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martedì 12 aprile 2016

ILVAITE

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L'ilvaite è un minerale di ferro. Deve il suo nome all'isola d'Elba in Toscana, dove è stata rinvenuta per la prima volta (Ilva era il nome latino dell'isola). Ottimi campioni provengono anche dal campigliese in Italia, dalla Grecia e dal Giappone.

L'ilvaite è un silicato poco comune e dalla composizione chimica piuttosto complessa.Varie furono le denominazioni a esso attribuite, ora in disuso: per esempio, venne chiamato 'lievrite' dal nome dello scopritore e 'jenite' in commemorazione della battaglia di Jena del 1806; quest'ultimo termine, però, fu subito rifiutato dai Tedeschi e in seguito anche dai Francesi, in quanto si ritenne che la commemorazione di un'ostilità politica fosse contraria allo spirito della scienza. Al nome dello scopritore, infine, si preferì quello derivato dalla località di ritrovamento.



L'ilvaite cristallizza nel sistema rombico, in cristalli prismatici allungati, con striature sulle facce del prisma; più frequentemente, tuttavia, si rinviene in aggregati di cristalli aghiformi con struttura fibroso-raggiata, oppure a fasci. Questo minerale presenta una buona sfaldatura e ha un colore molto scuro, quasi nero, con lucentezza da resinosa a vitrea sulla frattura fresca, semiopaca sulle superfici di frattura non recente. È pesante (circa 4), fragile e duro (5,5-6 secondo la scala di Mohs) e, quindi, difficilmente scalfitale con la lama di un temperino. Dal punto di vista chimico si tratta di un silicato di calcio e ferro idrato, contenente cioè, oltre a silicio e ossigeno, calcio, ferro e gruppi os-sidrilici (OH). Strutturalmente è un sorosilicato: il silicio si trova al centro di un tetraedro con ai quattro vertici gli atomi di ossigeno; i tetraedri sono uniti per un vertice a formare delle coppie, collegate fra loro dagli atomi di calcio e ferro e dai gruppi ossidrilici (OH).

L'ilvaite è un tipico minerale di origine metamorfica, scoperto quindi in rocce metamorfiche di contatto (vale a dire formatesi in seguito alle reazioni che avvengono tra un magma di risalita e le rocce circostanti) ricche di minerali di ferro (skarn).



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LA LIMONITE

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La limonite è un ossido idrato (cioè composto contenente un certo numero di molecole di acqua) di ferro, FeO(OH)·nH2O, che si forma per disfacimento di altri minerali ferrosi dei cui giacimenti forma il cappello. Non è una specie mineralogica a sé stante ma il termine si usa per indicare masse non meglio identificate di ossidi ed idrossidi di ferro senza cristalli visibili di solito costituite da goethite ma anche maghemite, ematite, lepidocrocite, hisingerite, pitticite ed altri minerali del gruppo della jarosite.

La limonite è una miscela di minerali e materiali amorfi, forma masse terrose, concrezionari, mammellonari e stalattitiche, e aggregati fibrosi e raggianti. Frequentemente pseudomorfa, su pirite e su altri minerali di ferro. È di colore giallo, giallo marrone, bruno e nerastro. Ha stria giallo marrone. È traslucida o semiopaca.

Le masse terrose di limonite hanno colori che vanno dal bruno al giallo, vengono chiamate ocre e sono utilizzate come coloranti; la più fine è detta terra di Siena.

Si forma come minerale secondario nella zona di ossidazione dei giacimenti di ferro. Si forma anche per precipitazioni in acque marine, dolci e paludose.



È uno tra i minerali contenenti più ferro (Fe) infatti, è uno dei minerali preferiti dalle industrie metallurgiche.

Varietà della limonite è la "limnite", detta anche "ferro della palude" poiché si trova in depositi paludosi, nella quale sono presenti anche acidi organici, acido fosforico e sabbie di quarzo.

Famosi sono i depositi lateritici di Cuba, Brasile, Venezuela, Canada, Angola e Congo. In Europa sono noti i giacimenti di origine sedimentaria (oolitici) di Lorena, Alsazia e Lussemburgo; il minerale ferrifero viene chiamato minette. In Italia si trova d´Elba e in Sardegna.

E´ un minerale di ferro di limitato interesse perchè spesso inquinato da fosforo; le varietà terrose (ocra gialla) trovano impiego nell´industria dei coloranti e come creta da modellare.




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domenica 30 agosto 2015

Un Diamante è Per Sempre .......e la VITA?



Si pensa che i diamanti siano stati inizialmente riconosciuti ed estratti in India, dove furono trovati in depositi alluvionali lungo i fiumi Krishna e Godavari. I diamanti erano utilizzati nelle icone religiose, ed è probabile che fossero noti e considerati preziosi già 6.000 anni fa. Si trovano infatti riferimenti ai diamanti nei testi in sanscrito: l'Arthashastra di Kautilya ne menziona il commercio, opere buddiste, dal IV secolo a.C. in poi descrivono il diamante come pietra molto nota e preziosa, anche se non contengono indicazioni circa le tecniche di taglio.

Un altro testo indiano, scritto all'inizio del III secolo descrive la resistenza, la regolarità, la brillantezza, la capacità di graffiare i metalli e le buone proprietà di rifrazione come qualità desiderabili di un diamante.

La città indiana di Golconda fu per secoli (fino alla metà dell'Ottocento) il principale centro di produzione e vendita dei diamanti, tanto che il suo nome fu sinonimo di ricchezza.

I diamanti giunsero nella Roma antica dall'India e vi sono chiari riferimenti circa il loro utilizzo come strumenti d'incisione.

I cinesi, che non hanno trovato diamanti nel loro paese, non li consideravano in passato come gioielli, mentre apprezzavano molto la giada. Un'opera cinese del III secolo a.C. cita: «Gli stranieri li indossano nella convinzione che essi possano allontanare da loro gli influssi maligni».

Fino al XVIII secolo i diamanti provenivano esclusivamente dall'India o dal Borneo e solo nel 1725 in Brasile, nello Stato di Minas Gerais, furono trovati i primi diamanti provenienti dal Sudamerica. Successivamente, nel 1843, fu rinvenuto il carbonado, un aggregato microcristallino di diamante, di colore bruno-nero, impiegato nell'industria.

Il primo ritrovamento in Sudafrica avvenne nel 1867, nei pressi delle sorgenti del fiume Orange, e fino al 1871 vennero sfruttati unicamente i giacimenti di tipo alluvionale. In seguito si scoprì l'esistenza dei camini diamantiferi, dei quali il più noto è la miniera di Kimberley, che ha dato il nome alla roccia madre del diamante, la kimberlite.

Nel Settecento furono scoperti giacimenti nel Borneo, ciò che diede inizio al commercio del diamante nel sud-est asiatico. Con l'esaurimento delle risorse indiane, avvennero significative scoperte in Brasile (1725) e Sudafrica (Kimberley, 1867). Il Sud Africa divenne quindi il principale centro mondiale per la produzione di questa preziosissima gemma.

La popolarità dei diamanti è aumentata a partire dal XIX secolo grazie alla maggiore offerta, al miglioramento delle tecniche di taglio e lucidatura, alla crescita dell'economia mondiale e anche grazie ad innovative campagne pubblicitarie di successo. Nel 1813, Humphry Davy usò una lente per concentrare i raggi del sole su un diamante in un ambiente di ossigeno e dimostrò che l'unico prodotto della combustione era il biossido di carbonio, provando così che il diamante è un composto di carbonio. In seguito egli dimostrò che alla temperatura di circa 1.000 °C, in un ambiente privo di ossigeno, il diamante si converte in grafite.



I diamanti hanno origine nel mantello della Terra, dove esistono le condizioni di altissima pressione necessarie alla loro formazione. Si pensa che i diamanti ritrovati in superficie provengano da una profondità tra i 150 e i 225 km. I cristalli vengono portati alla superficie, inglobati in una roccia contenente molta olivina (detta kimberlite) da condotti vulcanici mediante eruzione. Questo dà origine ai camini diamantiferi dei giacimenti primari. In seguito, mediante erosione, la kimberlite può venire sgretolata, liberando i diamanti in giacimenti secondari, generalmente di tipo alluvionale.

Diamanti molto piccoli (tipicamente di diametro inferiore a 0,3 mm) sono stati trovati in molte meteoriti cadute sulla Terra. Alcuni studiosi ritengono che impatti di grandi meteoriti, avvenuti milioni di anni fa, possano aver prodotto alcuni (o molti) dei diamanti oggi ritrovati, ma non ci sono prove che avvalorino questa ipotesi.

Il metodo del carbonio-14 non è efficace per la datazione del diamante, perché si limita al carbonio di origine biologica. Risultano inefficaci a tal fine, sempre a causa della purezza chimica del diamante, anche le tecniche di geocronologia. I geologi ritengono però che la maggior parte dei diamanti ritrovati, cioè quelli formati nel mantello e arrivati in superficie, si siano formati tra circa 1 e 1,6 miliardi di anni fa.

I diamanti sono la modificazione cristallizzata del carbonio puro; poiché si sono formati, come il petrolio, in milioni di anni, sono un minerale esauribile. I cristalli del diamante possono avere la forma di un ottaedro o di un esacisottaedro, talvolta con le facce curve. Talora, sulle facce dell'ottaedro, si possono notare delle trigoni, ossia delle incisioni triangolari. Alcune gemmazioni possono portare a cristalli piatti a forma di triangolo smussato. Altre forme in cui si presenta sono i rombododecaedri ed i cubi; tuttavia meno rari, comunque, sono i cristalli esacisottaedrici, cubici e dodecaedrici. Non mancano inoltre cristalli geminati o a simmetria tetraedrica.

Il colore è vario, così come le dimensioni dei cristalli, che molto raramente superano quelle di una nocciola. Il record di grandezza per un diamante grezzo spetta al diamante Cullinan, trovato nel 1905 nella Premier Mine del Sudafrica. Perfetto nella limpidezza e nel colore, pesava 3.025 carati (605 grammi); tagliato in 105 pietre lavorate, le più grandi pesano 516,5 e 309 carati (fino al 1988 i più grandi diamanti lavorati). Attualmente il più grande diamante lavorato è il Golden Jubilee di 545,67 carati, trovato nel 1985 in Sudafrica.

I giacimenti diamantiferi si suddividono in due gruppi: primari e secondari. I giacimenti primari sono quelli in cui i diamanti si trovano ancora all'interno della roccia madre (tipicamente, la kimberlite), mentre i secondari sono quelli in cui essi si trovano dispersi in rocce sedimentarie spesso incoerenti tipo sabbia, ghiaia, trasportati lontano dai luoghi dove si trovava la roccia madre e da cui derivano per disgregazione della stessa, ossia in terreni alluvionali.

Nel caso dei giacimenti primari si deve frantumare la roccia estratta in pezzi sempre più piccoli, alternando le spaccature a lavaggi abbondanti in modo che l'acqua separi la ganga dai materiali più pesanti; il peso specifico relativamente elevato dei diamanti provoca la loro caduta nelle vasche sottostanti (eventualmente mischiati ad altri minerali pesanti).
La maggior parte delle miniere di diamanti è "a cielo aperto" o "a pozzo" (diversamente dalle miniere di carbone, in cui l'estrazione avviene spesso in gallerie scavate in profondità). Tra le più famose miniere diamantifere quelle di Kimberley e la Premier Mine, entrambe in Sudafrica. Le miniere nei dintorni di Golconda in India hanno fornito fino alla metà dell'Ottocento la quasi totalità dei diamanti prodotti nel mondo.

Nei giacimenti alluvionali, non dovendo sminuzzare la roccia, il procedimento è più semplice: si usa solo il procedimento gravitazionale con l'acqua, facendo cadere i diamanti nelle vasche. In seguito i diamanti e i residui di ganga vengono portati via da rulli cosparsi di grasso, al quale i diamanti e la ganga aderiscono. La ganga viene poi fatta scivolare via mediante altri lavaggi. Successivamente, per togliere i diamanti dal grasso, si porta a fusione l'intero impasto; il grasso si scioglie, liberando così i diamanti grezzi. Essi vengono poi suddivisi in due gruppi: di qualità superiore cioè gemmologica (adatti ad essere tagliati e lucidati per produrre gioielli) e di qualità inferiore, adatti per applicazioni industriali.

Si calcola che le miniere primarie producano mediamente un carato di diamanti (0,2 grammi) ogni 3,5 - 4 tonnellate di roccia estratta, mentre dai giacimenti alluvionali si estrae solo un carato ogni circa 15 tonnellate di materiale lavorato.

La produzione mondiale di diamante naturale varia notevolmente di anno in anno, perché i filoni diamantiferi vengono spesso esauriti rapidamente, e l'estrazione prosegue in nuove miniere scoperte, che possono dare produzioni molto diverse.



Complessivamente, circa la metà dei diamanti estratti oggi nel mondo proviene da miniere situate nell'Africa centrale e meridionale. La società sudafricana DeBeers, con sede a Johannesburg, controlla quasi completamente l'estrazione, la lavorazione e commercializzazione dei diamanti di origine africana. Tra le maggiori società al mondo per l'estrazione dei diamanti vi è anche l'anglo-australiana BHP Billiton.

Lo Zimbabwe appartiene alla ristretta schiera dei paesi produttori di diamanti. Prima del 2006 esistevano solo due miniere, dalla produzione modesta: River Branch al sud, la più antica, gestita per qualche anno da compagnie canadesi e australiane e poi venduta per la sua scarsa redditività, e Murowa al centro del paese, sfruttata da Rio Tinto, il colosso minerario australiano.

Nel 2006 furono scoperti i diamanti a Marange, ad est del paese, vicino alla frontiera con il Mozambico. Sono depositi alluvionali, cioè diamanti disseminati in una grande area, lungo i corsi d’acqua, che si possono recuperare anche scavando con il piccone e la pala. La notizie percorse tutto il paese, allora in preda ad una soffocante crisi economica, e in poche settimane la zona si riempì di cercatori artigianali di diamanti. Ma come il miele attira le mosche, i diamanti attraggono gli uomini armati e in divisa. Marange divenne subito un far west, con militari e poliziotti a disputarsi le pietre preziose con cercatori e scavatori.

Un rapporto di Human Right Watch del giugno 2009 denuncia gli abusi contro i diritti umani commessi sistematicamente a Marange. La zona è diventata una sorta di girone infernale intorno al quale sono compiuti veri e propri massacri, stupri, oltre che pratiche di lavoro forzato, spesso minorile, e uccisioni sommarie. Da lì parte un immenso giro di prostituzione, di contrabbando e di corruzione, i cui proventi finiscono tutti nelle tasche di una classe militare e politica, cosciente di essere ormai precaria, quindi intenzionata a sfruttare, o meglio saccheggiare, il paese fino a che sarà possibile.

A scoprire i diamanti a Marange era stata la De Beers, l’azienda sudafricana leader mondiale della commercializzazione dei diamanti, ma anche all’avanguardia per la prospezione dei siti diamantiferi. Ma per una volta la De Beers si sbagliò, e non valutò l’entità di quei giacimenti. Rinunciò alla concessione, e il governo di Harare la trasferì alla britannica African Consolidated Resources.

Per questa piccola impresa sarebbe stato l’affare del secolo, se il governo di Harare avesse rispettato il diritto commerciale. Quando si sparse la voce che quello poteva essere uno dei più ricchi depositi di diamanti del mondo, i legali del presidente-dittatore Mugabe inventarono dei vizi di forma nel contratto, ed espropriarono l’impresa inglese, con tanto di raid negli uffici della compagnia e sequestro di documenti, computer e relazioni sulle prospezioni effettuate.

Alla miniera di River Ranch era accaduta la stessa cosa: la febbre dei diamanti aveva contagiato un generale, Salomon Mujuru, l’eroe della guerra di indipendenza, un cacicco del partito al potere ZANU-PF, Trivanhu Mudariki, e la moglie del presidente Mugabe, Sibonokuhle Moyo. Costituita la Bubye Minerals, ottennero con facilità i diritti di sfruttamento.

Nella sua riunione del luglio 2010 a Sanpietroburgo il Kimberley Process ha votato un embargo dei diamanti prodotti a Marange. Il Kimberley Process è un sistema di certificazione concordato dai governi dei paesi esportatori e importatori di diamanti, con la collaborazione esterna dell’industria dei diamanti e delle Ong, che ha il fine di escludere dal commercio mondiale i diamanti estratti in zone di conflitto e di grave violazione dei diritti umani.

Emissari del Kimberley Process hanno costatato che i militari hanno il controllo quasi totale dei campi diamantiferi di Marange, e che sono loro a manovrare la rete di contrabbandieri.

Quello dello Zimbabwe è un caso esemplare: da una parte, troviamo un dittatore vecchio e impresentabile come Robert Mugabe, ancora al potere grazie al supporto di una cricca interna che non vuole abbandonare il saccheggio del paese; dall'altra, si osserva una popolazione ridotta letteralmente alla fame e privata di ogni diritto.

Dei personaggi che derubano il paese si conoscono i nomi: è l’élite politico-militare che permette al regime di sopravvivere. Non si conoscono invece i nomi di tutte le vittime, in gran parte ragazzi, che in questi anni sono morti nell'inferno di Marange. Ufficialmente sono finora 214, ma le cifre reali sarebbero nell'ordine di alcune migliaia, considerando il fatto che bambini e uomini sono costretti con la forza dall’esercito a lavorare nelle miniere, patendo fame e sete. Chi si oppone a questa forma di schiavitù viene torturato. Non si conoscono nemmeno i nomi di tutti i morti per colera, per mancanza di medicine, per fame.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/08/cellulari-insanguinati.html




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martedì 21 luglio 2015

LO ZOLFO



Lo zolfo è l'elemento chimico nella tavola periodica con simbolo S (dal latino sulfur) e numero atomico 16. È un non metallo inodore, insapore, molto abbondante. La sua forma più nota e comune è quella cristallina di colore giallo intenso. È presente sotto forma di solfuri e solfati in molti minerali e si ritrova spesso puro nelle regioni con vulcani attivi.

È un elemento essenziale per tutti gli esseri viventi, dove è presente in due amminoacidi, la cisteina e la metionina, e di conseguenza in molte proteine. In campo industriale si usa soprattutto per ricavarne fertilizzanti, ma anche per polvere da sparo, lassativi, insetticidi e fungicidi. Inoltre lo zolfo – in buona parte ricavato come scoria di raffinazione degli idrocarburi – si trova in alcuni disinfettanti, trova largo impiego nell'agricoltura (ove è impiegato per le sue proprietà fungicide, ad esempio per combattere fitopatologie come l'oidio), è presente nella testa dei fiammiferi e nell'ebanite.

Lo zolfo (sanscrito, sulvere; Latino sulphur) era già noto agli antichi, e viene citato nella storia biblica della genesi. La traduzione inglese si riferisce allo zolfo come "brimstone", pietra dell'orlo, perché si trova facilmente sul bordo dei crateri di vulcani. Altre fonti fanno derivare il termine zolfo dall'arabo sufra, che vuol dire giallo. Omero menzionò lo zolfo nel IX secolo a.C. e nel 424 a.C. una tribù di razziatori distrusse le mura di una città bruciando una miscela di zolfo, carbone e catrame sotto di essa. Gli antichi usavano questo elemento come medicina, come facciamo ancora noi oggi.

Nel XII secolo i Cinesi inventarono la polvere da sparo che è una miscela di nitrato di potassio (KNO3), carbone e zolfo. I primi alchimisti diedero allo zolfo il suo simbolo alchemico, un triangolo sopra una croce; attraverso i loro esperimenti scoprirono che il mercurio poteva combinarsi con lo zolfo. Verso la fine del decennio 1770 Antoine Lavoisier convinse definitivamente la comunità scientifica che lo zolfo era un elemento e non un composto.
L'estrazione dello zolfo iniziò in Sicilia a partire dagli inizi del XVII secolo e si sviluppò rapidamente fino a raggiungere nel 1820 la quota di 378 000 tonnellate, pari ai 4⁄5 della produzione mondiale. Con lo sviluppo della produzione industriale si arrivò al punto che nel 1834 un censimento stimava oltre 200 miniere in attività il cui prodotto veniva spedito via mare in tutta Europa e perfino negli Stati Uniti d'America.

Nel 1867 vennero scoperti vasti giacimenti sotterranei di zolfo in Louisiana e nel Texas; ma essendo lo strato di terreno superficiale formato da sabbie mobili lo sfruttamento minerario tradizionale non era possibile. Perciò venne ideato per sfruttarli un procedimento del tutto nuovo, il processo Frasch che permetteva l'estrazione del minerale dagli strati profondi mediante l'iniezione di acqua surriscaldata nel sottosuolo. Con questo metodo dal rendimento elevato lo zolfo americano divenne più competitivo conquistando presto i mercati mondiali.

Lo zolfo fuso dà un liquido rosso che diventa più giallo con il raffreddamento. Quando brucia, sviluppa una fiamma blu e un gas tossico che restringe temporaneamente la trachea.
Lo zolfo è di color giallo pallido, morbido, leggero, e ha un odore caratteristico quando si lega con l'idrogeno (odore di uova marce: è bene far notare che questo non è l'odore dello zolfo, che è inodore, ma solo del suo composto solfuro d'idrogeno, H2S). Brucia con fiamma bluastra che emette un odore caratteristico e soffocante, dovuto al biossido di zolfo (SO2) o dal triossido di zolfo (SO3) che si forma come prodotto di combustione. Lo zolfo è insolubile in acqua, ma è solubile in disolfuro di carbonio. Gli stati di ossidazione o valenze più comuni dello zolfo sono −2, +2, +4 e +6.

Lo zolfo gassoso è tipicamente costituito da una molecola biatomica: tale forma allotropica viene detta dizolfo (S2). Lo zolfo gassoso può anche esistere sotto forma di molecola triatomica: tale forma allotropica è detta trizolfo (S3) e presenta una struttura molecolare simile all'ozono (O3).

Per la maggior parte, lo zolfo è diffuso in natura legato ad altri elementi nei solfuri (ad esempio, la pirite è un solfuro di ferro) e nei solfati (ad esempio, gesso ed alabastro sono solfati di calcio). Si trova allo stato nativo nelle vicinanze di sorgenti calde e di vulcani (da cui l'arcaico nome inglese brimstone, dove brim è l'orlo del vulcano).

Oltre alla pirite, tra i minerali contenenti zolfo si annoverano il solfuro di mercurio(II) o cinabro, il solfuro di piombo(II) o galena, il solfuro di zinco e ferro(II) o sfalerite ed il solfuro di antimonio(III) o stibnite.

In piccole quantità può essere trovato anche nel carbone e nel petrolio, dalla cui combustione viene trasformato in biossido di zolfo la quale, in presenza dell'ossigeno e dell'umidità dell'aria si trasforma in acido solforico e rende acida la pioggia. Lo zolfo viene inoltre eliminato dai carburanti perché diminuisce l'attività delle marmitte catalitiche.

Lo zolfo estratto dai combustibili fossili rappresenta una buona parte della produzione totale di zolfo; ad esso si aggiunge anche quello estratto dalle miniere. Il processo adottato per estrarlo è detto processo Frasch e consiste nel pompare nel giacimento di zolfo una miscela di aria compressa e vapore acqueo surriscaldato. Il vapore fonde lo zolfo, che viene spinto in superficie dalla pressione dell'aria.

Attraverso il suo principale composto, l'acido solforico, lo zolfo è uno degli elementi più importanti per l'utilizzo come materia prima per l'industria; di capitale importanza per praticamente ogni settore dell'industria chimica. La produzione di acido solforico è il principale utilizzo dello zolfo ed il consumo di acido solforico è spesso considerato un indice della misura del grado di industrializzazione di uno stato.

Il caratteristico colore della superficie di Io, una luna di Giove è dovuto alla presenza di diverse forme di zolfo, sia liquide che solide che gassose. Si ipotizza che anche un'area scura vicino al cratere lunare Aristarco possa essere un deposito di zolfo. Lo zolfo è stato trovato anche in numerosi tipi di meteoriti.

Lo zolfo si usa in molti processi industriali, di cui il più importante è la produzione di acido solforico (H2SO4) per batterie e detergenti; anche per la produzione di acido solforoso (H2SO3); altri sono la produzione di polvere da sparo e la vulcanizzazione della gomma. Si usa anche come fungicida e nella manifattura di fertilizzante fosfatico. I solfiti vengono usati per sbiancare la carta e come conservanti nella frutta secca; altri usi sono nelle teste dei fiammiferi e nei fuochi d'artificio; il tiosolfato di sodio o di ammonio si usa in fotografia come fissante per pellicole o stampe fotografiche. La cosiddetta "magnesia", un solfato idrato di magnesio, si usa come lassativo, come esfoliante o nel giardinaggio come concime specifico per suoli carenti di magnesio. Un'applicazione curiosa è quella dei candelotti di zolfo nella medicina popolare ligure per trovare il punto in cui la schiena è tesa o tirata.

Lo zolfo è spesso associato al vulcanismo in particolare alle fumarole ed alle solfatare.

Lo zolfo può creare dei sali come il solfato di rame(II) (CuSO4), utilizzato in agricoltura e che può ossidare qualche elemento riducente come ferro (Fe) e zinco (Zn) oppure può essere riscaldato con il solfato di rame ottenendo il solfuro di rame(II) (CuS).

Lo zolfo ORGANICO (e NON i solfati o i solfiti) è un componente essenziale dell'organismo umano; Zolfosi tratta di un microelemento plastico, presente nella struttura chimica degli amminoacidi solforati e di altre molecole strutturali utili.

Dal punto di vista STRUTTURALE, lo zolfo rappresenta un microelemento essenziale alla costruzione del tessuto connettivo e dei mucopolisaccaridi, ma una piccola parte è anche contenuta negli acidi biliari.

Gli alimenti apportatori di zolfo organico sono soprattutto quelli di origine animale, i quali forniscono una buona quantità di proteine contenenti amminoacidi solforati, e metilsulfonilmetano. I cibi di riferimento sono soprattutto le uova, la carne, il pesce ed i formaggi. Nel mondo vegetale, le fonti più generose di zolfo sono rappresentate da aglio, cipolla e cavoli.
Nella digestione, le proteine alimentari contenenti zolfo vengono quindi denaturate ed idrolizzate ad amminoacidi (digestione delle proteine) successivamente assorbiti nell'intestino tenue; le principali vie di escrezione dello zolfo organico circolante sono quelle urinaria e fecale.
Il fabbisogno raccomandato di zolfo non viene mai trattato individualmente; esso, rappresentando un costituente essenziale di alcuni amminoacidi o correlandosi agli alimenti che li contengono, viene soventemente valutato sulla base dell'apporto proteico ed amminoacidico complessivi. Se ne evince che:
in una dieta caratterizzata da una quota minima ed indispensabile di amminoacidi solforati, l'apporto di zolfo risulterà sufficientemente garantito riducendo il rischio di carenza alimentare.
Carenze ed eccessi di zolfo alimentare rappresentano casistiche più uniche che rare, tuttavia, in letteratura è possibile identificare quadri clinici caratterizzati da disturbi della crescita e dello sviluppo fisico.

Esistono diversi integratori alimentari a base di zolfo ed una gamma di prodotti molto diffusi è quella a base di glutatione e metilsulfonilmetano (MSM), molecole impiegate per:
Il supporto dei processi di solfatazione epatica
L'incremento della permeabilità cellulare
L'accelerazione della crescita naturale dei capelli
Il miglioramento della sintesi di tessuto connettivo
L'azione antiossidante
Nel primo caso l'integratore alimentare a base di zolfo agisce facilitando la detossificazione epatica; un esempio lampante è quello dei meccanismi legati allo smaltimento dell'alcol o dei farmaci.
Nella seconda casistica invece sarebbe più corretto parlare di farmaci; in questo contesto, il metilsulfonilmetano si è dimostrato una molecola utile ad accelerare l'eliminazione cellulare dei cataboliti tossici, soprattutto a livello del sistema muscolo scheletrico. Si tratta di un buon rimedio nel trattamento di dolori articolari (artritici ed alla schiena) e muscolari, fibromialgie, tendiniti e borsiti, tunnel carpale ed infiammazioni varie.
Il terzo caso è senz'altro il meno attendibile; pare che l'assunzione regolare di prodotti a base di zolfo consenta una crescita più rapida dei peli, dei capelli e delle unghie, anche se è appurato che nessun integratore può curare o ridurre la calvizie, e non esistono dati scientifici che ne dimostrino il potenziale ergogenico sulla crescita.
Infine, pare sia opinione comune che l'integrazione di zolfo possa migliorare ed ottimizzare la sintesi di collagene svolgendo quindi una teorica funzione antiaging; dal mio punto di vista, è vero che lo zolfo rappresenta un costituente plastico del collagene ma è anche vero che in una dieta equilibrata esso NON rappresenta mai un microelemento limitante.
Probabilmente, la funzione più importante dei composti e degli integratori a base di zolfo è quella antiossidante e protettiva dai radicali liberi.
L'assunzione degli integratori a base di zolfo viene generalmente effettuata con capsule da 750-1000 mg di MSM (eventualmente associato a glutatione) o mediante prodotti contenenti mix di antiossidanti.
Gli integratori a base di zolfo NON sembrano presentare particolari controindicazioni.




Acne, brufoli e punti neri sono tra i problemi che più di tutti colpiscono le pelli giovani e impure. Tra i rimedi più a buon mercato e facili da reperire si trova sicuramente il sapone allo zolfo. Noto per le sue spiccate proprietà antisettiche e astringenti, lo zolfo costituisce il principio attivo di questa normale saponetta, che su alcune tipologie di pelli problematiche ha davvero effetti miracolosi.

Il sapone allo zolfo ha alcune proprietà conosciute addirittura già al tempo degli egizi e dei romani. Una di queste proprietà è quella di ridurre il grasso sulla pelle, mentre un'altra è quella di agire come disinfettante naturale.

Ambedue tali proprietà sono fondamentali nel contrastare l'acne e la comparsa dei brufoli.
Per esaltare le caratteristiche positive di tale ingrediente osserviamo tale procedura: riscaldiamo un pò d'acqua che versiamo in una bacinella. Avviciniamo il viso sulla bacinella e aspettiamo per almeno 15 minuti in modo che i vapori dell'acqua aprano i pori della pelle della faccia.

A questo punto insaponiamo tutto il viso con il sapone allo zolfo facendo molta attenzione a chiudere gli occhi in quanto lo zolfo è irritante. Risciacquiamo con acqua tiepida e ripetiamo per un'altra volta l'operazione in modo da eliminare tutto il grasso in eccesso. Dopo qualche giorno otterrete i primi risultati e vi accorgerete che il sapone allo zolfo funziona nel combattere la comparsa dei brufoli.

Da decenni lo zolfo viene utilizzato come insetticida e fungicida; da un lato contro la cocciniglia e gli acari, dall'altro è il tipico fungicida utilizzato contro l'oidio e la bolla. In realtà il suo spettro d'azione è abbastanza ampio, poichè oltre ad essere utile nel debellare alcuni insetti ed acari, risulta molto utile nei frutteti contro tutte le malattie fungine che più comunemente affliggono le piante da frutto, quali oidio, corineo, ticchiolatura, bolla, monilia e fumaggini di varia origine.
Questo minerale risulta irritante per l'uomo e gi animali, se viene in contatto con la pelle o se inalato; è quindi consigliabile utilizzarlo in giornate non ventose e coprendosi in maniera adeguata; può risultare anche dannoso per le piante, anche se la sua fitotossicità si manifesta particolarmente nel caso di utilizzo su piante con gemme già ben sviluppate e pronte a schiudersi, sulla vegetazione più verde. Si consiglia quindi di utilizzare lo zolfo soltanto durante l'autunno o l'inverno, ed in maniera limitata durante l'estate. Manifesta particolare fitotossicità in caso di forti sbalzi di temperatura, come si può verificare facilmente a fine inverno o in primavera.




Sono denominate solfuree le acque che possiedono una quantità pari o superiore ad 1 mg di H2S (acido solfidrico) per litro.

Nelle acque solfuree lo zolfo si trova in forma bivalente a differenza delle solfate dove è esavalente.

In Italia le acque minerali solfuree hanno quasi sempre pH < 8. L'H2S è un gas che tende a volatilizzare e viene costantemente perso dall'acqua in assenza di adeguate precauzioni, con l'aumentare della temperatura i gas tendono infatti a perdersi.

Le acque solfuree andrebbero preferibilmente utilizzate sul posto con apparecchi direttamente alimentati dalla sorgente. I processi di imbottigliamento, stoccaggio, conservazione, apertura dei contenitori e immissione nelle apparecchiature per l'utilizzo comportano necessariamente una perdita di gas che sarà tanto minore quanto più saranno perfezionate le tecniche utilizzate.

Le acque solfuree possono contenere, oltre ai composti dello zolfo bivalente, anche altri elementi in quantità apprezzabile e tra questi i solfati, l'anidride carbonica, cloruri e sodio, ioduri e bromuri, bicarbonati, calcio, etc.

Data la tossicità cellulare dell'H2S solo i solfobatteri e poche altre specie di microorganismi possono vivere nelle acque solfuree. I solfobatteri sono in grado di ossidare l'anidride solforosa a zolfo in seguito ad acido solforico e di ridurre i solfati a solfuri. In genere quest'ultimo processo avviene a temperature di circa 37°C. Colonie di solfobatteri, alghe e protozoi possono dare origine in prossimità della sorgente ed in particolari condizioni di temperatura ed illuminazione a complesse vegetazioni denominate "muffe ". Il termine in realtà è improprio in quanto le alghe prevalgono nettamente e sono costituite soprattutto da Leptotricee, Oscillarie, Beggiatoe e Bacteriacee. Se le vegetazioni sono particolarmente rigogliose, i blocchi di muffe denominati "placente" possono essere utilizzati in terapia per applicazioni esterne come i fanghi.

Le acque solfuree sono tra le più studiate e di conseguenza si ha una maggiore conoscenza delle azioni biologiche. I composti solfurei vengono assorbiti dall'organismo sia con metodiche crenoterapiche interne (bibita, aerosol, irrigazioni, etc.) che esterne (fango, bagno, etc.). In ogni caso la via elettiva di eliminazione dell'H2S è il polmone ed esiste inoltre uno spiccato organotropismo per le strutture articolari. Questo spiega l'indicazione in terapia delle patologie di questi distretti corporei. L'assorbimento attraverso la cute, le mucose delle vie respiratorie, vaginali e l'apparato gastroenterico è stato provato ed ampiamente documentato.

Le acque solfuree stimolano il sistema nervoso parasimpatico. Il risultato è una cospicua vasodilatazione capillare con aumento della permeabilità vasale (evidente soprattutto a livello polmonare) riduzione della pressione arteriosa sistemica, bradipnea e bradicardia.

Azione sui meccanismi di difesa ed antiinfiammatoria
Sembra che le acque solfuree siano in grado di stimolare l'organismo a difendersi sia nei confronti degli stimoli infiammatori endogeni che degli agenti proinfiammatori esterni. Lo stimolo sul sistema reticolo-endoteliale comporta un'esaltazione della reattività istogena ed umorale che si traduce in un'azione antiinfiammatoria.  Interessanti osservazioni sono state compiute sul potenziamento della produzione anticorpale. Si è osservato un aumento significativo a livello mucoso di IgA secretorie e delle IgG e IgM circolanti.  Numerosi altri studi hanno evidenziato l'attività antiflogistica delle acque solfuree descrivendone l'azione antijaluronidasica, la depressione del metabolismo dell'acido condroitinsolforico esaltato in condizioni di flogosi, la regolazione della sintesi di prostaglandine, etc.

L'azione antitossica è probabilmente in relazione con la stimolazione del SRE. Esiste tuttavia un meccanismo diretto.  Sono state accertate azioni antitossiche su diverse sostanze organiche e metalli, tra i quali ricordiamo il piombo, il bismuto, il fosforo, le tossine botulinica e difterica.
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I composti dello zolfo vengono metabolizzati ed utilizzati a livello epatico. E' stato dimostrato che le acque solfuree sono in grado di proteggere la cellula epatica dalla degenerazione grassa indotta da tetracloruro di carbonio (CCl4), arsenico, fosforo e dalla necrosi indotta dal fenolo. Esiste anche un'azione delle acque solfuree sul metabolismo protidico evidenziata dalla riduzione dell'azotemia. Si è osservato inoltre un miglioramento dei quadri disprotidemici ed un aumento dell'attività protrombinica. Riguardo il metabolismo glucidico osserviamo un aumento del glicogeno epatico e riduzione della glicemia. In sintesi possiamo affermare che le acque solfuree imprimono uno stimolo al trofismo ed all'attività delle cellule epatiche. E' discussa la teoria secondo la quale a livello pancreatico le acque solfuree promuovono la secrezione di insulina.

Alla base delle azioni sul metabolismo probabilmente è la stimolazione vagale in quanto la vagotomia e la somministrazione di atropina sono in grado di annullarle.

Soprattutto per la stimolazione parasimpatica le acque solfuree possono indurre broncocostrizione, aumentano la motilità intestinale, la secrezione gastrica, la coleresi e la motilità delle vie biliari. Nei casi in cui siano presenti patologie ipercinetiche, l'acqua solfurea può provocare spasmi e favorire l'incuneamento di calcoli nelle vie biliari.

L'H2S provoca intensa vasodilatazione con aumento della pervietà capillare nella sottomucosa. A livello polmonare si genera un edema che, interessando la mucosa, ne provoca l'esfoliazione e la conseguente rigenerazione dell'epitelio. Contemporaneamente, per le azioni fluidificanti specifiche ed aspecifiche, si ha un aumento dell'escreato.
La stimolazione vagale comporta un aumento della secrezione sierosa bronchiale. Tuttavia esiste un'attività mucolitica più diretta: l'H2S riduce i ponti disolfurici delle mucoproteine fibrillari scomponendo le fibre mucoproteiche.
Recentemente studi su animali da esperimento sottoposti ad inalazioni di sostanze tossiche hanno evidenziato il ruolo protettivo sulla mucosa e sulla produzione di surfactante di numerose acque minerali comprese le sulfuree.

Le acque solfuree esercitano a livello delle strutture para e periarticolari numerose azioni.
Nelle patologie articolari croniche è documentata una perdita del 30% circa di zolfo legata ad una diminuzione dell'acido condroitinsolforico nelle cartilagini. Essendo provato l'organotropismo per le cartilagini dell'H2S somministrato con metodiche crenoterapiche si può supporre che l'utilizzo di acque solfuree agisca come terapia integrativa. Resta tuttavia il dubbio che la quota di H2S assorbita con le metodiche crenoterapiche attraverso la cute sia troppo esigua.
E' tuttavia ipotizzato che lo zolfo agisca come oligoelemento attivando processi enzimatici che possono rendere ragione degli effetti terapeutici delle acque solfuree sulle cartilagini articolari. Da molti prospettata ma poco studiata è l'azione di inibizione che le acque solfuree esercitano sui processi fibrotici.
In vitro l'H2S è in grado di attivare le collagenasi, enzimi che aggrediscono le fibre di collagene e le rendono digeribili da parte delle proteasi. Un sistema di attivatori ed inibitori controlla il processo di aggregazione delle fibre collagene. Diverse patologie che interessano il tessuto connettivo comportano una alterazione dell'equilibrio con risultati che possono essere destruenti o evolventi in fibrosi.
Numerosi Autori ritengono che la crenoterapia solfurea sia in grado di "attenuare le reazioni connettivali eccessive" contrastando processi fibrotici abnormi.

A livello cutaneo le acque solfuree esercitano essenzialmente azioni plastiche ed antiseborroiche. E' noto che a pH cutaneo acido l'H2S stimoli la proliferazione dello strato spinoso esercitando una azione cheratoplastica.
Sullo strato corneo lo zolfo possiede proprietà esfolianti e cheratolitiche, accentuate in ambiente alcalino quando l'elemento si trova soprattutto sotto forma di SH-. Il bisolfuro è infatti in grado di ridurre, e quindi di scindere, i ponti disolfuro della cistina liberando le due molecole di cisteina.
Anche parte dell'azione antiseborroica sembra legata a questo meccanismo che sarebbe in grado di contrastare il processo di differenziazione delle cellule sebacee. L'azione antiseborroica è legata anche alle proprietà esfolianti e detergenti, in quanto nello strato corneo si raccoglie una grande quantità di lipidi, nonché antimicrobiche.

Le proprietà batteriostatiche ed antimicotiche dell'H2S sembrano riconducibili al potere riducente. L'acido solfidrico tende ad ossidarsi con formazione di solfati e zolfo allo stato nascente sottraendo ossigeno ai microorganismi. Probabilmente l'azione germicida è da attribuire alla formazione di acido pentationico da parte di alcuni batteri e/o processi enzimatici.





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giovedì 16 luglio 2015

LA CUPRITE



La cuprite è un minerale che si presenta con un'impalcatura cubica a corpo centrato di ossigeni, nella quale si collocano gli ioni rame.

Si trova nelle miniere di rame come ossidazione dei minerali di rame e rame nativo stesso, associato talvolta a rame nativo, malachite, azzurrite e limonite. Questo minerale si forma, oltre che nei modi precedenti, anche nella zona di riduzione in un giacimento a solfuri con rame come calcopirite, calsosina e covellina. Quindi lo potremo trovare associato a tenorite, malachite ed azzurrite.

Raramente, si trova in cristalli rossi più o meno trasparenti. Ha un colore rosso, che ricorda quello del rame metallico. La polvere è bruna rossastra, con un riflesso metallico. È un minerale che viene sfruttato per l'estrazione del rame.

La Cuprite, detta anche pirite di rame, è l'aspetto femminile della triade di collegamento terreno (Ematite, Pirite e Cuprite). Si forma in cristalli apparentemente opachi, grigi e metallici. 
La Cuprite ha comunque un segreto: quando la si tiene davanti ad una luce splendente, essa rivela le sue vere energie con il suo color rosso sangue traslucido. Il rosso è un colore di potere, poiché è il colore di quella forza vitale che è il sangue. Il color grigio/nero metallico della pietra, quando non è esposta alla luce splendente, riflette il mistero del vuoto, il potenziale dell'universo. Il fatto che entrambe queste frequenze siano proprie dalla Cuprite rivela il suo potere come alleato dell'aspetto femminile della nostra natura. 
La pratica di entrare “nel vuoto da cui tutto il creato deriva” è uno dei riti più antichi e potenti dello shamano. Ritirarsi in se stessi per considerare, meditare, pregare e cercare lo spirito è un antica pratica femminile durante il periodo lunare. La frequenza della Cuprite risuona con la Terra e la Luna all'interno, stimolando le capacità rigenerative e di guarigione. E' la frequenza della morte e del rinnovamento, che aiuta il nostro corpo fisico a ricollegarsi alla principale forza di vita del primo chakra. La sua energia rappresenta la ricerca del Grande Mistero.
La Cuprite è l'energia di equilibrio per la Pirite. Mentre la Pirite rappresenta l'azione della manifestazione, che è l'aspetto maschile della triade di collegamento terreno, la Cuprite rappresenta il vuoto da cui ha origine tutto il creato. Questa vibrazione può dare l'energia e il coraggio di dare vita ai propri sogni.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/schilpario.html



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L'AZZURRITE

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L'azzurrite è un minerale, della famiglia dei carbonati ed è formato da cristalli allungati e tabulari, striati, ricchi di facce.

Minerale di alterazione di depositi a solfuri di rame in ambiente carbonatico, si forma a livelli più superficiali della malachite e spesso è da questa sostituito pseudomorficamente per idratazione. Presente anche come impregnazione di arenarie da parte di acque vadose carbonatiche venute a contatto con acque ricche di solfati di rame. È normalmente associato, oltre a malachite, a limonite, calcite, calcocite, crisocolla e ad altri minerali secondari di rame.

Spesso si presenta in forme concresciute o riunite in aggregati a tessitura radiata; frequenti anche le pàtine e masserelle reniformi terrose, granulari o concrezionari più chiare. Comuni gli pseudomorfi di azzurrite su altri minerali.

Nel medioevo l'azzurrite fu un importante pigmento per il colore blu, in sostituzione del più costoso blu oltremare. L'azzurrite però aveva il difetto di non essere adatta all'affresco, perché tendeva a polverizzarsi e cadere. Questo effetto si manifestava molti anni dopo, per cui abbiamo molti affreschi dove ormai l'azzurro è quasi completamente caduto rivelando lo stato di preparazione sottostante, il rosso "morellone". Un esempio celebre è la Crocefissione di Beato Angelico nel Museo nazionale di San Marco a Firenze.

La pietra azzurrite, deve il suo termine dalla parola persiana "lazhward", una zona conosciuta per i suoi giacimenti di un'altra pietra blu, il lapislazzuli. Attraverso l'arabo la parola divene in latino "lazurium" poi " azurium", dandoci poi definitivamente la nostra "azzurro". La pietra azzurrite, spesso viene trovata in associazione con la malachite, è nota fin dai tempi antichi, ed è stata menzionata anche da Plinio il Vecchio nella sua "Storia Naturale", e gli antichi Greci e Romani utilizzavano la azzurrite per scopi medicinali e come colore per pittura ed abiti. I Maya hanno usato la pietra azzurrite come pietra sacra di comunicazione e come via mistica ed iniziatica.
La pietra azzurrite, è un cristallo che riesce ad espande i limiti della sfera cosciente, promuovendo una sana rivalutazione delle proprie capacità e talenti nascosti. 
Inoltre la pietra azzurrite può aiutare a unire il subconscio con la mente cosciente ampliando i limiti della nostra mente. L'azzurrite è una pietra ideale da tenere quando si inizia a meditare.
La azzurrite ha la proprietà di alleviare le preoccupazioni, fobie, e fastidiosi pensieri negativi ricorrenti, portando la nostra attenzione a riconoscere le aree di maggiore bisogno.
La azzurrite infonde logica intellettuale con amore, promuovendo compassione per se stessi e gli altri. Può aiutare a stimolare la tiroide, la pulizia della pelle, la milza, e corpi eterici. 
Ottima pietra la azzurrite per aiutare a controllare e dirigere il flusso di energia e portare la giusta quantità di essa a qualsiasi situazione.

Le proprietà dell'azzurrite la fanno una bella pietra per il chakra del terzo occhio, risvegliando le capacità psichiche e aiutando a riconoscere la guida spirituale appropriata quando si presenta. 
Utilizzata con il chakra della gola, il quinto chakra, la pietra azzurrite può favorire la comunicazione con il cuore e aumentare la consapevolezza della via spirituale intrapresa.

Interagisce infatti con il chakra della Corona – il settimo chakra, sulla sommità del capo – creando una migliore connessione col divino, alleviando lo stress, migliorando la creatività e le doti cognitive, oltre alla già citata intuizione e a un potenziale di chiaroveggenza.
Per questo motivo, è una pietra ritenuta utile per gli studenti o per chi, semplicemente, ha bisogno di allenare la memoria. Inoltre, è un’ottima pietra d’accompagnamento alla meditazione, grazie proprio alle sue vibrazioni con i chakra superiori.

È proprio il suo colore blu intenso che si ritiene possa vibrare con i chakra superiori, aiutando così la coscienza a elevarsi. In abbinato al chakra della Corona, ad esempio, migliora la connessione spirituale: per questo motivo, in cristalloterapia, se ne fa ricorso per agevolare le esperienze mistiche, per aiutare a comprendersi nell’intimo, per avere un approccio più positivo all’esistenza.



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LA MALACHITE

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La malachite è un minerale della famiglia dei carbonati (per la precisione è un idrossido carbonato rameico), e risulta effervescente al contatto con l'acido cloridrico.

È quasi sempre microcristallina (strato d'alterazione dei minerali di rame), ma si trova anche sotto forma di strati fibrosi, in ammassi reniformi o efflorescenti. In alcune cavità può essere raramente rinvenuta malachite in piccoli cristalli aghiformi.

Si origina per alterazione di minerali presenti di rame.
I giacimenti sono tutti quelli secondari di rame. I maggiori giacimenti di malachite si trovano in Africa nello Zaire e Zambia, in Russia, Australia e Stati Uniti. In Italia il giacimento più famoso si trova sull'isola d'Elba.

Per il suo bel colore che va dal verde chiaro al verde scuro, ed il caratteristico accrescimento che la fa caratterizzare con zonature date da sfumature di tonalità, la malachite viene utilizzata in gioielleria soprattutto come cabochon e in oggettistica semipreziosa. Tuttavia essendo un minerale con scarsa durezza, i manufatti in malachite possono rigarsi e rovinarsi facilmente, se usati e toccati senza attenzione.

Pregiati lavori di intaglio vengono dalla Cina e dalla Russia.

Sono famose le bellissime colonne in malachite della Cattedrale di Sant'Isacco a San Pietroburgo, pietra ampiamente utilizzata anche nel rivestimento delle sale della residenza estiva degli zar, il Palazzo d'Inverno, a San Pietroburgo. Le strisce sulla base della FIFA World Cup sono di questa pietra.

I Greci e i Romani ne facevano amuleti ritenendo che proteggesse dagli infortuni. In miniera era chiamata "verdura delle rocce" per il suo colore che la mette in risalto sulla ganga rocciosa circostante.

Veniva anche usato come pigmento pittorico, il pigmento era conosciuto con i nomi: verde azzurro di Spagna, verde azzurro, verde tedesco, verde minerale, verde azzurro di Magna Grecia e verde d'Alemagna.

Presenta una scarsa durezza, è sensibile al calore e risulta effervescente a contatto con l’acido cloridrico.
L’elemento terra riguarda la sfera della stabilità e del benessere (pace, equilibrio, fertilità, denaro).

Il nome deriva dal greco malake, ovvero “malva”, poiché ricorda il colore delle foglie della pianta.
La malachite è uno dei minerali che si trova citato più spesso in miti e leggende. Era considerata la pietra del paradiso e rappresentava la sensualità, la bellezza, la curiosità, il senso estetico e le arti musicali. Da sempre è un simbolo della figura femminile e in tutte le culture è stata dedicata a qualche dea: in Egitto, Hathor; in Grecia, Afrodite; presso i Celti, in Europa, Freya.

Nel Medioevo, si credeva potesse alleviare i problemi mestruali e facilitare il parto ed era perciò nota come “pietra delle ostetriche”.

Era usata dagli antichi greci e dai romani per prevenire gli infortuni: infatti, secondo la tradizione, si rompe per avvertire chi la porta di un pericolo imminente.

La malachite è ottima come antispastico e calmante. Rilassa il sistema nervoso, allontana l’insonnia e la depressione. Utile in caso di dolori mestruali e durante il parto.

Può contribuire alla cura delle infezioni degli organi genitali e dei problemi di salute sessuale.
Svolge un’azione disintossicante stimolando la funzionalità del fegato e promuove l’attività nervosa e cerebrale.

Ha la proprietà di assorbire i dolori e i gonfiori, soprattutto se abbinata all’ametista.
Rafforza il cuore e il sistema circolatorio, è particolarmente indicata per chi soffre di fragilità capillare. Per il suo alto contenuto di rame completa l’azione del ferro nella produzione dei globuli rossi e stimola la rigenerazione del sangue e dei tessuti.

La malachite stimola la consapevolezza dei propri bisogni e dei propri desideri e spinge l’individuo a realizzarli, a vivere le proprie emozioni senza rimanerne prigioniero, a sviluppare la decisione di liberarsi da antichi dolori e traumi repressi.

Aumenta l’amore per la bellezza e la sete di conoscenza. Rende la vita intensa e avventurosa. Migliora l’espressione e la facoltà di comprensione, riduce la paura e allontana l’egoismo aiutando a entrare in contatto con gli altri a livello empatico.

Sviluppa la capacità di osservazione, lo spirito critico e la vivacità di pensiero: il soggetto impara così a gestire in maniera più soddisfacente la realtà quotidiana.

La malachite può essere scaricata dopo l’uso sotto l’acqua corrente.
Per ottenere effetti duraturi sul piano spirituale si consiglia di portare la malachite con sé a stretto contatto con la pelle come pietra ornamentale o appoggiarla periodicamente sulle zone da trattare a livello fisico, ma sempre per periodi non troppo lunghi.
Sotto il cuscino, favorisce un sonno tranquillo.

E' indicata per alleviare i dolori. Dà sostegno al pancreas, alla milza, alle ghiandole, al cervello al cuore e agli occhi. Protegge dai raggi negativi.

Efficace per eliminare le energie nefaste e capirne il senso.

Utile per combattere l’asma, la diarrea, le malattie dell’infanzia, la leucemia ed i primi stadi del cancro, le ulcere, le malattie del sistema nervoso centrale, la sclerosi multipla e la malattia di Parkinson.

Combatte le angosce e le paure che affiorano dall'inconscio. Ha effetti antidepressivi. Armonizza le energie nei rapporti famigliari difficili. Favorisce la pace e la compassione. Ciò che è represso viene più facilmente riportato alla luce e questo aiuta a vivere in modo pieno le proprie emozioni.

Aiuta a sviluppare il senso della responsabilità, il comportamento positivo nella vita.
Aumenta il senso di altruismo e fortifica le facoltà d’espressione, la conoscenza di sé, il senso d’altruismo.

La Malachite porta tanta consapevolezza dei propri stati emozionali. Affiancata ad altre pietre come la tormalina rosa o verde, il quarzo rosa o il cristallo di rocca, può anche favorire il cambiamento.

L'energia della Malachite stimola rapidità e fluidità di pensiero e pertanto amplifica la capacità di comprensione.

Permette grande focalizzazione, curiosità e cura dei dettagli, in una parola favorisce lo spirito di osservazione e la presenza.

Dona amore per la bellezza, stimola il gusto estetico. Favorisce la consapevolezza e il senso dell'unità.

Stimola la capacità di mettersi nei panni degli altri, al fine di raggiungerne una miglior comprensione. e la fiducia nei confronti della vita. Aumenta l'intraprendenza e lo spirito d'avventura.

La Malachite è una delle più antiche pietre conosciute, da migliaia di anni è impiegata come pietra di trasformazione.
In Egitto era usata dalle caste superiori. I copricapo dei Faraoni ne erano orlati per conferire loro saggezza nel governare. Veniva anche polverizzata e usata come cosmetico e sollievo per la cura degli occhi. 

La Malachite, secondo la tradizione,  aiuta l’attività nervosa e cerebrale, fa da specchio al subconscio e lo purifica. Ci dice la verità su noi stessi e porta in superficie quello che è nascosto alla nostra coscienza. Portarla addosso fa emergere quello che impedisce la nostra crescita spirituale. Ci rende consapevoli dei nostri desideri, ideali e bisogni.

Il suo colore la mette in relazione con il 4° chakra, quello del cuore. Pietra considerata sacra ad Afrodite, dea della bellezza, promuove il senso estetico e l’amore per il bello. In tutte le culture ha simboleggiato la figura femminile, rappresentando la seduzione, la sensualità e l’amore per le arti.

Potrebbe contribuire a risolvere i problemi sessuali, legati a blocchi emotivi.

Poiché questa gemma, è anche in sintonia con il 3° chakra, aiuterebbe tutti gli organi della digestione e disintossicherebbe il fegato. Usata durante la meditazione su questo centro energetico, fa affiorare emozioni statiche e represse, permettendo all’energia di circolare liberamente tra i chakra.

Si può indossare come ciondolo, braccialetto o portarla semplicemente in tasca.
Essendo una pietra che assorbe è bene purificarla accuratamente dopo l’uso, ponendola su una drusa di Cristallo di Rocca per almeno tre ore, oppure lavandola abbondantemente sotto l’acqua corrente. Non usate il metodo del sale, potrebbe rovinarla. Si ricarica alla luce del sole.

Purificarla nel sale marino asciutto (qualche ora) e nell'acqua corrente (qualche minuto), ma non lasciarla in ammollo nell'acqua perché può diventare opaca. Può essere purificata anche con l'argilla verde ventilata. Ama il Reiki. Può essere posta senza problemi al sole per qualche ora.

Si può abbinare una Malachite posta sul 2° chakra ad un'altra posta su un punto dolente. Accelera il riequilibrio.

Il segno zodiacale corrispondente è il toro.









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L'ARAGONITE



Scoperto dal mineralogista e padre della geologia storica Abraham Gottlob Werner nel 1797, questo minerale deve il nome alla regione spagnola dell'Aragona. In realtà il primo campione classificato proveniva precisamente da Molina de Aragón, nell'attuale Provincia di Guadalajara. Nel 1971 venne scritto un articolo riassuntivo su American Mineralogist, (volume 056, pp. 758) relativo a questo minerale.

L'aragonite è un minerale costituito da carbonato di calcio neutro (CaCO3) e appartiene al gruppo dell'aragonite.

Il nome deriva dal comune spagnolo Molina de Aragón, dai cui giacimenti provenivano i primi esemplari classificati.

L'aragonite, carbonato di calcio, cristallizza nella classe rombica bipiramidale, ha formula CaCO3. È un polimorfo della calcite a maggiore densità, dovuta alla maggiore coordinazione del calcio, ha il suo campo di stabilità a pressione più alta e a temperatura più bassa. L'habitus dei cristalli è generalmente prismatico: frequenti i geminati pseudoesagonali di tre individui.

L'aragonite di origine inorganica generalmente si presenta in cristalli sottili e allungati, riuniti in ciuffi soprattutto all'interno di fratture, microfratture, porosità, diaclasi e cavità di rocce gessose (gesso, CaSO4+2H2O) o calcaree. L'aragonite può essere incolore o bianca, gialla, rosa, viola, grigia, blu, bruna, bruna-rossastra o verde e varia dal trasparente al translucida con lucentezza che cambia da vitrea a resinosa. L'aragonite si trova in ambiente sedimentario, è minerale costituente principale, o in combinazione con altri, delle parti dure di moltissimi organismi marini come, per esempio conchiglie di molluschi e loro perle, scheletro di cnidari come i coralli ed altri ancora. Si possono formare anche in depositi fumarolici ed in cavità vulcaniche.

Famosi sono i geminati tripli pseudoesagonali, di colore grigio o rossastro, trovati a Molina de Aragón (Spagna). Bei cristalli provengono da Bastennes (Francia), da Horschenz e Podrecany (Boemia) e dalla Sicilia (Girgenti). L'aragonite è, inoltre, segnalata nelle litoclasi alpine di numerose località italiane (val Malenco, Cogne, monte Ramazzo) e nelle lave del monte Somma (Napoli) e dell'Etna. Si trovano anche giacimenti negli Stati Uniti, in Messico, nel Marocco (da quest'ultimo ultimamente se ne esportano massicce quantità), nella Namibia, in Inghilterra, Scozia, Austria, Germania.

Polimorfo di calcite (trigonale) (stessa composizione chimica ma differente struttura) e vaterite (esagonale), viene detta nicolsonite (quando contiene Zn) e tarnowitzite (quando contiene Pb); reagisce facilmente all'attacco con acidi, è fortemente birifrangente, è fluorescente e fosforescente. Molto impiegato nell'industria edilizia per la produzione di cementi, è oggi utilizzato anche per la produzione di oggetti ornamentali; i campioni esteticamente più belli sono molto richiesti dai collezionisti. Minuscoli cristalli di aragonite sono contenuti nel corpo umano nell'orecchio interno (otoliti del sistema vestibolare).

L’Aragonite agisce come un equilibratore energetico. Essa funge da bilancia su stati emotivi, mentali e fisici. A seconda della sua colorazione, riesce ad avere influenze benefiche su diverse sfere della vita. La colorazione bianca e azzurra è un ottimo calmante dei processi mentali troppo irruenti che si riflettono sul sistema nervoso come stress, ansia, pensieri ricorrenti invasivi, affaticamento. L’Arancio è un buon rimedio per i piccoli o grandi traumi emotivi, aiutando a sbloccare i nodi energetici relativi al ciclo di elaborazione dei pensieri e di conseguenza favorisce la concentrazione. Essendo, come sopra detto, un ottimo equilibratore energetico, l’Aragonite riesce a stabilizzare i diversi mutamenti dell’anima nel corso della nostra vita, seguendo le varie proprietà insite nelle diverse colorazioni.

L'Aragonite, pertanto, aiuta ad aprire uno spiraglio di altruismo, generosità e comprensione nei rapporti con l’altro. Inoltre agisce sul metabolismo, nel caso della varietà bianca o azzurra, equilibrando il sistema nervoso così da alleviare i tremori e movimenti involontari. La varietà arancio è un ottimo aiuto per il sistema immunitario, favorisce il buon funzionamento del sistema digerente e da forza alle ossa, ai muscoli e alle vertebre. Con l’Aragonite si possono preparare elisir molto blandi con tutti i metodi di preparazione tramite immersione in acqua o cottura. Il Chakra con cui ha una corrispondenza energetica è il 7°, quella della Corona per la tipologia bianca, il 2° Chakra per quella arancio e il 5° Chakra per la varietà azzurro chiaro.

L'Aragonite incarna il mistero della creazione ed è un'espressione della Divina Intelligenza che guida tutti nel proprio percorso unico; infonde fiducia aiutando a vivere di giorno in giorno con cuore e mente aperta, accelera il processo di apprendimento e aiuta a ridurre fastidiose rimuginazioni mentali e rafforza la concentrazione indebolita dal costante lavorio negativo dei pensieri.

Incentiva e promuove l'affidabilità, la responsabilità, la disciplina e le capacità decisionali aiutando a governare sfide negli affari manageriali o personali con mente chiara e fermezza di azione.

Molto utile quando si è sommersi dalle responsabilità o a chi si spinge troppo in là e ha bisogno di accettare che qualche volta è giusto delegare gli altri, ha un effetto calmante e stabilizzante, permette di guardare in faccia la realtà e di "tornare dolcemente coi piedi a terra" dopo aver sperimentato stati di euforia.

Stimola e incoraggia l'accettazione, la flessibilità, la tolleranza e la pazienza; utile alle persone che resistono al cambiamento o lottano contro i cambiamenti di vita.

Riduce e attenua la rabbia, l'ipersensibilità,lo sconforto,l' inquietudine e lo stress, calma i nervi logorati e aiuta a ritrovare sé stessi, sviluppa l'intuito e la creatività, consigliata agli artisti di qualsiasi genere.

Molto utile nella fase preparatoria della meditazione o a una seduta terapeutica perché rilassa il corpo e allo stesso tempo innalza la vibrazione energetica necessaria a permettere una comunicazione spirituale (si può percepire come aumento di calore nelle mani e piedi).

L’aragonite fornisce un collegamento con l'inesauribile benessere della propria Fonte interiore, utile nei momenti o di chi soffre di ipersensibilità, di tremori e agitazione causati da un eccesso di stimoli esterni di qualsiasi natura,stabilizza in caso di sviluppo troppo veloce, regola il metabolismo del calcio, favorisce la formazione ed elasticità dei dischi vertebrali.

L'Aragonite è anche un buon cristallo per stimolante la sessualità (agisce sul 2 chakra) favorendo la ricettività, la passione e i sentimenti, facilita il dare e ricevere, apporta equilibrio yin-yang, utile alle persone che vivono tempi duri, per rilasciare le emozioni e trasformare modelli di energia e di comportamento più adatti alla situazione presente.

Calma dolore e infiammazioni alla gola, protegge il sistema immunitario e digestivo, stimola il metabolismo, rilassa gli per occhi, il cervello, il sistema nervoso centrale le ossa i muscoli e i legamenti.

L’aragonite color blu è un guaritore che pulisce i vari corpi liberando da energia stagnante, diminuisce rabbia e comportamenti ossessivi.

L’aragonite color marrone e bianco proveniente dal Perù è adatta alle persone che stanno vivendo veloci cambiamenti aiutando a rimanere equilibrati.

L’aragonite color bianco è indicata per l'ipersensibilità e l’iperattività mentale favorendo la concentrazione. Allevia tremori nervosi, rafforza le ossa, migliora la digestione e sistema immunitario

Usare l'elisir per i dolori in generale o applicata localmente per problemi di pelle; per il trattamento anti rughe e pelle ruvida porre una pietra nel vaso di crema idratante o antirughe, portarla in tasca o in un sacchetto al collo per stimolare la propria autostima.

Si purifica col sale, si ricarica al Sole.



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