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venerdì 26 agosto 2016

LA STRETTA DI MANO



La stretta di mano non è un prodotto della società moderna, e nemmeno esclusivo del mondo occidentale. La sua origine risale a più di 5000 anni fa, confermato da geroglifici egiziani che rappresentano patti ed accordi tra uomini e dei che, solamente stringevano la mano in segno di accordo. Uno degli antecedenti storici più importanti proviene da Babilonia quasi 4.000 anni fa, più esattamente nel 1800 a.C. Durante la celebrazione del nuovo anno il monarca babilonese doveva realizzare un cortese atto di sommissione davanti a Marduk -il maggior dio babilonese-. Questo atto consisteva in dirigersi verso la statua di suddetto dio e, in segno di rispetto, stringere la sua mano. Quest'azione, che originariamente significava il trasferimento o acquisizione dei poteri, fu modificata dopo una lunga guerra. Quando gli Assiri invasero la Babilonia, i suoi re si videro obbligati a continuare con suddetto atto come segno di rispetto per evitare che il popolo conquistato si ribellasse, iniziarono a stringere la mano a Marduk. Immediatamente gli Assiri cominciarono a credere che questa fosse una tradizione generale e la adottarono, come se fosse loro, usandola in tutto il Medio Oriente.

In Grecia ed a Roma era comune salutare stringendosi la mano, ma in un modo diverso da quello che facciamo oggi. A quell'epoca si afferrava l'avambraccio o il polso dell'altra persona stringendo fortemente. Questo si convertì in un'abitudine, sia nella Grecia post-omerica sia a Roma, nonostante derivasse da un rito molto antico. Quando nelle prime tappe della Grecia, marcata da vari dialetti, si incontravano due persone residenti di paesi o città diverse in mezzo ad un campo, o viaggiatori in sentieri solitari, la prima cosa che facevano era ritirare le proprie daghe e vedere come reagiva la controparte. Se l'altra persona mostrava segni di non voler combattere si procedeva a rimettere la daga nell'elsa ed afferrare fortemente il polso destro dell'altra persona -in segno che uno non ritirasse la propria daga e lo pugnalasse a tradimento-, allora in quel momento, potevano procedere a dialogare tranquillamente e sapere se l'altra persona avesse qualcosa da barattare o comprare.

A seconda degli usi prevalenti la stretta di mano è legata a obblighi e divieti. Nel mondo occidentale è più frequente tra uomini; in culture che praticano una rigida separazione dei sessi è proibita o vista con sfavore tra persone di sesso diverso. Ad esempio, le tradizioni islamiche riportano che Maometto, che pure esortava in continuazione i fedeli a stringersi la mano ogniqualvolta si incontrassero, si sarebbe rifiutato per tutta la vita di stringere la mano ad una donna.

Stringere la mano é probabilmente il più conosciuto modo al mondo per fare conoscenza di qualcuno.
All’apparenza questo comportamento risulta un gesto caloroso e amichevole, ma questa non é che una lettura superficiale dell’atto.

Per interpretarlo correttamento é importante distinguere i diversi significati che la stretta di mano assume in contesti diversi e in nei differenti rapporti.

L’educazione detta le norme per cui una persona di posizione sociale superiore (come un professore o un anziano) debba essere quella che offre la mano per prima; se invece si ha a che fare con un proprio pari (un collega, un coetaneo, ecc.) dare la mano diventa un modo di trasmettere l’idea di una persona sicura di sé, cordiale e aperta.

Quest’apertura delle “danze” risulta particolarmente incisiva in un colloquio d’assunzione.
Lo dimostra un recente studio degli psicologi Greg Stewart, Susan Dustin, Murray Barrick e Todd Darnold: nella loro ricerca hanno coinvolto 98 studenti che sono stati istruiti a simulare un colloquio di lavoro.

Prima dell’incontro i volontari si sono presentati a dei collaboratori degli scienziati allenati nel valutare il modo di dare la mano: questi ultimi avevano il compito di dare un giudizio sulla stretta dei partecipanti.
Una volta effettuata la selezione, anche gli esaminatori dovevano esprimere un parere, in particolare sul modo di presentarsi dei candidati e sulla probabilità che venissero assunti.

In seguito, le considerazioni delle due categorie di giudizi sono state confrontate: chi era stato valutato positivamente nell’atto di dare la mano era anche indicato come candidato “papabile”. Per altro, i ricercatori hanno appurato che chi dava una stretta salda e sicura, si mostrava anche maggiormente a suo agio nel corso del colloquio, guardava più spesso l’interlocutore ed esibiva altre abilità sociali.

“Ci siamo resi conto“, commenta il coordinatore del team, “che gli intervistatori si erano fatti un’idea del candidato nei primi due o tre minuti del colloquio, “indipendentemente dalla durata complessiva dell’incontro; inoltre, abbiamo constatato che la prima impressione parte con l’effetto della stretta di mano, che da l’impronta a tutto il proseguio dell’intervista“.



“Spesso“, continua il coordinatore, “chi cerca lavoro pensa a cosa dire, come comportarsi, come vestirsi, ma pochi fanno attenzione al modo di stringere la mano, che é qualcosa di più personale e sottile e può comunicare quello che l’abito o l’apparenza non sono in grado di trasmettere“.

Quest’atto mette in luce soprattutto le caratteristiche di personalità; “non ne siamo consapevoli” conclude lo studioso, “ma questa forma di comunicazione non verbale la dice lunga su di noi e determina un’impressione durevole“.

Si tratta di un comportamento che salta all’occhio solo se è eseguito in modo insolito: la stretta è molle o troppo forte, vengono offerte le sole dita, ci viene ruotato il polso nel momento in cui la offriamo e così via, ma in questo gesto di saluto intervengono moltissime altre variazioni, anche minime, che possono dirci molto sul nostro interlocutore e sul tipo di relazione che predilige.

Ad esempio, chi torce il polso dell’altro, così da fargli girare il palmo verso l’alto o chi mette una mano sulla spalla dell’interlocutore nel dargli la mano, esprime il desiderio di porre l’altro in un ruolo di sudditanza. La persona che invece offre la mano molle o solo la punta della dita non gradisce il contatto con gli altri e si tratta di un individuo altezzoso o schivo e comunque quasi sempre falso e opportunista.

La mano ha una peculiarità: quando suda, questo avviene, non a causa di un aumento della temperatura esterna, ma esclusivamente in conseguenza di uno stress emotivo. Così il fatto che il palmo sia più o meno “bagnato” è legato alla capacità di gestione dell’ansia e all’essere più o meno a proprio agio e disinvolti nei rapporti umani.
E’ stato scoperto ad esempio che una mano asciutta è legata alla socievolezza negli uomini, ma non nelle donne. Uno studio su pazienti psichiatrici poi ha messo in luce come una mano fredda e umida sia spesso associata ad un temperamento introverso, a depressione e alla tendenza a sviluppare comportamenti nevrotici; questo lo si osserva soprattutto nelle donne.
Bisogna però precisare che il gentil sesso ha una circolazione periferica meno efficiente degli uomini; quindi, non è infrequente trovare una donna con la gelida manina. Però se la mano di una donna che conosciamo è calda, facilmente ci troviamo di fronte ad una persona equilibrata e sicura. Quando è un uomo ad avere l’estremità superiore fredda non è improbabile che  sia un  individuo inibito e apprensivo. Anche l’intensità della forza impressa alla stretta è legato alla personalità. Una stretta salda e decisa è tipica di una personalità dominante, sicura di sé e razionale; se la pressione è eccessiva però è segno di un carattere aggressivo ed esibizionista.

Per contro, persone che danno la mano in modo molle e fiacco sono di solito schive, timide e diffidenti. Anche chi è depresso tende a stringere in modo blando. Per altro, si è appurato che un progressivo declino nell’intensità della stretta è legato ad un peggioramento dello stato malinconico.

Una recente ricerca di un équipe di psicologi dell’Università dell’Alabama, capitanata dallo psicologo William Chaplin ha studiato in modo sistematico quest’azione; facendo delle interessanti scoperte. Innanzitutto, è stato appurato che il modo di dare la mano è stabile nel tempo ed indipendente dalla persona che incontriamo (perciò è legato alla personalità).

Gli studiosi hanno quindi osservato che una stretta energica e calorosa è tipica degli individui estroversi e di chi è molto espressivo; nelle donne, inoltre,  è associata anche ad apertura mentale e a curiosità per le novità. Al contrario, chi è timido o ha un temperamento ansioso e instabile da la mano in modo esitante, maldestro e la sua stretta, come già emerso nelle indagini citate in precedenza, risulta piuttosto moscia. Infine, si è constato che questa forma di saluto incide molto sulla prima impressione che ci si fa dell’altro; per cui dare una salda stretta di mano può predisporre favorevolmente l’interlocutore verso di noi, specie se a farlo è una donna cui viene attribuito un carattere aperto, socievole e gioviale.

Due studi successivi di Mark Chapell e di altri psicologi della Rowan University di Glasboro, New York,  hanno messo in luce come nella stragrande maggioranza dei casi, è l’uomo a tenere la mano sopra quella della compagna. Se le due mani sono una con il palmo verso il basso e l’altra con il dorso verso l’alto è chiaro come stabilire l’estremità di chi si trovi sopra; non è così intuitivo, se le mani sono tenute entrambe verticali, come quando si cammina mano nella mano. In quel caso, non è tanto la mano, quanto l’avambraccio a stare sopra. Attraverso quest’azione, l’uomo attesta in modo non verbale la sua posizione di conduttore all’interno della relazione.

Siamo così abituati a fare il gesto di dare la mano, quando incontriamo o conosciamo qualcuno che nemmeno ci rendiamo conto che il modo in cui lo facciamo parla di noi.

Ma allora, come è fatta la stretta perfetta? Le regole sono le stesse per uomini e donne: si offre all’altro la mano destra, con una stretta ferma ma non eccessiva, in un punto che si colloca a metà strada tra noi e chi abbiamo di fronte. Il palmo deve essere asciutto e fresco e le mani strette si devono scuotere 3 volte per un tempo non superiore ai due-tre secondi. Ci si deve guardare negli occhi, sorridendo in modo spontaneo e con una forma di saluto o presentazione consona alla situazione.
Banale? Non la pensano così i vertici inglesi della Chevrolet, che hanno inserito il corso sulla corretta stretta di mano nel programma formativo della propria forza vendita e che hanno sovvenzionato lo studio di Beattie (più per farsi pubblicità che per vero amore della scienza).
«La stretta di mano non è solo una forma di saluto rituale, ma anche un modo per concludere gli affari: è importante che il nostro staff sia capace di farlo nel modo migliore per trasmettere fiducia e rassicurazione ai clienti».



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giovedì 3 settembre 2015

I FULMINI



Diversi motivi possono far nascere una carica elettrica all'interno di una nube; fra questi, l'effetto dell'attrito fra le particelle di ghiaccio e la separazione di cariche elettriche quando le goccioline d'acqua cominciano a solidificarsi. Le particelle di ghiaccio più leggere, caricate positivamente, si portano vero la sommità della nube, mentre i chicchi di grandine e le gocce d'acqua più grosse con carica negativa si accumulano nella parte bassa della nube. La scarica elettrica dalla nube verso terra avverrà quando la distanza tra la base della nube ed un oggetto al suolo di notevole altezza si riduce talmente da consentire la scarica. Questa si presenta sottoforma del caratteristico bagliore dei lampi; la corrente riscalda l'aria provocandone una rapidissima espansione che produce alla fine il familiare fragore e rombo dei tuoni.
Il lampo procede a zig-zag, poiché la scarica avviene secondo un percorso, normalmente tortuoso, di minore resistenza nello strato d'aria tra la nube e il suolo. Anche la differenza di potenziale tra la sommità e la base della nube può determinare una scarica all'interno della nube stessa che appare come un bagliore diffuso poiché la luce passa attraverso milioni di gocce d'acqua. Dal tempo che passa tra la visione del lampo e il momento in cui si sente il tuono si può capire a che distanza si trova il temporale. Infatti, mentre il lampo si vede immediatamente, il rombo del tuono impiega circa 3 secondi per percorrere un chilometro. Se dopo il lampo non si sente il tuono significa che il temporale si trova probabilmente a più di 25-30 chilometri di distanza.

Inoltre qualsiasi oggetto sospeso nell'atmosfera può innescare un fulmine: si sono osservati infatti fulmini tra nuvola e aeroplano, e tra aeroplano e suolo.

Una sua rappresentazione stilizzata è spesso usata nell'iconografia mitologica e araldica.

La scarica del fulmine sarebbe generata dalle particelle negative delle nuvole che vengono attratte dalle particelle positive presenti nel suolo. Tuttavia l'origine del fenomeno non è ancora del tutto chiara. Sono state studiate varie cause che includono le perturbazioni atmosferiche (vento, umidità, attrito e pressione atmosferica), ma anche l'impatto di particelle provenienti dal vento solare e l'accumulo di particelle solari.



La scarica di un fulmine avviene di solito con il metodo seguente: dalla nuvola ha inizio un canale ionizzato (detto canale di prescarica) che avanza nell'aria verso il basso, muovendosi a tratti con avanzamenti rapidi dell'ordine dei 50 metri e pause nell'ordine di 50 microsecondi, in modo che la velocità media risultante dell'avanzamento sia di circa 1metro/microsecondo. Quando il canale ionizzato, che appare debolmente luminoso e presenta irregolarità di percorso e ramificazioni, raggiunge il punto di contatto con il suolo (o su una linea elettrica ad esempio) fluisce verso terra una elevata corrente dovuta alla scarica quasi completa del canale ionizzato (scarica di ritorno), la quale inizia dal suolo e si propaga verso la nube con una velocità di circa 0.1 - 0.3 volte quella della luce rendendo via via notevolmente luminoso il condotto di fulmine e le sue ramificazioni.

Le condizioni ideali per lo sviluppo di fulmini sono i cumulonembi tipici dei fenomeni temporaleschi, ma sono stati osservati fulmini anche durante tempeste di sabbia, bufere di neve e nelle nuvole di cenere vulcanica.

Anche le particelle di ghiaccio all'interno della nuvola sono ritenute essere un elemento fondamentale nello sviluppo dei fulmini, in quanto possono provocare la separazione forzata delle particelle con cariche positive e negative, contribuendo così all'innesco della scarica elettrica.

L'intensità della corrente elettrica di un fulmine varia tipicamente tra i 10 e i 200 kiloampere. Generalmente si descrive il fulmine come una singola scarica, ma sono molto frequenti i casi in cui si verificano una serie di scariche in rapida successione. Tipicamente l'intervallo di tempo tra una scarica e l'altra può oscillare tra i 5 e i 500 millisecondi, e la serie nel complesso può durare anche 1,5 secondi.

In realtà, la grande pericolosità del fulmine è dovuta più che alle grandi tensioni, alla corrente che fluisce nel canale d'aria ionizzata: essendo infatti il plasma un ottimo conduttore di corrente, esso permette il fluire di correnti tipiche di migliaia di ampere (si consideri che bastano circa 20 mA per causare danni fisiologici da folgorazione).

Esistono quattro diversi tipi di fulmini:
negativo discendente, la scarica pilota ha carica negativa e parte dall'alto.
positivo discendente, la scarica pilota ha carica positiva e parte dall'alto.
negativo ascendente, la scarica pilota ha carica negativa e parte dal basso.
positivo ascendente, la scarica pilota ha carica positiva e parte dal basso.
La velocità è variabile e dipende sia dalle condizioni di umidità che dalla differenza di potenziale della scarica, ma si muove tra i 40.000 e i 50.000 km/s.

Il fulmine genera un forte impulso elettromagnetico che provoca interferenze nella ricezione di segnali radio (specialmente con modulazione in ampiezza), fino a frequenze di diversi MHz. Il fortissimo impulso elettromagnetico rilasciato da un fulmine può danneggiare in modo irreversibile componenti elettronici funzionanti a bassa frequenza.

Osservazioni compiute, a partire dagli anni novanta, mediante l'uso di telescopi spaziali (come, ad esempio Compton Gamma Ray Observatory, lanciato nel 1990), hanno rivelato l'inaspettata emissione di radiazione elettromagnetica a più alta energia, fin nello spettro dei raggi gamma: i cosiddetti Terrestrial Gamma Ray Flash (TGFs). Queste osservazioni hanno rivelato l'esistenza di un fenomeno inatteso e piuttosto inspiegabile, che pone serie sfide alla teoria dei fulmini, specialmente quando si sono scoperti i segni evidenti della produzione di antimateria nei fulmini.

Un corpo colpito da un fulmine viene riscaldato per effetto Joule, e le grandi correnti in gioco possono, a seconda dei casi, incendiarlo o fonderlo all'istante; quando un fulmine si scarica nell'acqua, essa può vaporizzarsi.

Quando un fulmine colpisce una persona, si parla di fulminazione (mentre si parla di folgorazione per indicare le lesioni violente prodotte dalle scariche elettriche provenienti dagli impianti industriali): in una frazione di un secondo un fulmine può danneggiare il cervello e arrestare il battito cardiaco. Dato che l'impulso elettrico è caratterizzato anche da alte frequenze, parte della corrente scorre sull'esterno del corpo, ustionando in particolar modo la pelle. Si stima che in tutto il mondo, nell’arco di un anno, più di mille persone vengano colpite da un fulmine.

Anche se una persona non viene colpita direttamente, un fulmine può comunque provocare danni gravi. L'onda d'urto può investire le persone vicine, spostandole e stordendole. Se il fulmine si scarica su un albero, questo esplode a causa della improvvisa vaporizzazione della linfa, proiettando schegge.

Per ridurne i rischi si utilizzano i parafulmini. Essere colpiti da un fulmine è un evento improbabile, ma non rarissimo, se non si adottano adeguate precauzioni quando può manifestarsi.

Le scariche elettriche sono attratte dalla presenza di materiali conduttori oppure di energia nelle sue varie forme, e, a parità di materiale, tendono a concentrarsi sulle punte. Infatti, la densità di carica elettrica misurabile in un materiale conduttore risulta massima nelle sue punte e sui suoi spigoli, dove tendono a concentrarsi le particelle elettriche libere: è in base a questo principio che funziona il parafulmine.



La casa, ed in generale i luoghi al chiuso costituiscono un riparo sicuro in caso di temporale. All'interno si consiglia di:
evitare di utilizzare apparecchiature connesse alla rete elettrica e i telefoni fissi non cordless;
evitare di toccarne elementi metallici quali tubature e le parti metalliche di porte e finestre;
evitare di fare la doccia, lavare i piatti ed in genere di entrare in contatto con l'acqua;
mantenere una distanza di qualche metro da porte e finestre.
Al chiuso i cellulari sono sicuri da utilizzare in quanto il loro campo elettromagnetico è troppo debole per attrarre in forma significativa i fulmini.

L'automobile con i finestrini chiusi e gli aeroplani sono sicuri perché sono una gabbia di Faraday e quindi isolano l'ambiente interno dai campi elettrostatici presenti al loro esterno.

In mancanza di un luogo chiuso, la posizione più sicura è quella in cui si sta piegati sulle proprie ginocchia, senza stare in piedi o sdraiati sul terreno, evitando di stare in gruppo con altre persone. La prossimità di elementi sporgenti, come alberi, e pali e il contatto con masse d'acqua, come il mare e i laghi, è fonte di rischio.

Il corpo umano è esso stesso un conduttore elettrico: per questo la posizione piegata sulle ginocchia, e isolata dagli altri, è quella che minimizza la superficie conduttrice e di scambio termico che potrebbe attrarre un fulmine.

Il tipo più comune di fulmine è però quello intranube.
In media sulla Terra sono in corso 2000 temporali e si scatenano 100 fulmini al secondo.
I fulmini che cadono in un anno sono circa 1 miliardo e 200 milioni, concentrati sulla terraferma a medie latitudini. Una delle zone più temporalesche è Java, con circa 200 giornate temporalesche l’anno.
I fulmini sono maggiormente concentrati nel pomeriggio, a causa del riscaldamento del suolo che favorisce la genesi di nubi temporalesche, ma c’è un altro massimo intorno alle 21.
Un fenomeno vistoso e spaventoso come il fulmine non poteva essere trascurato dagli antichi, tanto meno dai fantasiosi greci, che lo immaginarono scagliato da Zeus, dio del tempo, che comandava anche la pioggia, e scagliava fulmini per punire chi lo disubbidiva. Il termine saetta deriva proprio da freccia, sagitta, cioè le frecce che venivano scagliate.
Per la mitologia nordica erano le scintille prodotte dal martello di Thor che batteva su un’incudine. E’ interessante notare che il nome tuono potrebbe derivare da Thor, in inglese tuono si dice thunder, perché i colpi del martello del dio producevano forte rumore.
I popoli americani avevano Tlaloc, dio della pioggia, e anche in Asia esistevano divinità per i diversi fenomeni meteo.
Alcuni filosofi tentarono di darne una spiegazione meno fantasiosa, pur con molte pecche dovute alla mancanza di conoscenze scientifiche: si immaginava che il rumore del tuono fosse causato dalle nubi che si scontrano, o che il fulmine fosse il risultato della luce del sole che usciva dalle nuvole dopo che era rimasta imprigionata.
Aristotele scrisse il primo vero trattato di meteorologia e pensò al fulmine come ad una esalazione che risultava dalla condensazione dell’aria in acqua, espulsa dalla parte più densa della nube verso il basso.

Un significato positivo e anche forse frutto di una osservazione davvero si deduce dalla mitologia etrusca del fulmine, scagliato per fecondare la Terra.Il dio del fulmine era Aplu, raffigurato con una corona di alloro sulla testa e la cui figura ha molte analogia con quella di Apollo. Sappiamo che in effetti il fulmine ha questa capacità perché operano l’ossidazione dell’azoto gassoso formando composti che possono essere utilizzati dalle piante. Questo processo è fondamentale e si chiama fissazione dell’azoto, viene compiuto anche da particolari batteri e piante.
Quelli che comunemente sono chiamati lampi sono tecnicamente fulmini intra-nube, si realizzano cioè all’interno della nuvola, tra sommità e base. Si distinguono dai fulmini classici perché illuminano dal dentro la nube come una luminosità diffusa..
I fulmini nube-aria vanno invece dalla nube a un’area dell’atmosfera carica elettricamente, e sono più deboli generalmente degli altri fulmini.
I fulmini a razzo sono fulmini classici nube-terra ma procedono lentamente e a questa particolarità devono il nome.
I fulmini a perla sono suddivisi in segmenti. i fulmini superficiali sembrano lingue di fuoco all’orizzonte, e sono prodotti da fulmini non visibili direttamente. Sono questi i lampi di calore che spesso si vedono nelle notti estive specie in montagna, e erroneamente vengono presi per lampi prodotti in cielo sereno, mentre sono semplicemente visibili a grande distanza, tanto che non se ne sente il tuono.

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giovedì 9 luglio 2015

IL MARMO

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Il marmo è un materiale naturale il cui uso da parte dell’uomo per l’edilizia è vecchio quanto la sua storia. Splendente, lucido, con venature, colori ed effetti particolari, il marmo ha caratteristiche ineguagliabili di solidità e durata, ma per altri versi è anche molto fragile e delicato.

Il vocabolo marmo deriva dal greco antico μάρμαρον (mármaron) o μάρμαρος (mármaros), con il significato di "pietra splendente", a sua volta derivato dal verbo μαρμαίρω (marmàirō), che significa "splendere, brillare".
 
Il marmo si forma attraverso un processo metamorfico da rocce sedimentarie, quali il calcare o la Dolomia, che provoca una completa ricristallizzazione del carbonato di calcio di cui sono in prevalenza composte e danno luogo ad un mosaico di cristalli di calcite o di dolomite (minerale). L'azione combinata della temperatura e la pressione, durante la trasformazione della roccia sedimentaria in marmo, porta alla progressiva obliterazione delle strutture e tessiture originariamente presenti nella roccia, con la conseguente distruzione di qualsiasi fossile, stratificazione o altra struttura sedimentaria presenti nella roccia originaria.

Il colore del marmo dipende dalla presenza di impurità minerali (argilla, limo, sabbia, ossidi di ferro, noduli di selce), esistenti in granuli o in strati all'interno della roccia sedimentaria originaria. Nel corso del processo metamorfico tali impurità vengono spostate e ricristallizzate a causa della pressione e del calore. I marmi bianchi sono esito della metamorfizzazione di rocce calcaree prive di impurità.

Per marmo lastronato si intende una lastra di marmo "povero" completamente placcata (rivestita) con lastre (spesse circa 5 millimetri) di uno o più marmi pregiati. I marmi lastronati venivano utilizzati, ad esempio, come piani per i mobili per alte committenze. Con questa tecnica i marmisti di un tempo ottenevano piani in marmo pregiatissimi risparmiando notevolmente sull'impiego di marmi notoriamente costosissimi.
Il basso indice di rifrazione della calcite, che permette alla luce di "penetrare" nella superficie della pietra prima di essere riflessa, dà a questo materiale (e soprattutto ai marmi bianchi) una speciale luminosità, che lo ha reso particolarmente apprezzato per la scultura. Si ricordi, a titolo di esempio, che l'artista e scultore Michelangelo Buonarroti prediligeva il "marmo bianco" della Versilia per le sue opere.

I marmi non colorati sono una fonte di carbonato di calcio puro, che viene utilizzata in un'ampia varietà di industrie. La polvere di marmo è un componente di coloranti e vernici, di dentifrici e di materie plastiche. Viene utilizzata anche nell'industria cartaria in affiancamento al caolino.

La classificazione prevede come parametro le caratteristiche del territorio che ospita la cava, dando vita a due tipologie predominanti, cave di pianura e di monte. Si definiscono cave di pianura quelle in cui tutte le lavorazioni vengono effettuate ad una quota inferiore al livello di campagna. Questa caratteristica implica un problema dovuto alle eventuali acque sotterranee che, infiltrandosi al di sotto della falda freatica, rendono umidi i cantieri; diventano quindi necessarie centrali di pompaggio e sistemi di canali per il loro allontanamento, rimedio decisamente costoso.

Le cave aperte a quote collinari o montagnose si definiscono cave di monte e anche queste comportano un problema, la difficoltà del loro raggiungimento infatti richiede la costruzione di strade spesso lunghe e costose a causa del territorio generalmente accidentato. Capita che il costo elevato di tale opera non sia sostenibile da una singola attività di estrazione, si rende quindi necessario organizzare la cava come un bacino di estrazione dove accederanno più imprese. In alcune realtà dove l’economia dovuta all’estrazione del marmo è molto importante, come ad esempio nella provincia di Massa Carrara, le spese dovute alla costruzione di strade d’accesso alle cave vengono finanziate dalla pubblica amministrazione.

L'operazione principale che avviene nelle cave è l'estrazione; quest'ultima ha subito un'evoluzione dovuta principalmente alla scoperta di nuovi materiali in grado di incidere con maggiore efficacia e precisione il marmo. Quando l'uomo ancora non conosceva i metalli duri costruiva utensili di pietra, con cui era in grado di lavorare prevalentemente rocce tenere ma anche i più duri graniti. Successivamente l'uomo conobbe e utilizzò il ferro per la costruzione di utensili che servivano ad incidere la roccia seguendo delle tecniche precise. Venivano applicate nelle venature del marmo (spesso sfruttando fratture naturali ed anfratti) leve di metallo e cunei di legno. Questi ultimi venivano imbevuti d’acqua in modo da gonfiarsi aumentando il loro volume e la relativa pressione sul blocco da staccare. Questa tecnica è stata del tutto superata con l’avvento della polvere da sparo. Negli ultimi cento anni il progresso tecnico ha portato un notevole sviluppo delle tecniche di taglio con conseguente incremento della produzione. Molto diffusa è stata la tecnica di taglio mediante l’utilizzo del filo elicoidale che sfruttava, quale materiale tagliente, sabbia quarzosa aggiunta all’acqua. Successivamente il carburo di silicio ha sostituito la sabbia e negli ultimi vent’anni il filo diamantato e le segatrici a catena hanno sostituito integralmente le tecnologie precedenti.

Il marmo, dopo l'estrazione dalle cave per mezzo di seghe "diamantate", oppure utilizzando la tecnologia dell'acqua pressurizzata, può essere lavorato a forma di lastre piane. Queste variano da uno spessore minimo di 1 cm, fino ad uno spessore massimo di circa 30 cm: lastre con spessore inferiore al centimetro risulterebbero eccessivamente fragili, scarsamente resistenti a sforzi di flessione e taglio, mentre spessori superiori consentono alla lastra di superare le fasi di lavorazione e trasporto evitando fessurazioni o rotture del materiale.

Una lastra con spessore superiore a trenta centimetri prende il nome di "massello". Le lastre e i masselli vengono lavorati con i centri di taglio.

Le lastre di marmo vengono impiegate come finitura, ad esempio per rivestire pavimentazioni e talvolta pareti.

Trattandosi di un materiale poroso tende ad assorbire sostanze oleose, ecco perché talvolta viene sottoposto a trattamenti protettivi specifici.

Il costo di una lastra varia a seconda del pregio del marmo, della provenienza e del tipo di lavorazione adottata, oltre che, ovviamente delle dimensioni geometriche.

Per la lucidatura dei prodotti finiti e delle lastre si utilizzano lucidatrici con manettone, a ponte e a nastro. Le lucidatrici a manettone o a ponte sono macchine dalla struttura molto semplice, con quantità di produzione molto ridotta, a vantaggio della qualità che per alcuni materiali può essere elevata. Diversamente, le lucidatrici a nastro possono avere una grande produttività, con qualità comunque alta. Quest'ultimo tipo di macchine presenta un banco con un nastro dove depositare il materiale da lavorare; sopra il nastro scorre un ponte porta mandrini, cioè un sostegno mobile con degli apparecchi meccanici che montano abrasivi e lucidanti e tengono fermo il pezzo da lavorare. Nella lavorazione del marmo generalmente si utilizzano macchine con un numero di mandrini che varia fra otto e dodici. Molto più diffusa è però la lucidatura chimica, che fa uso di prodotti chimici come gli acidi. Per il marmo vengono selezionati acidi contenenti alcuni ossidi, che impediscono alle sostanze corrosive di rovinare il pavimento. Altre sostanze utilizzate sono i lucidanti, composti che vengono sfregati sul pavimento per accentuare/aumentare la lucidità del marmo.
La fiammatura insieme alla lucidatura è la tecnica di lavorazione più usata su superfici. Viene usata per le pavimentazioni esterne perché offre sia un piacevole effetto decorativo che un effetto antisdrucciolo. Questa lavorazione prevede uno shock termico, provocato da un cannello alimentato con ossigeno e propano, che fa scoppiare la superficie della lastra facendone risaltare il colore naturale e conferendole una certa rugosità.
La bocciardatura è una tecnica utilizzata per conferire alla lastra un aspetto di superficie scolpita e quindi non semplicemente levigata, lisciata. Le macchine per questo tipo di lavorazione utilizzano un piano rulli per lo scorrimento del materiale da lavorare e un martello pneumatico provvisto alla sua estremità di utensili di materiale duro che hanno lo scopo di scolpire la superficie.
La sabbiatura prevede una levigazione della lastra sfruttando il getto di acqua mista a sabbia attuato da un ugello che scorre a velocità regolabile sul pezzo da lavorare, adagiato anche in questo caso su un piano di rulli.
La spazzolatura, antichizzazione è una tecnica che serve per conferire alla superficie della lastra un aspetto consumato (per questo è chiamata anche antichizzazione). La lavorazione si esegue mediante l'uso di spazzole abrasive applicate a macchinari per la levigatura. Le spazzole vanno ad incidere maggiormente là dove il materiale presenta concentrazioni più tenere e quindi si ottiene una superficie irregolare ma lucida. Questa tecnica si va via via sempre più diffondendo ed è possibile intensificare l'effetto mediante la precedente bocciardatura del materiale.
L'acidatura avviene mediante appositi acidi che operano una corrosione sulla lastra, la superficie del marmo viene incisa creando una finitura grezza anticata che mette in evidenza le venature del marmo che vengono, a seconda del grado di acidatura scavate ancor di più. Questa tecnica rende la lastra in precedenza lucida o grezza anticata con una finitura che però si presenterà irregolare e con delle morbide cavità. L'acidatura è efficace sulla maggior parte dei marmi morbidi, molto dipende dalla durezza e composizione dello stesso.
Ormai tutte queste macchine prevedono anche sistemi di carico e scarico sui piani di rulli, progettati per rendere sicuro il posizionamento di pezzi fragili come le lastre, il cui danneggiamento causerebbe una perdita di profitto.

Il marmo è una roccia molto apprezzata nota per la sua resistenza, l’aspetto estetico, la capacità di essere lucidata e la resistenza alla maggior parte degli agenti atmosferici. Ha una varietà di usi ed è stato utilizzato in tutte le civiltà per gli usi più svariati dalla scultura all’architettura. Questo materiale è disponibile in una varietà di texture a seconda della sua composizione e dalla sua genesi.
Il marmo è il tipo di roccia metamorfica che si forma da calcare e dolomite, in determinate condizioni di calore e pressione. Il metamorfismo è il complesso delle reazioni chimico-fisiche allo stato solido con le quali una roccia si adegua ad un nuovo ambiente ovvero a nuove condizioni di pressione e temperatura. Il marmo quindi, come tutte le rocce metamorfiche, deriva dalla ricristallizzazione su vasta scala di calcari preesistenti che ha dato luogo a una struttura microcristallina; come si può rilevare dalle immagini al microscopio su una superficie fratturata di recente, presenta una grana fine con piccoli cristalli orientati a caso e saldati, con un aspetto che ricorda quello del più comune zucchero, il saccarosio e perciò la struttura del marmo è anche definita saccaroide.
I marmi, dal punto di vista chimico, sono costituiti da carbonato di calcio ad alto grado di purezza;  come tutte le rocce calcaree vengono corrose dagli acidi. Attualmente, a causa del progressivo inquinamento dell’aria, cui segue il fenomeno delle piogge acide, le strutture, le decorazioni e le statue di marmo e di travertino subiscono danni irreparabili.
Se una sostanza acida come, ad esempio, una goccia di limone, cade sul marmo della cucina è inutile cercare di eliminare quella macchi biancastra che si forma  nel punto di contatto: il calcare si è trasformato infatti irreversibilmente in monossido di calcio.
Da un punto di vista petrografico i marmi  derivano dalla trasformazione strutturale dei calcari di origine sedimentaria, in seguito a pressioni, attriti e calore.  Da un punto di vista commerciale, viene definito marmo qualsiasi pietra che presenti le caratteristiche salienti del marmo  propriamente detto, e cioè la versatilità ad essere scolpito, levigato e lucidato, ad essere ridotto in blocchi e lastre. Una classificazione dei marmi viene solitamente effettuata sulla base del colore che può interessare l’insieme della superficie oppure soltanto le venature, ma anche altri criteri di classificazione sono invalsi nell’uso, quali la specificazione del tipo di fossile che ha contribuito a originare il primo giacimento dal quale il marmo si è poi originato. Si parla pertanto di marmi ammonitici, nummulitici ecc. il colore del marmo è determinato da impurezze inglobate.
Il più importante dei marmi biaanchi è il marmo di Carrara che, se è purissimo viene detto statutario; il marmo bianco con venature grigiastre viene detto venato.  Durante il Rinascimento fu il marmo utilizzato da Michelangelo per le sue sculture, il quale veniva a scegliere personalmente i blocchi con cui realizzare le proprie opere.
I marmi azzurri sono presenti nelle cave della Toscana. Il colore è dovuto alla presenza di   sostanze carboniose  quali grafite, carbone e bitume
Il colore rosso è dovuto alla presenza di ossidi di ferro, come l’ematite Fe2O3.
Il colore giallo è dovuto alla presenza di ossidi di ferro.
Con il nome di marmo verde vengono indicate impropriamente le rocce serpentinose irregolarmente da vene bianche di calcare; verde Polcevera, verde Levanto, verde di Prato, verde di Cesana, verde Châtillon.
Il marmo nero venato di Muroglio è perfettamente lucidabile e la cui colorazione è dovuta a ossidi di ferro.
Marmi policromi sono costituiti da frammenti calcarei tenuti insieme da cemento di anfibolo anch’essi colorati come le brecce di Serravezza e Stazzena.

Il marmo presenta caratteristiche fisiche e tecniche che lo rendono poco comodo e pratico per un uso domestico prolungato e frequente, dove viene spesso sottoposto a pressioni e “aggressioni” di vario genere, anche se trattato per renderlo meno poroso e meno sensibile alle macchie. Ecco quindi che se era l’ideale per templi e palazzi, non è invece indicato per un uso diffuso nelle abitazioni, dove può essere impiegato ma riservandolo ad applicazioni specifiche.

Il costo delle lastre di marmo dipende dalla tipologia, dalla cava di provenienza e dal tipo di lavorazione subita. Un tipo di prodotto particolare è il cosiddetto “marmo lastronato”: si tratta di un composito formato da un’anima di materiale “povero” che viene rivestita con sottili lamine di marmo pregiato; questa lavorazione ha permesso, anche in passato, di ottenere rivestimenti e oggetti pregiati con un notevole risparmio economico.

Esteticamente e al tatto, il marmo soprattutto nei pavimenti, può creare un senso anche di freddezza esteriore, di freddo vero e proprio nella stagione invernale ma di fresco nella stagione estiva. Tuttavia il senso di freddo può essere attenuato utilizzando tappeti caldi e accoglienti, che ben si interscano dal punto di vista estetico con le venature e i motivi del marmo scelto.

Ovviamente anche il costo del marmo potrebbe essere uno svantaggio, in quanto si tratta appunto di un materiale di pregio; se l’estetica del marmo piace e se si vuole ovviare a tutti gli inconvenienti, come il costo e anche la difficoltà di manutenzione e pulizia, si possono acquistare materiali artificiali alternativi, che pur essendo facili da pulire e più economici, hanno tutto l’aspetto del marmo.

Data la natura porosa del marmo, esso va costantemente curato e pulito, oltrechè utilizzato con attenzione. .

Per quanto riguarda il marmo che riveste mobili e arredi, ma anche i piani da lavoro di bagno e cucina, la pulizia da effettuare può essere di due tipi: superficiale, da svolgersi spesso se non quotidianamente, e approfondita, quindi salutaria. In entrambi i casi la procedura non è però troppo semplice e va compiuta con accuratezza, seguendo una tecnica particolare.
Procedure per la pulizia:
innanzitutto, occorre eliminare con un pennello lo sporco superficiale
non utilizzare sostanze detergenti perché potrebbero rovinarlo
lavare quindi con una spazzola morbida e acqua distillata
aggiungere sapone neutro o dieci gocce di ammoniaca per ogni litro d’acqua; non superare tale quantitativo in quanto l’ammoniaca potrebbe corrodere il marmo
eseguire possibilmente le operazioni all’aria aperta in prossimità di acqua corrente, per poter sciacquare l’oggetto abbondantemente
risciacquare con acqua distillata
asciugare con un panno di lana

Per eseguire una pulizia più approfondita occorre:
esaminare il piano alla ricerca di zone opache o le macchie ben visibili
se troviamo piccole incrostazioni, si possono rimuovere in modo delicato, con apposite lame specifiche, facendo attenzione a non graffiare il marmo
utilizzare polvere di pomice da versare sul marmo e da strofinare con un panno umido, per rimuovere le macchie e dare uniformità alla superficie
risciacquare con acqua distillata
asciugare con panno di lana.

Per le macchie di unto non utilizzare mai detergenti smacchianti che potrebbero rovinare il marmo irrimediabilmente. Per togliere le macchie di unto occorre:

preparare una mistura di fecola di patate ed essenza di trementina (metà e metà)
applicare la mistura al marmo macchiato
coprire l’impasto con un foglio di carta in alluminio
rimuovere il tutto dopo qualche ora
ripetere le operazioni se la macchia dovesse persistere
coprire il marmo con carta bianca
lasciare asciugare il marmo per qualche giorno
effettuare una finitura a cera

La finitura a cera consiste nel far penetrare con un piccolo tampone una cera bianca a base siliconica nel marmo e dopo qualche ora lucidare il marmo con un panno di lana.

Esistono anche altre tecniche per pulire il marmo. Una di queste consiste nel procurarsi acido ossalico e polvere di pomice, ingredienti reperibili in negozi di prodotti chimici, un barattolo per diluirli, e poi nel munirsi di un panno di tela di iuta, un panno di cotone e un panno di lana, nonché di una spugna e infine procurarsi un barattolo di cera bianca. Dopo essersi procurati l’occorrente, è necessario:
utilizzare il panno di tela di iuta umido per passare la polvere di pomice sul marmo
sciacquare con acqua
preparare un impasto di acido ossalico e acqua: un quarto di acido e tre quarti di acqua
stendere col panno di iuta la mistura ottenuta abbondantemente su tutta la superficie
attendere qualche minuto, affinché il composto venga assorbito dal marmo
risciacquare più volte con una spugna
aspettare un giorno perché la superficie si asciughi completamente
passare la cera bianca
lucidare con un panno in spugna.

Per pulire i pavimenti in marmo, è consigliabile prima di tutto trattarli con prodotti impermeabilizzanti e idrorepellenti; in secondo luogo ricordarsi di non usare mai detersivi a base di ammoniaca, né qualunque altro tipo di detergente che non sia neutro e che quindi sia siliceo o abrasivo o acido. Anche una mistura di alcool e acqua può bastare per le pulizie più frequenti.

Per far durare il marmo nel tempo e non intaccare il suo aspetto lucido, si consiglia di utilizzare un prodotto a base di cere naturali oppure di sintesi e di utilizzare un panno morbido imbevuto di sapone neutro o solventi idrosolubili, per le pulizie quotidiane.


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lunedì 6 luglio 2015

IL QUARZO



Per gli antichi greci il quarzo veniva definito cristallo (dal greco κρύσταλλος, krýstallos, ghiaccio). Essi,infatti, ritenevano tale minerale una varietà di ghiaccio fredda al punto da non poter essere più disciolta. A trarli in inganno, la struttura apparentemente esagonale, simile a quella dei fiocchi di neve, e la sensazione di freddo al tatto causata dalla conducibilità termica.

Tra le varietà del quarzo, l'ametista merita un'attenzione storico-mitologica.

Tra i ricchi (soprattutto nella Roma imperiale) comparve il vezzo di immergere un anello di ametista nel bicchiere di vino prima di bere. Dato che all'epoca tale gemma era rara e preziosa, e questa usanza era in voga solo tra i potenti, l'anello di ametista, venne visto pian piano come un simbolo di potere.

L'usanza che i potenti di Roma avessero un anello di ametista si radicò così tanto tra il popolino che tale simbolo venne utilizzato più tardi dalla chiesa cattolica romana per esprimere autorità. Ancor oggi tale anello fa parte del corredo vescovile.

Sempre dal punto di vista storico, va anche ricordato che sette delle dodici gemme del «Razionale» (un pettorale sacro portato dagli antichi sacerdoti ebraici) ognuna delle quali rappresentava una qualità del Dio, erano varietà di quarzo: la sardonica, il citrino, il diaspro, la corniola, l'ametista e l'onice.

Infine, la famosa sfera di cristallo che permette ai "maghi" di vedere il futuro, immagine tipica nella cultura popolare, ha le sue origini in Cina. Spesso infatti i notabili di quel paese (ne fa cenno anche Marco polo) erano soliti rinfrescarsi le mani posandole su una sfera di quarzo. Le vesti sontuose e colorate, la lingua un po' oscura, quasi arcana e la fantasia hanno trasformato così, nel tempo, i notabili in questione nel prototipo del mago.

I Quarzi sono composti di ossido di silicio e si dividono in due grandi categorie: i Quarzi macrocristallini, come l'Ametista, l'Occhio di Falco, il Quarzo Bianco etc., che presentano grandi cristalli unici, riconoscibili a occhio nudo, e i Quarzi microcristallini, come l'Agata, la Giada o la Corniola, che hanno invece piccoli cristalli.

Il Quarzo accompagna la storia dell'uomo da sempre. Lavorato come gemma o usato come attrezzo per via della sua durezza (sulla scala di Mohs misura 7, mentre il Diamante 9). Il Quarzo è usato anche nella fabbricazione di coltelli, punte di frecce o pietre focaie. Accanto a un utilizzo pratico, i Quarzi sono usati da migliaia di anni nella gioielleria, lavorati prevalentemente con taglio cabochon. I diversi utilizzi di questo minerale si spiegano grazie all'Ossido di Silicio da cui è composto, che è il secondo elemento per abbondanza dopo il Feldspato che costituisce la crosta terrestre. Infine, bisogna ricordare la presunta azione magica attribuita al Quarzo durante la storia: già nel neolitico venivano indossati amuleti di Quarzo Bianco, così come l'uso delle celebri sfere di cristallo attestate nella storia.

Il gruppo dei Quarzi contiene al suo interno l'Ametista, l'Ametrina, il Quarzo Bicolore, il Quarzo Blu Moon, il Calcedonio, il Citrino, il Quarzo Cognac, il Quarzo Piuma, l'Ametista Verde, il Citrino Limone, il Quarzo Oliva, il Quarzo Arcobaleno, il Quarzo Rosa, il Quarzo Rutilato, l'Occhio di Tigre, il Quarzo Bianco, il Quarzo Banana, il Quarzo Estrelita, il Quarzo Mirtillo, il Quarzo Dendritico, il Quarzo Lavanda, il Quarzo Medusa, il Quarzo Rutilato Mutuca, il Quarzo Ouro Verde, il Quarzo Fragola e il Quarzo Tormalinato.

I cristalli, che hanno habitus tipicamente prismatico e più raramente bipiramidale, si rinvengono isolati o in druse e geoidi, oppure in aggregati fibrosi o granulari. Si presenta frequentemente geminato secondo diverse leggi, non presenta netti piani di sfaldatura e ha una frattura concoide; ha una struttura molto compatta costituita da gruppi di tetraedri SiO4 con l’atomo di silicio al centro e ai vertici gli atomi di ossigeno, ciascuno dei quali è in comune con il tetraedro vicino.

Esistono due forme polimorfe di quarzo: il quarzo α, stabile fino a 573 °C, e il q. β, stabile da 573 °C a 870 °C; superata quest’ultima temperatura si trasforma in tridimite. Tra i componenti essenziali di molte rocce eruttive acide e di diverse rocce metamorfiche, a causa della sua elevata resistenza all’abrasione meccanica e all’alterazione chimica  risulta tra i costituenti principali delle rocce sedimentarie terrigene silicoclastiche. Le dimensioni maggiori dei cristalli di quarzo si formano nella fase finale del processo magmatico, dallo stadio pegmatico a quello idrotermale. È otticamente anisotropo (è birifrangente uniassico) e fortemente piezoelettrico.

Quello comunemente rinvenuto è sempre quarzo alfa perché a temperatura e pressione ambiente anche il quarzo beta si trasforma in alfa (per riorganizzazione del reticolo). I cristalli di quarzo alfa, mancando del centro di simmetria, presentano individui destri e sinistri. Il senso del cristallo è spesso individuabile dalla presenza di una piccola faccetta trapezoedrica situata tra il prisma esagono e il romboedro della piramide esagonale.

Ad alta pressione il quarzo si trasforma in coesite, un minerale con la stessa composizione ma con un reticolo atomico più compatto; a pressioni ulteriori la stessa tridimite si trasforma in stishovite che rappresenta il termine estremo di compattazione della silice (è nota quasi esclusivamente in crateri generati da meteoriti).

Il quarzo può essere di forma prismatica allungata.

Il quarzo è un costituente comune delle rocce magmatiche intrusive acide dette in passato rocce sialiche, tra le quali il più conosciuto è il granito; è abbondante anche come componente delle rocce sedimentarie, preferenzialmente nelle arenarie a causa della sua elevata resistenza alla degradazione chimica da parte degli agenti atmosferici ed alla sua insolubilità all'acqua e nelle rocce metamorfiche.

L'etimologia del nome non è certa, ma le origini si fanno risalire al termine medievale tvurdu che in Antico slavo ecclesiastico significava duro, come twarc in Alto tedesco medio, e gli analoghi termini presenti in altre lingue slave come il Ceco tvrdý e il polacco twardy. Terminologie simili come quarz, quärz o querze nel linguaggio dei minatori in Alto tedesco medio indicavano la ghiaia e nel XVI secolo parole come quaterz o quaderz stavano a indicare una roccia di scarsa qualità; nel linguaggio dei montanari della Sassonia Querklufterz indicava un'escrescenza della roccia.

Il termine in italiano sembra derivare da una cattiva traduzione di un testo latino fatta nel 1550 a Venezia; tale testo affermava che le rocce quarzose venivano chiamate in Germania col termine di 'querz erz' (letteralmente 'minerale che attraversa la roccia'). Nella traduzione in italiano, ad opera dello stampatore Michele Tramezzino, il termine querz fu trascritto come 'quarzo'.

Calcedonio è un termine generico per il quarzo criptocristallino. Le varietà criptocristalline sono sia traslucide che, per lo più, opache, mentre le varietà trasparenti tendono ad essere macrocristalline.

Sebbene molti dei nomi delle varietà provengano storicamente dai colori del minerale, gli attuali schemi di denominazione scientifica fanno riferimento in primo luogo alla microstruttura del minerale.
Il colore è un identificatore secondario per i minerali criptocristallini e primario per le varietà macrocristalline. Questo, comunque, non è sempre vero.

Quando nel quarzo sono presenti inclusioni microscopiche di altri minerali a simmetria esagonale, si può produrre un effetto di asterismo.

Non tutte le varietà di quarzo sono presenti in natura. La prasiolite, un materiale di colore olivastro, viene prodotta con l'esposizione al calore. Sebbene il quarzo citrino sia presente in natura, è facilmente confondibile con l'ametista che, scaldata, assume un colore giallo-bruno.
La corniola viene frequentemente trattata con il calore per aumentarne l'intensità del colore.

Dato che i quarzi naturali sono molto spesso geminati e quindi in molti casi non utilizzabili industrialmente, la maggior parte del quarzo utilizzato dall'industria è sintetico.
Cristalli di grandi dimensioni, perfetti e non geminati, vengono prodotti in una autoclave attraverso un processo idrotermale, chiamato metodo Spezia, dal nome del suo inventore, l'ingegnere ossolano Giorgio Spezia: anche gli smeraldi sintetici sono prodotti in questo modo.

Il quarzo è un materiale dotato di notevole stabilità chimica e risulta inattaccabile dagli acidi eccetto l'acido fluoridrico. Presenta inoltre elevata durezza, resistenza meccanica e resistenza al calore. Il quarzo non presenta sfaldatura, in caso di rottura del cristallo è caratterizzato da fratture concoidi.

Alcune proprietà fisiche dei cristalli di quarzo sono la piezoelettricità e la piroelettricità (ovvero la capacità di polarizzare elettricamente le facce opposte del cristallo, in seguito ad una deformazione meccanica come la compressione o dopo riscaldamento).

Dal punto di vista ottico, il quarzo presenta elevata trasmissibilità nel visibile e soprattutto nell'ultravioletto.

Per le sue proprietà di piezoelettricità e piroelettricità è impiegato negli oscillatori al quarzo, utilizzati in moltissime apparecchiature elettroniche fra le quali gli orologi al quarzo, le radio e praticamente tutti gli apparecchi digitali. Il quarzo utilizzato per tali applicazioni (detto anche "quarzo piezoelettico") è in genere il cristallo di rocca.
Per le sue proprietà fisico-meccaniche, è ampiamente utilizzato nell'industria dei rivestimenti, pavimentazioni, piani da lavoro sotto forma di agglomerato in lastre di spessore variabile.
Per le sue caratteristiche ottiche, viene usato per realizzare parti ottiche per usi scientifici e cuvette per spettrofotometri e spettrofluorimetri.
Per le sue caratteristiche di resistenza alle alte temperature (oltre che di trasparenza), viene utilizzato per realizzare i bulbi delle comuni lampade alogene.
Inoltre il quarzo viene utilizzato sotto forma di sabbia quarzosa come materia prima per la produzione del vetro.

Il quarzo rosa è un quarzo traslucido, di colore rosa pallido, ma può essere anche cristallino, sino ad essere quasi trasparente o traslucido nelle varietà più pregiate e ricercate; il colore della polvere è bianco, mentre presenta una lucentezza vitrea ed un'ottima diffusione della luce (è sempre meglio non tenerlo troppo a lungo sotto il sole: potrebbe sbiadirsi e perdere la sua particolare lucentezza).
Il minerale fu utilizzato per decorare il razionale ebraico. Veniva usato dai maghi per prevedere il futuro. Gli antichi romani utilizzavano il quarzo rosa come cicatrizzante dopo avere esposto dei pezzi del minerale al sole, sempre dai romani veniva creata una pietra artificiale in vetro simile al quarzo rosa. Dagli scavi archeologici di Susa sono emersi dei sigilli cilindrici.
Una certa quantità di inclusioni di rutilo sotto forma di aghetti possono creare nei campioni che sono stati tagliati a faccia curva una forma di asterismo a sei punte.

Il quarzo ialino, comunemente detto anche cristallo di rocca, è una varietà completamente incolore di quarzo. Di solito è perfettamente trasparente, con aspetto simile al vetro e al cristallo artificiale, da cui si può distinguere facilmente, come tutte le sostanze minerali, per la sensazione di freddo che provoca al saggio con la lingua.
Il quarzo ialino, proveniente da ogni parte del mondo, contiene una enorme varietà di inclusioni. A differenza dei quarzi lattei, ricchi di vari elementi o di inclusioni, sono completamente trasparenti.
Considerato per secoli un materiale dotato di formidabili poteri magici e apotropaici (forse anche in virtù delle sue ben note proprietà piezoelettriche, condivise con ogni quarzo usato in elettronica), il cristallo di rocca era ritenuto una pietra dalle capacità ipnotiche e divinatorie, capace di indurre la trance (ad esempio attraverso la famosa sfera di cristallo) e per tali motivi trovava impiego nell'occultismo.
È ancora usato nella litoterapia.

Il quarzo affumicato di colore nero viene detto anche morione ma questa varietà di quarzo può arrivare fino ad essere quasi del tutto incolore come quelli che si possono trovare nel marmo di Carrara.
Le inclusioni più frequenti, oltre quelle di alluminio, sono quelle di rutilo color biondo o rame.
Qualche campione può avere delle fessurazioni o delle pareti riflettenti.
Le varietà più intensamente colorate possono manifestare il pleocroismo che può scomparire se il minerale viene riscaldato ad una temperatura compresa tra i 300 ed i 400 °C. Queste pietre possono venir spacciate come topazi fumè.

Il quarzo ha la stessa genesi del cristallo di rocca. Una volta formatosi come cristallo di rocca, viene irradiato da radioattività che gli dona la particolare coloratura.

Artificialmente si può ottenere irradiando il cristallo di rocca con dei raggi gamma, raggi radio o raggi X.

Il collezionista deve prestare attenzione a quei cristalli, provenienti dagli Stati Uniti, la cui colorazione è ottenuta irragiandoli per un tempo variabile da 1 a 6 ore con raggi gamma, mediante una sorgente radioattiva al cobalto-60. Questo trattamento crea dei danni al reticolo cristallino, tuttavia non è osservabile nessuna radioattività nei campioni trattati in tal modo. Il riconoscimento dei quarzi affumicati artificiali richiede l'occhio attento di un esperto in materia. Un modo per riconoscere facilmente i campioni artificiali consiste nello scalfirli con l'unghia: i quarzi affumicati naturali, come tutti gli altri quarzi e tutte le pietre dure, non si scalfiscono, mentre per i motivi suaccennati ciò accade a quelli affumicati artificialmente.

Come gemma di modesto pregio (viene valutata a chili e non a carati), tuttavia vengono utilizzate le pietre con tonalità non troppo cupe.



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