrario: l'espressione celtica «che mi giunga la vita, che non mi giunga la morte» ha esatte corrispondenze in numerose tradizioni poetiche indoeuropee (sanscrito, avestico, persiano antico, greco e germanico). Di diretta ascendenza indoeuropea sarebbero poi altri espedienti stilistici, come la "composizione anulare", e la stessa figura del poeta orale professionista: figure analoghe al bardo celtico, infatti, si rintracciano sia nella tradizione indiana, sia in quella greca.

L'apogeo dell'arte celtica, collocabile tra il IV e il III secolo a.C., corrisponde a un livello molto elevato raggiunto dagli artigiani di questo popolo nel creare con il fuoco oggetti di grande valore, con esempi di vero virtuosismo. La lavorazione ornamentale del ferro delle spade, con l'incisione diretta, la cesellatura, la fucinatura a stampo ed altri procedimenti, hanno rivelato, soprattutto dopo i recenti progressi moderni nelle tecniche di restauro archeologico, che non si trattava di opere isolate di singoli artisti di quel periodo, ma costituivano uno standard abituale sia in termini di qualità artistica sia tecnica esecutiva.

L'insediamento abitativo tipico dei Celti è quello comunemente indicato dagli archeologi come "fortezza di collina": si tratta di città, in genere di modeste dimensioni, costruite sulla sommità di un'altura che ne rende facile la difesa. Tale schema, tipicamente indoeuropeo, è riscontrabile in quasi tutte le aree occupate storicamente da popolazioni di tale filiazione. Due erano i nomi utilizzati dai Celti per indicare le loro cittadelle. Nella Penisola iberica i Celtiberi (ma anche altri popoli, non indoeuropei, da essi influenzati) le chiamavano briga.

La tecnica costruttiva impiegata dai Celti nelle fortificazione delle loro cittadelle era quella definita dai Romani murus gallicus. Cesare, nel De bello Gallico, lo descrive come una struttura composta da un'intelaiatura lignea e riempimenti di sassi.

Rari sono i manufatti celtici di età antica sopravvissuti fino ai nostri giorni. Più frequenti, invece, le opere scultoree realizzate dai popoli celtici delle Isole britanniche in età medievale, come le Croci celtiche.

L'oreficeria è la branca artistica degli antichi Celti della quale sono sopravvissute le maggiori testimonianze. Tipici dell'artigianato celtico, gallico in particolare, sono i torque, collane o bracciali propiziatori realizzati in oro, argento o bronzo. Altri manufatti artistici celtici conservati sono gioielli, coppe e paioli.

Gli oggetti metallici, al termine della lavorazione, venivano abbelliti mediante applicazioni di materiale colorato. Su numerosi manufatti si hanno infatti, a partire dal IV secolo a.C., testimonianze di fusioni di smalti, ottenuti con una particolare pasta di vetro. Questo smalto di colore rosso era inizialmente fissato tramite una fine reticella di ferro, unitamente al corallo mediterraneo, direttamente sugli oggetti, quasi rappresentassero una forma magica di sangue, "pietrificato del mare" e uscito dal fuoco. A partire dal III secolo a.C., con l'evoluzione della tecnica di fusione, furono sviluppati nuovi oggetti, quali braccialetti di vetro policromo, e sviluppate nuove tecniche come l'applicazione diretta e fusione dello smalto su spade e parure, senza l'utilizzo di strutture di supporto. Nuovi colori, come il giallo e il blu, furono introdotti a partire dal II-I secolo a.C. anche se il rosso rimase il colore predominante.

I Celti avevano notevole gusto per i colori accesi anche sui tessuti che usavano per confezionare i loro abiti, come ancora oggi testimoniano i moderni tartan scozzesi. Diodoro Siculo racconta che «i Celti indossavano abiti sorprendenti, tuniche tinte in cui fioriscono tutti i colori, e pantaloni che chiamano "brache". Sopra portano dei corti mantelli a righe multicolori, stretti da fibule, di stoffa pelosa d'inverno e liscia d'estate».

Benché i Celti avessero sviluppato una propria produzione musicale, coltivata soprattutto dai bardi, nessuna testimonianza concreta è sopravvissuta fino ai nostri giorni. La cosiddetta musica celtica è uno stile musicale moderno, sviluppato a partire dalla musica folclorica nei Paesi che ospitano le lingue celtiche contemporanee.

Assimilati principalmente da popoli di lingua latina o germanica, i Celti si dissolsero come popolo autonomo nei primi secoli dopo Cristo. La loro eredità - linguistica e culturale - entrò in piccola parte nelle nuove sintesi che si crearono nei territori da loro un tempo occupati. Un influsso più ampio si registrò soltanto nelle Isole britanniche, dove insieme alla lingua furono conservate anche alcune tradizioni popolari. Tuttavia, a partire dal Medioevo non è più possibile parlare di "Celti", quanto piuttosto di popoli, lingue e tradizioni moderne eredi di quelle celtiche, siano esse irlandesi, gallesi, bretoni o scozzesi. Oggi il termine "celtico" è comunque anche impiegato per descrivere lingue e culture di matrice celtica presenti in Irlanda, Scozia, Galles, Cornovaglia, Isola di Man e Bretagna.

Esiste anche una forma di ripresa dell'eredità (vera o presunta) dei Celti, che a volte assume anche connotazioni religiose (celtismo o druidismo), nazionalistiche o semplicemente culturali (specie in campo musicale: la cosiddetta musica celtica); tuttavia, il nesso storico con i Celti dell'antichità è spesso flebile, quando non del tutto pretestuoso.

Per secoli, i simboli celtici hanno mantenuto la loro incredibile potenza derivata dalla cultura celtica, tornata in auge negli ultimi due decenni dopo vari impegni messi in atto da gruppi di studio storico sostenuti ed aiutati anche dalla messa in visione di film dedicati e serie televisive.

I Celti credevano che ciascun elemento del Mondo naturale fosse animato da uno spirito, ma con l'arrivo del cristianesimo molte divinità pagane si fusero spontaneamente con le figure della nuova religione, un po' come è successo anche in altre civiltà che provarono il “veleno cattolico” più che cristiano.
Presso i Celti molti rituali e gran parte del simbolismo religioso avevano come teatro dei siti naturali, offerte votive sono state ritrovate nei laghi, nei fiumi, nelle paludi e in prossimità delle fonti.
Le regioni collinari ospitavano spesso culti dediti alla venerazione degli dei delle montagne: simili luoghi che includevano anche boschetti sacri e radure potevano essere contrassegnati dalla presenza di un sacrario o dai più caratteristici megaliti fallici.
Impiegati per delimitare le zone sacre in tutto il mondo celtico, questi erano probabilmente, in origine, identificati con l'albero della vita.

Il cavallo è legato alla Dea nelle sue molteplici manifestazioni sia nel suo aspetto luminoso, sia in quello tenebroso e sotterraneo. Il cavallo è una guida dell'uomo nei mondi spirituali luminosi degli dèi, ma anche fra le oscure regioni accessibili dal sogno. E' perciò una guida, un mezzo di trasporto fra i mondi, viaggiatore fra il regno terrestre e quello spirituale. Spesso viene associato al fuoco o all'acqua (le due porte sui mondi dell'Aldilà), alla vita e alla morte, incarnando in sè lo spirito del grano e i poteri della fecondità della terra e della sessualità, della vegetazione e del suo rinnovamento periodico, della vita attraverso la morte, dei cicli vitali legati alla luna e alle acque, dei poteri del sogno della divinazione, ma anche i caratteri luminosi dell'eroismo e la nobiltà.

I cigni sono in stretta relazione con gli dèi luminosi d'Irlanda, i Tuatha Dé Danann, e sono il simbolo di saggezza, amore sincero, fedeltà per la/il propria/o compagna/o, innocenza, purezza, forza e coraggio. Il cigno dona la capacità di interpretare i sogni e rappresenta l'evoluzione spirituale. E' legato all'acqua (dove nuota), all'aria (dove vola) ed alla terra (dove si posa), ma rappresenta soprattutto il fuoco del sole da cui trae il suo potere per padroneggiare gli altri tre elementi. Rappresenta la comunicazione fra gli elementi, fra i diversi mondi e come animale sacro alla Dea è considerato un simbolo del sole e un messaggero degli dèi, benefico e sacro possessore di poteri magici legati alla musica e al canto, uniti ai poteri terapeutici del sole e dell'acqua: il cigno rappresenta anche la luce interiore dello spirito umano, la scintilla divina nell'uomo. Il suo volo è paragonato al ritorno dello spirito verso la propria sorgente e rappresenta la parte dell'uomo che tende al bene, al meglio di sé, alla perfezione, alla spiritualità. Nel medioevo era l'emblema della cavalleria mistica e rappresentava il cavaliere che partiva alla rierca del Graal, la Sacra Coppa.



Il lupo è un simbolo di benessere, cura, lealtà, capacità di amare e proteggere i propri cari. E' una guida per coloro che si avventurano nei mondi spirituali, un animale di potere che viene in aiuto di chi ne ha bisogno. Il lupo è il messaggero della Dea della Morte-nella-Vita e fungeva da accompagnatore verso la Terra dei Morti, guidando le anime attraverso le foreste dell'Altromondo.

Per i Celti il cane era visto come un essere appartenente a due mondi: quello umano e quello spirituale. E' simbolo di protezione della comunità umana dei viventi, ma anche dei defunti, essendo il guardiano del regno dei morti, animale caro alla Dea, come guardiano del suo regno e dei suoi misteri. Il cane ha anche funzioni di guaritore, ed è quindi associato alle acqua curative e al potere di guarigione.

Il cinghiale ha una simbologia complessa e viene associato a differenti posizioni sulla croce celtica (corrispondente europea della Ruota di Medicina dei Nativi Americani).
All'Est è un simbolo spirituale, di saggezza, conoscenza, guarigione, verità, lealtà, messaggero fra il Mondo Sotterraneo e quello umano e rappresenta la classe sacerdotale una qualità di 'spirito' in grado di vitalizzare la materia, altrimenti inerte). Il cinghiale, come il Druido, vaga per la foresta solitario o in compagnia dei suoi simili, per 'scavare' alle radici dell'albero della conoscenza ed estrarre il frutto della sapienza proveniente dal Cielo.
Al Sud diviene il portatore di fertilità e vitalità, simbolo della Dea Madre, la Natura divina della terra legata al ciclo lunare, alla Dea e alla femminilità feconda e aggressiva, ma anche al ciclo solare, agli dèi, alla frenesia riproduttiva maschile e all'aggressività dei guerrieri. Rappresenta le energie del territorio, il potere della terra che si manifesta come energia vitale. E' quindi simbolo di abbondanza, nutrimento, ospitalità, festeggiamenti e riunioni sociali, fertilità, salute e protezione dal pericolo, potere e vitalità.
All'Ovest racchiude le qualità dell'iniziazione ai misteri della vita e della morte, del passaggio, della fine di un ciclo e inizio di un altro, alla rinascita.
Al Nord è ispiratore di musica e poesia. Per i Druidi il cinghiale rappresenta il ciclo dell'epoca odierna e simboleggia il polo immutabile (il nord) e l'autorità spirituale. La costellazione oggi chiamata dell'Acquario, un tempo era quella Cinghiale, considerata sede dell'energia mistica e dell'iniziazione, oggi della spiritualità nascente. Per i Romani rappresentava simbolicamente l'intera Gallia.

Il drago è il simbolo della protezione, della forza in combattimento e dell'energia vitale di grande potenza. E' il guardiano dei luoghi nascosti che custodiscono tesori e quindi rappresenta la capacità interiore di proteggere la nostra interiorità dalle intrusioni. Incarna le potenti forze all'interno della terra che ispirano , ma guariscono se non onorate e armonizzate, e possono anche portare distruzione.

Gli uccelli sono i messaggeri fra il mondo umano e quello divino. Incarnano forze di guarigione, ispirazione, gioia, semplicità, profezia, combattività per giustizia, saggezza, benevolenza.

Il pavone rappresenta il sole, essere immortale che perpetua il grande ciclo senza fine di nascita (alba) e morte (tramonto). E' simbolo del potere benefico di trasformare le energie negative in positive.

Il serpente è strettamente connesso con tutti gli elementi: terra, acqua, fuoco, aria ed energia. E' il Portatore di Vita, l'essere che meglio incarna e rappresenta la forza vitale che scorre sinuosa sotto e sopra la superficie. Appartiene alla terra e al cielo allo stesso tempo attraverso l'acqua: fluisce come fiume sotterraneo, sgorga alla superficie come sorgente, risale verso il cielo come arcobaleno (il ponte che collega la terra al cielo, la Materia allo Spirito, formato da un gioco di evaporazione e luce solare), scorre infinito come Via Lattea e quindi ricade sulla terra come pioggia. E' legato all'aria e al fuoco quando si muove guizzando nella forma delle fiamme che danzano nel focolare e delle spire di fumo che si elevano sopra di esse, dei mulinelli di polvere formati dal soffiare del vento, del saettare dei fulmini durante i temporali. Infine è simbolo dell'etere/energia, il quinto elemento che fa da legame per gli altri quattro, rendendosi veicolo per l'energia divina e spirituale che vi infonde la vita e permette l'esistenza fisica.E' legato alla Dea Madre Terra e alla sua fecondità, all'abbondanza donata con grande generosità, ma la grande energia che incarna può anche divenire distruttiva se mal utilizzata. Il serpente è presente negli spermatozoi (simili al serpente con la testa d'ariete) che corrono verso l'ovulo per dare origine a una nuova vita; i nostri intestini vengono paragonati ad un grande serpente e così il cordone ombelicale che ci nutre nel seno materno e ci accompagna nell'esistenza, primo vero iniziatore; il fluire delle emozioni, dei sentimenti e dei pensieri somigliano al sinuoso moto del serpente, così come il rapido scivolare delle correnti dei mondi spirituali riprende il suo movimento. E' legato al ciclo dell'anno che si ripete in eterno sempre uguale a se stesso, ma sempre diverso. Rappresenta perciò la fecondità, la vitalità, l'energia, l'abbondanza, il ritmo, il ciclo, la rinascita, il rinnovamento, la reincarnazione, la conoscenza/saggezza, la protezione, il fuoco guaritore e quello ispiratore.

Il salmone rappresenta l'incarnazione della saggezza e della magia racchiusa nella profonda conoscenza delle cose, la conoscenza divenuta saggezza.E' quindi simbolo di Conoscenza (la visione perfetta del passato e dell'avvenire), di Saggezza (l'utilizzo a fin di bene di tale conoscenza) e di Nutrimento Spirituale (la vitalità che scaturisce dall'esercizio della Saggezza). La sua particolarità di lottare contro la corrente del fiume con grande volontà, impegno e costanza per raggiungere la sorgente lo rendono un importante simbolo spirituale per i Celti. Rappresenta quindi il coraggio, lo spirito indomito, la fermezza nel raggiungere la meta, la costanza, la volontà umana tesa a uscire dalle tenebre dell'ignoranza e acquisire conoscenza e saggezza tramite lo sforzo, l'impegno e la ricerca. Il salmone viene considerato lo spirito guardiano dei pozzi, delle fonti, dei laghi, dei torrenti e dei corsi d'acqua in generale in grado di donare il potere di guarigione.

La spirale racchiude in sé il concetto di espansione, crescita, sviluppo. Rappresenta il sole nel suo movimento del cielo se a partire dal centro si svolge da sinistra verso destra, ma se il suo moto procede dal centro verso sinistra è connessa all'acqua che scorre e fluisce dal sottosuolo verso la superficie. In questo caso la spirale simboleggia il potere della Terra in quanto Dea della vita, colei che guida le tribù a spostarsi nel territorio. Questa spirale rappresenta anche la strada da seguire per entrare in se stessi e trovare la luce interiore, come indicato sulla pietra di ingresso del tumulo di Newgrange*, mentre al contrario è il sentiero che lo spirito deve percorrere per giungere agli dèi celesti. Essenzialmente rappresenta lo scorrere e il fluire dell'energia divina, ben incarnata dai fili intrecciati che formano il corpo dei torques.

La doppia spirale rappresenta il sorgere e calare del sole in successione stagionale e quindi i due centri delle rispettiva spirali indicano i giorni degli equinozi, le parti più esterne i solstizi. E' simbolo perciò dell'equilibrio interiore raggiunto nel movimento, di comprensione del ciclo della Vita composto dall'armonizzazione degli opposti (luna/sole, maschile/femminile, caldo/freddo, luce/buio, estate/inverno, andare/venire, nascere/morire, ecc.). Rappresenta il ritmo, la danza, il flusso, il respiro, lo scorrere del tempo, le stagioni. E' un aiuto per comprendere e amare il percorso di vita.

Il Triskele racchiude in sé il potere del numero Tre. Se, a partire dal centro del simbolo, le tre spirali che lo formano si avvolgono su loro stesse da destra verso sinistra, rappresenta il turbinare delle energie dall'interno verso l'esterno, la manifestazione; se invece si sviluppano da sinistra verso destra simboleggia il discendere nei mondi inferi (dal latino in-fero "ciò che si porta in sé"). Ha diversi significati e rappresenta:
La Triplice Manifestazione del Dio Unico: Forza, Saggezza e Amore e quindi le tre classi della società celtica che incarnavano tali energie, Guerrieri, Druidi e Produttori.
I Tre Cerchi della manifestazione o dell'esistenza: Ceugant, il Mondo dell'Assoluto; Gwynwydd, il Mondo Spirituale dell'Aldilà e Abred, Mondo Umano o della Prova.
All'interno di Abred il simbolo dei tre aspetti del mondo materiale: Terra (cinghiale), Acqua (Salmone), Cielo (Drago) che con il loro movimento si riuniscono tutti nel quarto elemento, il Fuoco, simboleggiato dal cerchio che racchiude il triskele.
Il Passato, il Presente e il Futuro riuniti in realtà al centro in un unico Grande ed Eterno Ciclo chiamato Continuo Infinito Presente, in cui tutto esiste contemporaneamente. Si riesce così a comprendere come, durante la festa di Samhain del 1° novembre i Celti potessero incontrare i loro antenati defunti, ma anche i loro discendenti non ancora nati.
Le tre fasi solari in manifestazione: alba, mezzogiorno, tramonto
Nell'uomo la sua triplice manifestazione come corpo, emozioni/sentimenti/pensieri e spirito, ma anche l'Azione, il Sentimento, il Pensiero e le tre età: infanzia, maturità, vecchiaia.
La Dea nel suo triplice aspetto di Vergine-Madre-Vecchia/Figlia-Madre-Sorella.
La triplice specializzazione della dea Brigit come custode e dispensatrice del Fuoco Sacro, in quanto protettrice dei poeti, dei fabbri e dei guaritori.
Il simbolo della trinità femminile della battaglia Morrigan-Macha-Boadb e di quella maschile Ogma-Lugh-Dagda.
Il segno sul quale Patrizio spiegherà il concetto della Trinità Cristiana (in realtà un'idea del cristianesimo celtico) agli irlandesi, trasformando però il triskele in un trifoglio.

Gli intrecci e nodi in generale rappresentano la Continuità della Vita, l'infinito susseguirsi di nascita e morte, giorno e notte, ecc. Per i Celti la Vita non aveva un inizio e una fine, ma procedeva con continuità e infatti non esistono leggende sulla creazione del Mondo nella mitologia celtica. Gli intrecci e i nodi formati da animali, vegetali ed esseri umani o da semplici linee rappresentano lo scorrere dell'energia divina nelle forme, della Vita Unica che incessantemente riempie e vivifica le molteplici manifestazioni materiali. La morte è solo l'abbandono delle forme da parte di questa energia per trasferirsi altrove, per continuare a scorrere. Muore chi si identifica con le forme; è immortale chi si identifica con l'Energia della Vita. Gli intrecci rappresentano perciò la Vita, l'energia spirituale, il percorso di crescita, la continuità, la resurrezione, le relazioni con tutti gli esseri (minerali, vegetali, animali, umani e divini), l'immortalità nel movimento, la buona fortuna che deriva dalla capacità di mettere in moto le energie vitali e collaborare coscientemente con esse. Simboleggiano anche il ciclo dell'esistenza nascita/crescita/maturazione/invecchiamento/morte/rinascita e vengono usati come talismani di protezione contro le negatività e anche come rinforzo dell'energia spirituale che vive dentro di noi. Sono anche 'mandala' di meditazione (seguendo con gli occhi il loro percorso è possibile entrare in un differente stato di coscienza), come facevano i monaci del cristianesimo celtico che leggevano una pagina del Vangelo e quindi seguivano con lo sguardo le forme degli intrecci a bordo pagina riflettendo sulla lettura e, cambiando stato di coscienza, riuscivano a evocare il significato profondo della Sacra Scrittura e del suo messaggio spirituale.

La spada è il simbolo della Forza, incarnata nella società celtica dalla classe dei Guerrieri. Indica la Volontà, il Potere Interiore che spinge ad agire e che pone l'individuo in contatto con il proprio essere profondo che percorre i sentieri della Vita per realizzare il proprio destino. Rappresenta sia l'autorità e la sovranità sia la raggiunta maturità fisica/emotiva/mentale/spirituale simboleggiata dal Cavaliere Antico e da Artù al momento dell'estrazione della Spada dalla Roccia e dal ricevimento di Excalibur da parte della Dama del Lago.

Il torque è il simbolo della Libertà, del Valore individuale e dell'Onore. Veniva indossato solo da uomini e donne liberi e dai guerrieri. Rappresenta l'energia spirituale della Vita che scorre nella gola (da cui passa respiro e nutrimento) di chi lo indossa. Indica nobiltà d'animo e capacità d'azione.

Anche se il Cristianesimo in Irlanda fece suo questo simbolo, in realtà la più antica rappresentazione della Croce Celtica, chiamata anche "Ruota del Sole" o "Anello Crociato" o "Croce Druidica"o "Sigillo dei Druidi", risale in Europa al 8-10.000 a.C. ed è stata trovata in una grotta dei Pirenei francesi. Rappresenta l'Albero della Vita, le Quattro Direzioni del Mondo, il Cosmo (cerchio) in cui è inserita la Terra (croce), i Quattro Elementi (la croce: terra, acqua, aria, fuoco) uniti dal Quinto (il cerchio: lo Spirito, l'Energia), le Quattro Feste Stagionali (Samhain, 1° Novembre; Imbolc, 1° Febbraio; Beltane, 1° Maggio; Lughnasadh, 1° Agosto), il Sole, il Ponte dell'Arcobaleno fra il Mondo Terreno (asse orizzontale della croce) e quello Divino (asse verticale della croce) racchiusi nell'infinità dell'Universo (il cerchio). Corrisponde alla "Ruota-di-Medicina" dei Nativi Americani, anche se i simboli associati alle Quattro Direzioni Sacre sono lievemente differenti. Per i Celti l'Est rappresenta lo Spirito, associato all'elemento Aria e alla Lancia del dio Lugh; il Sud è legato alle Emozioni/Sentimenti, all'elemento Fuoco e alla Spada di Nuada; l'Ovest alla Mente/Pensiero, all'elemento Acqua e al Calderone di Dadga; il Nord al Corpo, all'elemento Terra e alla Pietra del Destino (L’a Fàil).

Il Labirinto non deve venire confuso con il Dedalo. Entrambi seguono percorsi tortuosi, ma nel Labirinto è impossibile perdersi; ha una sola via per raggiungere il Centro e lo stessa serve anche per uscirne; si può vagare e fermarsi, ma mai smarrirsi. Nel Dedalo invece le vie sono molte, con strade chiuse ed è difficile trovare la strada. Nella tradizione celtica è importante il Labirinto che rappresenta il Cammino di Ricerca, la strada che conduce al centro di se stessi e della Conoscenza, lo Spazio Sacro, il Percorso Magico che può far raggiungere e sviluppare grande potere interiore. Il Labirinto è fonte di Magia Sacra che unisce le energie della Terra (l'interiorità dell'uomo) con quelle del Cielo (il cosmo) grazie alla concentrazione, alla danza, al movimento.

L'Ogham è un antico alfabeto dei Bardi e Druidi celtici irlandesi, usato, nel passato e ancora oggi, per scopi divinatori e magici. La tradizione narra che fu inventato dal dio Ogma Viso-di-Sole, quando lo utilizzò per scrivere il primo messaggio Ogham al Dio Lug su un bastoncino di betulla (la betulla è quindi il primo segno, o lettera, nella serie dell'Ogham). L'alfabeto Ogham è formato da 4 serie di cinque lettere-alberi ciascuna a cui ne è stata successivamente aggiunta una. E' chiamato anche Beth-Luis-Nion (BLN dal nome dei primi tre alberi-lettere che lo compongono, Betulla/Sorbo/Frassino) ognuno con un significato preciso. St. Justin ha associato alcuni di questi alberi-lettere ai mesi dell'anno, utilizzando in questo modo solo 12 Ogham.
BETULLA B La Betulla è l'albero legato alla nascita, ai nuovi inizi, alla guarigione, all'ispirazione, all'arte e alla poesia. Allontana la negatività presente nel propria animo ed è un potente armonizzatore degli sbalzi dell'umore provocati dalle emozioni discordanti. Evoca la gentilezza del cuore. Indica la purificazione fisica, emotiva e mentale come rituale per iniziare qualcosa di nuovo e accoglierne degnamente i risultati.
SORBO L Il Sorbo è un grande simbolo di protezione. Funge da aiuto contro attacchi magici e negatività dirette contro di noi dall'invidia e dalla gelosia altrui. Il Sorbo è un albero magico usato per ricavare bastoncini su cui incidere i segni Ogham per scopi divinatori. Dà rapidità di pensiero, concentrazione, discernimento e ispirazione all'azione. Protegge dalla paura.
FRASSINO N E' l'albero che unisce il Cielo e la Terra e perciò offre l'integrazione dello Spirito con la Materia, equilibrando le forze dell'anima con quelle del corpo. E' simbolo di rinascita, trasformazione, iniziazione. Mette in contatto con la propria forza vitale interiore della gioventù e stimola all'azione.
ONTANO F Rappresenta un guardiano delle 'porte' che separano la coscienza ordinaria dalle forze del subconscio dalle quali funge da protettore. Mette in contatto con la propria forza e centratura e rende consapevoli dell'unicità dell'individuo. E' legato ai poteri oracolari e di protezione. Mette in contatto con la propria interiorità, anche se smuove forze molto potenti e quindi richiede equilibrio.
BIANCOSPINO H E' legato all'equilibrio della forza sessuale: la stimola se troppo poca e la attenua se troppo veemente. Stimola un processo di riacquisizione di salute e aiuta chi vuol smettere qualche vizio. Purifica la mente da ogni tipo di pregiudizio e chiusura libera il pensiero.
QUERCIA D Rappresenta la Forza della Saggezza e della Conoscenza e la stimola in se stessi. Offre la consapevolezza della soglia che esiste fra il mondo materiale e quello dell'aldilà. Tranquillizza l'animo irrequieto e stimola alla ricerca della conoscenza nascosta racchiusa nelle proprie domande e nell'Universo. Rappresenta l'abbondanza e la ricchezza a tutti i livelli.
AGRIFOGLIO T E' un simbolo di buona fortuna e protezione dalle persone e dalle forze ostili. Indica la direzione da intraprendere e aiuta a mantenersi sul cammino per realizzare ciò che si spera. Offre sia la fermezza sia l'apertura mentale per cogliere al volo le occasioni che si presentano.
NOCCIOLO C Ispira i cercatori di conoscenza e saggezza grazie allo sviluppo dell'intuizione che porta a individuare la sorgente interiore da cui tutto deriva. Facilita il raggiungimento di uno stato di meditazione che permette di accedere alla saggezza interiore e ala capacità di sintesi per poter usare e interpretare con efficacia i sistemi responsi oracolari. E' infatti il simbolo del sacro potere della parola che deriva da vera conoscenza.
MELO Q Rappresenta il contatto con il Mondi Spirituali e gli esseri luminosi che li abitano. Aiuta a rendersi degni di ricevere l'aiuto e l'ispirazione delle divinità. E' un simbolo di scelta consapevole e decisa di una direzione, oltre che di poteri di guarigione attraverso il sonno e il contatto con i mondi interiori. E' un simbolo regale e rappresenta il frutto del nostro agire attivo: vitalità giovanile, abbondanza, guadagno, luce, benessere, gioia e bontà.
VITE M Rappresenta la liberazione dei poteri di profezia e di conoscenza intima della verità una volta che lasciamo andare le rigidità mentali e il nostro punto di vista troppo serioso e sicuro di sé. E' simbolo di gioia che nasce dalla risata, di allegria che scaturisce dalla rinuncia a voler controllare a tutti i costi una situazione o un problema nel quale ci si sente invischiati. Aiuta ad abbandonare il senso di pesantezza in situazioni difficili.
EDERA G E' simbolo di ebbrezza sacra che porta in contatto con le parti più profonde di se stessi e indica la spinta impellente alla ricerca della propria anima. E' perciò un ottimo aiuto per chi vuole intraprendere un cammino di conoscenza interiore, di chi sente di non avere più una direzione nella vita e non può rimandare oltre l'inizio di un rinnovamento. Cura le ferite interiori.
CANNA DI PALUDE Y E' il simbolo del potere interiore di sicurezza e fiducia in se stessi che rende capaci di compiere scelte determinate che guidino al meglio il vivere quotidiano. Dona quindi capacità di scelta consapevole e senza ripensamenti, assunzione di responsabilità e determinazione che scaturiscono dalla fiducia riposta nel Bene generale dell'Universo.

La spilla di Tara rappresenta la Regalità e la Nobiltà dell'individuo. Tara è il luogo in Irlanda dove avevano preso dimora gli dèi luminosi, i Tùatha De Danann, sede dell'Ard R’, il Re Supremo. Indica la provincia del Mìde, la Quinta, corrispondente all'Energia Spirituale e all'Anima di chi indossa la Spilla di Tara.

La stella è un simbolo druidico molto potente che indica protezione e potere di saggezza attraverso la magia. Indica anche l'individuo in contatto con il proprio lato spirituale e con l'energia divina.

Il cardo è il simbolo della Scozia scelto per ricordare un'invasione di Vichinghi Danesi respinta da un gruppo di guerrieri scozzesi svegliati dalle urla di dolore causate da questo fiore spinoso, messi in fuga al grido gaelico "Cha togar m'fhearg gun d“ oladh" (in latino "Nemo me impune lacessit" - "Nessuno mi attacca impunemente" o "Nessuno susciterà la mia collera senza pagare per questo"). E' quindi simbolo di protezione attenta, di bellezza protetta dalla forza, della potente energia maschile che difende la delicata energia femminile. Ispira coraggio e presenza di spirito nelle prove difficili.

L'oggetto è il coperchio in legno di quercia del pozzo di Glastonbury, la mitica Isola di Avalon dove fu portato il corpo di re Artù gravemente ferito per essere sanato. Il nome Glastonbury deriva dal celtico Yniswytrin 'Isola di Vetro' (uno dei nomi dell'Altromondo celtico), perchè la superficie era di colore verdeazzurro perchè vi abbondava l'erba chiamata glast, ossia il guado - Isatis tinctoria - le cui foglie e radici contengono una sostanza colorante azzurra usata dai Celti per dipingersi il corpo. Nel peridodo celtico a Glastonbury ("Villaggio della Verde Collina") sorgeva una scuola druidica e il luogo era considerato una porta di passaggio verso l'Altromondo. Nel 1191 fu rinvenuta dai monaci dell'Abbazia la tomba di Artù e Ginevra e si narra che nel Pozzo di Glastonbury Giuseppe d'Arimatea gett˜ il Santo Graal. Il coperchio è quindi il simbolo del passaggio nell'Altromondo, di protezione, di guarigione sacra, di conoscenza dei misteri della salute.

L'antica tradizione celtica prevedeva rituali di unione sessuale eseguiti in modo sacro durante la festa di Beltane (1° Maggio, inizio della metà luminosa dell'anno) che portava i bambini a nascere intorno alla festa di Imbolc e all'inizio della primavera. Una cerimonia per celebrare gli antichi riti della fertilità prevedeva l'accoppiamento di un sacerdote, rappresentante del dio e della forza maschile, con una sacerdotessa, portatrice della forza femminile e ambasciatrice della dea e doveva servire come veicolo per manifestare sulla terra le energie creative della nuova stagione luminosa e feconda. Il fallo è simbolo di fecondità, potere manifesto e benessere fisico.

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domenica 13 marzo 2016

I METALLARI

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Il termine metallaro identifica una tipologia di persone appassionate della sottocultura caratterizzata dall'interesse per la musica Heavy metal e delle varie band del genere (Motörhead, Kiss, Judas Priest, Saxon, Scorpions, Iron Maiden, Metallica, Slayer) e le tematiche da essa trattate.

Nel vestiario e accessori tipici del cosiddetto metallaro tipici sono un giubbotto in pelle nera (il chiodo), ma anche bianco o rosso, indossato in estate e inverno, stivali, jeans, catene e borchie, capelli lunghi e tatuaggi.

Il termine viene utililizzato anche per riferirsi al cosiddetto "movimento metal".

In Italia il fenomeno si diffuse prima nell'area metropolitana milanese e poi in tutto il territorio nazionale. Il "movimento Metallaro" nacque tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta del XX secolo e fu piena espressione dell'ondata disimpegno che seguì il turbolento e politicizzato degli anni settanta.
D'ispirazione erano i modelli del rock britannico e americano di status e agli eccessi delle rockstar propagati dalle radio e televisioni.

Nel 1980, al coincidere coi primi grandi concerti heavy metal nel paese, si cominciano a consolidare in numerosi gruppi i primi metallari.

Ebbe dapprima particolare diffusione nella città di Milano, i giovani di vari quartieri difficili (come ad esempio Lorenteggio, Barona, Baggio, Lampugnano, San Siro, Quarto Oggiaro), avevano in comune la passione per la musica heavy metal e le aggregazioni presso i locali tematici hard rock, i concerti dal vivo e le mete internazionali per i festival musicali del settore, principalmente in Inghilterra, Francia, Germania ed Olanda.
Questo incontro favorì un'uniformità identificativa nel comportamento, aspirazioni e vestiario, perlopiù in stile rocker angloamericano. Iniziarono i ritrovi pomeridiani nel centro di Milano nella zona di Via Torino presso negozi di strumenti musicali, di dischi o di vestiario, ovvero il tipico giubbotto di origine motociclistica in pelle detto chiodo (spesso rivestito da una giacca di jeans personalizzata con scritte, spille e pezze), stivali, jeans, catene e borchie, dalle quali, assieme alla passione per la musica metal, scaturì l'appellativo di Metallaro.

Naturale con l'espansione della sottocultura metallara, fu la formazione di gruppi, bande e sottobande, interconnesse in un tessuto sociale delocalizzato e trasversale, ma ciascuna dotata di una propria base d'appoggio, costituita da un bar o negozio di interesse comune, e da un relativo territorio nel quartiere, gruppi comunque aperti le quali frequentazioni, nelle bande più folte, potevano raggiungere l'ordine del centinaio.



Nella metà degli anni ottanta si ebbero scontri e aggressioni, comprese risse e vandalismi, soprattutto all'uscita dei locali e nei luoghi di aggregazione delle bande violati da altri gruppi. Gli episodi di cronaca scaturivano dalla pura rivalità tra gruppi che non da una vera contrapposizione ideologica.
Nota infatti la spartizione territoriale attorno alla chiesa di Santa Croce, con l'omonima piazza luogo di ritrovo per paninari, e l'adiacente piazza Vetra ai Metallari, o la spartizione di corso Vittorio Emanuele con paninari e la spartizione della Piazza delle colonne di San Lorenzo con gli skinhead.

Al movimento seguì la fioritura di riviste dedicate, tra esse Metal Hammer, Metal Shock ed altre ad origine anglosassone o germanica, con una discreta tiratura.

Una ricerca ha analizzato il percorso di vita di 377 volontari tra coloro che negli anni ’80 erano «groupies, musicisti e fan del mondo dell’heavy metal, mentre oggi sono persone di mezza età» e ha mostrato come, nonostante i “seguaci” del metal abbiano di sicuro vissuto un’adolescenza più rischiosa, ad oggi sono stati «significativamente più felici in gioventù e meglio formati oggi, paragonati a gruppi della stessa età o addirittura a un gruppo di ragazzi del college dei nostri giorni».

I ricercatori hanno scoperto che chi da giovane è stato un fan dell’heavy metal ricorda la propria gioventù come una fase della vita più allegra e con molti meno rimpianti rispetto a chi non seguiva questo filone.

Secondo gli studiosi, perché hanno vissuto una gioventù ricca di emozioni amplificate e di relazioni intense all’interno di un gruppo che condivideva una passione per lo stesso genere musicale.

Tasha Howe, ricercatrice presso la KQED radio, afferma, «chi ascoltava metal negli anni Ottanta aveva una cattiva reputazione. Così abbiamo confrontato un gruppo di loro con chi, negli stessi anni, ascoltava pop o new wave. Ovviamente le groupies, i fan e i musicisti metal hanno avuto una gioventù più votata al sesso libero, all’assunzione di droghe o di alcol. Ma allo stesso tempo, la ricordano come più divertente e più gioiosa, con pochi rimpianti».

«Abbiamo voluto mettere a confronto», afferma la Howe, «due gruppi equivalenti. Gli appassionati di metal hanno ora una posizione sociale e lavorativa molto simile a chi ascoltava altri generi. Abbiamo voluto inserire anche un terzo gruppo, di ragazzi ancora in età da college, e abbiamo visto che addirittura la loro gioventù, anche se più recente, viene ricordata con meno gioia».

Dunque, i ricercatori hanno concluso che: «la partecipazione a culture di nicchia può aver rafforzato lo sviluppo della propria identità durante l’adolescenza problematica».


LEGGI ANCHE: http://carnaval-fantasias.blogspot.it/2016/03/heavy-metal.html







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venerdì 11 marzo 2016

I PANINARI



Il "movimento" paninaro nacque nei primi anni ottanta e fu piena espressione dell'ondata di riflusso e disimpegno che seguì il turbolento e politicizzato decennio precedente. Lo stile di vita dei paninari rifiutava di occuparsi degli aspetti angoscianti dell'esistenza e, più in generale, di ogni forma di impegno sociale: l'obiettivo primario dei paninari era godersi la vita senza troppe preoccupazioni e in tal senso si trovavano perfettamente a loro agio nell'adeguarsi ai modelli del cinema statunitense di consumo e ai consigli degli spot pubblicitari trasmessi dalle televisioni commerciali. I prodromi del fenomeno si osservarono a Milano in un periodo storico di assestamento della valuta italiana e di importanti segnali di ripresa economica, cui fecero seguito un relativo benessere e maggior disponibilità di merci.

Con l'espansione della moda, fu naturale la formazione di gruppi e comitive, ciascuna dotata di una propria "base" costituita da un bar e da un relativo territorio nel quartiere; gruppi comunque aperti le cui frequentazioni potevano raggiungere anche l'ordine del centinaio. Il sabato pomeriggio e la sera erano il luogo deputato al ritrovo in massa con successivo trasferimento in una delle discoteche che ben si prestavano a sfruttare questo fenomeno. Alcuni di questi gruppi, quelli più importanti, disponevano di "capi", ovvero leader di grande popolarità locale, solitamente dotati di soprannome.

I locali di frequentazione avevano periodo di vita effimero o mutavano nome e ragione sociale in tempi brevi, in base alla tendenza ed il gusto dei frequentatori.

In breve tempo i paninari divengono fenomeno di costume acquistando una discreta notorietà a livello nazionale.

Nel vestiario e per gli accessori erano d'obbligo la griffe e la sua autenticità, quale indice di ricchezza familiare reale o presunta. Proibite rigorosamente le imitazioni e le merci contraffatte pena il disconoscimento sociale con appellativo di gino o truzzo, quindi miserabile.

Alla moda seguì la fioritura di riviste dedicate, tra esse "Il Paninaro", con una tiratura che raggiunse 100.000 copie cessando le pubblicazioni col numero 48 a dicembre del 1989. Seguono Wild Boys - tormentone ed inno del movimento dall'omonimo successo musicale dei Duran Duran- Zippo Panino, Il Cucador, Preppy e la testata femminile Sfitty - dal gergale sfitinzia, ragazza.

La moda paninara si esaurì a Milano tra il 1987 e il 1988 e nel resto dell'Italia di lì a poco, sostituita da altre sottoculture che riflettevano la fine di un decennio consumato all'insegna dell'edonismo e della superficialità. In generale può dirsi come la moda dei paninari sia stata legata ai giovanissimi delle scuole medie inferiori e superiori. Perlomeno, a Milano i paninari erano quasi totalmente assenti nelle università. L'intestazione sulla testata principale, Paninaro, inizialmente I veri galli, accomiata il periodo d'uscita di scena con Pochi, duri, giusti.

Come per qualsiasi moda passata, specialmente a Milano si tengono serate di revival presso discoteche, dove i frequentatori sono dei reduci oramai adulti, esortati a presentarsi con indumenti della moda dell'epoca.

Lo stile si diffuse al di fuori della Lombardia (dapprima nelle zone direttamente confinanti), mescolandosi a tendenze comunque già in atto in altre città.

A Bologna, per esempio, già da tempo si chiamavano zanari i gruppi di ragazzi - omologhi dei paninari milanesi - che si ritrovavano regolarmente in centro al bar Zanarini, poco distante dal palazzo dell'Archiginnasio, mentre a Verona erano curiosamente definiti bondolari (dal termine "bóndola", che in dialetto veronese indica la mortadella, cibo povero da mettere nel panino per recuperare i soldi spesi nel costoso abbigliamento firmato).

A Roma vi erano i tozzi. Questi ultimi erano abbigliati con piumino Moncler, Millet o Ciesse Piumini, giacca in pelle da aviatore di marca Schott, pantaloni jeans Levi's "Mod. 501", camicia dello stesso tessuto (tutti rigorosamente blu scuro), cintura da mandriano dalla vistosa fibbia El Charro, scarponcini da boscaiolo Timberland (molto utilizzate anche le Clarks) e, caratteristicamente, incedevano con le punte dei piedi all'infuori, sembrando l'antitesi della ricercatezza degli amici milanesi. Come l'aggettivo inglese tough, il termine "tozzo" dava l'idea di prestante, gagliardo, ma anche di rozzo, prepotente. L'abbigliamento di molti tozzi ricordava l'uniforme dei detenuti nelle prigioni americane, portato alla notorietà dalle interpretazioni "carcerarie" di attori come Clint Eastwood e Burt Reynolds.

Il fenomeno fu "importato" anche a Napoli dove, sul finire degli anni ottanta, era piuttosto frequente sentir parlare dei chiattilli (l'origine del termine fa riferimento alle piattole). Appartenenti in gran parte ai ceti benestanti, si riunivano nei pressi dei più importanti licei del centro, in particolare il Liceo classico Umberto I, il Pontano e il Mercalli, tutti nel quartiere Chiaia. I chiattilli imitavano i paninari soprattutto per atteggiamenti e abbigliamento: immancabili l'occhiale Ray-Ban e la cintura firmata El Charro. Tra i luoghi di ritrovo più noti c'erano piazza Amedeo e piazza San Pasquale, nei pressi del My Way, la prima cornetteria notturna della città (ha aperto nel 1989). Erano anche gli anni d'oro della discoteca La Mela e di altri rinomati locali della zona. I chiattilli erano poi soliti "emigrare" in massa nelle stesse mete estive: tra le preferite c'erano le isole di Panarea, Capri, Ponza e più avanti la greca Paxos. Il fenomeno si è poi ridimensionato negli anni novanta: i "fratelli minori" dei chiattilli già da tempo si erano dati come punto di ritrovo i locali alla moda della zona flegrea, su tutti l'Arenile di Bagnoli.
Il gergo dei paninari è modellato sul linguaggio giovanile dei giovani milanesi, spesso antitetico agli omologhi più coloriti e triviali delle altre regioni, in un rifiuto dell'iperbole e in un ricorso al prosaico. Per fare un esempio, "Sono fuori come un citofono... come un'antenna..." per intendere uno stato confusionale da stanchezza.

Sono frequenti le abbreviazioni (es. Le Timba, Faccio il week a Curma, La squinzia ha imposto il cappuccio), talora combinati agli accrescitivi (es. Panozzo), così come i continui ricorsi, spesso maccheronici, all'inglese (es. Una sfitinzia arrapation, Very original, Il mio boy, Arrivano i ciàina, deformazione dell'inglese chinese, cinese ovvero militante di sinistra o più esteso, appartenente ai gruppi antagonisti) o ad altre lingue (I sapiens, Mi gusti mucho).

Merita far presente che il cosiddetto "linguaggio dei paninari" non milanesi è stato spesso profondamente influenzato dalle invenzioni degli autori delle riviste paninare e dal personaggio comico televisivo di Enzo Braschi, ritenuto (a torto) un "ideologo" del movimento. Nella realtà ben pochi utilizzavano quello slang, divenuto, negli anni, uno dei tanti stereotipi sulle culture giovanili.

Non improbabile da questo processo, una diffusione nazionale di alcune espressioni triviali meneghine, esempio tangibile quelle relative alla sessualità, sostituendo via via quelli tradizionali locali.

La squinzia è definibile come una ragazza smorfiosa, poco intelligente, civettuola, spesso patita della moda. Secondo la definizione originale (del 1986, scritta da Lina Sotis), la squinzia è: "La categoria femminile più diffusa del momento. Hanno tutte un imprinting, quello televisivo degli show della seconda serata, vestiti, toni di voce, lunghezze, cortezze e tacco a spillo: nella squinzia tutto, tranne il cervello, è esagerato. La squinzia è quella che vorrebbe beccare di più e becca di meno, è l'eterna tacchinata e mai presa." (Lina Sotis)

Il paninaro coltivava una maniacale attenzione per il proprio stile, rigorosamente di marca. L'abbigliamento del paninaro prevedeva giacconi imbottiti (es. Ciesse Piumini, Moncler, Henry Lloyd), stivali da mandriano (es. Frye o Durango), le prime scarpe da barca Docksides by Sebago, & Sperry Topsiders, jeans (es. Armani, Levi's, Uniform, Rifle in velluto millecoste, Avirex, Americanino, Stone Island), tra le felpe (American System, Best Company), maglioni (es. Marina Yachting), cinture di pelle (es. El Charro), camicie a quadri (es. Naj-Oleari), calzini decorati a rombi della Burlington per i ragazzi, colorati della Naj-Oleari per le ragazze, scarponcini (es. Timberland), Celini oppure scarpe sportive (Superga colorate, Vans rigorosamente senza stringhe e, più tardi, New Balance e Nike).

Vi erano alcune marche di moto solitamente associate al mondo dei paninari: ad esempio, inizialmente, i motocicli Zündapp 125 (con scritta "175" sulla fiancata per andare in autostrada), successivamente Laverda con motore Zündapp, e Gilera KZ. Il modo di vestire paninaro variava da città a città; così mentre a Milano si usavano le felpe Best Company, a Roma andava per la maggiore il jeans marchiato Americanino. Altri capi di abbigliamento erano il berrettino delle armate americane sudiste e i guanti in pelle scamosciata Ocean Star, e ancora occhiali rigorosamente Ray-Ban e Vuarnet di svariati modelli, dai Wayfarer di Tom Cruise in Risky Business - Fuori i vecchi... i figli ballano del 1983 ai Caravan di Top Gun. E ancora, camicie Controvento e tutto l'abbigliamento di C.P Company e Stone Island. Anche i negozi erano un culto: ad esempio, a Roma la meta era Energie di via del Corso, mentre a Milano si andava al Pharmacia di via Durini. La moda dei paninari nasce in ogni caso partendo dal fondo. Il primo indumento comune ai primi paninari furono gli scarponcini di lavoro in pelle scamosciata della Timberland, seguiti poi dal giubbotto da aviatore bomber della Avirex, poi dal giubbotto di jeans foderato di finto pelo all'interno della Levi's, dal Moncler, dal Ciesse Piumini, da altri tre tipi di giubbotti da aviatore (Schott, bomber canadese e RAF), dalla giacca da vela Henri Lloyd. Per circa tre anni impazzarono anche le toppe sui jeans di Naj-Oleari e Fiorucci, così come le sue borse e parecchi accessori per le ragazze. Il negozio di El Charro in via Monte Napoleone divenne una sorta di paradiso degli acquisti, importando dozzine di indumenti in stile texano, prodotti principalmente dalla Lyntone Belts Inc. (Edmond - Oklahoma). Altri negozi di riferimento erano Di Segni e Conforti.

Il vero feticcio dei paninari era il cibo consumato presso alcune catene di ristoranti a ristorazione rapida, che proprio in quegli anni iniziano a diffondersi in tutta Italia. A Roma, ad esempio, la nascita del primo ristorante McDonald's, nel 1986, a Piazza di Spagna, fu un evento memorabile per i paninari della capitale italiana. A Milano, al contrario, la maggior parte delle varie compagnie di paninari si ritrovavano in normali bar sparsi in tutta la città, e le decine di ristoranti a ristorazione rapida di Burghy (ad eccezione di quello di piazza San Babila e di Corso Re Vittorio Emanuele II), Wendy's e King Burger (da non confondere con Burger King approdato in Italia solo nel 1999), le due cosiddette "seconde scelte", venivano poco frequentati dagli appartenenti a questa sottocultura giovanile.

Quella dei paninari è stata la prima sottocultura italiana a poter eleggere i propri idoli musicali attraverso la televisione. La rete televisiva Videomusic e il programma di Italia Uno DeeJay Television diffondevano i videoclip di alcuni gruppi e solisti pop, in gran parte britannici, su cui conversero i gusti dei paninari italiani: sorse, ad esempio, un'agguerrita competizione tra gli ammiratori dei Duran Duran e degli Spandau Ballet. Parliamo comunque di una fase dove i suddetti autori abbandonavano la New wave, cara agli altri gruppi antagonisti. Tra gli altri musicisti preferiti dai paninari c'erano gli Wham!, i Simple Minds, i Frankie Goes to Hollywood, Boy George e naturalmente i Pet Shop Boys, che pubblicarono addirittura un brano, chiamato Paninaro. Il paninaro, solitamente, non amava la musica italiana, sebbene brani in inglese di Tracy Spencer, Taffy, Gazebo ed Albert One fossero scritti da Claudio Cecchetto.



I gusti cinematografici dei paninari si orientavano sulle pellicole campioni d'incasso statunitensi: erano molto apprezzate, ad esempio, le saghe di Rocky, Rambo ed il romantico d'azione Top Gun. Nel 1986 venne girata una pellicola tratta da un libro dell'adolescente milanese Clizia Gurrado dal titolo Sposerò Simon Le Bon, che descriveva gli sforzi della protagonista (che vive nel periodo di massima esplosione del movimento paninaro) per incontrare il suo idolo Simon Le Bon. Un altro film italiano ispirato al fenomeno - e figlio del programma televisivo Drive In - è Italian Fast Food, il quale vedeva come punto di snodo delle sue vicende un fast food nel centro di Milano, frequentato da varia umanità.

Giubbotti Schott e Moncler, jeans Americanino, scarpe Timberland, anche una vecchia moto Zundapp («Uno dei tre esemplari ancora in circolazione a Milano») per ricordare i bei tempi che furono, gli anni Ottanta: «Anni di disimpegno, voglia di divertirsi ma anche un’epoca dove c’era grande fiducia nel futuro», dice Marco Beltrami, l’organizzatore del raduno. Beltrami ha aperto la pagina Facebook “Paninari la company”, 1.400 iscritti: «Tanti reduci di quei giorni, oggi sulla cinquantina. Ma anche diversi ventenni che vivono nel culto del movimento paninaro. Ci ritroviamo due volte l’anno, qui in San Babila, anche se i luoghi di aggregazione dei paninari non esistono più». E cosa fanno gli ex paninari quando si ritrovano? «Prima di tutto non siamo ex, siamo ancora paninari anche se abbiamo un’età adulta. È l’occasione per rispolverare il linguaggio di quegli anni, di scambiarci capi d’abbigliamento e altri oggetti che ci riportano indietro e negli anni. E testimoniare che, al contrario di quello che in tanti dicono, non fu una moda effimera».

«Che cosa resterà di questi anni Ottanta, delle nostre voglie e dei nostri jeans». Così cantava Raf al festival di Sanremo del 1989, venti milioni di spettatori e Beppe Grillo a far da mattatore. Tra un week-end a «Curma» e un «panozzo» al Burghy, quel che di sicuro è rimasto scolpito nella memoria collettiva sono i paninari, simbolo degli anni spensierati della «Milano da bere». Più che seguire una moda, si portava una divisa: piumino sgargiante Moncler, Timberland d’ordinanza, jeans rigorosamente Levi’s o Americanino, camicione a scacchi e cinturone.

Se Moncler, brand del lusso made in Italy, al suo debutto in Borsa ha incassato più di un miliardo di euro, non tutti gli altri «irrinunciabili» dell’epoca se la passano bene. Non sono sopravvissuti El Charro e Americanino, travolti dalle turbolenze finanziarie della proprietaria Meta Apparel e messi all’asta tempo fa dal tribunale di Arezzo. Le fibbie decorate da bufali, aquile e cowboy non piacciono più: l’azienda tentò di rilanciarsi, riproponendo i cinturoni tanto amati in passato, ma senza ottenere i risultati sperati. Non è andata meglio neppure ai jeans dei due pellerossa: dopo un disastroso 2011, con perdite per più di venti milioni di euro, l’azienda ha chiuso.

Tra gli oggetti del desiderio dei fan di Simon Le Bon, borse, quaderni, felpe e cartelle firmate Naj-Oleari, società fondata nel 1916 dal chimico pavese Riccardo Naj-Oleari. Le fantasie sgargianti conquistarono il cuore dei ragazzi e il portafoglio dei genitori: in cinque anni il fatturato della società fu quasi sestuplicato, passando dai sei miliardi di lire del 1985 ai trentacinque del 1990. Poi la società milanese subì un drastico calo delle vendite, che portò alla vendita del marchio al gruppo biellese Bottega Verde.
Non tutte le speranze sono perdute per i calzettoni a rombi dal classico motivo scozzese: anche se nessuno si sognerebbe più di sfoggiarli come status symbol, resistono nei cassetti. Il brand Burlington fa parte del colosso della calzetteria Kaiser-Roth Corporation, che a sua volta appartiene al gruppo Golden Lady. Niente più vendita online, ma si possono ancora trovare nei negozi.

Per non sbagliare, meglio indossare una felpa Best Company, il marchio italiano di moda creato negli anni Settanta dal designer Olmes Carretti: maglioni colorati e simolo verde con pino ben in vista. Finiti gli anni Ottanta, finita la passione per le felpe, la società fu venduta al gruppo Fin.part, poi fallito, che a sua volta la cedette a Cisalfa, ora unico distributore autorizzato.
C’è anche chi è riuscito a sopravvivere alla moda, come Stone Island, altro brand prescelto dalla galassia paninara: il marchio ha raddoppiato il fatturato negli ultimi cinque anni e ora è sul mercato. Secondo le indiscrezioni, sarebbero interessati Only the Brave di Renzo Rosso e il colosso americano Vf Corporation, che controlla anche The North Face, Eastpak, Vans e pure Timberland, altro nome celebre del periodo. Marchio creato nel 1965 da Nathan Swartz, ex calzolaio del New England specializzato in stivali impermeabili da caccia, nel 1980 fece il suo debutto sul mercato internazionale, con un gran successo in Italia, dove le «Timbe» non sono mai passate di moda, anche nessuno si sognerebbe più di sfoggiarle in discoteca.

Anche se qualche cosa è rimasto, sarà difficile veder tornare i ragazzi del primo Burghy di piazza San Babila. Forse è meglio così, d’altra parte nemmeno la catena di fast food Burghy esiste più: nel 1996 la rete di ottantotto ristoranti italiani venne inglobata dal colosso statunitense McDonald’s.
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giovedì 3 marzo 2016

GLI SKINHEADS CHI SONO?

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Le origini del movimento skinheads vanno ricercate nel lontano '69 (data arbitraria con cui si usa identificare la nascita delle prime comunità skin), nel proletariato inglese.

Sebbene la cultura skinhead e i suoi rappresentanti vengano considerati in malo modo (come d'altronde tutti gli appartenenti alle controculture) l'errore più comune e grossolano che si commette è quello di etichettarli come razzisti, fascisti o nazisti, confondedoli con i naziskin, essendo invece tutti gli skinheads di base antirazzisti, alcuni sono comunisti (i redskins), alcuni anarchici (i R.A.S.H.), alcuni apolitici, ma tutti comunque accomunati dall'essere dichiaratamente antirazzisti. In origine gli skinheads non basavano la loro identità su di una ideologia politica o su dei pregiudizi ma su elementi legati, al lavoro in fabbrica, alla musica e all'abbigliamento.

Si tratta infatti di una subcultura con connotazioni estetiche, iconografiche ed ideologiche contraddistinte da generi musicali, capi d'abbigliamento, canoni comportamentali e beni di consumo peculiari. Gli skinhead si ispirano e riadattano, da una parte allo stile hard mod, e dall'altra parte alla cultura rude boy, da cui ereditano inoltre la passione per la musica giamaicana, l'abbigliamento e lo stile di vita. I primi (hard mod) sono generalmente bianchi di origine proletaria e inglesi mentre i secondi (rudeboy), erano immigrati e figli degli immigrati giamaicani e caraibici degli anni sessanta, dalla ex colonia britannica all'Inghilterra. Dalla loro fusione nacque la cultura urbana degli skinhead, le cui prime icone musicali furono il reggae, lo ska, il rocksteady, il soul, e l'R&B.

Nella seconda metà degli anni settanta l'Inghilterra assiste alla nascita del punk rock, ed è con ciò che, verso la seconda metà del decennio, si assiste al riemergere della cultura skinhead (divenuta in quel periodo fuorilegge a causa di duri interventi repressivi), che sosterrà il neonato punk rock. In seguito, un sottogenere di punk rock sostenuto da alcuni skinhead venne ribattezzato OI!.

Alla metà degli anni sessanta quelli si possono definire hard mod fecero la loro comparsa nei quartieri più degradati delle città inglesi. Ma è solo alla fine del decennio che si affermò la subcultura giovanile skinhead: la data che viene indicata come ufficiale è il 1969, tuttavia lo sviluppo avvenne già in precedenza.

Come detto skinhead evolve dalla fusione di due culture:

la cultura mod (abbreviazione di modernist), la prima che interagì positivamente con la comunità di immigrati giamaicani e che rispose positivamente alla loro presenza, cercando anzi di emularne lo stile di vita e di appropriarsi della loro musica. I mod erano ragazzi appassionati da questa musica, particolarmente dal soul, jazz e ska e i primi a dare una forte importanza ai giovani, al loro progresso all'interno della società e al loro modo di porsi all'interno di essa. Dai mod gli skin ereditarono inoltre la passione per la Vespa e Lambretta; mezzo di trasporto preferito dai ragazzi del proletariato inglese perché economico e duraturo. I mod ne portano il culto all'eccesso, anche in contrapposizione alla moto di grossa cilindrata adoperata dagli allora rivali rocker;
la cultura rude boy (trad. ragazzo rozzo, rude), propria degli immigrati giamaicani abitanti nei ghetti delle periferie urbane, noti per il consumo di erba (marijuana). Erano anch'essi ragazzi generalmente appartenenti al proletariato e alla piccola borghesia e poco accettati dalla società, perché ribelli e anticonformisti (oltre ad essere stranieri). I rude boy vestivano generalmente con il completo classico riprendendo lo stile dei gangster, visto che erano anche a contatto con la malavita.
I primi skinhead si opponevano radicalmente ai due mutamenti socioeconomici allora più evidenti:

il progressivo imborghesimento della classe lavoratrice inglese (working class) e del proletariato in generale;
l'oppressione esercitata dalla classe dirigente.
Per gli skinhead è importante creare le condizioni per rivoluzionare la concezione dell'imborghesimento della classe lavoratrice, la quale non deve essere solo ed esclusivamente in una direzione, ma valorizzarsi per mantenere saldi alcuni valori che hanno permesso alla subcultura stessa di svilupparsi e mantenere nel tempo il suo stile. Tutte le fasi storiche della scena skinhead sono state contraddistinte da un genere musicale, in primis il reggae, (o più precisamente lo ska giamaicano), suonato da capostipiti del genere stesso quali i Symarip, Prince Buster, Laurel Aitken) e a seguire la Oi! music (Cockney Rejects, Cock Sparrer) e il 2 tone ska (The Specials, The Selecter, Madness). Per alcuni esiste anche una terza ondata di musica ska, molto cross-over che, oltre al caratteristico ritmo sincopato del genere, viene accompagnata da melodie folk (patchanka), punk, rock, raggamuffin fino al metal.

Durante la metà degli anni sessanta in Inghilterra, l'irruzione del movimento hippie provocò una scissione all'interno del movimento mod. Il primo gruppo era quello dei modaioli benestanti che vestivano abiti costosi, frequentavano il college, connotavano una passione per la musica rock come lo psychedelic rock e la british invasion, facevano uso di droghe psichedeliche e si lasciavano coinvolgere dall'universo più in voga.

Il secondo gruppo era invece costituito da giovani della classe lavoratrice con valori più radicati e da un certo scetticismo verso gli hippies. Questi non erano particolarmente affascinati dalla musica rock psichedelica, e si orientavano ancora sulla musica ska, reggae, rocksteady, soul, jazz, blues o R&B, diffusa nel Regno Unito dai rude boy, immigrati giamaicani anch'essi appartenenti alle classi più basse. La condizione economica di questi (detti hard mod), inoltre, non permetteva loro l'uso di droghe costose, non frequentavano college né indossavano vestiti all'ultima moda, ma anzi adattarono il loro look a quello della classe di appartenenza, anche in contrasto con i mod influenzati dal movimento hippy.



Questa costola dei mod si sviluppò nelle periferie di Londra, autodefinendosi subcultura hard mod, frutto della fusione tra mod e rude boy, diversificata in parte dal movimento mod original e dai modaioli benestanti, pur conservando alcuni elementi in comune con essi, come buona parte dell'abbigliamento e la passione per gli scooter Vespa e Lambretta. L'hard mod ereditò inoltre, grazie anche all'influenza dei rude boy, un atteggiamento più aggressivo, violento, tradizionalista e orgoglioso di appartenere al proletariato e alla classe lavoratrice. L'hard mod (più tardi riconosciuto come skinhead) però non fu un movimento politico: la posizione politica era soggettiva e non aveva a che fare con l'appartenenza alla subcultura, anche se si può notare una posizione multietnica e antirazzista dovuta alla socializzazione con i rude boy (neri) e al loro determinante contributo culturale nello sviluppo del movimento.

Il movimento negli anni sessanta, dopo esser stato soprannominato in diversi modi come "nohead", "baldhead", "crophead", "egghead", "peanut", venne riconosciuto ufficialmente e definitivamente come skinhead verso la fine degli anni sessanta, più precisamente nel 1969. Questa data ispirò un motto tutt'oggi usato tra gli skinhead original, ovvero "Spirit of '69".

L'incontro tra queste due subculture giovanili alla metà degli anni sessanta, diede vita ad un nuovo modello giovanile, fatto di abbigliamento, amore per la musica, prevalentemente ska e reggae e fede calcistica, molti skinhead appartengono infatti alla schiera degli hooligans. La subcultura skinhead nacque come fenomeno giovanile inglese con attitudini fortemente rivendicative della classe lavoratrice (lotta di classe), che sfociò, tuttavia, anche in frequenti scontri con gruppi considerati rivali: pakistani, hippie, omosessuali (lotta di razza). Questi scontri vennero sarcasticamente chiamate boot-party (risse con gli stivali), oppure paki-bashing e queer-bashing, (ovvero pestaggi con i pakistani e con i gay).

Questo primo periodo è detto skinhead original o trojan skinhead (quest'ultimo termine è dovuto al nome dell'etichetta discografica Trojan Records, che riporta il simbolo dell'elmo troiano). In riferimento a ciò, bisogna precisare che non solo gli skin erano ben organizzati in squadre (crews), ma c'erano altre bande con le quali avvenivano gli scontri, fra le quali gli immigrati appartenenti ad altre subculture. Ciò avveniva per l'esigenza di spazio vitale per gruppi di persone che scelgono l'alternativa al conformismo. Fu per questo che il potere dominante scricchiolò sotto i colpi di una subcultura che si oppone al degrado urbano, per cui additò gli skinhead come principali colpevoli degli scontri con le forze dell'ordine.

Di conseguenza, durante la prima metà degli anni settanta, la subcultura skinhead conobbe un graduale declino dovuto a duri interventi repressivi, quali il divieto d'ingresso negli stadi, nei bar e discoteche: si stava concludendo il suo primo ciclo vitale.

In seguito all'esplosione del punk rock si ebbe un'ondata di risveglio e il revival skinhead che riprendeva gli antichi valori della prima fase, si trovò a condividere la vita di strada con la subcultura punk, che per spontaneità e irriverenza somigliò, almeno inizialmente, allo stesso germe di quella skin. Insieme al punk (con i suoi sottogeneri stradaioli), vi fu anche una nuova ondata di musicisti che riproponevano la musica ska in maniera che si può definire più acid (northern soul e two tone), ciò dovuto al fatto che in Giamaica prevalse il genere reggae di matrice rastafariano, mentre gli skin continuavano a legare sì con le influenze "nere", ma rimanevano in linea coi presupposti originari.

In questa fase di rinascita della cultura skinhead però iniziano ad esserci anche le prime scissioni: emerge il fenomeno dei suedehead ("testa scamosciata"), un gruppo più abbiente e meno numeroso di skinhead, il quale si distingueva dai comuni skins per il fatto di indossare cappotti lussuosi tipo Crombie o in pelle di pecora, mocassini, pullover, completi di pied-de-poule, pantaloni Sta-Prest e perché tenevano i capelli leggermente più lunghi (inoltre svolgevano lavori da colletti bianchi); ben presto nascono anche gli smoothies (con capelli più lunghi) e i bootboys (affini alle bande e agli hooligan). Ci fu quindi un iniziale ritorno alle origini dello stile skinhead, cioè un riavvicinamento ai mod.

Verso la fine di quegli anni la cultura skinhead venne rianimata ed estesa grazie all'intervento del punk rock, ma la maggior parte di questi skin revivalisti si opponeva al commercialismo punk, ragion per cui decisero di tornare allo Spirit of '69, riacquistando le loro caratteristiche originarie e allontanandosi nuovamente dai mod. Questo "ritorno alla terra" skinhead trovò le sue rappresentazioni nella musica di gruppi come The 4-Skins e Madness, i quali restano tra le più celebri band della scena skin anni settanta.

Durante il 1973-1975, triennio segnato da una profonda crisi economica ed energetica in Gran Bretagna, a cui seguì un forte innalzamento dei prezzi e della disoccupazione, alcuni skinhead si avvicinarono a movimenti di estrema destra xenofobi come National Front e British Movement; da questi stessi skinhead razzisti sarebbero poi nati i naziskin, o per meglio dire i bonehead (termine dal triplice valore in quanto si radono la testa fino ad avere la pelle lucida, non vengono considerati skinhead dagli altri skin e significa "cretino").

Dal 1979 in poi gli skinhead influenzati dall'abbigliamento punk, che portavano i capelli più corti, gli stivali alti e slegati dallo stile tradizionale del 1969 crebbero numericamente e attirarono l'attenzione dei mass media, essenzialmente per il loro legame con gli hooligan. Continuarono comunque ad esserci gli skinhead originali. Con l'espansione della subcultura skinhead fuori dai confini inglesi verso l'Europa e gli Stati Uniti d'America, i "nuovi" skinhead modificarono le caratteristiche e le interpretazioni sia estetiche che musicali a seconda dei propri gusti od esigenze, ridimensionando in maniera impressionante quelli che possono essere definiti i caratteri comuni di ogni skinhead, sia inglese che non. Negli Stati Uniti per esempio gli skinhead americani provenienti dalla scena hardcore punk hanno abbracciato lo stile skinhead, reinventandolo e facendone una versione propria. Perciò nel resto del mondo lo stile e l'abbigliamento skinhead può variare ampiamente, sebbene i tratti distintivi ed essenziali rimangano più o meno gli stessi.



Lo skinhead è il soggetto appartenente a un movimento che poggia su basi sociali e non espressamente politiche. Nasce nelle periferie delle città inglesi, abitate da famiglie sottoproletarie, generalmente composte da operai. I rude boy erano per la maggior parte giamaicani, quindi pare improbabile che propugnassero i pensieri di supremazia relativi alla superiorità razziale. Nemmeno i mod avevano atteggiamenti razzisti. Inoltre esistono anche skin di colore. Nella subcultura giovanile skinhead, così come nella tradizionale cultura lavoratrice inglese, convivono la sentita appartenenza di classe, il fiero patriottismo, aspetti comportamentali virili uniti, a volte, ad orientamenti culturali di tipo tradizionalista. La musica presenta un collante fra le comunità di skin, mod e rude boy. Questi sono lo ska tradizionale, che evolverà nel rocksteady e reggae (skinhead reggae o early reggae).

Nel corso degli anni appartenenza di classe e sentimento nazionalista si polarizzarono, creando fazioni politiche contrapposte. Tali fazioni si collocarono su posizioni socialiste e anarchiche da una parte, e naziste dall'altra, o di rifiuto di qualsiasi connotazione politica (skinhead apolitici). I gruppi musicali divennero i maggiori diffusori di messaggi politici.

L'Oi! giungerà sull'onda del punk rock, con la comunità skin che si dividerà quindi fra politicizzati e non, dove molti subiscono il fascino delle politiche del National Front, infatti in quegli anni molte delle tribù di skinhead, uniti da un forte senso di nazionalismo e sospettosità per la forte ondata di immigrazione che stava vivendo l'Inghilterra in quegli anni, entrarono a far parte del movimento politico inglese National Front.

Il senso comune identifica erroneamente la sottocultura skinhead unicamente con il nome di naziskin (soprannome ideato dai media), proprio perché in Europa sono nate numerose bande appartenenti a movimenti e network neonazisti (White Power, skin88, Blood & Honour ecc), mentre gli skin dichiaratamente militanti antirazzisti (SHARP), nascono negli USA a New York, in antitesi ai movimenti che propugnano la supremazia della razza.

In Italia invece è sempre stato presente un gran numero di band apolitiche ma vicine alle posizioni anarchiche e/o antifascista, come i Nabat, padri dell'oi! italiano, i Rough, i Basta, Ciurma Skin e molti altri.

Original: gli skinhead apolitici o, per meglio dire, non identificati politicamente. Sono gli skinhead tradizionali, quelli che si rifanno allo Spirit of '69 e alla vera subcultura skinhead, formata da ragazzi sottoproletari, poveri e ribelli, accomunati da mod e rude boy per la passione verso la musica afroamericana e l'abbigliamento anticonformista da lavoro/dancehall, oppressi dal degrado di una società ipocrita e borghese che li discriminava continuamente per il proprio ceto sociale. È possibile che alcuni di questi, tuttavia, contrastino le fazioni quali la R.A.S.H. (organizzazione di chiare idee comuniste ed anarco-comuniste), la S.H.A.R.P. (militanza antirazzista) o gli altri network. Questo modello quindi ripropone la visione del movimento, nella sua più totale varietà, com'era in origine negli anni sessanta. Alcuni skinhead apolitici accusano gli skinhead politicizzati di strumentalizzare per fini politici il loro stile. Gli skinhead original tendenzialmente non considerano gli altri skinhead dei "veri" skinhead perché troppo lontani dai valori sociali e dagli ideali che caratterizzavano il movimento nella sua era d'oro, cioè gli anni sessanta.
SHARP (acronimo di "SkinHead Against Racial Prejudice"): ovvero, gli skinhead contro i pregiudizi razziali, di diverse idee politiche ma espressamente antirazzisti, uniti sotto un'unica bandiera, si rifanno alla rete denominata appunto SHARP. Questi nascono come militanti contro i gruppi neonazisti e riportano come simbolo l'elmo troiano, riprendendo il simbolo degli skinhead original che nascono dall'unione di subculture di natura multietnica.

RASH (acronimo di "Red and Anarchist Skin Heads"): skinhead di chiare idee socialiste, comuniste, anarchiche o anarco-comuniste che si rifanno al più recente network RASH. Gli skinhead di idee comuniste e socialiste si definiscono "Redskin" mentre quelli di idee anarco-comuniste, o più in generale anarchiche, "Anarcoskin". I redskin possono anche non appartenere ad alcuna rigida organizzazione politica od ostentare simboli, ma manifestare comunque la loro attitudine verso idee antifasciste; la maggior parte degli anarcoskin, invece, preferisce restare in ambienti ed organizzazioni esclusivamente o prettamente di matrice anarchica, come la Federación Anarco Skinhead o l'Anarchist Skins and Punks (quest'ultima tra l'altro riunisce anche i punk).
Skin88 (l'88 sta per HH, acronimo di "Heil Hitler", in quanto l'H è l'ottava lettera dell'alfabeto latino): skinhead di idee neonaziste o neofasciste, anche noti come Naziskin (termine però ritenuto inadeguato), raggruppati in numerose organizzazioni, anche internazionali, come Hammerskins (USA) e Blood & Honour (UK). Sono generalmente i più organizzati e politicizzati, in quanto giocano un ruolo determinante per quello che riguarda l'interesse dei mass-media nei confronti della subcultura skin. Il movimento dei naziskin è correlato alla diffusione della musica Oi! e del Rock Against Communism. Siccome non sono considerati parte del movimento skinhead dagli altri skins né tantomeno dai punk in quanto razzisti e fascisti, gli skin88 vengono dispregiativamente chiamati Bonehead (cioè "testa d'osso"), termine inglese utilizzato per indicare una persona stupida o imbecille.
Gay skinhead; le due organizzazioni più importanti conosciute sono la EGSA raggruppante gli skin gay apolitici, antirazzisti e antifascisti e la GASH (Gay Aryan Skinheads), raggruppante gli skinhead gay ma di ispirazione neonazista e tendenzialmente violenti.

Un concetto fondamentale per poter comprendere la nascita degli skinhead è quello di working class (classe operaia in inglese): lo skin è solo l'ultimo, in ordine cronologico, dei rappresentanti della gioventù proletaria britannica, oggetto di critiche e disprezzo da parte dei "benpensanti"; disprezzo che veniva e viene spesso ampiamente ricambiato. Gli skinhead si riconoscono totalmente nella classe sfruttata, quella lavoratrice. Solitamente svolgono lavori manuali e detestano tutto ciò che opprime l'individuo e lo vuole trasformare in quello che non è.

L'immagine stereotipata di questo giovane, caratterizzata da teste rasate e stivali anfibi deriva principalmente da esigenze lavorative: condizioni igieniche e di sicurezza scarse rendono necessarie precauzioni contro infortuni e infezioni; buona parte dell'abbigliamento però comprende anche elementi tramandati dai mod, da cui deriva lo skinhead. Non si trattava, quindi, di una divisa da combattimento (almeno inizialmente), come molti hanno teorizzato, bensì di uno stile strettamente legato alle proprie origini, riprendendo elementi derivanti dalle culture mod e rude boy.

Il movimento skinhead cominciò a riemergere con l'ondata di punk rock britannica. Questa sintonia tra i due movimenti nacque appunto con la nascita nel punk britannico nella seconda metà degli anni settanta, dove il movimento skinhead, sviluppato negli anni sessanta ma decaduto nei primi settanta, riemerse promuovendo il neonato punk rock come la nuova musica eletta, al contrario dei precedenti skinhead (skinhead original), indirizzati sulla musica nera giamaicana (reggae in particolare).

Lo skinhead divenne così una delle sottoculture affini al neonato punk rock. Le sottoculture all'interno del punk rock cominciarono poi a diramarsi, e tra queste, lo street punk (anche nome di un genere musicale) fu la sottocategoria dei punk che più si avvicinava a quella skinhead, perché rimane, per definizione, più radicato nella vita lavorativa e di strada.

Questa affinità tra i due movimenti ebbe un graduale sviluppo, in quanto i due movimenti condividevano spesso la stessa filosofia di vita, promuovevano la stessa musica, ed originavano dalla stessa nazione. Un elemento che avvicinò gli skin e i punk poteva essere anche la rivalità verso gli hippie, manifestata da gruppi come i Sex Pistols, era una visione che in origine decretò, all'interno del movimento mod, la scissione tra gli hard mod (i primi skinhead) dei fine anni 60, e i mod original, al contrario simpatizzanti per tale movimento. Non a caso skinhead e punk condivisero poi alcuni tipi di abbigliamento come i boots e spesso i pantaloni ripiegati o le bretelle o altro. Nacque così anche il motto "Punx & skin" promosso da diversi gruppi di punk e skinhead.

Nel 1978 si ha un ulteriore legame tra punk e skinhead grazie alla fondazione del Punk Front, organizzazione costola del National Front che radunò i punk vicini all'area di estrema destra e permise quindi ai punk di sfilare a fianco degli skinhead durante le manifestazioni politiche. Sulla scia di questo movimento punk nacquero band Oi! e punk esplicitamente legate al Punk Front come gli A.B.H. e i The Dentist.

Lo skinhead, divenne quindi una cultura vicina al movimento punk britannico, e come tale, il genere punk rock divenne la "nuova musica" degli skinhead. Il particolare sottogenere di punk rock ripreso dagli skinhead verrà ribattezzato appunto street punk, che nel contesto skinhead prenderà il titolo di "Oi!", e conserverà caratteristiche particolari che lo distingueranno in parte dal classico punk in stile britannico, seppur facente parte di questa categoria. L'Oi! (sostantivo che deriva dalla pronuncia tipica dei quartieri a est di Londra della parola "hey you!"), è un genere di punk che si potrebbe definire popolare, in quanto ha la caratteristica di coinvolgere solitamente il pubblico con cori stile tifo calcistico.

Il movimento del 1978 durò poco tempo ma è stato saltuariamente ripreso sotto le sigle Punk's Not Red e Nazi punk, la prima sigla a voler dimostrare un'attitudine lontana da quella dei centri sociali, squatt e posizioni comuniste, anarchiche e politicamente corrette, ma non per questo esplicitamente di estrema destra o esplicitamente dedita all'attività politica; la seconda sigla invece esplicitamente politicizzata e nazionalista. Tra le band che hanno fatto o fanno parte di questo movimento troviamo gli svedesi The Jinx, Battle Scarred e Midgårds Söner, i tedeschi Punk Front, i belgi Kill Baby, Kill! (pur non avendo punk in formazione ufficiale), i polacchi Niters e gli americani Forward Area, Dirty White Punk's e Final War.

Anche in Italia alcune band come i Nabat hanno dedicato canzoni all'unità sottoculturale tra gli skinhead e punk.

Mentre un'altra sottocategoria del punk chiamata anarcho punk vedeva delle rivalità sia con gli skinhead che con gli street punk per le visioni pacifiste e impegnate politicamente e socialmente; la band più conosciuta del panorama Oi! con attitudini anarco punk sono gli Oi Polloi.

Del primo skinhead, l'unica attitudine che può ricordare atteggiamenti razzisti dei successivi gruppi nazifascisti (sviluppati ufficialmente oltre un decennio dopo), era il fatto che alcuni skinhead dell'epoca erano soliti agli scontri con le comunità di immigrati pakistani, e il cosiddetto paki bashing, (ovvero "pestaggio coi pakistani"), ma anche con gli asiatici, che risultavano culture diversificate rispetto a quelle dei rude boy giamaicani (la Giamaica è, tra l'altro, una ex colonia britannica), con cui gli skinhead condivisero fin dall'inizio le radici e la vita di strada, era solo uno scontro fra gangs urbane. In sostanza, i pestaggi non erano provocati da un razzismo ideologico, ma dall'intolleranza, che poteva rivelarsi anche molto radicata nella vita di strada degli skinhead, poiché questi ultimi erano confinati in aree urbane di periferie dove vige la legge della strada. Se la subcultura skinhead in origine fosse stata fondata su principi di potere razziale, la cultura stessa non si sarebbe potuta sviluppare per principio, poiché questa nacque proprio ereditando parte della cultura degli immigrati giamaicani di natura multietnica.

Nell'immediato dopoguerra, l'immigrazione dal Commonwealth (principalmente dai Caraibi e dal Pakistan) aveva portato allo sviluppo di alcuni ghetti affollati di stranieri a Londra (Brixton) e a Liverpool (Toxteth), popolati prevalentemente da sottoccupati. Durante gli anni sessanta i pakistani e gli asiatici erano stati vittime di persecuzioni razziali ad opera di alcuni inglesi, tra cui alcuni nazifascisti. Gli skin, come altre subculture, furono e sono strumentalizzati come movimento unicamente nazifascista. Molti inglesi sostenevano che l'afflusso di stranieri, soprattutto pakistani ed asiatici, stava danneggiando le loro prospettive di lavoro e i valori tradizionali. Era quindi una forma di conservatorismo più che razzismo ideologico, anche per via dei pensieri patriottici a cui lo skinhead era molto legato, ma per il resto non presentavano connotazioni razziste, ma anzi, come già accennato, vi era molto legame con la cultura nera giamaicana (Rude Boy) da cui lo stesso movimento si era sviluppato. Inoltre le gang di skinhead e rude boy erano molto unite, condividevano gli stessi ambienti, la stessa attitudine e vita di strada e, soprattutto in origine, vi erano anche molti skinhead di colore oltre ai rude boy bianchi.



Così come il punk, anche lo skinhead style varca i confini del Regno Unito, espandendosi soprattutto nell'Europa continentale, ma facendo proseliti pure oltreoceano, diventando così una realtà su scala mondiale; se, però, in paesi come l'Italia e la Spagna solo verso la fine del decennio 1980-1989 si assisterà alla comparsa di veri e propri movimenti "skinhead" neofascisti, in paesi come Francia e Germania questo avverrà già dagli inizi, trovando terreno fertile per la propaganda xenofoba rivolta alla immigrazione extraeuropea, prevalentemente turca e nordafricana.

Comparvero nei primi anni ottanta in Italia (1981-1982), con più di dieci anni di ritardo rispetto all'Inghilterra (1969), con la formazione di alcuni piccoli nuclei Skinhead in città come Torino, Milano, Genova, Savona, Bologna, Roma e successivamente in Toscana, nel Veneto e nel Trentino. Il look viene ricostruito prendendo a modello, per i più fortunati gli skinhead visti in qualche viaggio a Londra o dalle copertine dei dischi dei gruppi Oi! inglesi. Raro era chi possedeva una polo Fred Perry o un paio di Doc Martens, spesso frutto di acquisti riusciti a fare nei frequenti viaggi che i giovani punk e skin italiani di quegli anni facevano in Inghilterra. La musica ascoltata e suonata era ovviamente il punk, l'Oi!, il reggae e lo ska. Iniziano le frequentazione dello stadio di calcio ed un saldo legame con il movimento ultras. Anche in Italia, purtroppo, come nel resto d'Europa, si delineò lungo il corso degli anni ottanta, una spaccatura nel movimento skinhead, quando entrò la politica ad alterare i punti di vista dei ragazzi, c'è chi rimase fedele allo spirito iniziale apolitico ed antirazzista e c'è chi invece si fece affascinare da idee nazionaliste e razziste che partirono da paesi come l'Inghilterra, grazie al partito di estrema destra denominato British National Front e dalla Francia con il Front National. Al riguardo descrivono bene il concetto i film: "Rude Boy" (1980) in cui come attori ci sono anche Joe Strummer e i Clash e "This Is England" (2006).

Questa prima esplosione, portò all'organizzazione di due raduni OI! nazionali, uno a Monza ed uno a Bologna, ben recensiti dalle fanzine e dalla stampa musicale indipendente, il numero degli Skinhead cresceva considerevolmente.

Il terzo raduno OI! di Certaldo (Firenze) del maggio 1983 segna l'ingresso della violenza e della destra nella scena OI! italiana. Rivalità cittadine tra skin romani e toscani causano una tensione palpabile sia fuori sia dentro il tendone adibito ai concerti. I giorni della spensierata unione tra skin e punk e della non politicizzazione ad oltranza sono finiti. I Rough si rifiutano di suonare di fronte ad una selva di braccia tese. I Rip Off si danno a lanciare saluti romani dal palco, mentre i Nabat giunto il loro turno suonano lo stesso in un clima di contestazione accesa. Quella sera sul palco giunge di tutto, dalle lattine piene ai rasoi aperti,"...tutti siamo consapevoli che stiamo assistendo alla fine di tutto, che l'Oi! sta morendo qui, proprio di fronte a noi e sono gli stessi kids a causarne la scomparsa: dal libro “Ordigni” di Riccardo Pedrini..". Forse gli atteggiamenti destrosi, almeno i primi si devono alla forte propulsione imitativa e alla volontà di voler essere come gli skin inglesi.

Di fronte all' ingresso della destra nella scena OI! italiana, i gruppi storici virano verso sinistra, e la loro politicizzazione diviene sempre più marcata. Il primo LP dei Nabat " Un Altro giorno di Gloria" di qualche anno posteriore, ad esempio reca dediche tra gli altri a Nelson Mandela e Benjamion Moloise. Il gruppo non ritiene giusto controllare quello che c'è nella testa, spesso confusa di un kid di 17 anni; semplicemente di aiutarlo a fare chiarezza. Mentre in città come Bologna, Genova, Savona o Pisa la scena si mantiene in linea con I presupposti originari, in altri luoghi la crescita della destra e evidente (Milano e Veneto). In tutto questo, la stampa gioca un ruolo determinante, stigmatizzando non solo gli skinhead di destra ma tutto il movimento in generale.

Agli inizi degli anni 90, mentre la stampa ed il sistema di informazione si concentrano sulla figura del Naziskin, si assiste all'espansione della SHARP ed al ritorno di gruppi storici come i Nabat, i Business ed i Lurkers. Il circuito dei centri sociali aiuta, in Italia, gli skin a dare una visione di sé più consona alla realtà, il livello 57 di Bologna organizza il concerto dei Business, al Leoncavallo di Milano suonano i Cock Sparrer, mentre veterani della scena OI! italiana come i Klasse Kriminale iniziano a esibirsi sempre più frequentemente in centri sociali autogestiti.

Gruppi di punta dell'OI! Italiano tornano ad esibirsi: il 1995 vede i Nabat esibirsi di nuovo dal vivo prima al Leoncavallo e poi al Livello 57 insieme ai bolognesi Ghetto 84 e agli onnipresenti Klasse Kriminale. Per quanto riguarda i gruppi orientati verso l'estrema sinistra, la banda Bassotti, anima della scena Redskin romana, di ritorno da un tour in El Salvador in compagnia dei baschi Negu Gorriak, dà alle stampe nel giugno 1995 Avanzo de cantiere, vera e propria pietra miliare del punk politicizzato contemporaneo. La scena romana conta un gran numero di kids di ogni estrazione stilistica, ma la componente skinhead sembra prevalere.

Gli skinhead hanno spesso un abbigliamento riconoscibile, dato da caratteristiche comuni che vengono di seguito descritte. Deve essere precisato che descrivere l'usuale l'abbigliamento degli skinhead, come qui di seguito, non deve far pensare che chi indossi un abbigliamento simile debba necessariamente essere considerato appartenente a quella subcultura. Il vestiario skinhead è molto più complesso rispetto a quello delle altre subculture, dal momento che ogni capo ha un'origine ed un significato diverso dagli altri, che vale solo per gli skins. Volendo fare un quadro generale, la moda di questa cultura urbana è frutto dei valori e gusti condivisi dai primi skinhead, da rude boy e mod, ma anche delle dure condizioni di lavoro e dello scontro con le autorità ed i ceti sociali benestanti vissuti dai primi skinhead negli anni sessanta in quanto operai.

Testa rasata (skin head): il taglio più corto venne ereditato dagli hard mod che lo adottarono rispetto agli altri mod perché influenzati dai rude boy per il fatto che è più adatto alla sicurezza igienica sul lavoro (in origine corto ma non rasato a zero). Benché la maggior parte degli skin preferisca portare un taglio rasato, i capelli vengono portati anche moderatamente corti e non necessariamente rasati. Le skinhead girls (skingirls) adottarono inizialmente le acconciature modette (caschetto), mentre attualmente il cosiddetto taglio Chelsea: quasi interamente corto (a "spazzola"), con la frangia sulla parte anteriore e lunghe ciocche nella parte posteriore ed ai lati ("basette").
Basette: in genere vengono portate da tutti gli skin in maniera curata e ostentata, si presuppone che si rifacciano alle subculture giamaicane e negroidi, ma anche ai marinai. Possono essere di diverse tipologie: tagliate all'altezza di metà orecchio, di media lunghezza o portate lunghe sino al mento.
Bretelle: ereditate dai rude boy giamaicani emigrati in Inghilterra, di vari colori e di larghezza pari a 3/4 di pollice o 1/2 di pollice, a volte portate pendenti per metterle in evidenza. I rude boy inclusero le bretelle nel loro abbigliamento allo scopo di imitare il vestiario dei gangsters mafiosi dei film americani. Il vestiario rude boy infatti si basa spesso sull'imitare tale stile, riprendendo elementi tipici del gangster come ad esempio lo smoking e gli occhiali scuri.

Le camicie Ben Sherman, parte integrante dell'abbigliamento mod, vennero mantenute anche dagli skinhead; di solito gli skinhead indossano le camicie con motivi a scacchi colorati o a righe, meno di frequente quelle a tinta unica. Dal momento che moltissime marche di vestiti hanno ripreso le caratteristiche delle camicie Ben Sherman, gli skinhead indossano anche camicie simili a queste come le Brutus Jeans (popolari tra gli anni sessanta e settanta) o più economiche come le Warrior Clothing (fabbricate in Inghilterra).
La polo Fred Perry, usata dai mod e successivamente ripresa dagli skin, è vista come simbolo di orgoglio nazionale inglese (Fred Perry era infatti il più grande tennista d'oltremanica).
Le felpe e la giacca di tipo harrington marca Lonsdale, sono state adottate dagli skin di tutto il mondo, anch'esse ereditate dai mod.

Anfibi: scarponi tipici della classe operaia britannica che gli skinhead usavano per il lavoro e per l'abbigliamento casual di tutti i giorni, generalmente militari o da lavoro. Negli anni sessanta i primi skinhead, insieme agli hooligan, non indossavano scarponi di marca ma stivali con la punta d'acciaio, NBC e "da scimmia" (i cosiddetti monkey boots), appropriati sia sul posto di lavoro che per combattere durante le risse o negli stadi; dato l'utilizzo che le due subculture facevano di tali stivali, questi ultimi iniziarono ad essere considerati "armi improprie" nel Regno Unito e ribattezzati "bovver" (termine derivato da "bother", cioè "infastidire"). Sempre durante quest'epoca i primi skins sceglievano il colore degli stivali a seconda della squadra di calcio di cui tifavano. Solo a partire dagli anni settanta iniziarono ad indossare Doc Martens (o stivali simili a questi), scarpe scozzesi (brogue) e mocassini. In tempi recenti i Doc Martens hanno perso popolarità tra gli skinhead, poiché sono diventati costosi e non vengono più fabbricati in Inghilterra; gli skins si sono quindi buttati su altre marche di stivali, come Solovair (tuttora made in England), Tredair e Grinders. A volte vengono sostituiti i lacci neri con lacci rossi, bianchi o gialli e spesso la scelta del colore indica l'ideologia politica dello skin che le indossa.

Scarpe da calcetto: l'indumento è stato ammesso nel vestiario "ufficiale" solo di recente, da alternare agli anfibi. Solitamente vengono usati modelli Adidas, Puma, spesso neri con strisce bianche. Le scarpe da calcetto vennero riprese per simboleggiare la forte passione degli skinhead per il gioco del calcio.
Tatuaggi: solitamente gli skinhead hanno come segno di riconoscimento una ragnatela tatuata sul gomito che indica appartenenza e fedeltà allo stile. La leggenda narra che l'idea sia nata nelle osterie ai disoccupati inglesi tra i quali era diffuso il modo di dire "ci cresceranno le ragnatele addosso" a causa della disoccupazione. Secondo altre fonti, la tesi più improbabile secondo il quale ogni "giro di tela" simboleggerebbe un anno di carcere. Altri tattoo portati sono le rondini: significano libertà e furono ereditate dai galeotti e marinai inglesi. Altri tatuaggi più espressamente skinhead sono: il crucified skinhead (crocifisso raffigurante uno skinhead), i musi di cani di tipo bull e altri tatuaggi della scuola tradizionale (cuori, rose, spade, ecc).
Blue jeans: pantaloni più adatti al lavoro, solitamente vengono usati modelli attillati firmati Levi Strauss (Red Tag, o 501), o altri marchi come Lee, Wrangler, o modelli a chiazze più chiare scoloriti con la varechina. Caratteristica comune, nonché simbolo del vestiario skinhead, è quella di ripiegare i pantaloni per evidenziare gli anfibi o le scarpe da calcetto. Altri pantaloni utilizzati sono quelli militari (in genere mimetici con le tasche) e il modello sta prest (genere classico di calzoni che ha la caratteristica di mantenere l'aspetto stirato).
Il bomber (solitamente di colore verde militare, grigio o nero): giubbotto originariamente in uso tra gli aviatori inglesi modello MA-1 (marca Alpha), anche questo capo fu ereditato dai mod e hard mod. Altri giubbotti utilizzati sono il parka, i cappotti a 3/4 e il montone.
Coppola: questo particolare tipo di berretto floscio era usato soprattutto dagli skinhead originali. Anche questo indumento, come le bretelle, venne tramandato dalla cultura rude boy. Anche in questo caso i rude boy inclusero la coppola nel loro abbiglimento allo scopo di imitare il vestiario dei gangster mafiosi. Questo berretto è infatti di origine siciliana.
Le ragioni della scelta di questi abiti vanno ricercate nello stile di vita svolto dai primi skinhead e nel loro desiderio di ribellione rispetto alla cultura dominante, oltre che verso le forze di polizia e le subculture contemporanee:

il bisogno di vestiti resistenti, puliti e facili da identificare nella folla, idonei al lavoro manuale e corrispondenti al sottoproletariato.
il rifiuto dell'imborghesimento e dell'eleganza dei mod, i quali non lavoravano perché "figli di papà".
il desiderio di crearsi un'identità culturale propria.
Ciò vale per quegli abiti industriali (jeans, stivali antinfortunistici o anfibi, giacconi pesanti ecc.) che gli skinhead usavano tutto il giorno sul posto di lavoro; quelli più leggeri e curati (camicie, mocassini ecc.) invece li indossavano solo quando andavano a ballare la sera insieme ai rude boy nelle dancehall, luoghi di ritrovo per giovani dove si ascoltava musica afroamericana, oppure quando andavano alle partite di calcio; questi due eventi erano l'unico lusso di cui gli skinhead potevano godere per divertirsi, mettendo da parte il degrado e la povertà che caratterizzava le loro vite.



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