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venerdì 4 marzo 2016

IL SERPENTINOSCISTO

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L'attività di estrazione e lavorazione del serpentinoscisto in Valmalenco ha origine medioevale e a partire dall'anno 1000 circa nacquero e si svilupparono i mestieri ad essa legata (cavatore, scalpellino, posatore). La tecnica di estrazione consisteva nell'aprire i pezzi di roccia con mazze e cunei di diversa foggia per suddividerli in lastre sottili.

I cavatori, riuniti in corporazioni ("compagnie"), lavoravano manualmente la pietra negli antichi giacimenti sotterranei, ancora oggi visibili.

Le lastre di serpentinoscisto furono utilizzate per la copertura di numerosi edifici della diocesi di Como, compreso il duomo di Como.

Oggi le cave a cielo aperto costituiscono una fonte importante di occupazione e per il prodotto interno lordo della valle e le lastre sono ampiamente esportate in Europa, America ed Asia.

Grande importanza ha la varietà di serpentinoscisto della Valmalenco che si può ridurre in lastre sottili, piane, resistenti agli urti, alle condizioni climatiche e alle intemperie. Queste lastre, leggere e impermeabili, sono le piode, usate fin dal lontano passato per la copertura dei tetti. Ottenere le piode dalle lastre di serpentinoscisto è il mestiere del giuelèe .
Il serpentinoscisto viene estratto nelle cave di Sasso dei Corvi, Agnisci, Sellette e Alpe Fora, mentre un tempo veniva estratto nelle cave del Giovello.



La peridotite è la roccia madre di tutte le serpentiniti della Valmalenco.
Le serpentiniti della Valmalenco, un corpo roccioso tabulare spesso da uno a due chilometri e affiorante su una superficie di circa 170 kmq, costituiscono una formazione geologica quasi interamente circoscritta dai confini della valle, da cui sono estratte le numerose varietà di Serpentino.
Osservando a occhio nudo una lastra di serpentinoscisto è evidente come la roccia appaia come schiacciata, quasi fosse passata sotto un laminatoio.
Questa particolare caratteristica, chiamata dai geologi scistosità, è il risultato finale di una lunga storia di deformazioni meccaniche e di altre trasformazioni subite da un frammento di peridotite dalle dimensioni di diversi chilometri cubi, che durante la formazione delle alpi è emerso dalle profondità del mantello terrestre.
Antigorite, olivina, magnetite, clorite e pirosseno sono i minerali che compongono il serpentinoscisto determinandone, unitamente alla loro tessitura, le caratteristiche fisico-meccaniche come ad esempio la fissilità, ovvero la capacità di dividersi in lastre piane e sottili che è una delle proprietà più importanti di questa roccia. Il colore delle serpentiniti è il verde in differenti tonalità: cupo, grigio, con riflessi azzurri, color salvia, variegato ecc.
Negli impieghi esterni la colorazione può variare con il passare degli anni a causa dell’alterazione ferrosa della magnetite, la quale può donare al prodotto un affascinante
tratto caratteristico antico.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/12/la-valtellina.html





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sabato 6 febbraio 2016

LE DOLOMITI

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«...Sono le grandi cattedrali della terra, con i loro portali di roccia, i mosaici di nubi, i cori dei torrenti, gli altari di neve, le volte di porpora scintillanti di stelle...». John Ruskin, 1869

Le Dolomiti, anche dette Monti pallidi, sono un insieme di gruppi montuosi delle Alpi Orientali italiane, comprese tra le province di Belluno (sul cui territorio è situata la maggior parte dei gruppi dolomitici), Bolzano, Trento, Udine e Pordenone.

Il 26 giugno 2009 il Comitato Esecutivo della Convenzione sul patrimonio materiale dell'umanità dell'UNESCO, riunita a Siviglia, ha dichiarato le Dolomiti Patrimonio dell'umanità.

L'esistenza delle Dolomiti d'Oltrepiave, situate a est del fiume Piave, nelle province di Belluno, Udine e Pordenone (e anche in parte dell'Austria, in bassa Carinzia, e nel Tirolo orientale le Dolomiti di Lienz), delle Dolomiti di Brenta, collocate nel Trentino occidentale, delle Piccole Dolomiti, fra Trentino e Veneto, e di affioramenti sparsi sulle Alpi (ad esempio la cima del Gran Zebrù nel gruppo Ortles-Cevedale) evidenzia la natura puramente convenzionale di questa delimitazione territoriale.

Le Dolomiti, intese nell'accezione più ristretta, vengono divise in due zone dal corso del torrente Cordevole (il quale scorre in provincia di Belluno ed è il principale affluente del Piave), in Dolomiti Orientali, ovvero ad est del Cordevole e Dolomiti Occidentali ad ovest del Cordevole.

L'area dolomitica si estende tra le province di Belluno, sul cui territorio è situata la maggior parte dei gruppi dolomitici, Bolzano, Trento, Udine e Pordenone.

Comunemente si indica la Marmolada come la cima più alta delle Dolomiti, con i suoi 3.348 m s.l.m., ma è da notare come questa formazione non sia affatto costituita da dolomia, bensì in prevalenza da calcari bianchi molto compatti derivati da scogliere coralline, con inserti di materiale vulcanico: quindi a rigore la Marmolada non farebbe parte del gruppo.

Le Dolomiti prendono il nome dal naturalista francese Déodat de Dolomieu (1750-1801) che per primo studiò il particolare tipo di roccia predominante nella regione, battezzata in suo onore dolomia, costituita principalmente dal minerale dolomite (MgCa(CO3)2) ovvero carbonato doppio di calcio e magnesio. Questa composizione chimica delle rocce dà origine al fenomeno dell'enrosadira.

La prima denominazione geografica del termine "Dolomiti" comparve nel 1837 in una guida edita a Londra, per descrivere una regione montuosa comprendente le valli di Fassa, Gardena, Badia, la val Pusteria nonché le Alpi veneziane. Nel 1864 fu pubblicato il volume The Dolomite Mountains, resoconto di viaggio di due naturalisti inglesi, John Gilbert e G.C.Churchill. Con questo volume il termine fu introdotto a livello europeo.

La denominazione Monti Pallidi si rifà ad una leggenda.

I nove sistemi montuosi che compongono le Dolomiti Patrimonio dell’Umanità comprendono una serie di paesaggi montani unici al mondo e di eccezionale bellezza naturale. Le loro cime, spettacolarmente verticali e pallide, presentano una varietà di forme scultoree che è straordinaria nel contesto mondiale. Queste montagne possiedono, inoltre, un complesso di valori di importanza internazionale per le scienze della Terra. La quantità e la concentrazione di formazioni carbonatiche estremamente varie è straordinaria nel mondo, e contemporaneamente la geologia, esposta in modo superbo, fornisce uno spaccato della vita marina nel periodo Triassico, all’indomani della più grande estinzione mai ricordata nella storia della vita sulla Terra. I paesaggi sublimi, monumentali e carichi di colorazioni, delle Dolomiti hanno da sempre attirato una moltitudine di viaggiatori e sono stati fonte di innumerevoli interpretazioni scientifiche e artistiche dei loro valori.

Il loro fascino e la loro bellezza derivano da una grande varietà di forme verticali spettacolari, come pinnacoli, guglie e torri, in contrasto con le superfici orizzontali tra cui cenge, balze e altipiani, il tutto emergente all’improvviso da estesi giacimenti detritici o da dolci colline. A ciò si aggiunga l’estesa gamma di colori creata dai contrasti tra le spoglie e pallide rocce e le foreste e i prati sottostanti. Le montagne risaltano come guglie, alcune isolate, altre unite a formare estesi paesaggi. Il territorio delle Dolomiti ha coniato il nome all’archetipo “paesaggio dolomitico”;
 le Dolomiti hanno avuto origine nel Triassico (circa 250 milioni di anni fa) dall’accumulo di conchiglie, coralli e alghe in zone con latitudine e longitudine diverse dall’attuale, dove esistevano mari caldi e poco profondi. Sul fondo dei mari si sono andati ad accumulare centinaia di metri di sedimento che si sono poi trasformati in roccia.  Il successivo scontro tra la placca europea e la placca africana ha fatto emergere le rocce innalzandole ad oltre 3000 metri sopra il livello del mare.



Sul Pelmetto in Cadore e ai Lavini di Marco presso Rovereto vi sono impronte fossili di dinosauro.
Il paesaggio attuale è spigoloso e ricco di dislivelli. A determinare tale trasformazione sono stati i piegamenti e le rotture delle rocce lungo piani di scorrimento (faglie), ai cui movimenti corrispondono altrettanti terremoti; episodiche esplosioni vulcaniche e relativi depositi; erosioni differenziali legate agli agenti atmosferici e ai piani di debolezza insiti nelle rocce. Ne risulta una topografia molto articolata in strutture verticali (pale, guglie, torri, pinnacoli, denti, campanili) ed orizzontali (tetti, cornicioni, spalti, cenge, plateau). Si possono osservare le testimonianze di periodi a clima temperato, precedenti a quelli glaciali, ma soprattutto dominano le forme di erosione ed accumulo legate ai periodi glaciali, gobbe rocciose levigate e striate dal ghiaccio (rocce montonate), valli sospese, circhi glaciali, depositi di morene, tracce di antichi suoli gelati (permafrost), testimonianze delle pressioni esercitate dalle masse glaciali.

L'innalzamento delle rocce dolomitiche è tuttora in corso. Oggi le Dolomiti mostrano il biancore dei carbonati di scogliera corallina, l'acutezza di rocce coinvolte in orogenesi recenti, le incisioni di potenti agenti esogeni (ghiacciai, vento, pioggia, freddo-caldo). Frequenti sono i macereti (depositi detritici), mentre ghiacciai e nevai sono presenti anche se non di grande estensione (il più esteso è quello della Marmolada. Importante anche quello di Fradusta nelle Pale di San Martino).

Fenomeni di erosione sono alla base di particolari formazioni geologiche, le Piramidi di terra in Alto Adige e a Segonzano in Trentino.

Nel futuro geologico, le Dolomiti continueranno a crescere inglobando nuovi settori di rocce sospinte dallo scontro tra le placche europea e africana (analogamente a quanto succede per la catena himalayana); la scomparsa di questa spinta determinerà il prevalere degli agenti esogeni tendenti ad appianare e addolcire il paesaggio montano (come è successo negli Urali).

Fino a 1800 m (versanti nord) o 2.200 m (versanti soleggiati) la vegetazione è formata principalmente da boschi di conifere (abete rosso, abete bianco e pino silvestre, larice), mentre nelle alte quote da boschi di larice, cirmolo e cespuglietti di mughi. Il “pino mugo” legnoso, resistente a tutte le bufere, trattiene le nevi, protegge dalle valanghe, e fornisce una sostanza medicamentosa detta “olio di mugo”. Un altro nome del pino mugo è barancio (nelle Dolomiti di Sesto si trovano i gruppi dolomitici della rocca dei Baranci e della Croda dei Baranci). Nelle Dolomiti è presente anche il ginepro che è ad arbusteto e costituisce vasti tappeti con gli arbusteti del mirtillo, dell'erica e del rododendro alpino i quali sono ampiamente diffusi. Al di sotto dei 1200-1000 metri troviamo boschi di latifoglie: faggio, quercia (rovere, roverella), betulla, nocciòlo, castagno, frassino, acero di monte, ornello. In zone ricche di acqua, sul fondovalle, crescono il salice e l'ontano.

Sono presenti anche diversi pascoli in alta quota, come ad esempio l'alpe di Siusi, gli altipiani Ampezzani e Pian dei Buoi.

Dai boschi di abete rosso (o peccio) di certe zone (come quelli della val di Fiemme, di Paneveggio o attorno al lago di Carezza) si ricava il legno per le casse armoniche degli strumenti musicali: è l'abete di risonanza. Il popolo del Cadore, fiero delle sue peccete, volle rappresentare nel suo stemma un abete rosso avvinto da due torri.

Importanti come habitat sono pure i luoghi umidi: le torbiere, i siti alluvionali dei torrenti glaciali, le sorgenti, gli specchi d'acqua libera, i prati umidi (molineti), le pozze d'alpeggio, le pozze di risorgiva. Tra i laghi, particolare è il lago di Tovel in Trentino in quanto, a causa di un microrganismo, assumeva in passato una colorazione rossastra. I laghetti delle Dolomiti, come in genere quelli delle Alpi, sono oligotrofi. I più noti e pittoreschi laghi dolomitici sono: il lago di Tovel, il lago di Molveno, il lago di Carezza, il lago di Braies, il lago di Dobbiaco, il lago di Landro, il lago di Misurina, il lago d'Antorno, il lago di Auronzo, il lago di Alleghe.

Innumerevoli sono i tipi di fiori che costituiscono la flora alpina dolomitica, come ad esempio: la stella alpina alle alte quote (originaria dell'Asia centrale), alcuni tipi di genziana, alcuni tipi di sassifraghe (saxifraga), il giglio martagone, la campanula (campanula del Moretti e campanula scheuchzeri), l'azalea alpina del genere rhododendron, l'ambretta strisciante (geum reptans) su macereti e morene, vari tipi di Ranuncolacee (come il botton d'oro, il ranuncolo dei ghiacciai e la clematide alpina), la vitalba alpina, la daphne striata, la miosòtide (o myosotis, noto anche come "non-ti-scordar-di-me"), vari tipi di orchidea, la viola, il ciclamino delle Alpi, il colchicum, il croco, l'astro alpino, il garofano dei ghiacciai, la pulsatilla alpina o anemone alpino, il senecio, la soldanella, la veronica gialla delle rocce (abitatrice delle fessure delle rocce), la nigritella, l'arnica, il narciso, il cardo, il camedrio alpino, il papavero alpino retico, il geranio sanguineo, la pinocchiella delle rupi, il brugo, la valeriana nana, l'aquilegia azzurra, la peonia selvatica, il dente di cane, la primula minima, il leontodon, il raponzolo di roccia, l'androsace alpina e l'androsace di Hausmann, il giacinto di montagna.

Nelle Dolomiti vivono numerose specie di mammiferi e roditori: il capriolo, il cervo, il camoscio, il daino, lo stambecco, il cinghiale, la marmotta, la martora, lo scoiattolo, il tasso, la donnola, la faina, la puzzola, la talpa, la volpe, la lepre, il ghiro, il riccio. Molto rara è la lontra, ritornata in questi ultimi anni (Alto Adige e Carnia). In alcune zone vivono l'orso bruno, la lince e il lupo. Negli ultimi anni in alcune zone (tra Friuli e Trentino Alto Adige) è stata accertata la presenza dello sciacallo dorato proveniente dalla penisola balcanica.

Tra gli uccelli si ricordano: l'aquila reale, il falco pellegrino, l'astore, la poiana, il gheppio, il gipeto, il corvo, il gallo forcello, la civetta, il barbagianni, l'urogallo, il picchio, l'upupa, lo sparviere, il fagiano di monte, il francolino di monte, il gufo, la pernice bianca, il merlo e il merlo acquaiolo, il gracchio alpino, la ghiandaia, l'allocco, la coturnice, il tordo, il pettirosso. Tra gli anfibi vivono la rana alpina, il rospo, la lucertola, il ramarro, il tritone alpestre, la salamandra, la salamandra alpina, l'ululone. Tra i rettili velenosi vi sono la vipera e il marasso. Sono presenti pure la biscia dal collare, il biacco, la coronella austriaca, il saettone, l'orbettino

Le prime frequentazioni degli esseri umani nelle Dolomiti risalgono all'11.500 a. C. L'insediamento stanziale nelle valli dolomitiche è ben documentato dall'età del bronzo. Nel corso del I millennio avanti Cristo le Dolomiti furono popolate dai Reti e colonizzate pure dai Celti, popoli che ebbero rapporti commerciali anche con gli Etruschi. Successivamente il territorio fu occupato dai Romani che, in età imperiale, divisero l'area tra le province di Raethia e Noricum a nord e la X Regio Venetia et Histria a sud. Il contatto tra le popolazioni retiche indigene e quelle latine diede origine ad una nuova cultura e lingua: il ladino. Nel Medioevo vi giunsero i Longobardi. Dall'XI secolo si formarono nell'area dolomitica forme di autogoverno delle comunità locali (Magnifiche Comunità o Regole), esercitate per mezzo di statuti votati democraticamente (le Carte di Regola o Statuti). Durante il periodo fra i secoli XIV e XVIII il territorio dolomitico fu diviso in due grandi aree d'influenza austroungarica e veneta. I principati vescovili di Trento e Bressanone facevano parte del Sacro Romano Impero, mentre il Bellunese e la Carnia appartenevano alla Repubblica di Venezia. Il Bellunese, come tutto il Veneto, entrerà a far parte del Regno d'Italia nel 1866 dopo la terza guerra d'indipendenza. Il Trentino Alto Adige entrerà a far parte del Regno d'Italia nel 1918 al termine della prima guerra mondiale.



Quanto poi agli insediamenti umani, nell'area sudtirolese tedescofona prevale il cosiddetto maso chiuso, mentre nella zona ladina (Badìa e Gardena, Trentino, Bellunese) prevalgono le cosiddette viles, nuclei compatti di case addossate le une all'altre. Sono dominanti due diversi modelli culturali: sull'area germanofona prevale il modello germanico, basato su un'organizzazione per nuclei monofamiliari con prevalenza dell'allevamento sull'agricoltura e quindi caratterizzato da ampie superfici a pascolo generalmente indivise; nell'area di cultura romanza è invece diffuso il modello romano, con un'organizzazione sociale in piccole comunità regolate dal diritto romano e dedite prevalentemente all'agricoltura e alla silvicoltura.

Numerosi parchi naturali proteggono questa particolare natura e vari comitati ad hoc si sono impegnati nel proporre le Dolomiti come Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO, tentativo coronato da successo il 26 giugno 2009, quando a Siviglia i ventuno componenti del World Heritage Committee hanno deciso all'unanimità di includere la quasi totalità delle Dolomiti nell'elenco dei patrimoni naturali. La candidatura era stata inizialmente avanzata nel 2004 dal Ministero dei Beni Culturali ma era stata bocciata dall'UNESCO nel maggio 2006. Successivamente il gruppo di lavoro UNESCO del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, coordinato dal prof. Pier Luigi Petrillo, ha ripresentato i due dossier di candidatura, avviando, contestualmente, un intenso negoziato con i 165 paesi membri della Convenzione e i 37 paesi membri del Comitato. A conclusione del negoziato, durato due anni e mezzo, l'Autorità indipendente di valutazione delle candidature naturalistiche, l'IUCN, ha espresso parere favorevole alla candidatura. Da ultimo, a Siviglia, nel giugno 2009, la squadra coordinata dal prof. Petrillo ha condotto gli ultimi finali negoziati ottenendo il riconoscimento dell'UNESCO che "certifica" l'unicità, nel mondo, delle Dolomiti.

Le Dolomiti, specialmente nella loro parte settentrionale e occidentale, sono intensamente sfruttate ad uso turistico. In particolare le valli delle Province di Trento e Bolzano e la parte alta della Provincia di Belluno basano la propria economia sulla pratica invernale dello sci alpino divenuto popolare con le Olimpiadi Invernali di Cortina del 1956. Il Dolomiti Superski unisce poi sotto un unico skipass la quasi totalità dei comprensori sciistici della zona. Più marginali sono invece lo sci di fondo (di cui esistono però vari punti di eccellenza sparsi nelle varie vallate), e lo sci alpinismo che in costante crescita negli ultimi decenni vede la continua nascita di nuovi sci club e di nuove gare (prevalentemente notturne) tra le quali vanno sicuramente citati gli eventi di "Dolomiti Sotto le Stelle" e la "Sellaronda Skimarathon".

L'estate è invece il tempo dei trekking e delle scalate, turismo questo che viene praticato sull'intera area. Le Dolomiti vantano una lunga tradizione escursionistica e alpinistica che nel corso del '900 ha dotato la cima più alta della quasi totalità delle montagne di una via di salita segnalata e spesso ferrata per facilitarne l'accesso. Le Vie Ferrate sono estremamente diffuse e non si contano i tipici Rifugi Alpini ed i Bivacchi Fissi che facilitano di molto la salita a questi monti. Altro punto di eccellenza sono le Alte Vie delle Dolomiti: sentieri ben battuti e segnati che consentono di compiere lunghe attraversate a tappe della durata di svariate giornate camminando sempre in quota senza mai scendere a fondovalle. Le due Alte Vie più famose sono l'Alta Via numero 1 dal Lago di Braies a Belluno e l'Alta Via numero 2 da Bressanone a Feltre. L'arrampicata data la sua estrema variabilità e veloce evoluzione meriterebbe un capitolo a sé stante: vie alpinistiche (classiche e moderne) in montagna, Big Wall, Falesie attrezzate, vaste aree boulder e arrampicata su ghiaccio sono solo alcuni esempi delle varie attività legate a questo sport.

Alcune fra le località di villeggiatura più conosciute presenti nelle vallate dolomitiche sono: Cortina d'Ampezzo nella Conca Ampezzana, Auronzo di Cadore-Misurina in val d'Ansiei, Rocca Pietore-Marmolada nella val Pettorina, Agordo nella Conca Agordina Selva e Ortisei in val Gardena, Dobbiaco e Sesto in val Pusteria, Castelrotto ai piedi dell'alpe di Siusi, Canazei e Moena nella val di Fassa, Falcade in valle del Biois, San Martino di Castrozza nel Primiero, Arabba nella valle di Livinallongo, Corvara, La Villa, San Cassiano, Badia in val Badia, Madonna di Campiglio in val Rendena e Forni di Sopra in Friuli Venezia Giulia.

Un altro tipo di turismo è rappresentato dai luoghi legati ai combattimenti del fronte italiano della prima guerra mondiale: tra questi ricordiamo il Pasubio nelle Piccole Dolomiti (Strada delle 52 gallerie e Dente Italiano).

Sul Monte Rite, nel comune di Cibiana di Cadore, è possibile visitare il museo MMM Dolomites dedicato alla storia dell'esplorazione e dell'alpinismo in Dolomiti.



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domenica 30 agosto 2015

Un Diamante è Per Sempre .......e la VITA?



Si pensa che i diamanti siano stati inizialmente riconosciuti ed estratti in India, dove furono trovati in depositi alluvionali lungo i fiumi Krishna e Godavari. I diamanti erano utilizzati nelle icone religiose, ed è probabile che fossero noti e considerati preziosi già 6.000 anni fa. Si trovano infatti riferimenti ai diamanti nei testi in sanscrito: l'Arthashastra di Kautilya ne menziona il commercio, opere buddiste, dal IV secolo a.C. in poi descrivono il diamante come pietra molto nota e preziosa, anche se non contengono indicazioni circa le tecniche di taglio.

Un altro testo indiano, scritto all'inizio del III secolo descrive la resistenza, la regolarità, la brillantezza, la capacità di graffiare i metalli e le buone proprietà di rifrazione come qualità desiderabili di un diamante.

La città indiana di Golconda fu per secoli (fino alla metà dell'Ottocento) il principale centro di produzione e vendita dei diamanti, tanto che il suo nome fu sinonimo di ricchezza.

I diamanti giunsero nella Roma antica dall'India e vi sono chiari riferimenti circa il loro utilizzo come strumenti d'incisione.

I cinesi, che non hanno trovato diamanti nel loro paese, non li consideravano in passato come gioielli, mentre apprezzavano molto la giada. Un'opera cinese del III secolo a.C. cita: «Gli stranieri li indossano nella convinzione che essi possano allontanare da loro gli influssi maligni».

Fino al XVIII secolo i diamanti provenivano esclusivamente dall'India o dal Borneo e solo nel 1725 in Brasile, nello Stato di Minas Gerais, furono trovati i primi diamanti provenienti dal Sudamerica. Successivamente, nel 1843, fu rinvenuto il carbonado, un aggregato microcristallino di diamante, di colore bruno-nero, impiegato nell'industria.

Il primo ritrovamento in Sudafrica avvenne nel 1867, nei pressi delle sorgenti del fiume Orange, e fino al 1871 vennero sfruttati unicamente i giacimenti di tipo alluvionale. In seguito si scoprì l'esistenza dei camini diamantiferi, dei quali il più noto è la miniera di Kimberley, che ha dato il nome alla roccia madre del diamante, la kimberlite.

Nel Settecento furono scoperti giacimenti nel Borneo, ciò che diede inizio al commercio del diamante nel sud-est asiatico. Con l'esaurimento delle risorse indiane, avvennero significative scoperte in Brasile (1725) e Sudafrica (Kimberley, 1867). Il Sud Africa divenne quindi il principale centro mondiale per la produzione di questa preziosissima gemma.

La popolarità dei diamanti è aumentata a partire dal XIX secolo grazie alla maggiore offerta, al miglioramento delle tecniche di taglio e lucidatura, alla crescita dell'economia mondiale e anche grazie ad innovative campagne pubblicitarie di successo. Nel 1813, Humphry Davy usò una lente per concentrare i raggi del sole su un diamante in un ambiente di ossigeno e dimostrò che l'unico prodotto della combustione era il biossido di carbonio, provando così che il diamante è un composto di carbonio. In seguito egli dimostrò che alla temperatura di circa 1.000 °C, in un ambiente privo di ossigeno, il diamante si converte in grafite.



I diamanti hanno origine nel mantello della Terra, dove esistono le condizioni di altissima pressione necessarie alla loro formazione. Si pensa che i diamanti ritrovati in superficie provengano da una profondità tra i 150 e i 225 km. I cristalli vengono portati alla superficie, inglobati in una roccia contenente molta olivina (detta kimberlite) da condotti vulcanici mediante eruzione. Questo dà origine ai camini diamantiferi dei giacimenti primari. In seguito, mediante erosione, la kimberlite può venire sgretolata, liberando i diamanti in giacimenti secondari, generalmente di tipo alluvionale.

Diamanti molto piccoli (tipicamente di diametro inferiore a 0,3 mm) sono stati trovati in molte meteoriti cadute sulla Terra. Alcuni studiosi ritengono che impatti di grandi meteoriti, avvenuti milioni di anni fa, possano aver prodotto alcuni (o molti) dei diamanti oggi ritrovati, ma non ci sono prove che avvalorino questa ipotesi.

Il metodo del carbonio-14 non è efficace per la datazione del diamante, perché si limita al carbonio di origine biologica. Risultano inefficaci a tal fine, sempre a causa della purezza chimica del diamante, anche le tecniche di geocronologia. I geologi ritengono però che la maggior parte dei diamanti ritrovati, cioè quelli formati nel mantello e arrivati in superficie, si siano formati tra circa 1 e 1,6 miliardi di anni fa.

I diamanti sono la modificazione cristallizzata del carbonio puro; poiché si sono formati, come il petrolio, in milioni di anni, sono un minerale esauribile. I cristalli del diamante possono avere la forma di un ottaedro o di un esacisottaedro, talvolta con le facce curve. Talora, sulle facce dell'ottaedro, si possono notare delle trigoni, ossia delle incisioni triangolari. Alcune gemmazioni possono portare a cristalli piatti a forma di triangolo smussato. Altre forme in cui si presenta sono i rombododecaedri ed i cubi; tuttavia meno rari, comunque, sono i cristalli esacisottaedrici, cubici e dodecaedrici. Non mancano inoltre cristalli geminati o a simmetria tetraedrica.

Il colore è vario, così come le dimensioni dei cristalli, che molto raramente superano quelle di una nocciola. Il record di grandezza per un diamante grezzo spetta al diamante Cullinan, trovato nel 1905 nella Premier Mine del Sudafrica. Perfetto nella limpidezza e nel colore, pesava 3.025 carati (605 grammi); tagliato in 105 pietre lavorate, le più grandi pesano 516,5 e 309 carati (fino al 1988 i più grandi diamanti lavorati). Attualmente il più grande diamante lavorato è il Golden Jubilee di 545,67 carati, trovato nel 1985 in Sudafrica.

I giacimenti diamantiferi si suddividono in due gruppi: primari e secondari. I giacimenti primari sono quelli in cui i diamanti si trovano ancora all'interno della roccia madre (tipicamente, la kimberlite), mentre i secondari sono quelli in cui essi si trovano dispersi in rocce sedimentarie spesso incoerenti tipo sabbia, ghiaia, trasportati lontano dai luoghi dove si trovava la roccia madre e da cui derivano per disgregazione della stessa, ossia in terreni alluvionali.

Nel caso dei giacimenti primari si deve frantumare la roccia estratta in pezzi sempre più piccoli, alternando le spaccature a lavaggi abbondanti in modo che l'acqua separi la ganga dai materiali più pesanti; il peso specifico relativamente elevato dei diamanti provoca la loro caduta nelle vasche sottostanti (eventualmente mischiati ad altri minerali pesanti).
La maggior parte delle miniere di diamanti è "a cielo aperto" o "a pozzo" (diversamente dalle miniere di carbone, in cui l'estrazione avviene spesso in gallerie scavate in profondità). Tra le più famose miniere diamantifere quelle di Kimberley e la Premier Mine, entrambe in Sudafrica. Le miniere nei dintorni di Golconda in India hanno fornito fino alla metà dell'Ottocento la quasi totalità dei diamanti prodotti nel mondo.

Nei giacimenti alluvionali, non dovendo sminuzzare la roccia, il procedimento è più semplice: si usa solo il procedimento gravitazionale con l'acqua, facendo cadere i diamanti nelle vasche. In seguito i diamanti e i residui di ganga vengono portati via da rulli cosparsi di grasso, al quale i diamanti e la ganga aderiscono. La ganga viene poi fatta scivolare via mediante altri lavaggi. Successivamente, per togliere i diamanti dal grasso, si porta a fusione l'intero impasto; il grasso si scioglie, liberando così i diamanti grezzi. Essi vengono poi suddivisi in due gruppi: di qualità superiore cioè gemmologica (adatti ad essere tagliati e lucidati per produrre gioielli) e di qualità inferiore, adatti per applicazioni industriali.

Si calcola che le miniere primarie producano mediamente un carato di diamanti (0,2 grammi) ogni 3,5 - 4 tonnellate di roccia estratta, mentre dai giacimenti alluvionali si estrae solo un carato ogni circa 15 tonnellate di materiale lavorato.

La produzione mondiale di diamante naturale varia notevolmente di anno in anno, perché i filoni diamantiferi vengono spesso esauriti rapidamente, e l'estrazione prosegue in nuove miniere scoperte, che possono dare produzioni molto diverse.



Complessivamente, circa la metà dei diamanti estratti oggi nel mondo proviene da miniere situate nell'Africa centrale e meridionale. La società sudafricana DeBeers, con sede a Johannesburg, controlla quasi completamente l'estrazione, la lavorazione e commercializzazione dei diamanti di origine africana. Tra le maggiori società al mondo per l'estrazione dei diamanti vi è anche l'anglo-australiana BHP Billiton.

Lo Zimbabwe appartiene alla ristretta schiera dei paesi produttori di diamanti. Prima del 2006 esistevano solo due miniere, dalla produzione modesta: River Branch al sud, la più antica, gestita per qualche anno da compagnie canadesi e australiane e poi venduta per la sua scarsa redditività, e Murowa al centro del paese, sfruttata da Rio Tinto, il colosso minerario australiano.

Nel 2006 furono scoperti i diamanti a Marange, ad est del paese, vicino alla frontiera con il Mozambico. Sono depositi alluvionali, cioè diamanti disseminati in una grande area, lungo i corsi d’acqua, che si possono recuperare anche scavando con il piccone e la pala. La notizie percorse tutto il paese, allora in preda ad una soffocante crisi economica, e in poche settimane la zona si riempì di cercatori artigianali di diamanti. Ma come il miele attira le mosche, i diamanti attraggono gli uomini armati e in divisa. Marange divenne subito un far west, con militari e poliziotti a disputarsi le pietre preziose con cercatori e scavatori.

Un rapporto di Human Right Watch del giugno 2009 denuncia gli abusi contro i diritti umani commessi sistematicamente a Marange. La zona è diventata una sorta di girone infernale intorno al quale sono compiuti veri e propri massacri, stupri, oltre che pratiche di lavoro forzato, spesso minorile, e uccisioni sommarie. Da lì parte un immenso giro di prostituzione, di contrabbando e di corruzione, i cui proventi finiscono tutti nelle tasche di una classe militare e politica, cosciente di essere ormai precaria, quindi intenzionata a sfruttare, o meglio saccheggiare, il paese fino a che sarà possibile.

A scoprire i diamanti a Marange era stata la De Beers, l’azienda sudafricana leader mondiale della commercializzazione dei diamanti, ma anche all’avanguardia per la prospezione dei siti diamantiferi. Ma per una volta la De Beers si sbagliò, e non valutò l’entità di quei giacimenti. Rinunciò alla concessione, e il governo di Harare la trasferì alla britannica African Consolidated Resources.

Per questa piccola impresa sarebbe stato l’affare del secolo, se il governo di Harare avesse rispettato il diritto commerciale. Quando si sparse la voce che quello poteva essere uno dei più ricchi depositi di diamanti del mondo, i legali del presidente-dittatore Mugabe inventarono dei vizi di forma nel contratto, ed espropriarono l’impresa inglese, con tanto di raid negli uffici della compagnia e sequestro di documenti, computer e relazioni sulle prospezioni effettuate.

Alla miniera di River Ranch era accaduta la stessa cosa: la febbre dei diamanti aveva contagiato un generale, Salomon Mujuru, l’eroe della guerra di indipendenza, un cacicco del partito al potere ZANU-PF, Trivanhu Mudariki, e la moglie del presidente Mugabe, Sibonokuhle Moyo. Costituita la Bubye Minerals, ottennero con facilità i diritti di sfruttamento.

Nella sua riunione del luglio 2010 a Sanpietroburgo il Kimberley Process ha votato un embargo dei diamanti prodotti a Marange. Il Kimberley Process è un sistema di certificazione concordato dai governi dei paesi esportatori e importatori di diamanti, con la collaborazione esterna dell’industria dei diamanti e delle Ong, che ha il fine di escludere dal commercio mondiale i diamanti estratti in zone di conflitto e di grave violazione dei diritti umani.

Emissari del Kimberley Process hanno costatato che i militari hanno il controllo quasi totale dei campi diamantiferi di Marange, e che sono loro a manovrare la rete di contrabbandieri.

Quello dello Zimbabwe è un caso esemplare: da una parte, troviamo un dittatore vecchio e impresentabile come Robert Mugabe, ancora al potere grazie al supporto di una cricca interna che non vuole abbandonare il saccheggio del paese; dall'altra, si osserva una popolazione ridotta letteralmente alla fame e privata di ogni diritto.

Dei personaggi che derubano il paese si conoscono i nomi: è l’élite politico-militare che permette al regime di sopravvivere. Non si conoscono invece i nomi di tutte le vittime, in gran parte ragazzi, che in questi anni sono morti nell'inferno di Marange. Ufficialmente sono finora 214, ma le cifre reali sarebbero nell'ordine di alcune migliaia, considerando il fatto che bambini e uomini sono costretti con la forza dall’esercito a lavorare nelle miniere, patendo fame e sete. Chi si oppone a questa forma di schiavitù viene torturato. Non si conoscono nemmeno i nomi di tutti i morti per colera, per mancanza di medicine, per fame.


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domenica 12 luglio 2015

IL VERRUCANO



La pietra verrucana o verrucano è un insieme di rocce metamorfiche di origine sedimentaria.

In geologia stratigrafica, si intende per verrucano un’unità litoformazionale affiorante nella Toscana marittima sino al Promontorio Argentario, costituita da conglomerati quarzoso-filladici, arenarie, argille e scisti filladici rossastri di età variabile dal Permiano superiore al Triassico medio-superiore e di facies tipicamente continentale.

Il nome deriva dal Monte Verruca, nel Monte Pisano, dove si trovavano vasti affioramenti di tale roccia e che fu studiato dal geologo pisano Paolo Savi nel 1832. Compongono la roccia conglomerati quarzosi, anageniti, quarziti, filladi e scisti pelitici, con il colore che può variare dal rosso violaceo al grigio-verde.

La varietà più nota delle quarziti è il grigio verdastro chiaro ed è una pietra massicciamente usata nell'edilizia medievale di Pisa e delle città vicine (Livorno in particolare), soprattutto per la costruzione di strutture portanti di chiese, palazzi e torri.

Il Verrucano Lombardo è un'unità geologica di età tardo-permiana, affiorante nel Dominio Sudalpino lombardo e nel Trentino occidentale.

Si tratta di depositi silicoclastici continentali, di colore rosso, caratterizzati da alternanze di arenarie e conglomerati sedimentatisi in ambiente fluviale.

Abbiamo conglomerati a granulometria molto variabile, cui si alternano arenarie a grana medio-grossolana, con composizione quarzoso-feldspatica, abbondante matrice e cemento siliceo-argilloso, compatte, che localmente passano a siltiti e peliti. Caratteristico il colore rossastro indicante forte ossidazione del sedimento. I conglomerati sono costituiti in parte da frammenti litici di quarzo latteo e rosa, rocce vulcaniche e in parte metamorfiche. Queste rocce si sono originate da depositi di conoide alluvionale e piana alluvionale sedimentatisi in aree continentali a clima arido o semi-arido (a paleo-latitudini verosimilmente tropicali), drenate da corsi d’acqua a regime torrentizio di tipo intrecciato (braided) o meandriforme. Erano quindi aree caratterizzate da apporti sedimentari concentrati e massicci con cadenza stagionale, separati da lunghi periodi di magra, con intensa ossidazione dei sedimenti. I depositi derivanti da un contesto di questo tipo mostrano una stratificazione lenticolare, a volte anche alla scala dell’affioramento, con bruschi contatti verticali (sovente erosivi) e frequenti passaggi laterali di facies. Sono talora osservabili anche strutture sedimentarie da corrente (laminazioni parallele e incrociate) e frequenti inclusi pelitici derivati dall’erosione e dal trasporto di frammenti di materiale fangoso da parte delle correnti fluviali. Non è mai stata segnalata la presenza di fossili.

La composizione del Verrucano indica una origine dei depositi per erosione in parte del basamento metamorfico, in parte delle coperture vulcaniche e terrigene Permiane.

Gli spessori massimi dell'unità variano da 100 a 500 metri tra il Lario e le Giudicarie; gli spessori minori si registrano lungo il crinale orobico (da 20 a oltre 200 metri).

Data l'assenza di fossili diagnostici, l'età della formazione è desunta per via indiretta dalla sua posizione stratigrafica. L'unità poggia tramite una marcata discorformità stratigrafica sia sul basamento metamorfico che sui depositi continentali silicoclastici e vulcanici del Permiano Inferiore. Il limite superiore è invece dato dalla base del Servino, risalente al Triassico Inferiore. L'età di deposizione del Verrucano Lombardo è quindi, per interpolazione, il Permiano Superiore (Tatariano). Questa datazione è confermata da quella delle formazioni che si sviluppano verso oriente lateralmente al Verrucano Lombardo: le Arenarie di Val Gardena e la Formazione a Bellerophon, databili in base al loro contenuto faunistico e floristico.



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LE MORENE



I ghiacciai, in virtù del loro movimento, trasportano sempre del materiale roccioso, allo stato di detrito fine o grossolano; esso prende il nome di morena, non solo nel caso che si trovi ancora in movimento (sul ghiacciaio o nel suo interno), ma anche quando il ghiacciaio lo ha depositato, cioè abbandonato sul terreno. Il termine, già usato nella Savoia e nel Vallese, e divenuto oggi d'uso generale, fu introdotto nella scienza dal De Saussure nel 1779.
Seguendo la classificazione proposta dalla Commissione internazionale per lo studio dei ghiacciai (1899), distingueremo morene in movimento e morene deposte (sebbene la distinzione non sia sempre possibile). Le prime comprendono tutti i detriti rocciosi posati sulla superficie del ghiacciaio (morene superficiali o galleggianti), quelli trasportati nel corpo stesso del ghiacciaio (morena interna), e infine il materiale trasportato su o presso il fondo (morena inferiore).

Le morene superficiali si formano in seguito alla caduta sul ghiacciaio dei detriti che si distaccano dalle pareti circostanti (disfacimento meteorico, frane); l'accumulo di tali detriti essendo massimo presso i margini del ghiacciaio, ne risultano rilievi in forma d'argine, decorrenti appunto lungo i margini, e che si fanno più elevati procedendo verso il basso. Sono queste le morene laterali, evidenti nei ghiacciai forniti di lingua bene sviluppata. Nei ghiacciai composti, alla riunione di due lingue di ghiaccio si ha la fusione della morena destra dell'uno con la sinistra dell'altro, e si forma così una morena decorrente in mezzo alla lingua, detta morena mediana. Nei ghiacciai composti di parecchi rami, si hanno molte morene mediane; il Ghiacciaio di Aletsch ne ha 4 o 5, i grandi ghiacciai del Karakorum ancora di più. Le morene laterali ricevono il materiale detritico esclusivamente da un lato del bacino glaciale, e sono quindi formate dalle stesse rocce di questo lato; se vi è diversità litologica tra i due versanti, essa si riflette nelle morene laterali, e poiché nella formazione della morena mediana non si ha vera mescolanza dei detriti essa può risultare di due parti litologicamente diverse (es., morena mediana del ghiacciaio di Unteraar, di detrito scistoso scuro nella metà sinistra, di massi granitici chiari nella metà destra).

Le morene superficiali non sono però costituite soltanto da detriti direttamente caduti sul ghiacciaio. Infatti in tutta l'area di alimento i detriti che cadono sul nevato vengono presto ricoperti da successive nevicate. Seguendo lo stesso movimento delle particelle di ghiaccio, dopo avere compiuto un certo percorso nell'interno della massa glaciale, risorgono alla superficie nella regione di ablazione. Le morene superficiali esistono dunque solo in questa parte del ghiacciaio. In vicinanza della fronte il materiale morenico si fa spesso molto abbondante e talora finisce col ricoprire interamente la parte inferiore della lingua (es., ghiacciai del Miage e di Triolet, Monte Bianco). Si perde allora anche l'aspetto arginiforme, la morena superficiale è diffusa o a monticoli irregolari. Comunque, sia le morene mediane sia quelle laterali ricevono abbondante materiale per questa via; vi sono anzi morene mediane che non risultano dalla fusione di morene laterali; ma rappresentano il detrito proveniente da uno sperone roccioso nel bacino d'alimento del ghiacciaio, e perfino se ne trovano nei ghiacciai norvegesi d'altipiano, che non sono circondati da pareti rocciose (in tal caso i detriti vengono dal fondo).

Le morene superficiali sono caratterizzate dalla varietà di dimensioni dei detriti che le compongono (da pulviscolo a massi di centinaia di metri cubi), dalla caotica disposizione di essi, e dalla forma irregolare di questi detriti, in genere a spigoli vivi, non avendo essi subito particolare elaborazione.

La quantità del materiale morenico superficiale è in stretta relazione con lo sviluppo delle pareti rocciose attorno al ghiacciaio; in relazione pure a tale sviluppo e alla lunghezza della lingua è l'altezza che gli argini morenici possono raggiungere. Nei ghiacciai alpini sono frequenti morene laterali alte 10-20 m., nei grandi ghiacciai del Karakorum si possono oltrepassare anche i 100 m. Ma spesso la sopraelevazione dell'argine morenico è dovuta in gran parte non al vero e proprio accumulo di detriti rocciosi, ma ad uno zoccolo rilevato di ghiaccio, che la morena ha protetto dall'ablazione mentre la superficie scoperta del ghiacciaio andava affossandosi. Per le morene laterali si danno poi di frequente valori alquanto superiori, e si citano morene alte 100 e più metri per ghiacciai alpini anche non dei maggiori (ad es., per quelli italiani del Miage, della Brenva, di Macugnaga). In questi casi si tratta però solo parzialmente di morene in movimento: la maggior parte dell'argine morenico è deposta, e la morena si è accresciuta in un lungo periodo.

Una parte dei materiali della morena inferiore ha la stessa origine di quelli della morena interna; però la morena inferiore è sempre presente, anche in assenza assoluta di pareti rocciose attorno al ghiacciaio e quindi di morene superficiali (ghiacciai continentali, ad es.). Si deve ammettere che, in parte o totalmente, quei materiali derivino dall'erosione del suolo stesso su cui il ghiacciaio poggia. Con tutta probabilità l'erosione non avviene, nella massima parte, direttamente; ma è l'azione del gelo e disgelo sulle rocce del letto che prepara gli elementi disgregati che poi il ghiacciaio trasporta.

Nella sua parte inferiore il ghiacciaio deposita il materiale detritico via via che questo giunge alla fronte o ai margini laterali; più abbondante, naturalmente, è il deposito se il ghiacciaio si ritira, cioè se diminuisce la sua massa. Ne sorgono le morene deposte, che la Commissione internazionale distinse in morene arginiformi e morene di fondo. In realtà le prime non hanno sempre forma di argine, ma spesso anche di monticoli irregolari o anche di detrito diviso in una coltre continua; comprendono le morene longitudinali (distinte solo se abbandonate da un ghiacciaio in rapido ritiro) corrispondenti alle morene mediane, e le morene marginali che si distinguono in morene di sponda e morene frontali. Le morene di sponda derivano da quelle laterali; si è però già detto come, in tal caso, la distinzione tra morene in movimento e deposte, sia non di rado difficile o impossibile, e quindi spesso s'indicano entrambe col nome di morene laterali. Hanno generalmente forma tipica di argini con versanti assai ripidi (di più l'interno) e cresta acuta, finché non attaccate dagli agenti atmosferici e dalle acque.

La morena frontale, deposta cioè in corrispondenza della fronte del ghiacciaio, deriva non solo da morene superficiali, ma in parte dalla morena inferiore. Nel più dei casi non si presenta come un vero argine ben rilevato; questo può formarsi solo se la fronte rimane per lungo tempo stazionaria, in modo che il deposito avvenga sempre su una stessa linea (davanti al ghiacciaio di Macugnaga ve ne sono di un centinaio di metri d'altezza). L'argine morenico prende allora forma arcuata, con la convessità a valle, e va a raccordarsi, o meglio trapassa verso monte nelle morene di sponda. Nelle fasi progressive il ghiacciaio passa sopra la morena, la sospinge e ne modifica i caratteri tipici; ritirandosi il ghiacciaio, il materiale detritico che giunge alla fronte è disperso su una superficie vasta, e quindi esso non può formare un rilievo distinto. Si aggiunga poi l'opera del torrente glaciale, il quale asporta una parte del detrito via via abbandonato alla fronte, o erode le stesse morene in precedenza deposte (detrito che viene ridepositato più avanti: formazioni fluvio-glaciali). Si spiega così facilmente come grandi ghiacciai anche ricchissimi di morene superficiali (ad es., ghiacciai del Karakorum) siano privi o quasi di morene frontali presso le loro fronti attuali.

Quando più argini morenici frontali, corrispondenti a tante fasi di sosta del ghiacciaio, si susseguono come archi subconcentrici, si parla di un anfiteatro morenico (ne presenta, ad es., uno tipico il ghiacciaio di Triolet, nel gruppo del Monte Bianco, di formazione recente).

Il materiale della morena inferiore va generalmente ad aggiungersi a quello superficiale nella morena frontale; non va però dimenticato che vi sono ghiacciai (e anzi, i maggiori, quelli continentali) privi di morena superficiale, mentre la morena inferiore non manca mai. Può quindi essere utile la distinzione di una morena di fondo, per la morena inferiore deposta. È però da notare che quando il ghiacciaio è stazionario si forma, anche nel caso di ghiacciai continentali, una morena frontale arginiforme, che si distinguerà soprattutto per la sua particolare costituzione (ciottoli striati). Caratteri morfologici particolari hanno poi certe morene di fondo abbandonate dai grandi ghiacciai dell'epoca glaciale. In alcune zone esse si presentano come collinette a base ellittica e dorso convesso, allungate nel senso del movimento del ghiacciaio. Tali rilievi, in genere associati in gruppi numerosi, prendono il nome di drumlins; uno ne è stato osservato di formazione recente (ghiacciaio Biferten, Svizzera). Difficile si presenta la spiegazione di queste forme; alcuni le considerano resti di antiche morene erose dal ghiacciaio, ma i più le credono forme di deposito, mettendole in relazione a crepacci del ghiacciaio, a ostacoli presentati dal fondo, a variazioni nelle condizioni del ghiacciaio (spessore e pressione, attrito interno), ecc.

Un caso particolare di morene deposte sono le morene d'ostacolo, che si formano a monte di un rilievo roccioso, emergente dal ghiacciaio.

Resta infine da ricordare che certi ghiacciai portano la loro fronte nel mare; si formano allora morene sottomarine, che non possono assumere le forme tipiche sopra descritte e risultano chiaramente stratificate. Il materiale morenico è inoltre largamente disperso sui fondi marini dagli icebergs, che da quelle fronti si staccano.

Le morene dei ghiacciai attuali hanno importanza morfologica limitata, cioè solo locale; ma vaste regioni ricevono i caratteri del paesaggio da morene dovute ai ghiacciai dell'epoca glaciale e ai suoi stadî finali. Grandiosi gli anfiteatri morenici formati in tale epoca presso lo sbocco delle grandi valli montane, per esempio, delle Alpi. Essi constano di numerose cerchie, più o meno complete, di colline allungate (arginiformi), elevate 100-200 m. e talora di più sulle pianure antistanti. Sono morene in gran parte frontali, in parte laterali; tra le seconde è particolarmente importante la Serra d'Ivrea, che ha ben 400-600 m. di altezza relativa. All'interno degli anfiteatri si stende una zona depressa, oggi piana e alluvionata (depressione terminale) oppure occupata da laghi. Vi si trovano anche gruppi di drumlins; questi però non sono stati osservati negli anfiteatri morenici italiani, dei quali i maggiori sono quelli che antistanno ai grandi laghi alpini e allo sbocco delle valli della Dora Baltea e del Tagliamento.

Regioni amplissime coprono poi i depositi lasciati dai grandi ghiacciai continentali dell'Europa e dell'America settentrionali. Le morene frontali hanno pure aspetto arginiforme, benché costituite da morena di fondo, e si prolungano per centinaia di km., non sempre del tutto continue, descrivendo tanti piccoli archi, convessi all'esterno rispetto all'antico ghiacciaio, corrispondendo alle lobature della sua fronte. Non sono però generalmente molto elevate. All'interno si presentano frequenti zone a drumlins.

Differenze notevoli presentano le morene dell'ultima glaciazione rispetto a quelle più antiche; queste seconde, oltre ad essere fortemente alterate per un certo spessore (ferrettizzazione), hanno forme addolcite e quindi meno caratteristiche, per essere state più a lungo sottoposte all'azione degradatrice dell'atmosfera e delle acque.


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LA MARNA



Roccia sedimentaria di composizione intermedia tra un'argilla e un calcare; per progressivo aumento del tenore in carbonato di calcio (di origine organogena o chimica) la marna passa a marna calcarea e a calcare marnoso, mentre se l'aumento percentuale riguarda la componente argillosa (di origine detritica) passa a marna argillosa e ad argilla marnosa. Le marne sono materia prima per la fabbricazione di calci idrauliche e cementi.

I sedimenti marnosi sono diffusi in tutto il mondo, nella maggior parte dei domini marini e lacustri del passato geologico. In Italia sono presenti in tutti i contesti geologici sedimentari, e risultano particolarmente diffusi nell'astigiano, nell'Oltrepò pavese, nelle prealpi varesine, comasche, e bresciane; marne argillose a foraminiferi sono presenti nell'Appennino centro-meridionale; le "crete" nel senese; i "mattaioni" presso Pisa e Volterra; in Sicilia lungo la costa mediterranea sotto il nome di "Trubi" (famosissima la Scala dei Turchi nel comune di Realmonte, vicino ad Agrigento) e nel bolognese ai piedi dell'appennino.


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L' ARGILLA



L'argilla è un sedimento non litificato estremamente fine (le dimensioni dei granuli sono inferiori a 3,9 µm di diametro) costituito principalmente da allumino-silicati idrati appartenenti alla classe dei fillosilicati. I minerali che compongono l'argilla sono tutti appartenenti alla sottoclasse dei fillosilicati e definiti collettivamente minerali argillosi.

La genesi dei minerali argillosi nelle rocce è secondaria, per alterazione chimica (in ambiente acido o alcalino) di rocce magmatiche silicee, per deposizione da soluzioni idrotermali, metamorfismo di basso grado (nel caso delle cloriti). La formazione delle Argille come sedimenti clastici sciolti, come suoli, avviene per dilavamento di rocce contenenti minerali argillosi, con la concentrazione del sedimento fine, a seguito di un lungo trasporto prevalentemente in acqua, in ambienti lacustri, marini, lagunari.

I minerali argillosi hanno caratteristiche fisico-chimiche peculiari, quali la dimensione micrometrica dei cristalli che comportano notevoli capacità di assorbimento d'acqua, scambio ionico e fissazione di cationi. Queste caratteristiche conferiscono al sedimento argilloso una sensibile plasticità se miscelato con acqua e refrattarietà se disidratato, proprietà che hanno permesso lo sviluppo dell'industria laterizia e ceramica.

L'argille, a causa della ridottissima dimensione delle particelle e alla elevata capacità di assorbimento, sono, assieme ai limi e limi argillosi, rocce pseudocoerenti, ovvero rocce le cui caratteristiche meccaniche sono determinate dalla coesione fra le particelle (e quindi dallo stato di idratazione) piuttosto che dall'attrito fra le stesse.

L'argillite è una roccia sedimentaria con tessitura clastica a grana finissima che si forma per litificazione di un sedimento argilloso spesso eterogeneo (costituito da minerali argillosi delle varie classi summenzionate). Può contenere una percentuale ridotta di sedimenti fini costituiti da quarzo e minerali non silicei quali carbonati, ossidi di ferro, evaporiti. Di colore molto variabile (varie tonalità di grigio, fino a quasi nera se organica; rosso bruna, violacea, verde), deriva dai minerali argillosi che la compongono, la facile fissilità in lamine. La genesi è prevalentemente sedimentaria in ambiente marino, lagunare, lacustre.

La varva è una roccia argillosa caratterizzata da una fitta alternanza di strati bicolore, chiari e scuri, e a differente granulometria, sabbioso-limosi i primi, argillosi i secondi. L'alternanza degli strati riflette il differente periodo di deposizione del materiale (nel caso specifico, un sedimento lacustre di trasporto glaciale). I sedimenti più grossolani sono originati nel periodo primaverile-estivo, in seguito all'aumento dell'acqua di fusione del ghiacciaio, quelli più fini e scuri, argillosi e ricchi di materiale organico, sono di deposizione invernale. Creta: argilla-calcarea, caratterizzata da una struttura farinosa, di colore chiaro fino ad essere bianca, risulta essere facilmente plasmabile e utilizzata principalmente per i vasellami.

L'argilla è malleabile quando idratata e può quindi essere facilmente lavorata con le mani. Quando è asciutta diventa rigida e quando è sottoposta a un intenso riscaldamento, subisce una trasformazione irreversibile diventando permanentemente solida e compatta.

Queste proprietà rendono l'argilla uno dei materiali più economici e largamente usati nella produzione ceramica fin dall'antichità. Le prime testimonianze di utilizzo di questo materiale da parte dell'uomo per creare manufatti risalgono al periodo neolitico, quando i primi oggetti di argilla (ciotole, vasi, ecc.) venivano cotti direttamente sul fuoco.

Vari popoli, tra i quali si annoverano gli antichi Egizi, i Persiani e i Cinesi con le loro porcellane e i celadon, hanno utilizzato l'argilla per la produzione di manufatti. In Italia, diverse località hanno o hanno avuto il toponimo Figline, che indica un luogo di lavorazione dell'argilla: tra cui l'attuale Figline Valdarno e Forlì, detta Figline in alcuni secoli del Medio Evo.

Già nell'antichità gli uomini avevano imparato ad aggiungere una polvere silicea al prodotto argilloso prima di effettuare una seconda cottura, allo scopo di migliorarne l'aspetto e la robustezza. Per ottenere questi capolavori è stato necessario provare a variare sia la potenza del fuoco sia l'atmosfera in cui si realizzava la cottura.

L'argilla, attualmente, oltre che nella ceramica, è usata anche in molti processi industriali, come nell'industria della carta, nella produzione di cemento, laterizi e filtri chimici.

Nell'orticoltura e floricoltura indoor, spesso vengono utilizzati materiali o miscele di materiali in sostituzione o per la replicazione del suolo; a queste applicazioni viene adattata un tipo di argilla trattata denominata "argilla espansa".

Si tratta di granuli, o sferette rozzamente irregolari, ottenute principalmente mediante trattamento termico di piccole quantità di argilla. A secondo del diametro, o granulometria, vengono utilizzate per diversi tipi di colture. La principale caratteristica per cui viene apprezzata l'argilla espansa è il drenaggio che è possibile ottenere col suo utilizzo come suolo puro o miscelato con altro terriccio. I granuli sono a bassa densità poiché immagazzinano al loro interno una quantità di aria che li rende molto leggeri ma possono immagazzinare anche una quantità di umidità quando vengono bagnati, divenendo più pesanti.

L’argilla è stata utilizzata fin dall’antichità nell’ambito dell’igiene del corpo, della cosmesi e quale rimedio naturale per un grande numero di disturbi, in virtù delle importanti azioni di salute e di benessere che è in grado di svolgere: 
- Antisettica e battericida. L’argilla è un complesso sterile in grado di contrastare l’attività dei batteri creando un ambiente ostile alla proliferazione batterica senza arrecare alcun danno all’organismo e senza impedire la rigenerazione cellulare. È efficace nell’eliminazione dei parassiti intestinali e in numerose forme infettive: coliti, enteriti, affezioni polmonari, piaghe purulenti; 
- Antinfiammatoria e antidolorifica: grazie alla capacità termoassorbente lenisce le infiammazioni. Utile in caso di scottature, distorsioni, contusioni. Oltre al calore assorbe anche il dolore; 
- Rimineralizzante: la finissima granulometria è ciò che consente la liberazione e l’assimilazione dei minerali che la costituiscono, producendo una vera e propria azione di rimineralizzazione dell’organismo. Utile nei disturbi articolari, in caso di fratture, osteoporosi e nelle anemie; 
- Assorbente e antitossica: la costituzione micromolecolare le consente di assorbire enormi quantità d’acqua, gas, tossine e veleni, soprattutto in virtù della particolare capacità di scambio ionico che le permette, attraverso un processo osmotico, di estrarre tossine idrosolubili e allo stesso tempo di cedere ai tessuti sali minerali in quantità. Efficace rimedio contro l’aerofagia e l’avvelenamento da sostanze tossiche. Combatte la ritenzione idrica assorbendo i liquidi e i prodotti di scarto del metabolismo; 
- Cicatrizzante: stimola i fattori della coagulazione del sangue e accelera i processi rigenerativi dei tessuti (presenza di alluminio); 
- Alcalinizzante: la grande quantità di elementi basici rende alcalino l’organismo; 
- Energizzante: il complesso di sistemi minerali rigenera l’attività organica e apporta energia. L’elevato contenuto di calcio, per esempio, fortifica i tessuti elastici, il magnesio è d’aiuto in caso di astenia intellettuale e muscolare. 

L’argilla può essere utilizzata per via interna e in applicazione esterna svolgendo un’azione rimineralizzante, antitossica, riequilibrante e assorbente soprattutto in virtù della particolare capacità di scambio ionico che le permette, attraverso un processo osmotico, di estrarre tossine idrosolubili e allo stesso tempo di cedere ai tessuti sali minerali in quantità. 
È un potente rimedio antidolorifico, antinfiammatorio, alcalinizzante e disinfettante sui tessuti, e grazie alla capacità di cedere piccole dosi di energia elettromagnetica, acquisita durante l’esposizione al sole, all’aria e all’acqua, rigenera e risveglia il potenziale energetico fungendo da catalizzatore dei processi biologici. Tantissima silice nell’argilla la rendono particolarmente utile per le anemie, le stanchezze croniche, la facilità ad ammalarsi.

Le argille attualmente disponibili in commercio e utilizzabili per scopi curativi si suddividono in base al colore. La differenza di colore fra le argille (verde, bianca, rossa, gialla, grigia, blu e beige) dipende dalla composizione chimica; dall’età dell’argilla stessa; dalla locazione dei giacimenti.

L'argilla verde contiene circa il 50% di silice e il 14% di alluminio, possiede un pH leggermente alcalino. Ha proprietà antinfiammatorie elevate e, se impiegata per uso esterno, ha un alto potere assorbente, che la rende particolarmente adatta per la cura dell'acne e degli eczemi. Se usata per via interna: svolge un'attività disintossicante.

L'argilla bianca è utilizzata prevalentemente in cosmesi, l'argilla bianca possiede un'alta percentuale di silicio (attorno al 48%) - e di alluminio (fino al 36% e oltre) - che le conferisce il caratteristico colore. L'argilla bianca è chiamata anche caolino, dal nome della regione cinese, il Kao-Ling, dove fu scoperto il primo giacimento. È la più fine di tutte le argille ed è indicata per uso interno: combatte le fermentazioni e le intossicazioni intestinali. Contrariamente all'argilla verde, che può causare stitichezza, regola il transito intestinale. 
In uso interno il Caolino possiede virtù assorbenti nei confronti dei batteri e dei virus presenti nel sistema digerente: assorbe i gas, le tossine ed è utile in caso di gonfiori o di intossicazioni alimentari. Gioca il ruolo di un protettore gastrico, offre sollievo in caso di acidità, bruciore di stomaco, ulcera, regolando l’acidità e il pH. Cicatrizzante e antinfiammatorio, protegge le mucose. 
Per uso esterno, invece, l’argilla bianca viene usata soprattutto per maschere di bellezza o come antismagliature generico su tutto il corpo poiché non contiene ferro o, se lo contiene, è in bassa percentuale. L’argilla bianca purifica la pelle e restringe i pori dilatati. Inoltre può essere usata per la pelle screpolata, soprattutto sui talloni. È utile anche per esfoliare la pelle. Il Caolino è l’argilla più dolce per la pelle, il suo utilizzo esterno è indicato alle pelli secche, alle pelli mature e ai capelli devitalizzati. Rinnovatore cellulare, esercita un micro-gommage sulla pelle e rimineralizza l’epidermide. È perfettamente tollerata anche dalle pelli molto sensibili o intolleranti. Le sue virtù cicatrizzanti e antisettiche la rendono preziosa per la cura delle pelli irritate. Non allergizzante, è adatta anche alle pelli dei bambini. In gargarismi è adatta in caso di infezioni alle gengive o mal di gola.

L'argilla Rossa è ricca di ferro e povera di alluminio, la colorazione dell’argilla rossa è dovuta alla presenza di ferro rosso (trivalente). Questa argilla (Marina Antracite) era usata dagli antichi romani per combattere i dolori articolari e come medicamento per le ferite dei cavalli e nei lavaggi per proteggerli dalle infezioni e dalle malattie. 
Attualmente è molto usata in cosmetica per la preparazione di maschere e creme per la pelle, dove viene riconosciuto il suo potere antinfiammatorio utile in caso di pelle che si infiamma e si arrossa facilmente. Se si soffre di gengive infiammate, ad esempio, basterà immergere lo spazzolino nell’argilla rossa, strofinare delicatamente le gengive e poi risciacquare accuratamente. L'uso di argilla rossa è più indicato per pelli sensibili e delicate con problemi di dermatite. 
Molto assorbente, l’argilla rossa è consigliata per lenire le irritazioni cutanee e dare sollievo in caso di dolori dovuti a storte e trauma. Sulle contusioni, gli ematomi, le ecchimosi e i dolori muscolari, l’argilla rossa permette di sgonfiare le zone e di attenuare il dolore. È anche indicata per curare gli ascessi e i foruncoli. L’argilla rossa apporta benefici in caso di mal di testa, di nevralgia, di gotta. È indicata per stimolare la circolazione sanguigna.

Nell'argilla Gialla il colore giallo è dovuto alla presenza di composti di ferro e di rame. Molto indicata per essere applicata sul collo, sulla schiena e anche sulla colonna vertebrale in caso di dolori. Ha una buona azione rinfrescante e può essere usata mescolata alla rossa per un’azione più completa. Per i problemi di ossa, per attenuare i dolori, in caso di grave affaticamento, combinata con l'argilla verde, l'argilla gialla stimola la riparazione dei muscoli e legamenti e mantiene gli organi interni puliti.

L'argilla Grigia è conosciuta anche come argilla Luvos o argilla tedesca (è stata scoperta in Germania nel secolo scorso) deve il suo colore grigio all'alta percentuale di Silicio, fino al 60%. L'argilla grigia è indicata per uso interno nella cura dell'acidità di stomaco e delle infiammazioni intestinali. Favorisce inoltre il drenaggio dei liquidi in eccesso e svolge un'importante azione alcalinizzante. Ha un elevato potere di scambio cationico. Ha un forte potere assorbente, probabilmente superiore alla verde ad uso interno. Oltre il 60% di silicio e 20% di alluminio conferiscono al prodotto un'enorme azione antinfiammatoria e antiacido. È adatta per tutti i tipi di pelle.

Le argille possono essere assunte per via interna o applicate esternamente nella modalità del cataplasma, dell’impiastro, della frizione, dell’unguento, della polverizzazione, del bagno e della maschera. Queste possono essere di consistenza grossa, fine oppure ventilate. L’argilla grossa viene utilizzata solo a livello topico, per bagni, pediluvi e per cataplasmi e impiastri di grandi proporzioni, mentre la fine per bendaggi, frizioni, irrigazioni, applicazioni estetiche, cataplasmi e impiastri di normali dimensioni. L’argilla ventilata, la più fine, per gli usi interni. L’applicazione topica dell’argilla può venire potenziata con l’aggiunta di sinergie di oli essenziali scelte in base alla tipologia del disturbo e del trattamento cosmetico. 

Preparata alla sera si beve al mattino a digiuno. Riempire un bicchiere con ¾ di acqua fredda e 1 cucchiaino raso di argilla. Mescolare a lungo con un cucchiaio di legno e lasciare riposare coprendo con una garza il bicchiere. Le prime volte è consigliato bere, a piccoli sorsi, solo la parte che si presenta come “acqua sporca”, e non il fondo. Questo trattamento può essere eseguito per 1 mese contro l’acidità di stomaco, intossicazione e anemia. L'argilla verde ventilata regolarizza la funzione intestinale. Però in generale è bene farsi consigliare da un’erborista professionista su tipo, dosi e modalità.

Già in tempi antichissimi si faceva essiccare l’argilla più pura in pillole o bastoncini. È un metodo ancora in uso in alcuni paesi come India, America del Sud e Cina, che può essere adottato da coloro che preferiscono succhiare l’argilla piuttosto che berla.

Le compresse di argilla bianca o verde sono facilmente reperibili in commercio, solitamente sono addizionate con qualche olio essenziale per migliorarne il sapore. Il prodotto può essere assunto fino a tre capsule al giorno massimo per 1 mese. Utili a chi presenta gonfiore di stomaco, particolarmente indicate dopo un'indigestione, o per a chi vuole contrastare stitichezza o diarrea.

Cataplasmi e impiastri vanno preparati in contenitori di terracotta, legno o vetro e mescolati con un cucchiaio di legno, mai di metallo.
In un contenitore di terracotta, legno o vetro, versare l’argilla verde fine e aggiungervi acqua oligominerale fino a coprirla. Lasciar riposare per circa un’ora e aggiungervi circa 10 gocce di olio essenziale (il quantitativo dell’argilla e degli oli essenziali varia in base alle dimensioni dell’area da trattare) mescolando il tutto con un cucchiaio di legno. Distendere l’impasto sopra un telo di stoffa (garza spessa o lino) e applicare sulla parte lasciando agire per un minimo di 30 min. fino a 2 ore e oltre. L’impacco deve essere coperto e fissato con una garza. 
Per i disturbi circolatori il cataplasma freddo alle gambe in associazione a essenze antinfiammatorie e benefiche per l’elasticità e il tono dei vasi sanguigni, per esempio 4 gocce di cipresso, 3 di geranio e 5 di limone; 
per le coliche intestinali, spasmi e crampi un cataplasma caldo (argilla scaldata a bagnomaria) sulla zona addominale per circa 30 min. associato a 3 gocce di camomilla romana, 2 di lavanda, 2 di melissa, 3 di finocchio (lontano dai pasti).

A differenza del cataplasma l’impiastro va applicato direttamente sulla pelle. Per questo utilizzo è possibile impiegare argilla di consistenza grossa, soprattutto se la zona da trattare è estesa. 
 - per la cellulite: impiastro su gambe e glutei con 5 gocce di limone, 4 di lemongrass e 2 di origano se la cellulite è edematosa (dolorosa al tatto, presenta la pelle con zone gonfie); 6 di arancio amaro, 2 di zenzero, 2 di legno di cedro se è dura (la forma in cui, almeno inizialmente, non si notano evidenti alterazioni della silhouette. La pelle appare ispessita); 4 di geranio, 4 di cipresso e 3 di rosmarino se dipende da difficoltà nella circolazione sanguigna; 
 - per l’insonnia: impiastro caldo lungo la colonna vertebrale comprendendo la nuca con 4 gocce di arancio amaro, 3 di camomilla romana e 4 di lavanda.

Per fasciature e bendaggi si immergono, nel preparato opportunamente diluito, bende o fasce a trama larga la cui misura sarà proporzionata alla parte da trattare. Si procede poi fasciando la zona interessata. Tale metodo viene di norma impiegato per coprire zone estese o per scopi estetici. 
Far aderire alla zona da trattare una garza precedentemente immersa in una soluzione argillosa piuttosto liquida, addizionata con circa 6-8 gocce di essenze. 
- febbre: benda fredda sulla fronte e sulla testa fino ad abbassamento della temperatura con 2 gocce di bergamotto, 1 di menta, 1 di eucalipto

Per Bagni argillosi si tratta di argilla sciolta nell’acqua e nella quale ci si immerge completamente o parzialmente (pediluvi, maniluvi, semicupi). Utilizzando questo metodo sarebbe il caso di non utilizzare la consueta vasca da bagno poiché, una volta scaricata, l’argilla potrebbe intasare le tubature: è consigliabile ricorrere ad una tinozza. 
Aggiungere all’acqua del bagno mezzo chilo di argilla verde fine o grossa con circa 10 gocce di oli essenziali. 

È possibile aggiungere oli essenziali, sostanze aromatiche all’argilla per la preparazione degli unguenti da usare sia a scopo medicamentoso che estetico. 
Si impiega argilla a granulometria ventilata, finissima; verde a fini curativi, bianca per usi cosmetici.

Per le maschere viso: 
miscelare argilla bianca (circa 3 cucchiaini abbondanti) con un cucchiaino di olio vegetale (mandorle dolci, di germe di grano, di jojoba) e 3-4 gocce di essenze scelte in base al tipo di pelle. Per la pelle grassa è più indicata l’argilla verde fine. 
- pelli grasse: 1 gocce di limone, 2 di lavanda; 
- pelli secche: olio di germe di grano, 1 goccia di arancio dolce e 2 di sandalo. 
Con l’argilla rossa, invece, si può realizzare un composto contro la pelle arrossata. Mischiare l’argilla con dell’acqua tiepida, magari floreale, applicare il composto in maschera, lasciare in posa 10-15 minuti poi risciacquare. Terminare la seduta applicando un’acqua astringente (idrolato di geranio, fiori d’arancio o sandalo).

Si usa polvere d’argilla ventilata, spargendola sulla parte come se si trattasse di talco. È eccellente per trattare piaghe, ferite, eczemi, arrossamenti, sui quali esercita una funzione disinfettante e antibatterica, favorendo nel contempo la ricostruzione dei tessuti lesi. 
Non esitare a ricorrere a questo rimedio poiché l’argilla è esente da germi microbici.

Per i gargarismi sciogliere 1 cucchiaio di argilla ventilata e lasciatelo riposare per un paio d’ore. Prima dell’uso agitare fortemente il liquido e non sciacquarsi dopo il gargarismo. Si utilizza in caso di affezioni del cavo orale e della gola.


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