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venerdì 26 agosto 2016

LA STRETTA DI MANO



La stretta di mano non è un prodotto della società moderna, e nemmeno esclusivo del mondo occidentale. La sua origine risale a più di 5000 anni fa, confermato da geroglifici egiziani che rappresentano patti ed accordi tra uomini e dei che, solamente stringevano la mano in segno di accordo. Uno degli antecedenti storici più importanti proviene da Babilonia quasi 4.000 anni fa, più esattamente nel 1800 a.C. Durante la celebrazione del nuovo anno il monarca babilonese doveva realizzare un cortese atto di sommissione davanti a Marduk -il maggior dio babilonese-. Questo atto consisteva in dirigersi verso la statua di suddetto dio e, in segno di rispetto, stringere la sua mano. Quest'azione, che originariamente significava il trasferimento o acquisizione dei poteri, fu modificata dopo una lunga guerra. Quando gli Assiri invasero la Babilonia, i suoi re si videro obbligati a continuare con suddetto atto come segno di rispetto per evitare che il popolo conquistato si ribellasse, iniziarono a stringere la mano a Marduk. Immediatamente gli Assiri cominciarono a credere che questa fosse una tradizione generale e la adottarono, come se fosse loro, usandola in tutto il Medio Oriente.

In Grecia ed a Roma era comune salutare stringendosi la mano, ma in un modo diverso da quello che facciamo oggi. A quell'epoca si afferrava l'avambraccio o il polso dell'altra persona stringendo fortemente. Questo si convertì in un'abitudine, sia nella Grecia post-omerica sia a Roma, nonostante derivasse da un rito molto antico. Quando nelle prime tappe della Grecia, marcata da vari dialetti, si incontravano due persone residenti di paesi o città diverse in mezzo ad un campo, o viaggiatori in sentieri solitari, la prima cosa che facevano era ritirare le proprie daghe e vedere come reagiva la controparte. Se l'altra persona mostrava segni di non voler combattere si procedeva a rimettere la daga nell'elsa ed afferrare fortemente il polso destro dell'altra persona -in segno che uno non ritirasse la propria daga e lo pugnalasse a tradimento-, allora in quel momento, potevano procedere a dialogare tranquillamente e sapere se l'altra persona avesse qualcosa da barattare o comprare.

A seconda degli usi prevalenti la stretta di mano è legata a obblighi e divieti. Nel mondo occidentale è più frequente tra uomini; in culture che praticano una rigida separazione dei sessi è proibita o vista con sfavore tra persone di sesso diverso. Ad esempio, le tradizioni islamiche riportano che Maometto, che pure esortava in continuazione i fedeli a stringersi la mano ogniqualvolta si incontrassero, si sarebbe rifiutato per tutta la vita di stringere la mano ad una donna.

Stringere la mano é probabilmente il più conosciuto modo al mondo per fare conoscenza di qualcuno.
All’apparenza questo comportamento risulta un gesto caloroso e amichevole, ma questa non é che una lettura superficiale dell’atto.

Per interpretarlo correttamento é importante distinguere i diversi significati che la stretta di mano assume in contesti diversi e in nei differenti rapporti.

L’educazione detta le norme per cui una persona di posizione sociale superiore (come un professore o un anziano) debba essere quella che offre la mano per prima; se invece si ha a che fare con un proprio pari (un collega, un coetaneo, ecc.) dare la mano diventa un modo di trasmettere l’idea di una persona sicura di sé, cordiale e aperta.

Quest’apertura delle “danze” risulta particolarmente incisiva in un colloquio d’assunzione.
Lo dimostra un recente studio degli psicologi Greg Stewart, Susan Dustin, Murray Barrick e Todd Darnold: nella loro ricerca hanno coinvolto 98 studenti che sono stati istruiti a simulare un colloquio di lavoro.

Prima dell’incontro i volontari si sono presentati a dei collaboratori degli scienziati allenati nel valutare il modo di dare la mano: questi ultimi avevano il compito di dare un giudizio sulla stretta dei partecipanti.
Una volta effettuata la selezione, anche gli esaminatori dovevano esprimere un parere, in particolare sul modo di presentarsi dei candidati e sulla probabilità che venissero assunti.

In seguito, le considerazioni delle due categorie di giudizi sono state confrontate: chi era stato valutato positivamente nell’atto di dare la mano era anche indicato come candidato “papabile”. Per altro, i ricercatori hanno appurato che chi dava una stretta salda e sicura, si mostrava anche maggiormente a suo agio nel corso del colloquio, guardava più spesso l’interlocutore ed esibiva altre abilità sociali.

“Ci siamo resi conto“, commenta il coordinatore del team, “che gli intervistatori si erano fatti un’idea del candidato nei primi due o tre minuti del colloquio, “indipendentemente dalla durata complessiva dell’incontro; inoltre, abbiamo constatato che la prima impressione parte con l’effetto della stretta di mano, che da l’impronta a tutto il proseguio dell’intervista“.



“Spesso“, continua il coordinatore, “chi cerca lavoro pensa a cosa dire, come comportarsi, come vestirsi, ma pochi fanno attenzione al modo di stringere la mano, che é qualcosa di più personale e sottile e può comunicare quello che l’abito o l’apparenza non sono in grado di trasmettere“.

Quest’atto mette in luce soprattutto le caratteristiche di personalità; “non ne siamo consapevoli” conclude lo studioso, “ma questa forma di comunicazione non verbale la dice lunga su di noi e determina un’impressione durevole“.

Si tratta di un comportamento che salta all’occhio solo se è eseguito in modo insolito: la stretta è molle o troppo forte, vengono offerte le sole dita, ci viene ruotato il polso nel momento in cui la offriamo e così via, ma in questo gesto di saluto intervengono moltissime altre variazioni, anche minime, che possono dirci molto sul nostro interlocutore e sul tipo di relazione che predilige.

Ad esempio, chi torce il polso dell’altro, così da fargli girare il palmo verso l’alto o chi mette una mano sulla spalla dell’interlocutore nel dargli la mano, esprime il desiderio di porre l’altro in un ruolo di sudditanza. La persona che invece offre la mano molle o solo la punta della dita non gradisce il contatto con gli altri e si tratta di un individuo altezzoso o schivo e comunque quasi sempre falso e opportunista.

La mano ha una peculiarità: quando suda, questo avviene, non a causa di un aumento della temperatura esterna, ma esclusivamente in conseguenza di uno stress emotivo. Così il fatto che il palmo sia più o meno “bagnato” è legato alla capacità di gestione dell’ansia e all’essere più o meno a proprio agio e disinvolti nei rapporti umani.
E’ stato scoperto ad esempio che una mano asciutta è legata alla socievolezza negli uomini, ma non nelle donne. Uno studio su pazienti psichiatrici poi ha messo in luce come una mano fredda e umida sia spesso associata ad un temperamento introverso, a depressione e alla tendenza a sviluppare comportamenti nevrotici; questo lo si osserva soprattutto nelle donne.
Bisogna però precisare che il gentil sesso ha una circolazione periferica meno efficiente degli uomini; quindi, non è infrequente trovare una donna con la gelida manina. Però se la mano di una donna che conosciamo è calda, facilmente ci troviamo di fronte ad una persona equilibrata e sicura. Quando è un uomo ad avere l’estremità superiore fredda non è improbabile che  sia un  individuo inibito e apprensivo. Anche l’intensità della forza impressa alla stretta è legato alla personalità. Una stretta salda e decisa è tipica di una personalità dominante, sicura di sé e razionale; se la pressione è eccessiva però è segno di un carattere aggressivo ed esibizionista.

Per contro, persone che danno la mano in modo molle e fiacco sono di solito schive, timide e diffidenti. Anche chi è depresso tende a stringere in modo blando. Per altro, si è appurato che un progressivo declino nell’intensità della stretta è legato ad un peggioramento dello stato malinconico.

Una recente ricerca di un équipe di psicologi dell’Università dell’Alabama, capitanata dallo psicologo William Chaplin ha studiato in modo sistematico quest’azione; facendo delle interessanti scoperte. Innanzitutto, è stato appurato che il modo di dare la mano è stabile nel tempo ed indipendente dalla persona che incontriamo (perciò è legato alla personalità).

Gli studiosi hanno quindi osservato che una stretta energica e calorosa è tipica degli individui estroversi e di chi è molto espressivo; nelle donne, inoltre,  è associata anche ad apertura mentale e a curiosità per le novità. Al contrario, chi è timido o ha un temperamento ansioso e instabile da la mano in modo esitante, maldestro e la sua stretta, come già emerso nelle indagini citate in precedenza, risulta piuttosto moscia. Infine, si è constato che questa forma di saluto incide molto sulla prima impressione che ci si fa dell’altro; per cui dare una salda stretta di mano può predisporre favorevolmente l’interlocutore verso di noi, specie se a farlo è una donna cui viene attribuito un carattere aperto, socievole e gioviale.

Due studi successivi di Mark Chapell e di altri psicologi della Rowan University di Glasboro, New York,  hanno messo in luce come nella stragrande maggioranza dei casi, è l’uomo a tenere la mano sopra quella della compagna. Se le due mani sono una con il palmo verso il basso e l’altra con il dorso verso l’alto è chiaro come stabilire l’estremità di chi si trovi sopra; non è così intuitivo, se le mani sono tenute entrambe verticali, come quando si cammina mano nella mano. In quel caso, non è tanto la mano, quanto l’avambraccio a stare sopra. Attraverso quest’azione, l’uomo attesta in modo non verbale la sua posizione di conduttore all’interno della relazione.

Siamo così abituati a fare il gesto di dare la mano, quando incontriamo o conosciamo qualcuno che nemmeno ci rendiamo conto che il modo in cui lo facciamo parla di noi.

Ma allora, come è fatta la stretta perfetta? Le regole sono le stesse per uomini e donne: si offre all’altro la mano destra, con una stretta ferma ma non eccessiva, in un punto che si colloca a metà strada tra noi e chi abbiamo di fronte. Il palmo deve essere asciutto e fresco e le mani strette si devono scuotere 3 volte per un tempo non superiore ai due-tre secondi. Ci si deve guardare negli occhi, sorridendo in modo spontaneo e con una forma di saluto o presentazione consona alla situazione.
Banale? Non la pensano così i vertici inglesi della Chevrolet, che hanno inserito il corso sulla corretta stretta di mano nel programma formativo della propria forza vendita e che hanno sovvenzionato lo studio di Beattie (più per farsi pubblicità che per vero amore della scienza).
«La stretta di mano non è solo una forma di saluto rituale, ma anche un modo per concludere gli affari: è importante che il nostro staff sia capace di farlo nel modo migliore per trasmettere fiducia e rassicurazione ai clienti».



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venerdì 22 luglio 2016

COLPO DI FULMINE

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Ci si incontra con gli occhi, ma la freccia di Cupido scocca col sorriso, emblema di fiducia ed affidabilità. Il colpo di fulmine esiste e, se ci si crede, può durare per sempre. Senza scomodare i moltissimi casi letterali classici, uno fra tutti quello fra Romeo e Giulietta di William Shakespeare.

Sarebbero 3 i fattori che danno credito all’amore istantaneo: sentirsi attratti fisicamente, reputare desiderabile la personalità dell’altro e essere empatici, cioè sentirsi simili. Punto centrale del colpo di fulmine, però, non sono gli occhi come vorrebbe il detto ‘amore a prima vista’ ma il sorriso. Se lo sguardo analizza per primo chi si ha di fronte, il sorriso è una dichiarazione d’amore. “Il sorriso indica una totale apertura verso l’altro e chi lo fa viene interpretato come più affidabile, rassicurante, accogliente”.

Il colpo di fulmine, infine, non ha niente a che vedere con una scappatella. Gli esperti spiegano che l’amore a prima vista è profondamente romantico e differisce dal flirt o dal rapporto sessuale fine a se stesso tanto che gli antropologi lo definiscono tale se dura almeno 18 mesi.

Secondo Stephanie Ortigue, docente della Syracuse University (USA), sentimenti di amore possono verificarsi già 0,2 secondi dopo il primo contatto visivo con qualcuno. Secondo Ortigue, questo sentimento di amore si sviluppa in dodici aree del cervello (individuate con risonanza magnetica funzionale) che lavorano insieme per rilasciare sostanze chimiche che inducono euforia - come dopamina, ossitocina, adrenalina e vasopressine - e può avvenire così velocemente da meritarsi la definizione di amore a prima vista.

Un altro studio di Helen E. Fisher, ricercatrice presso l'Istituto Kinsey, pubblicato sul Journal of Physiology, afferma che l'innamoramento a prima vista non solo esiste, ma ha uno scopo ben preciso: potrebbe essere una scorciatoia per assicurarsi la prosecuzione della specie. Secondo Fisher: «Anche l'amore a prima vista è una risposta dei mammiferi che si sviluppa in altri animali e che i nostri padri ereditarono per accelerare il processo di accoppiamento». Che le commedie romantiche, dunque, non siano poi così campate in aria?

Gli psicologi Mylene Bolmont, John T. Cacioppo e Stephanie Cacioppo, pionieri delle ricerche sulla fisiologia e i meccanismi dei sentimenti, hanno condotto uno studio presso l'Università di Ginevra per capire se lo sguardo che rivolgiamo a un potenziale partner è diverso se quella persona ci attrae dal punto di vista romantico o da quello sessuale. Il risultato è che se ci fermiamo con lo sguardo sul volto di uno sconosciuto, vediamo quella persona come un potenziale partner in amore. Ma se guardiamo di più il suo corpo, nei suoi confronti è più forte il desiderio sessuale.
 Ma è sbagliato pensare che l'amore sia solo questione di chimica. Dal punto di vista scientifico, secondo Stephanie Cacioppo: «l'amore non solo un istinto primordiale e un'emozione, ma un complesso stato mentale emotivo che coinvolge quattro dimensioni: chimica, conoscenza, preferenza e intenzione di stare con quella persona».
Ayala Malack-Pines, psicologa della Ben-Gurion University in Israele, nel suo libro Falling in Love (Innamorarsi) scrive che solo una piccola frazione (11%) delle persone coinvolte in relazioni a lungo termine dichiara che il loro è stato un amore a prima vista. In pratica solo in una coppia su 10 le impressioni favorevoli iniziali innescherebbero un legame che può durare a lungo.

I più sensibili al colpo di fulmine sono i maschi: 1 uomo su 4 crede nell'amore a prima vista e dice di capire in pochi secondi se la ragazza che lo ha stregato sarà la donna della sua vita.

Dal punto di vista scientifico, l’innamoramento è un insieme di stati emotivi, di affetto e attrazione sessuale che portano ad un attaccamento nei confronti di una persona, destinataria di tali sentimenti. Alcuni evoluzionisti definiscono l’innamoramento come nato dalla necessità di mantenere uniti dei gruppi familiari affinché ci si potesse occupare in due (e meglio) della prole, cui trasmettere cultura e usi attraverso la parola. Ne scaturisce una maggiore selezione del partner, scelto in base a caratteristiche non solo fisiche ma anche caratteriali e relazionali all’interno della società. Generalmente, ad essere scelto è l’individuo migliore da molteplici (e soggettivi) punti di vista: torace ampio e muscolatura importante per gli uomini, capacità fecondative per le donne. A questi fattori si aggiungono il successo sociale ed economico o la capacità di allevare dei figli a completare i requisiti secondo i quali al partner scelto si affideranno i propri geni. Secondo gli scienziati, tutte queste valutazioni avvengono a livello inconscio e in un tempo ben determinato: un quinto di secondo.
Negli USA, l’équipe di studiosi dell’università di Syracuse, nello stato di New York, ha condotto una ricerca finalizzata a cronometrare in quanto tempo ci si innamora di qualcuno. Nei 20 centesimi di secondo a partire dal momento in cui osserviamo l’altro/a scattano nel cervello dei processi chimici che rilasciano nel corpo delle sostanze – ossitocina, adrenalina e dopamina – in grado di provocare una sensazione di benessere ed eccitazione simile all’effetto di droghe, afferma la coordinatrice la Dottoressa Stephanie Ortigue. Dodici sono le aree del cervello coinvolte in tale processo, a dimostrazione del fatto che l’innamoramento (e l’eventuale sentimento d’amore) nascono proprio dalla mente e non dal cuore, come i romantici vorrebbero pensare. inoltre, quando si soffre per amore, la condizione psicofisica che viene a crearsi è simile a quella degli stati depressivi: attenzione quindi a non sottovalutare gli effetti negativi di una delusione d’amore e le conseguenze emotive che porta con sé.



Prima di questo studio, la celebre rivista americana Archives of sexual behavior aveva pubblicato una ricerca per stabilire in quanto tempo ci si rende conto di essere attratti da qualcuno/a. I risultati sono diversi per uomini e donne: i signori che si incantano a guardare una “preda” per più di 8 secondi manifestano un interesse chiaro e finalizzato al “rimorchio”; se lo sguardo dura circa 4 secondi, vuol dire che l’interesse non c’è. Al contrario, una donna che osserva un uomo per una manciata di secondi non indica proprio niente: infatti, a causa dei giudizi morali attribuiti alle signore che sostengono sguardi languidi con l’altro sesso, farsi sorprendere a guardare un uomo che suscita interesse è sconveniente, quindi accuratamente evitato. Di conseguenza, la regola degli 8 secondi non vale per il gentil sesso, che mostra interesse sì dagli occhi, ma in una maniera poco chiara ai più (donne escluse, ovviamente).

In molti commettono l’errore di pensare che, conseguentemente ad un colpo di fulmine e un innamoramento, l’amore sia dietro l’angolo. Sebbene il colpo di fulmine sia d’aiuto nella nascita di un sentimento intenso e profondo, non è la condizione necessaria senza la quale non si può dire di aver trovato l’anima gemella. Nel corso della vita, tutti possono dire di essere “stati fulminati” almeno una volta ma non altrettanti possono affermare di aver trovato la persona con la quale condividere la quotidianità. Questa corrisponde a dei criteri di selezione che vanno oltre l’aspetto fisico: le sostanze prodotte dal cervello in quel quinto di secondo di cui abbiamo descritto le gesta possono essere prodotte anche in seguito ad una conoscenza approfondita del partner nel corso di molto più tempo trascorso insieme. Quindi, sebbene il colpo di fulmine esista – e ne sono convinti 8 italiani su 10 – bisogna essere in grado di dissociarsi dalla convinzione che sia necessariamente sintomo di amore, quello vero, che dura per tutta la vita.

Non fatevi ingannare dalla leggenda dell’anima gemella e dal conseguente mito del colpo di fulmine come garanzia del vero amore. Se le due cose coincidono, tanto meglio, altrimenti non insistete nel cercare la persona giusta in base a un colpo di fulmine, perché non è detto che la relazione duri più di una semplice passione passeggera.

Al contrario di quanto vuole il senso comune, ambiscono all’amore romantico che nasce al primo incontro soprattutto gli uomini: secondo il rapporto annuale ‘Singles in America’ svolto su 5.000 singles dai 21 ai 70 anni, il 59% degli uomini e il 49% delle donne nel 2014 ha dichiarato di crederci , il 41% degli uomini e il 29% delle donne lo ha sperimentato. A sorpresa le singles sono più scettiche e gli uomini più sognatori.



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martedì 19 luglio 2016

IL TESORO DI ALARICO



Cupi a notte canti suonano Da Cosenza su 'l Busento, Cupo il fiume gli rimormora Dal suo gorgo sonnolento. Su e giù pe 'l fiume passano E ripassano ombre lente: Alarico i Goti piangono Il gran morto di lor gente. Ah sì presto e da la patria Così lungi avrà riposo, Mentre ancor bionda per gli omeri Va la chioma al poderoso! Dal Busento ecco si schierano Su le sponde i Goti a pruova, E dal corso usato il piegano Dischiudendo una via nuova. Dove l'onde pria muggivano, Cavan, cavano la terra; E profondo il corpo calano, A cavallo, armato in guerra. Lui di terra anche ricoprono E gli arnesi d'or lucenti; De l'eroe crescan su l'umida Fossa l'erbe dei torrenti! Poi, ridotto ai noti tramiti, Il Busento lasciò l'onde Per l'antico letto valide Spumeggiar tra le due sponde. Cantò allora un coro d'uomini: Dormi, o re, nella tua gloria! Man romano mai non violi La tua tomba e la memoria! Cantò, e lungo il canto udivasi Per le schiere gote errare: Recal tu, Busento rapido, Recal tu da mare a mare.
(August Graf von Platen, 1820)
(tradotta in italiano da Giosuè Carducci)


Alarico compare per la prima volta nelle cronache a vent'anni nel 390 quando, giovane principe della dinastia dei Balti, guidò i Visigoti, gli Unni ed altre tribù provenienti dalla sponda sinistra del Danubio nell'invasione della Tracia, culminata con il saccheggio di quella provincia. L'imperatore romano Teodosio I nel 391 intervenne personalmente, ma cadde in un'imboscata sul fiume Maritza, dove rischiò la vita. Nel 392 i Visigoti di Alarico vennero circondati sulla Maritza dal generale Stilicone, ma l'imperatore Teodosio li perdonò e li lasciò tornare nella loro provincia (la Mesia) rinnovando con loro il trattato già stipulato nel 382.

Alla Battaglia del Frigido (tributario del fiume Isonzo), combattuta il 5 settembre del 394, tra Teodosio e Flavio Eugenio, mentre le truppe di foederati erano comandate dal goto Gaina, Alarico servì fedelmente l'imperatore a capo dell'avanguardia costituita da truppe visigote che subì gravissime perdite. Dopo la vittoria, però, Alarico non ottenne il grado di magister militum dell'esercito romano che gli era stato promesso. Anzi, alla morte dell'imperatore, il 17 gennaio 395, il generale Stilicone inviò i Goti nella loro provincia e non pagò loro il tributo annuale che Roma gli versava. Questi fatti contribuirono a compromettere la pace che era stata raggiunta tra Goti e Romani e a fare ricominciare le ostilità.

Alarico, nel 395, fu proclamato re dei Visigoti e dichiarandosi indignato per la mancata nomina a magister militum, li guidò nell'invasione della Tracia, poi si ritirò verso la Macedonia, dove fu sconfitto al Peneo, quindi invase la Tessaglia, dove fu fermato dal generale Stilicone, reggente dell'Impero romano d'Occidente, per conto dell'imperatore Onorio, coadiuvato dal goto Gaina, comandante dell'esercito dell'Impero romano d'Oriente. Ma l'imperatore Arcadio chiese a Stilicone di rientrare in Occidente e a Gaina di rientrare a Costantinopoli, lasciando un contingente alle Termopili per difendere la Grecia.

Alarico, forse per merito del tradimento, si impossessò del famoso passo e attraversò la Beozia e l'Attica, occupò Il Pireo e costrinse Atene alla resa e lì soggiornò pacificamente senza saccheggiarla. Poi si diresse a Eleusi, dove distrusse il tempio di Demetra, determinando la definitiva interruzione delle celebrazioni dei Misteri eleusini. Nel corso del 396, tutto il Peloponneso fu occupato, Corinto, Argo, Sparta e molti altri siti subirono la violenza e le devastazioni dei Visigoti.

Nel 397, Stilicone sbarcò a Corinto con un esercito e cacciò i Visigoti dall'Arcadia e li accerchiò ad Elice. Ma, ancora una volta, richiamato per una rivolta in Africa, risparmiò Alarico, anzi si accordò con lui, per averlo alleato contro l'impero d'oriente. Alarico allora si ritirò sulle montagne verso il nord dell'Epiro, dove Arcadio, nel 399, gli offrì del denaro e lo nominò magister militum dell'Illyricum, in pratica Governatore dell'Epiro già occupato, concludendo così la pace. Alarico approfittò della collaborazione con l'impero d'oriente per rafforzarsi, soprattutto riarmò i Visigoti negli arsenali romani.

Nel corso del 400, Alarico lasciò l'Epiro e passando da Aemona, nel 401 arrivò in Italia, e da Aquileia si diresse su Mediolanum, dove si trovava l'imperatore Onorio, ma fu fermato a Pollenzo (402), dove la moglie e i figli di Alarico furono fatti prigionieri da Stilicone, che nominò Alarico magister militum purché lasciasse l'Italia. Dopo essere uscito dall'Italia, Alarico non si allontanò dai confini, e nel 403 rientrò, assediando Verona, dove venne sconfitto da Stilicone, e mentre tentava di crearsi un varco per uscire dall'Italia venne abbandonato dal principe Saro, che passò agli ordini di Stilicone. Alarico nel 404 dovette venire a patti con Stilicone, con cui rinnovò il patto di alleanza contro l'impero d'oriente, e dovette rientrare in Epiro. Ma presto abbandono l'Illiria per stabilirsi tra il Norico e la Pannonia. Comunque il magister militum dell'Impero romano d'Occidente, Stilicone, acconsentì di pagare un tributo ad Alarico per non avere problemi ai confini orientali, volendo recarsi a Costantinopoli dove l'imperatore d'oriente Arcadio era morto il primo maggio del 408.

In seguito alla condanna a morte di Stilicone (23 agosto 408), accusato di tradimento, Alarico dapprima chiese un tributo all'imperatore di Occidente Onorio per lasciare il Norico e trasferirsi in Pannonia. Al rifiuto di Onorio, Alarico (alla fine del 408), senza attendere il cognato Ataulfo, che era in Pannonia con truppe gote e unne, invase nuovamente l'Italia e - per la prima volta dai tempi di Brenno - pose sotto assedio Roma, che fu portata sull'orlo della carestia. Una volta obbligato il Senato romano a consegnargli un forte tributo, levò l'assedio e si trasferì in Toscana dove liberò un gran numero di schiavi germanici. Nel frattempo il cognato Ataulfo era giunto in Italia con i rinforzi, nel 409, senza subire eccessive perdite. Dopo un mancato accordo con l'imperatore Onorio, trincerato a Ravenna, Alarico fece ritorno nel Lazio, occupando Ostia e chiedendo al Senato di deporre Onorio e proclamare imperatore il prefetto della città, Prisco Attalo. Il Senato romano accettò e Prisco nominò Alarico magister militum. Nel 410 entrò ad Eboli saccheggiandola e si presume che nascose un tesoro. A causa delle sue razzie Eboli fu distrutta e rimasero solo pochi reperti archeologici.

Assieme ad Attalo Alarico pose l'assedio a Ravenna, che stava per cedere, quando ricevette l'aiuto di un contingente di circa 4.000 soldati bizantini, mentre la provincia africana si era ribellata e Roma era nuovamente minacciata dalla carestia. Mentre Alarico attaccava tutte le città cispadane per poi passare in Liguria, Attalo rientrò a Roma dove si oppose ad inviare un esercito in Africa. Per questo Alarico, tra maggio e giugno del 410, lo depose e lo tenne in sua custodia assieme a Galla Placidia, la sorella di Onorio. Dopo aver inviato a Onorio il diadema e la porpora imperiale di Attalo si ripresero le trattative che però fallirono perché Saro ancora una volta passato dalla parte dell'imperatore attaccò le truppe di Ataulfo, violando la tregua. Alarico, spazientito, marciò per la terza volta su Roma e, il 24 agosto 410, dopo che la porta Salaria era stata aperta a tradimento, la prese e la saccheggiò (Sacco di Roma), per tre giorni.

I Visigoti lasciarono Roma carichi di bottino e Alarico, passando da Capua e da Nola, si diresse a Reggio, dove preparò una flotta, con l'intenzione di conquistare l'Africa, il granaio dell'impero, per poi impadronirsi dell'Italia. Ma una tempesta disperse e affondò le navi quando erano già in parte cariche e pronte a partire. Allora Alarico lasciò la città diretto a nord; ma quando era ancora in Calabria, nei pressi di Cosenza, si ammalò improvvisamente e morì. Secondo la leggenda venne seppellito con i suoi tesori nel letto del fiume Busento a Cosenza. Gli schiavi, che avevano lavorato alla temporanea deviazione del corso del fiume, furono uccisi perché fosse mantenuto il segreto sul luogo della sepoltura.



Secondo lo storico Giordane, che afferma di averlo letto su un libro dello storico ufficiale dei Goti Cassiodoro di Squillace, venne deviato il corso del fiume Busento per scavarvi una tomba nella quale venne sepolto il re insieme al suo cavallo. Poi il fiume venne fatto rifluire nel suo letto. Questi imponenti lavori sarebbero stati eseguiti da prigionieri rastrellati nei dintorni, che alla fine sarebbero stati uccisi perchè non rivelassero il segreto. Questo è ciò che risulta dalle fonti storiche.

Ci sono dei motivi più specifici che fanno pensare che il racconto degli storici corrisponda alla realtà. C'è un'intera categoria di oggetti importanti che sono scomparsi dalla storia, e il motivo potrebbe proprio essere che sono finiti nella tomba di Alarico. Non cose di poco conto: stiamo parlando dei grandi cammei, cioè degli oggetti in assoluto più raffinati e preziosi che l'antichità abbia prodotto. Per le gemme più importanti venivano usate agate con stratificazioni di diversi colori, colori che venivano sfruttati abilmente per far risaltare le figure sullo sfondo e per colorare le vesti o i capelli. Le agate sono pietre molto dure, compatte e resistenti – le più usate erano la sardonica indiana e la sardonica araba -, e sono quindi adatte per sculture in miniatura e di grande precisione come i cammei e i sigilli.

I Goti di Alarico impiegarono tre giorni per saccheggiare la città di Roma, e in un tempo così breve possono solo avere assaltato i templi e le residenze principali. Possono quindi avere trafugato solo gli oggetti più preziosi e trasportabili. Tra questi non potevano mancare i grandi cammei. Pochi mesi dopo Alarico morì, e sicuramente nella sua tomba non si troveranno 70 tonnellate d'oro e 150 d'argento, perché questo bottino era proprio lo scopo dei ripetuti assalti alla città eterna.

Ma un re che aveva compiuto una così gloriosa impresa doveva avere una tomba all'altezza della sua fama. E cosa poteva esserci di meglio, per arricchirla, di tutti quegli oggetti di grande valore simbolico? Trofei di guerra innumerevoli, scettri e corone, armature di capi sconfitti, simboli dell'identità, della religione e del potere della città di Roma. Tutte cose che i Goti avevano trafugato per aggiungere la gloria al ricco bottino. Però adesso questi cimeli non aveva più senso trascinarseli dietro. La loro destinazione migliore era proprio quella di affidarli per l'eternità al loro eroico condottiero. Anche i cammei più grandi, insieme ad innumerevoli altri esemplari più piccoli, devono avere avuto questa destinazione, anche perché, per quanto preziosi e importanti, non si trovava più nessuno in quell'epoca che fosse disposto a scambiarli con un mucchietto d'oro. Questa quindi è la spiegazione migliore che si possa trovare per la scomparsa di questa importante categoria di oggetti, e nello stesso tempo questa stessa scomparsa è anche la migliore prova che questa tomba deve esistere davvero, e che non è mai stata scoperta. Infatti, se fosse stata trovata, alla fine, in un modo o nell'altro, i grandi cammei sarebbero ricomparsi. E l'ipotesi obbligata è che la tomba sia nascosta alla vista dalla corrente di un fiume. Per fare un'ipotesi diversa, bisognerebbe riuscire ad immaginare in quale altro modo si potrebbe nascondere una tomba che dovrebbe anche avere proporzioni grandiose. Inoltre sembra poco probabile che uno storico abbia potuto “inventarsi” una simile soluzione, che non ha alcun precedente. Ma se le cose stanno così, questa tomba non è destinata a rimanere per sempre nascosta, così come è avvenuto finora? Fino a pochi anni fa questa sarebbe stata solo una domanda retorica, con una inevitabile risposta affermativa. Oggi però, con l'aiuto di alcune sofisticate tecnologie, si possono eseguire indagini strumentali atte a verificare il racconto tramandato dagli storici.

Usando sia l'ecoscandaglio che un radar a penetrazione del sottosuolo, è stata indagata la struttura dei sedimenti, che per una profondità di più di dieci metri erano costituiti da depositi caotici con resti di rami e tronchi. E alcuni metri al di sotto del punto più profondo, è stato individuato un oggetto compatto del diametro di un metro. Nello stesso punto una piccola anomalia magnetica rilevata con il magnetometro ha dimostrato che esso contiene dei metalli. In sostanza con queste indagini gli scienziati hanno scoperto che il lago si era formato in seguito alla caduta di un frammento del meteorite esploso a qualche chilometro d'altezza, frammento che è stato individuato con notevole sicurezza al di sotto del punto più profondo.

Tutto questo per dare un'idea del tipo di indagini che si potrebbero fare oggi. Si potrebbe esplorare il letto del fiume con un magnetometro.

Se venisse segnalata la presenza di metalli con un ecoscandaglio e con un radar a penetrazione si potrebbero indagare gli strati di roccia sottostanti per evidenziare discontinuità che possano far pensare ad un ambiente sotterraneo.

Se venisse individuata una struttura di questo tipo, si potrebbero fare ulteriori indagini per arrivare alla certezza di avere individuato questa famosa tomba. E se così non fosse, si sarà almeno ottenuto il risultato di restringere il campo delle possibilità; potrebbe allora trattarsi di un altro corso d'acqua (probabilmente alla fine si scoprirà che la tomba è stata costruita in un punto dove l'alveo del fiume si restringe, per far sì che, quando nella stagione estiva la portata diminuisce e si formano delle secche, l'acqua continui a ricoprire l'intero letto da una riva all'altra). Una volta individuata la tomba, si porrebbe il problema, molto più impegnativo, di riportarla alla luce. Ma certamente ne varrebbe la pena. L'importanza storica e artistica dei tesori che vi potrebbero essere custoditi è tale, che ne trarrebbero vantaggio sia l'immagine del nostro paese, che il turismo e l'economia. Tra i tanti cimeli storici che si potrebbero trovare nella tomba di Alarico, ce n'è uno più importante degli altri. Questo trofeo è il simbolo di una guerra condotta dai Romani in maniera particolarmente spietata, per far sapere a tutti qual'era la punizione per chi si ribellava al loro potere. Un trofeo prelevato a Gerusalemme nel tempio di Salomone prima che fosse distrutto. Il candelabro a sette bracci d'oro massiccio divenne il simbolo di questa campagna militare, ed è stato per questo rappresentato nell'arco di Tito. Quasi certamente, a causa del suo particolare valore simbolico, era ancora conservato a Roma nell'anno 410. E se è così, è probabile che sia stato trafugato dai Goti insieme agli altri tesori. E forse anche per questi barbari, già ampiamente romanizzati, il suo valore superava quello pur notevole dell'oro di cui era fatto, e potrebbe quindi essere finito anch'esso nella tomba. Naturalmente questa è solo un'ipotesi, della quale non si può nemmeno stimare la probabilità. Ma se c'è una pur lontana possibilità di trovare il grande candelabro a sette bracci, questa è legata al nome di Alarico.

I luoghi su cui si è concentrata l'attenzione dei cacciatori di tesori nel corso dei secoli sono una collina chiamata Rigardi, che in gotico significa rispetto, sulla collina è incisa un'enorme croce e in un grotta c'è quello che sembra un altare in pietra. Si è poi cercato lungo la confluenza tra il Crati e il Busento, sotto i tumuli di Bisignano  e nei ninfei di Corlei.

Nel corso della storia, in molti hanno scavato nella zona senza trovare nulla. Nella seconda metà degli anni trenta Heinrich Himmler visita la zona, con lui ci sono gli uomini della Ahnenerbe, cacciatori nazisti delle radici ariane. Il mito di Alarico nell'ideologia nazista era di grande importanza, Goebbels elencava il tesoro del re barbaro come simbolo irrinunciabile del Reich. L'invasione dell'Italia fu chiamata Operazione Alarico. Il capo dell'SS era sceso in Calabria per controllare una archeologa francese, Amélie Crevolin che voleva dragare fino a otto metri sotto il ponte di Laurignano.

Oggi a essere convinto dell'esistenza della tomba di Alarico è un noto falco vicino alle amministrazioni Usa, Edward Luttwak. Il politologo rimprovera all'Italia di non incentivare la ricerca di tesori con la concessione di una percentuale, come fanno altri paesi. Questo favorirebbe l'arrivo di esperti cacciatori. "Questa faccenda del sacro fiume deviato sembrava solo un tòpos, invece no: l'alveo fu spostato davvero. Al massimo di un chilometro. L'area da indagare non è enorme. Bisogna cercare sul serio", ha dichiarato Luttwak.

L'americano ha anche suggerito di coinvolgere le autorità di Israele, che dispongono di una tecnologia in grado di individuare masse metalliche nel sottosuolo anche da un elicottero. Le forze armate israeliane hanno confermato, ma hanno chiarito che quegli strumenti sono top secret, vengono usati per individuare armi nei tunnel di Hamas. Inoltre le autorità israeliane chiudono dicendo che si muovono solo su prove certe, è per il momento non ce ne sono. Mito, leggenda o suggestione? Una cosa è certa: il tesoro c'è, perché il mito di Alarico e la suggestione del suo bottino, se ben usati possono davvero fare la fortuna di questo territorio.
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domenica 1 maggio 2016

GLI UFO

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Il termine UFO è divenuto sinonimo di navi spaziali aliene nella cultura popolare e la maggior parte delle discussioni sugli UFO ruota attorno a questa tesi. Il concetto di UFO si è evoluto in un mito di primo piano nella cultura moderna, con appassionati e devoti che hanno istituito organizzazioni varie e persino culti religiosi. Alcuni ricercatori ora preferiscono usare il termine più ampio di "Unidentified Aerial Phenomenon" (o UAP) ovvero fenomeno aereo non identificato, per evitare la confusione o le associazioni speculative con il termine UFO.

Nel senso letterale e proprio del termine, un UFO è un oggetto volante di cui non è stato possibile identificare la natura. Secondo tale definizione, è classificabile, provvisoriamente, come UFO un velivolo che compare inaspettatamente su un radar di una torre di controllo prima che esso comunichi il proprio identificativo. Tuttavia, è entrata nel linguaggio e nell'immaginario comune (ed è questo il significato popolarmente dato alla parola) l'identificazione degli UFO con oggetti di ipotetica origine extraterrestre. In questo contesto, è divenuto popolare anche il termine "disco volante", utilizzato a partire dagli anni quaranta del Novecento, sebbene secondo studi statistici di alcuni ufologi (tra cui Knut Asheim) la forma dei presunti UFO non sia sempre discoidale o lenticolare, ma in molti casi oblunga, cilindrica, a sigaro, sferica , conica, poligonale ed anche triangolare.

Secondo il Centro italiano studi ufologici, con il termine "UFO in senso stretto" ci si dovrebbe riferire all'osservazione di fenomeni nel cielo (o nello spazio) che né l'osservatore, né le autorità e neppure eventuali analisi competenti approfondite siano riusciti a ricondurre con certezza all'identificazione con oggetti noti di tipo artificiale (come velivoli, satelliti artificiali e palloni aerostatici) o fenomeni naturali (pianeti, stelle cadenti, meteore, fulmini globulari o altri fenomeni atmosferici).

Il GEIPAN francese ritiene più appropriato parlare di "fenomeni aerospaziali non identificati". Nella maggior parte dei casi gli osservatori descrivono un fenomeno tipicamente coinvolgente luci nel cielo, ma senza evidenze che indichino un effettivo oggetto fisico.

Il variegato campo d'interesse e d'indagine nei confronti del fenomeno degli UFO, nato nel secondo dopoguerra, ha preso il nome di ufologia, e ufologi quelli che se ne occupano; essa è generalmente considerata dal mondo scientifico una pseudoscienza. Negli ultimi anni sono nati veri e propri musei sull'argomento UFO. I due più importanti sono l'International UFO Museum di Roswell e quello con sede a Istanbul.

Sul fenomeno, a partire dal dopoguerra, sono stati condotti anche studi ufficiali da parte delle autorità militari e civili di vari paesi, prima secretati e solo in seguito resi pubblici, i quali hanno constatato che, dal punto di vista statistico, esiste una percentuale non trascurabile di avvistamenti che rimane senza una spiegazione. Sono infatti il 22% del totale i casi non identificati risultanti dalle ricerche del GEIPAN francese; circa 1100 (10% del totale) sono quelli che emergono dagli archivi del Ministero della Difesa britannico, 701 (5,56 % del totale) dal progetto Blue Book dell'USAF (studio chiuso nel 1969).

Tutti gli studi precisano che non vi è alcuna prova della presenza di intelligenze extraterrestri, tuttavia non esiste attualmente una spiegazione univoca del fenomeno degli avvistamenti UFO, che è stato attribuito dagli studi stessi a numerose cause diverse (tra cui errori di identificazione di svariati oggetti convenzionali, falsi a scopo pubblicitario, isteria di massa).

L'ambito di ricerca che si propone di studiare il fenomeno UFO è stato chiamato dai suoi sostenitori ufologia e dovrebbe essere, nel suo nucleo fondamentale, una forma di indagine che combina due caratteri: uno essenzialmente storiografico-documentale, occupandosi di raccogliere e catalogare la grande quantità di presunte osservazioni e di fenomeni UFO; e uno di carattere più scientifico tentando, mediante rilevazioni di tipo fisico atmosferico, geofisico, fotografico, astronomico, chimico, medico, psicologico, ecc., di individuare le cause di tali fenomeni.

Va tuttavia sottolineato che l'ambiente ufologico è estremamente variegato e vi afferiscono anche esponenti che per motivi ideologici, religiosi, commerciali o soltanto per apparire sui media, pretendono di attribuire, definire o semplicemente supporre "scientificamente" l'origine extraterrestre dei fenomeni osservati, basandosi su considerazioni poco o nulla scientifiche ma soggettive. Il tentativo quindi di applicare solo in parte il metodo scientifico, da parte della maggioranza degli ufologi, alla fenomenologia UFO con la pretesa di giungere a conclusioni "scientifiche", fa sì che la comunità scientifica collochi tradizionalmente l'ufologia nell'ambito della pseudoscienza. L'ufologia è in altre parole rigettata dall'ambiente scientifico e accademico, con poche eccezioni, tra cui il meteorologo James McDonald e il celebre astrofisico Josef Allen Hynek, che prese parte al progetto Blue Book statunitense. Il fenomeno degli avvistamenti è comunque stato oggetto di studi sociologici e psicologici ed anche analizzato in chiave psicoanalitica da Carl Gustav Jung.

Le posizioni più estreme in ambito ufologico assumono che la mancanza di prove credibili dell'esistenza dell'origine extraterrestre degli UFO sia da attribuirsi ad uno sforzo continuato e coordinato da parte delle autorità governative e militari, negli ultimi 60 anni, allo scopo di occultare tali prove. Tale teoria della cospirazione è nota come teoria del complotto UFO.

Gli studiosi più rigorosi dichiarano invece di accettare solo informazioni sostenute da prove o almeno da forti indizi, ripudiando, fino a prova contraria, teorie complottistiche, ipotetiche basi sulla Luna, filmati e foto molto dubbie, documenti di sospetta autenticità, rivelazioni e informazioni non sufficientemente documentate.

Il fenomeno degli avvistamenti di UFO è divenuto un soggetto popolare nella seconda metà degli anni quaranta negli Stati Uniti. Gli avvistamenti sono stati effettuati da persone comuni e talvolta da personale dell'aviazione civile e militare. Gli avvistamenti sono stati di solito attestati da testimonianze dirette, raramente sono stati accompagnati da filmati, tracciati radar, fotografie. Questo tipo di documentazione si è talvolta rivelata oggetto di palese falsificazione, in particolare per quanto riguarda le fotografie (nel senso di oggetti resi ad arte non identificabili per destare interesse). In rari casi sono stati associati agli avvistamenti di UFO il riscontro di tracce sul terreno e il ritrovamento di frammenti metallici, ma neanche tali tracce fisiche possono dirsi risolutive, essendosi potute trovare spiegazioni alternative.

Un'ondata di molti avvistamenti UFO in periodi lunghi è detta dagli ufologi flap, mentre uno schianto di un UFO a terra è chiamato UFO crash. Alcune associazioni ufologiche hanno provato a fare un resoconto dei presunti UFO crash in epoca storica, ma i casi sono in genere dubbi in quanto scarsamente documentati, con la possibile eccezione del cosiddetto incidente di Roswell che è probabilmente il più noto e citato.

Secondo la classificazione elaborata dall'astronomo Josef Allen Hynek si può parlare di incontro ravvicinato quando avviene a meno di 200 metri. Un incontro ravvicinato viene a sua volta distinto in incontro del primo tipo quando l'UFO viene semplicemente avvistato, incontro del secondo tipo quando l'UFO lascia tracce visibili (ad esempio bruciature sul terreno) e di incontro del terzo tipo quando si vedono presunti esseri extraterrestri. La classificazione originaria di Hynek è stata successivamente integrata da altri ufologi. L'astronomo Jacques Vallée ha elaborato un'altra classificazione più complessa.

Il primo avvistamento di UFO vero e proprio è considerato quello di Kenneth Arnold, avvenuto negli Stati Uniti il 24 giugno 1947; è da allora che i mass media hanno cominciato a parlare di "dischi volanti", termine rimpiazzato nel 1952 con quello di UFO. Dopo l'avvistamento di Arnold, che secondo il sociologo francese Pierre Lagrange ha dato origine alla "più formidabile controversia parascientifica del XX secolo", nello stesso anno e in quelli immediatamente successivi si sono verificati numerosi altri avvistamenti, tra cui l'incidente di Roswell nel luglio del 1947, l'incidente di Thomas Mantell nel gennaio del 1948, l'avvistamento di Lubbock del 1951 (considerato il primo avvistamento di massa) e il carosello di Washington del 1952. Dapprima limitati prevalentemente al continente americano, nel 1954 gli avvistamenti di UFO sono diventati un fenomeno mondiale, grazie all'avvistamento di Antananarivo verificatosi in Africa e all'ondata di avvistamenti dell'autunno 1954 che ha interessato l'Europa. Successivamente, gli avvistamenti hanno continuato a verificarsi in tutti i continenti e in diverse nazioni. Secondo una statistica del CUFOS, i Paesi dove sono stati segnalati più avvistamenti sono Stati Uniti, Brasile, Argentina, Regno Unito, Francia, Belgio, Italia, Spagna e Russia, mentre quelli dove ne sono stati segnalati meno sono Messico, Germania e India.



A seguito della loro crescente popolarità, gli avvistamenti di UFO hanno cominciato ad essere studiati non solo da commissioni governative come il Progetto Sign e il Progetto Blue Book, ma anche da organizzazioni private; negli anni cinquanta ha cominciato così a svilupparsi l'ufologia, termine che ha cominciato a diventare di uso corrente e ad entrare nei principali dizionari a partire dal 1959. In quegli anni alcuni ufologi, tra cui Leonard Stringfield, hanno cominciato a studiare anche i presunti avvistamenti riferiti negli anni immediatamente precedenti al 1947, come i Foo fighter durante la Seconda guerra mondiale, ritenendo che potessero presentare analogie con gli avvistamenti verificatisi a partire dal 1947. Negli anni sessanta alcuni autori hanno cominciato a ricercare tracce di presunte manifestazioni di oggetti volanti sconosciuti nei secoli passati; sono nate così la clipeologia, che esamina le cronache, i documenti storici e le opere d'arte dei secoli passati, e la paleoastronautica, che prende in esame i reperti archeologici e ipotizza che certi manufatti (statuette, megaliti, ecc.) di alcune civiltà antiche si possano spiegare mediante il contatto con gli extraterrestri. Come avviene per l'ufologia, anche la clipeologia e la paleoastronautica non sono riconosciute dalla comunità scientifica accademica.

Nell'antica Grecia il condottiero Timoleone, secondo quanto ha riferito Diodoro Siculo, (Biblioteca storica, XVI, 66) nel 343 a.C. vide una torcia volante durante un viaggio in nave tra Corinto e la Sicilia. Alcuni autori latini (tra cui Plinio il Vecchio, Tito Livio e Giulio Ossequente) hanno riportato notizie di apparizioni di clipei ardentes (scudi infuocati) nei cieli del territorio dell'antica Roma, tra cui quella avvenuta in Puglia nel 217 a.C. e quella verificatasi a Tarquinia nel 100 a.C.. Sono stati riferiti altri presunti avvistamenti di UFO nel Medioevo e nel Rinascimento. Gli Annales Laurissenses riferiscono che nel 776, durante il regno di Carlo Magno, comparvero nel cielo di Sigiburg (oggi Hohensyburg) due scudi di colore rosso fuoco. Tra gli avvistamenti del Cinquecento si ricordano il fenomeno celeste di Norimberga nel 1561 e il fenomeno celeste di Basilea nel 1566.

Il 12 agosto 1883 il professore ed astronomo messicano, José A. Bonilla, presso la postazione di Zacatecas, riportò di aver osservato una numerosa e lunga formazione di oggetti opalescenti che si frapponevano fra il suo telescopio ed il disco del sole. La fotografia scattata dallo studioso è considerata dagli assertori dell'esistenza degli oggetti volanti come la prima testimonianza fotografica della storia.

Le "airships" (espressione inglese che vuol dire dirigibile, ma in questo caso "navi volanti" o "aeronavi"), costituiscono una sorta di anticipazione storica del fenomeno che solo a partire dagli anni cinquanta sarà definito abitualmente "UFO". Alcuni avvistamenti di presunte navi volanti vennero segnalati verso la fine dell'Ottocento in tutta la costa ovest degli Stati Uniti d'America. Molte "airships" erano con ogni probabilità semplici dirigibili, ma su alcune i dubbi non sono stati sciolti.

Anche altre parti del mondo furono avvistate altre navi volanti non identificate in determinati periodi: dopo le airship statunitensi il caso più famoso è quello delle aeronavi fantasma della Scandinavia di fine XIX secolo.

Già durante la seconda guerra mondiale vengono riportate diverse testimonianze di piloti dell'aeronautica militare alleata che asseriscono di essere stati accompagnati in volo da strani fenomeni luminosi, in un primo momento scambiati per ipotetiche armi segrete nemiche. Questi oggetti o fenomeni ottici, rivelatisi innocui e soprannominati Foo fighter (caccia infuocati) dai piloti, oltre a manifestare comportamenti riconducibili secondo alcuni a "forme di intelligenza non umane", manifestavano spesso incredibile velocità e strabilianti manovre, ai limiti delle leggi fisiche, impossibili per i piloti dell'epoca.

Secondo alcuni ufologi italiani il primo caso documentato di UFO in Italia risalirebbe all'11 aprile 1933, in una campagna presso Varese. Alcuni documenti dell'epoca dimostrerebbero che un presunto UFO sarebbe atterrato o si sarebbe schiantato nei pressi di Vergiate. In seguito al fatto Mussolini avrebbe creato il Gabinetto RS/33.

I presunti avvistamenti di UFO sono progressivamente aumentati dal dopoguerra ad oggi, toccando il massimo nel 1978 e nel 2005. Fra i casi più eclatanti si ricordano:

Avvistamento di UFO a Firenze. La Nazione di Firenze del 28 ottobre 1954 titolava: Filamenti di vetro cadono su città toscane dopo il passaggio di globi e dischi volanti - Il fenomeno osservato a Firenze da centinaia di cittadini le segnalazioni di Siena e di Prato - Sospesa la partita Fiorentina Pistoiese - I risultati dell'analisi fatta da un illustre docente universitario. I filamenti di vetro fanno riferimento alla bambagia silicea o capelli d'angelo, un materiale presente spesso in casi di avvistamenti UFO.
Nel 1973 un aereo di linea dell'Alitalia partito da Roma e diretto a Napoli avvistò sopra Latina un misterioso oggetto rotondo color grigio. Due caccia dell'Aeronautica Militare decollarono dalla base di Ciampino e confermarono l'avvistamento. Nello stesso anno, la sera del 30 novembre, venne avvistato un UFO nel cielo dell'aeroporto torinese di Caselle; l'oggetto venne osservato dai piloti di tre aerei in volo (un Piper Navajo, un DC 9 proveniente da Parigi e un DC 9 proveniente da Roma) e anche da personale a terra, tra cui gli addetti alla torre di controllo.
Abbastanza conosciuto è l'incontro ravvicinato segnalato nel settembre del 1978 a Torrita, in provincia di Siena. Un giovane ha raccontato che la sera del 17 settembre stava tornando a casa in auto dopo una visita alla madre e all'improvviso il motore si è spento in aperta campagna. Subito dopo, l'automobilista ha visto davanti a sé un oggetto luminoso, da cui sono scesi due esseri di piccola statura che indossavano una tuta e un casco; i due si sono avvicinati alla vettura e dopo averla osservata attentamente sono tornati indietro e sono risaliti sull'UFO, che è ripartito. Un ragazzo che abitava con la famiglia in una casa di campagna poco distante ha riferito di avere visto alla stessa ora "una specie di piccolo sole rossastro".
Nel 1978 si è verificata anche la vicenda di Fortunato Zanfretta, caso più conosciuto e controverso di presunto rapimento alieno italiano. Ex metronotte genovese, Zanfretta ha dichiarato di essere stato rapito la notte fra il 6 dicembre e il 7 dicembre mentre svolgeva il suo lavoro presso Marzano, frazione del comune di Torriglia in provincia di Genova. Le esperienze si sarebbero poi ripetute nei due anni successivi; sottoposto ad ipnosi ha raccontato di presunti alieni, chiamati Dargos, in procinto di invadere la Terra e di colonizzare l'Antartide. Il caso ha suscitato forti polemiche, anche per la sua presunta strumentalizzazione da parte degli ufologi e dei giornalisti.
Sempre nel 1978, l'8 dicembre, alle falde del monte Musinè (in provincia di Torino) due giovani escursionisti videro una intensa luce; uno dei due dopo essersi avvicinato alla fonte luminosa scomparve. Il compagno, con l'aiuto di altri escursionisti trovati nei pressi del luogo della scomparsa, iniziò le ricerche dell'amico. Questi, dopo essere stato ritrovato in stato di shock e con una evidente bruciatura su una gamba, quando si fu sufficientemente riavuto dallo stato di trance riferì di essersi avvicinato ad un veicolo di forma oblunga dal quale erano scesi alcuni esseri che lo avrebbero toccato e sollevato. Entrambi i testimoni soffrirono di congiuntivite per un certo periodo.
In totale gli avvistamenti censiti dal 1947 sono 18.500, di cui circa il 90% risulta identificabile.

Nella seconda metà del XX secolo sono nati alcuni movimenti religiosi, per lo più di carattere settario, che vedono gli extraterrestri come esseri superiori che intervengono nella storia dell'umanità allo scopo di guidarne l'evoluzione. Inoltre alcuni autori, tra cui lo scrittore svizzero Erich von Däniken, il pastore presbiteriano e ufologo statunitense Barry Downing e il sacerdote cattolico spagnolo Salvador Freixedo, hanno ipotizzato collegamenti tra gli UFO e le religioni tradizionali, affermando che alcuni passi della Bibbia e di altri libri religiosi si possono spiegare con l'intervento di visitatori extraterrestri. La maggior parte degli scienziati e degli studiosi delle religioni respingono tali ipotesi.

Per superare i problemi posti dalle enormi distanze da percorrere in un viaggio interstellare e dal limite invalicabile della velocità della luce postulato dalla teoria della relatività, alcuni fisici favorevoli all'ipotesi extraterrestre hanno elaborato teorie sugli UFO ipotizzando che possano raggiungere in vario modo velocità superluminali o che possano viaggiare attraverso altre dimensioni; l'astrofisico Bernard Haisch basa quest'ultima ipotesi sulla teoria delle superstringhe. Il fisico nucleare Stanton Friedman ha ipotizzato per gli UFO una propulsione magnetoidrodinamica, mentre il professore di ingegneria James Harder ha invece ipotizzato che la propulsione possa essere basata sul gravitomagnetismo. La maggior parte degli scienziati considera con scetticismo tali teorie sugli UFO.

Il pioniere della psicologia del profondo Carl Gustav Jung si occupò più volte del fenomeno UFO nei suoi scritti e in particolare nel celebre saggio Un mito moderno: le cose che si vedono in cielo, interpretandoli come rappresentazioni psichiche inconsce legate ad avvenimenti di rilevanza collettiva.

Jung aveva iniziato a interessarsi agli UFO già negli anni quaranta, documentandosi su tutto quello che veniva pubblicato sul tema, per pubblicare infine nel 1958, tre anni prima della morte, il suo saggio, che può esser visto come una puntuale interpretazione psicologica del fenomeno, ma anche come una ricapitolazione essenziale delle sue principali idee sulla psiche, e insieme come un messaggio - uno degli ultimi - in cui trovano posto le speranze e i timori che egli nutriva sul futuro dell'umanità.

Jung vede la coscienza del nostro tempo lacerata, frammentata da un contrasto politico, sociale, filosofico e religioso di eccezionali dimensioni. L'Io si è troppo allontanato dalle sue radici inconsce; le "meraviglie" della scienza e della tecnica sembrano volgersi in forze distruttive. I dischi volanti rappresentano visioni, oggettivazioni fantastiche di un inconscio troppo duramente represso. Tra le varie ipotesi sull'esistenza degli UFO Jung conclude dunque che è "un archetipo a provocare una determinata visione".

Jung considera con distacco e una certa ironia l'esistenza degli UFO come fenomeno fisico, sebbene nell'ultima parte del suo saggio egli sembri disposto a dare maggior credito alla loro effettiva realtà, per introdurre cautamente l'ipotesi che esista una sincronicità tra inconscio e fenomeno reale.

Negli anni settanta le idee di Jung sono state riprese da alcuni studiosi francesi che hanno dato origine all'ipotesi psicosociale sugli UFO.

Altro argomento molto dibattuto tra gli ufologi è la supposta operazione di copertura (cover-up) o insabbiamento che, secondo vari autori di ufologia, sarebbe stata attuata in modo sistematico a partire dagli anni cinquanta del Novecento dalle autorità militari e governative di diversi Stati (ed in particolare degli Stati Uniti), con la volontà di nascondere la presunta realtà sugli avvistamenti all'opinione pubblica. Tali idee hanno trovato forma in una teoria del complotto che presenta alcune varianti a seconda degli autori.

Le autorità avrebbero in vari casi giustificato i presunti fenomeni ufologici con fattori ritenuti incongruenti dagli ufologi stessi e ridicolizzato le relative testimonianze. I casi di "cover-up" elencati nella letteratura ufologica sono molteplici ma il più conosciuto è quello del cosiddetto incidente di Roswell. Suscitò clamore negli ambienti ufologici statunitensi anche la morte del giornalista e scrittore Frank Edwards, autore del libro Flyng saucer - serious business, dove egli descriveva nei dettagli i più conosciuti casi di avvistamenti.

È opinione comune tra gli ufologi che la copertura sul caso UFO sia giustificato dalla volontà da parte degli Stati di non mettere a repentaglio la salute psicologica dei cittadini, presumendo che la rivelazione pubblica dell'esistenza degli alieni potrebbe innescare la diffusione del panico popolare con gravi conseguenze; i sostenitori delle teorie del complotto sul tema parlano inoltre della necessità di nascondere le tecnologie "aliene" di cui essi presumono siano in possesso i vari governi.

Il 7 novembre 2011 la Casa Bianca, attraverso un comunicato ufficiale, a seguito di una petizione firmata da 5000 americani, afferma che gli Stati Uniti non hanno nessuna prova dell'esistenza degli UFO.

Vi sono vari temi "paraufologici", ovvero argomenti ed episodi non necessariamente legati al fenomeno UFO, ma per i quali si tende tradizionalmente ad ipotizzare, tipicamente in maniera fantasiosa e non scientifica - ovvero in assenza di sufficienti prove - una causa o un coinvolgimento extraterrestre. Questi temi sono molto sfruttati nella letteratura popolare.

Tra coloro che ritengono che gli UFO siano di provenienza extraterrestre gode di una certa notorietà la base militare statunitense denominata Area 51, nel deserto del Nevada in cui si dice siano contenute le prove (navi spaziali rinvenute a Roswell o forse addirittura i corpi dell'equipaggio) delle visite di alieni sulla Terra, e che vi si svolga (o vi si sia svolto) un programma di retroingegneria sugli UFO, volto alla sperimentazione di nuovi velivoli. Gli scettici affermano invece che tali avvistamenti sono imputabili solo alla sperimentazione di nuovi mezzi militari americani (come ad esempio gli aerei Stealth), talvolta caratterizzati da forme insolite.

La cosiddetta Area 51 è parte di una vasta zona militare (la Nellis Air Force Base) operativa situata a circa 150 km a nord-ovest di Las Vegas, nel sud dello stato statunitense del Nevada. Nonostante sia situata nella vasta regione appartenente alla Nellis Air Force Base, le strutture nei pressi del Groom Lake sembrano essere gestite come se fossero un distaccamento dell'Air Force Flight Test Center della base aerea di Edwards nel Deserto del Mojave e, come tale, la base è nota con il nome di Air Force Flight Test Center (Detachment 3).

Gli elevati livelli di segretezza che circondano la base e il fatto che la sua esistenza sia solo vagamente ammessa dal governo statunitense ha reso questa base un tipico soggetto delle teorie del complotto e protagonista del folclore ufologico.

Nel 1989, Bob Lazar, affermando di essere un fisico e di aver lavorato presso l'Area 51, ha raccontato in diverse interviste televisive di località segrete sotterranee dove si studierebbero mezzi di trasporto alieni e di medici che hanno effettuato autopsie su cadaveri alieni. A confermare ciò, diffuse anche alcuni video trasmessi da alcune tv americane, poi dichiarati dei falsi. Secondo Lazar gli UFO sarebbero alimentati da generatori elettrici ad antimateria (Ununpentio) che attiverebbero dei motori antigravità a curvatura, tecnologie al momento relegate alla fantascienza.

Negli ultimi anni, dalle dichiarazioni di George Bush di costruire una base sulla Luna entro il 2020, gli ufologi hanno azzardato ipotesi secondo le quali il governo degli Stati Uniti intenderebbe in realtà predisporre, cosa che altre ipotesi del tutto prive di fondamento ritengono già avvenuta, delle armi per difendersi da eventuali invasioni aliene o delle navi cargo per commerciare con gli extraterrestri.

Queste ipotesi sono state alimentate anche dalle affermazioni di Paul Hellyer, un politico canadese che, a margine delle riunioni della NATO cui partecipava quale ministro della difesa, ha dichiarato di ritenere reale e attuale il problema, anche militare, del rapporto fra umani e alieni.

I cerchi nel grano  o agroglifi sono aree di campi di cereali, o di coltivazioni simili, in cui le piante appaiono appiattite in modo uniforme, formando così varie figure geometriche (talvolta indicate come "pittogrammi") ben visibili dall'alto. A seguito del numero crescente di apparizioni di queste figure (soprattutto in Inghilterra) a partire dalla fine degli anni settanta del Novecento, il fenomeno dei crop circles è diventato oggetto d'interesse popolare e d'indagine per determinare la genesi di queste figure. Varie ipotesi sono state avanzate per spiegare la creazione di tali figure: dalla spiegazione naturale (ovvero che si tratti di figure create dall'uomo, principalmente come burla o manifestazione artistica), verificata anche sperimentalmente, all'ipotesi paranormale od ufologica.

L'altopiano di Nazca si trova nel sud del Perù e copre circa 500 km2. Nonostante sia formato di sabbia e argilla e sia un luogo arido, cela uno degli enigmi mai risolti dell'archeologia mondiale.

Nel 1920, un pilota dell'aviazione peruviana, mentre sorvolava Nazca, notò strani segni incisi sul terreno: erano una serie di linee lunghe diversi chilometri che rappresentavano disegni astratti, persone o animali. Ma la cosa più strabiliante era che, da terra, sembravano semplici linee sulla sabbia, come se per realizzarle fosse stato necessario volare.

In realtà i soggetti possono essere riconosciuti anche da terra, in particolare le figure più piccole come la balena, lunga 30 m. Joe Nickell, che ha riprodotto il geoglifo del condor nel Kentucky tramite l'utilizzo di assi di legno e un miglio di spago, ha affermato: «Con il nostro condor siamo stati in grado di vedere vaste porzioni  a sufficienza per determinare che la figura era ragionevolemnte accurata anche prima di sorvolarla. Un osservatore sarebbe stato in grado di riconoscerla per un uccello.»

Tra le immagini più enigmatiche c'è un ragno di una specie che vive nell'Amazzonia, a migliaia di chilometri da Nazca, lungo solo 8 millimetri. La sua descrizione è talmente accurata da mostrare un organo riproduttivo, sotto la zampa destra, osservabile solo col microscopio.

Alcuni autori di fantascienza immaginano perciò che gli alieni, venuti in un passato lontano a istruire la civiltà ivi vivente, insegnarono ad essa l'uso di macchine altamente sofisticate e che, per rendere più facile il ritorno, la istruirono a realizzare disegni controllandoli dall'alto, in modo da avere vere e proprie piste di atterraggio.

Secondo gli ufologi il mistero delle linee di Nazca sarebbe risolto considerando separatamente le linee dritte da quelle animali. Le prime sarebbero state fatte dagli Anunnaki guidati da Viracocha/Quetzalcoatl/Thot/Ningishzidda e da Ninurta come piste di atterraggio per le navi-trasporto dell'oro. Le seconde sarebbero state fatte successivamente dagli Indios Nazca per propiziarsi gli dèi in modo che fossero visibili dal cielo (loro luogo di provenienza) e perché facessero anche da percorsi di preghiera.

Dichiarazioni shock del Mons. Balducci che fanno tremare la Chiesa. Il prelato ha annunciato che il Vaticano ha ricevuto molte informazioni sugli extraterrestri, soprattutto dei loro contatti con gli esseri umani, dai suoi Nunzi (ambasciate) in diversi paesi come il Messico, Cile e Venezuela.

Monsignor Balducci ha riferito di far parte di una commissione vaticana che studia gli incontri alieni, e come trattare una realizzazione emergente generale su un contatto extraterrestre.
Balducci aveva fornito un’analisi della Chiesa cattolica sugli extraterrestri, sottolineando che gli incontri extraterrestri “NON sono di origine demoniaca, non sono causa di compromissione psicologica, non sono per il possesso da parte di entità, ma questi incontri meritano di essere studiati con attenzione. Dal momento che egli è un esperto esorcista del Vaticano e la Chiesa cattolica ha sempre demonizzato molti nuovi fenomeni che sono stati fraintesi, per annunciare il fatto che la censura del Vaticano su questi incontri è notevole.
Purtroppo Monsignor Balducci è morto, ma il suo lavoro continua e il Vaticano sta seguendo con attenzione questo fenomeno.

Nel suo testamento il Msr Balducci ha spiegato che non solo la popolazione generale, ma anche personaggi molto credibili, colti, istruiti, riconoscono che questo è un fenomeno reale. Si continua a parlare di popoli extraterrestri e UFO come parte della creazione di Dio i quali non sono né angeli né demoni anche se sono probabilmente più spiritualmente evoluti.


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domenica 13 marzo 2016

I METALLARI

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Il termine metallaro identifica una tipologia di persone appassionate della sottocultura caratterizzata dall'interesse per la musica Heavy metal e delle varie band del genere (Motörhead, Kiss, Judas Priest, Saxon, Scorpions, Iron Maiden, Metallica, Slayer) e le tematiche da essa trattate.

Nel vestiario e accessori tipici del cosiddetto metallaro tipici sono un giubbotto in pelle nera (il chiodo), ma anche bianco o rosso, indossato in estate e inverno, stivali, jeans, catene e borchie, capelli lunghi e tatuaggi.

Il termine viene utililizzato anche per riferirsi al cosiddetto "movimento metal".

In Italia il fenomeno si diffuse prima nell'area metropolitana milanese e poi in tutto il territorio nazionale. Il "movimento Metallaro" nacque tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta del XX secolo e fu piena espressione dell'ondata disimpegno che seguì il turbolento e politicizzato degli anni settanta.
D'ispirazione erano i modelli del rock britannico e americano di status e agli eccessi delle rockstar propagati dalle radio e televisioni.

Nel 1980, al coincidere coi primi grandi concerti heavy metal nel paese, si cominciano a consolidare in numerosi gruppi i primi metallari.

Ebbe dapprima particolare diffusione nella città di Milano, i giovani di vari quartieri difficili (come ad esempio Lorenteggio, Barona, Baggio, Lampugnano, San Siro, Quarto Oggiaro), avevano in comune la passione per la musica heavy metal e le aggregazioni presso i locali tematici hard rock, i concerti dal vivo e le mete internazionali per i festival musicali del settore, principalmente in Inghilterra, Francia, Germania ed Olanda.
Questo incontro favorì un'uniformità identificativa nel comportamento, aspirazioni e vestiario, perlopiù in stile rocker angloamericano. Iniziarono i ritrovi pomeridiani nel centro di Milano nella zona di Via Torino presso negozi di strumenti musicali, di dischi o di vestiario, ovvero il tipico giubbotto di origine motociclistica in pelle detto chiodo (spesso rivestito da una giacca di jeans personalizzata con scritte, spille e pezze), stivali, jeans, catene e borchie, dalle quali, assieme alla passione per la musica metal, scaturì l'appellativo di Metallaro.

Naturale con l'espansione della sottocultura metallara, fu la formazione di gruppi, bande e sottobande, interconnesse in un tessuto sociale delocalizzato e trasversale, ma ciascuna dotata di una propria base d'appoggio, costituita da un bar o negozio di interesse comune, e da un relativo territorio nel quartiere, gruppi comunque aperti le quali frequentazioni, nelle bande più folte, potevano raggiungere l'ordine del centinaio.



Nella metà degli anni ottanta si ebbero scontri e aggressioni, comprese risse e vandalismi, soprattutto all'uscita dei locali e nei luoghi di aggregazione delle bande violati da altri gruppi. Gli episodi di cronaca scaturivano dalla pura rivalità tra gruppi che non da una vera contrapposizione ideologica.
Nota infatti la spartizione territoriale attorno alla chiesa di Santa Croce, con l'omonima piazza luogo di ritrovo per paninari, e l'adiacente piazza Vetra ai Metallari, o la spartizione di corso Vittorio Emanuele con paninari e la spartizione della Piazza delle colonne di San Lorenzo con gli skinhead.

Al movimento seguì la fioritura di riviste dedicate, tra esse Metal Hammer, Metal Shock ed altre ad origine anglosassone o germanica, con una discreta tiratura.

Una ricerca ha analizzato il percorso di vita di 377 volontari tra coloro che negli anni ’80 erano «groupies, musicisti e fan del mondo dell’heavy metal, mentre oggi sono persone di mezza età» e ha mostrato come, nonostante i “seguaci” del metal abbiano di sicuro vissuto un’adolescenza più rischiosa, ad oggi sono stati «significativamente più felici in gioventù e meglio formati oggi, paragonati a gruppi della stessa età o addirittura a un gruppo di ragazzi del college dei nostri giorni».

I ricercatori hanno scoperto che chi da giovane è stato un fan dell’heavy metal ricorda la propria gioventù come una fase della vita più allegra e con molti meno rimpianti rispetto a chi non seguiva questo filone.

Secondo gli studiosi, perché hanno vissuto una gioventù ricca di emozioni amplificate e di relazioni intense all’interno di un gruppo che condivideva una passione per lo stesso genere musicale.

Tasha Howe, ricercatrice presso la KQED radio, afferma, «chi ascoltava metal negli anni Ottanta aveva una cattiva reputazione. Così abbiamo confrontato un gruppo di loro con chi, negli stessi anni, ascoltava pop o new wave. Ovviamente le groupies, i fan e i musicisti metal hanno avuto una gioventù più votata al sesso libero, all’assunzione di droghe o di alcol. Ma allo stesso tempo, la ricordano come più divertente e più gioiosa, con pochi rimpianti».

«Abbiamo voluto mettere a confronto», afferma la Howe, «due gruppi equivalenti. Gli appassionati di metal hanno ora una posizione sociale e lavorativa molto simile a chi ascoltava altri generi. Abbiamo voluto inserire anche un terzo gruppo, di ragazzi ancora in età da college, e abbiamo visto che addirittura la loro gioventù, anche se più recente, viene ricordata con meno gioia».

Dunque, i ricercatori hanno concluso che: «la partecipazione a culture di nicchia può aver rafforzato lo sviluppo della propria identità durante l’adolescenza problematica».


LEGGI ANCHE: http://carnaval-fantasias.blogspot.it/2016/03/heavy-metal.html







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venerdì 25 settembre 2015

PLUTONE



Plutone fu scoperto meno di un secolo fa, nel 1930, grazie alle osservazioni dell’astronomo statunitense Clyde William Tombaugh, che considerò il corpo celeste come il nono pianeta del nostro sistema solare. Dopo anni di diatribe e discussioni, nell’estate del 2006 l’Unione astronomica internazionale (UAI) riclassificò Plutone da pianeta a “pianeta nano”, perché non soddisfa alcuni criteri stabiliti per la classificazione dei pianeti. La decisione fu molto contestata e se ne discute ancora oggi: molti astronomi continuano a ritenere che Plutone debba essere considerato un pianeta a tutti gli effetti.
Plutone orbita intorno al Sole nella Fascia di Kuiper, una porzione di Spazio in cui si trovano diversi corpi celesti ghiacciati all’esterno dell’orbita di Nettuno. Fu scoperta nei primi anni Novanta e in seguito gli astronomi si resero conto che Plutone era l’esponente più importante e interessante di questa classe di oggetti, e che poteva essere il più adatto per scoprire e studiare le caratteristiche dei pianeti nani. I ricercatori pensano che i corpi celesti nella Fascia di Kuiper siano tra i più antichi del nostro sistema solare: studiandoli, si dovrebbero quindi capire meglio i meccanismi che portarono alla formazione del piccolo angolo di Via Lattea – la nostra galassia – in cui si trova la Terra in compagnia degli altri pianeti.

La NASA ha diffuso una nuova fotografia di Plutone in alta definizione e a colori, che mostra in modo molto più chiaro e dettagliato la superficie del pianeta nano rispetto alle immagini pubblicate fino a ora.
La fotografia è stata scattata dalla sonda New Horizons lo scorso 14 luglio ed è stata di recente trasmessa verso la Terra da Plutone, che mediamente si trova a sei miliardi di chilometri di distanza da noi. La sonda non vede i colori, ma può scattare fotografie in bianco e nero a varie lunghezze d’onda che, combinate insieme dai tecnici della NASA, permettono di ricostruire i colori che potremmo vedere se stessimo osservando direttamente il pianeta. Alcune tonalità sono state accentuate per rendere più evidenti le differenze nelle varie aree. La nuova immagine permette di cogliere dettagli grandi poco più di un chilometro nelle loro dimensioni reali.
Dalle prime osservazioni è emerso che la superficie di Plutone è molto più frastagliata di quanto inizialmente ipotizzato dai ricercatori. Si vedono per esempio canali naturali allineati tra loro e lunghi centinaia di chilometri, la cui origine è forse dovuta ai movimenti della superficie e alla sublimazione dei ghiacciai dovuta all’esposizione ai raggi solari e alla presenza di un’atmosfera molto rarefatta (la sublimazione è il passaggio dallo stato solido a quello gassoso senza passare per uno stato intermedio liquido).


New Horizons ha scattato centinaia di fotografie nel corso del suo passaggio ravvicinato di luglio e le sta trasmettendo sulla Terra. La NASA stima che sarà necessario circa un anno prima di avere ricevuto tutte le immagini e gli altri dati raccolti dalla sonda. New Horizons è grande più o meno quanto un pianoforte a coda e per raggiungere Plutone ha sfruttato la spinta gravitazionale di diversi pianeti del Sistema solare, passandoci relativamente vicino: ha sorvolato Marte, ha oltrepassato la fascia degli asteroidi, è passata a 2,3 milioni di chilometri di distanza da Giove e si è poi fatta dare ulteriori spinte dalle orbite di Saturno, Urano e Nettuno. Il suo viaggio è iniziato nel 2006.

Ad ogni modo molte immagini sono giunte a terra, tante da permettere alla NASA una ricostruzione video del pianeta basandosi proprio su queste foto ad alta risoluzione (fino a 400m per pixel): montagne, canyon e corrugamenti della superficie come mai viste fino adesso. Si tratta come ovvio di una sola porzione del nano pianeta, comunque piuttosto ampia.

Ad occuparsi di questo complesso collage è stato Stuart Robbins, un ricercatore del Southwest Research Institute di Boulder, in Colorado, un lavoro inizialmente dedicato alla scoperta dei crateri d'impatto su Plutone e Caronte. La vicinanza della cintura di Kuiper assicura infatti asteroidi in abbondanza. Si tratta dunque della ricostruzione più fedele di Plutone, Robbins ha infatti aggiornato di continuo questa mappatura man mano che le immagini sono giunte a noi.
 
«Questo è proprio quello per cui ci siamo andati - ha detto in una nota Alan Stern, principale ricercatore della missione - e queste immagini, i dati e le altre rilevazioni per la prima volta ci aiuteranno a capire le origini e l’evoluzione del sistema Plutone. E quello che sta arrivando dalla sonda è un vero e proprio tesoro di dati, con immagini ad alta risoluzione e importanti rilevazioni sulla composizione dell’atmosfera».

«Plutone - ha aggiunto Stern - si sta rivelando un pianeta con una complessità e una diversità di forme al pari di quanto abbiamo già visto nel sistema solare». Jeff Moore, capo dei geologi della missione New Horizons, ha aggiunto che la superficie del pianeta nano «è complessa tanto quanto quella di Marte», con «montagne “alla rinfusa”, flussi ghiacciati di azoto e possibili dune».

La sonda New Horizons si trova ora a circa 5 miliardi di km dalla Terra e 69 milioni di km da Plutone e sta viaggiando verso la sua nuova meta, la fascia di Kuiper, a oltre 6 miliardi e mezzo di km dal Sole, che dovrebbe raggiungere nel gennaio 2019.



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martedì 1 settembre 2015

LA FAGLIA DI SANT'ANDREA



La faglia fu individuata per la prima volta nella California settentrionale nel 1895 da Andrew Lawson, professore di Geologia dell'Università di Berkeley, che la chiamò così a partire da un piccolo lago, la Laguna de San Andreas, situato su una valle formata proprio dalla faglia a sud di San Francisco. Dopo il terremoto di San Francisco del 1906, Lawson scoprì inoltre che i danni peggiori la faglia li avrebbe fatti nella parte meridionale della California nei pressi di Los Angeles perché è proprio lì che ha accumulato il maggior grado di energia.

La parte meridionale (noto come segmento Mojave) inizia presso il mare di Salton e procede verso nord curvando leggermente verso ovest incontrando le San Bernardino Mountains. Da qui, corre lungo la base meridionale di queste montagne e prosegue in direzione nordovest verso le San Gabriel Mountains. Queste montagne sono il risultato del movimento della faglia e sono chiamate anche Transverse Range (Catena Trasversale). Questo segmento rappresenta l'area di faglia più analizzata dai geologi di tutto il mondo. Ciò è dovuto alla presenza proprio sulla faglia della città di Palmdale, presso la quale le due zolle di crosta terrestre sono ben visibili.

Quest'area, chiamata Big Bend (grande piega), è ritenuta essere il punto in cui le due placche esercitano la pressione massima l'una contro l'altra. In quest'area l'intervallo di tempo fra un forte terremoto ed il successivo è mediamente di 140-160 anni. A nordovest di Frazier Park, la faglia corre attraverso la Carrizo Plain, una lunga distesa priva di vegetazione lungo la quale la faglia è ampiamente visibile ed è chiamata Elkhorn Scarp.

La parte centrale della faglia corre in direzione nordovest da Parkfield a Hollister. Mentre la sezione più meridionale del segmento, e soprattutto Parkfield, ha sostenuto numerosi terremoti, il resto della faglia centrale è sottoposta al cosiddetto scorrimento asismico, che permette alla faglia di muoversi senza che avvengano terremoti.



La parte settentrionale parte da Hollister e attraversa la Penisola di San Francisco, lambendo la città, presso la quale percorre un tratto di mare. Segue dunque la costa californiana fino ai pressi di Capo Mendocino, dove è presente una tripla giunzione di placche tettoniche diverse, che risulta essere tra le regioni geologicamente più instabili. La regione è un'area di subduzione della placca Juan de Fuca, sia sotto alla placca pacifica (a ovest) che sotto alla placca nordamericana (a nord).

Il piccolo paese di Parkfield, come detto, è situato lungo la faglia di Sant'Andrea. I sismologi hanno scoperto che questa sezione della faglia produce terremoti di magnitudo 6.0 con intervalli regolari di circa 22 anni. Dopo i terremoti avvenuti nel 1857, 1881, 1901, 1922, 1934 e 1966, gli scienziati hanno previsto che un terremoto dovesse colpire Parkfield nel 1993. Questo sisma è in realtà avvenuto nel 2004 (vedi capitolo seguente). A causa della frequente e regolare attività, Parkfield è diventata una delle località più popolari del mondo in cui tentare di prevedere e registrare grandi terremoti.

Nel 2004, sono cominciati i lavori a nord di Parkfield nel San Andreas Fault Observatory at Depth (SAFOD). L'obiettivo del SAFOD è di effettuare una perforazione vicina ai 3 chilometri nella crosta terrestre e dentro la faglia di Sant'Andrea. Una griglia di sensori sarà installata per monitorare e registrare i terremoti che avvengono in quest'area.

Altre ricerche sulla faglia, tese a monitorare la velocità di scorrimento lungo la faglia, hanno evidenziato che le città di Los Angeles e San Francisco (che giacciono su lati opposti della faglia) si stanno avvicinando tra loro, trasportate dalla faglia stessa, alla velocità di 6 mm all'anno.

The Big One è il nome giornalisticamente dato ad un possibile futuro terremoto che potrebbe essere uno dei più potenti mai verificatisi negli Stati Uniti, superiore al settimo grado della Scala Richter. Questo terremoto potrebbe scatenarsi come conseguenza dell'elevato accumulo di energia nella Faglia di Sant'Andrea, che attraversa la California per 1300 km e si trova tra la placca nordamericana e la placca pacifica, che scorrono in senso opposto. La faglia passa vicino a molte città, tra cui San Francisco e Los Angeles, che sarebbero messe in forte pericolo dal Big One.
Alcuni studi realizzati nel 2005 affermano che le probabilità che il Big One colpisca la California entro 30 anni a partire dalla data dello studio sono molto alte: il 67% delle probabilità dicono che colpirá Los Angeles, il 63% S. Francisco

In California, a causa della sua posizione sopra la faglia di Sant'Andrea, si verificano molto spesso terremoti, anche di forte intensità. Ciò è dovuto ai continui slittamenti tra le due placche tra le quali la faglia si trova, che trovando l'attrito delle rocce causano un grande accumulo di energia; quando questa supera l'attrito delle rocce viene liberata in superficie sotto forma di forti scosse sismiche.
Sono invece meno frequenti terremoti di grande intensità, cioè di magnitudo pari o superiore al 7° della Scala Richter. Ne sono esempi recenti il terremoto di Fort Tejon (poco a sud di Parkfield) nel 1857, di magnitudo 8, e il terremoto di San Francisco, nel 1906, di magnitudo 8,6.

I più recenti terremoti di grande intensità che si sono verificati lungo la faglia sono localizzati nel segmento settentrionale e nel segmento centrale. Nel segmento meridionale invece non si verificano terremoti di intensità maggiore del 7° della scala Richter da quasi 300 anni. Ed è proprio in questa zona che è previsto l’arrivo del Big One.

Uno studio del geofisico Yuri Fialko, dello Scripps Institute of Oceanography a La Jolla, CA (Usa), ha dimostrato che la faglia di Sant'Andrea ha accumulato nel corso di questi anni un'energia sufficiente a scatenare il prossimo Big One, un terremoto simile ai grandi terremoti del passato, di magnitudo 7 o anche superiore.



Questo studio afferma anche che il rischio più alto sarebbe per la zona meridionale della faglia. Infatti per trovare tracce di un grande sisma avvenuto nella California meridionale bisogna risalire al 1680. Per questo motivo l'energia che si è accumulata in questo tratto è talmente elevata da accrescere la probabilità dell'arrivo di un imminente e violento terremoto.

L'energia che si è accumulata nel corso degli anni a causa dello slittamento delle placche avrebbe dovuto causare un movimento lungo il segmento meridionale della faglia di circa 7 metri negli ultimi 250 anni. Se questo fosse accaduto l'energia avrebbe potuto liberarsi a piccole dosi attraverso terremoti di intensità minore. Dato che ciò non è accaduto e che questa pressione non può essere accumulata all'infinito, c'è da aspettarsi che quando l'energia verrà liberata tutta di colpo sarà devastante.

Le previsioni su quando effettivamente ciò avverrà non possono essere fatte con certezza. I ricercatori, nel 2005, affermarono però che un terremoto di intensità 6,7° della Scala Richter, pari a quello che colpì Los Angeles nel 1994, o più grande, avrebbe colpito entro i successivi 30 anni, con il 99% delle possibilità. La probabilità che questo terremoto sia catastrofico è invece del 46%, cioè che abbia intensità superiore a 7,5° della Scala Richter, circa 16 volte superiore a quello del 1994 (bisogna considerare che la Scala Richter è logaritmica, quindi un terremoto 7,7 è 31.6 volte più intenso di uno 6,7). In particolare la probabilità che il Big One colpisca di nuovo Los Angeles è del 67%, che colpisca invece San Francisco del 63%.

Dallo stesso studio, Yuri Fialko ha previsto che il Big One potrebbe avere un'energia sufficiente a far slittare i due labbri della faglia anche di 10 metri, quindi le conseguenze potrebbero essere peggiori rispetto al passato, quando il grande terremoto di San Francisco fece scivolare la faglia di circa 6,4 metri. Ecco perché si teme che il Big One possa essere il più grande terremoto mai registrato dall'uomo.

Se Big One colpisse l’area indicata con maggiore probabilità dagli studi, e con intensità maggiore di 6,7°, potrebbe distruggere Palm Springs e molte città nelle regioni di San Bernardino e Riverside, in California. Gli effetti potrebbero essere molto gravi per tutta la California meridionale, incluse le grandi metropoli e le aree molto popolate di Los Angeles, Orange County, San Diego e Tijuana.

Nell'immaginario popolare si pensa al Big One come al terremoto in grado di separare la California dal continente: tuttavia questo scenario, presentato nel romanzo Last Days of the Late, Great State of California, essendo la faglia di Sant'Andrea di tipo trascorrente, non è plausibile.

Per le previsioni del Big One sono in corso molti studi, sia per prevedere con più precisione il momento in cui il terremoto si scatenerà, sia per cercare un modo per limitarne i danni. Yuri Fialko ha studiato la faglia attraverso la strumentazione piazzata direttamente lungo la faglia e basandosi su dati raccolti a partire dal 1985 da due satelliti Gps dell'agenzia spaziale europea, che hanno fornito informazioni sui movimenti del sottosuolo con estrema precisione, permettendogli di metterli in relazione con l'accumulo di energia.

Un altro progetto avviato in California nel 2004 dallo US Geological Survey ha consentito di raggiungere la frattura. L'obiettivo è quello di cercare di fornire invece strumenti per limitare i danni. Questo studio, chiamato La trivella di Safod (San Andreas Fault Observatory at Depth), sta studiando le proprietà delle rocce nel sottosuolo, nelle vicinanze della città di Parkfield. Questa città si trova lungo il segmento centrale della Faglia di Sant'Andrea, ma è una tra le poche zone lungo la faglia che solitamente sono risparmiate da grandi e frequenti terremoti. Proprio per questa stranezza l'area è sede della ricerca.
Le ipotesi formulate sono molte, ma sono tutte basate sul fatto che in quel frammento della frattura ci sarebbe, tra le due placche, una specie di lubrificante che attutisce i movimenti opposti. La trivella di Safod è arrivata a scavare fino al cuore della faglia, a 3200 metri di profondità e ha portato in superficie i primi campioni di rocce, permettendo di ottenere nuove conoscenze sulla composizione e sulla struttura di quel tratto della faglia.
Pare che in questo punto si trovino silicati gelatinosi, talco, acqua e altro. I primi risultati sono stati presentati alla Fondazione Ettore Majorana di Erice, nel corso della Euroconferenza sulla fisica delle rocce e geomeccanica, e potrebbero aiutare a capire dove potrebbero esserci i maggiori rischi lungo tutta la faglia.

Grazie a questi studi e alle moderne tecnologie di laboratorio, sarà possibile, riprodurre le forze agenti sul materiale rappresentativo di faglia e determinarne l'attrito e le proprietà fisico-chimiche delle sue rocce. Inoltre sarà possibile misurare direttamente nel cuore della faglia le forze agenti e le interazioni tra i fluidi in pressione che si trovano in profondità.

Questo mega-terremoto potrebbe avvenire entro 25 anni da ora e avrebbe effetti devastanti: un evento di tale portata porterebbe danni irreparabili, basti pensare che il terremoto avvenuto all'Aquila aveva una magnitudo 5,9 ed è stato avvertito in maniera sensibile anche a Roma. Per quanto riguarda la faglia di Sant'Andrea, si pensa che le dighe lungo il fiume Colorado abbiano modificato un ciclo naturale: questo mancato rilascio di pressione potrebbe sfociare negli scenari sopra descritti. I ricercatori hanno calcolato che nell'ultimo millennio si sono verificati 5 grandi terremoti nella zona Sud, a distanza circa di di 180 anni: per questo desta preoccupazione che sia passato un lasso di tempo così grande dall'ultimo sisma distruttivo. Si teme che il Big One possa far slittare le due coste di 10 metri, diventando il più grande terremoto della storia.
Le probabilità che la magnitudo del sisma sia superiore al 7° grado sono pari al 46% mentre Los Angeles ha il 67% di probabilità di essere colpita, quattro punti percentuale in più rispetto a San Francisco.


LEGGI ANCHE : http://popovina.blogspot.it/2015/08/i-terremoti.html


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