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martedì 12 aprile 2016

ILVAITE

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L'ilvaite è un minerale di ferro. Deve il suo nome all'isola d'Elba in Toscana, dove è stata rinvenuta per la prima volta (Ilva era il nome latino dell'isola). Ottimi campioni provengono anche dal campigliese in Italia, dalla Grecia e dal Giappone.

L'ilvaite è un silicato poco comune e dalla composizione chimica piuttosto complessa.Varie furono le denominazioni a esso attribuite, ora in disuso: per esempio, venne chiamato 'lievrite' dal nome dello scopritore e 'jenite' in commemorazione della battaglia di Jena del 1806; quest'ultimo termine, però, fu subito rifiutato dai Tedeschi e in seguito anche dai Francesi, in quanto si ritenne che la commemorazione di un'ostilità politica fosse contraria allo spirito della scienza. Al nome dello scopritore, infine, si preferì quello derivato dalla località di ritrovamento.



L'ilvaite cristallizza nel sistema rombico, in cristalli prismatici allungati, con striature sulle facce del prisma; più frequentemente, tuttavia, si rinviene in aggregati di cristalli aghiformi con struttura fibroso-raggiata, oppure a fasci. Questo minerale presenta una buona sfaldatura e ha un colore molto scuro, quasi nero, con lucentezza da resinosa a vitrea sulla frattura fresca, semiopaca sulle superfici di frattura non recente. È pesante (circa 4), fragile e duro (5,5-6 secondo la scala di Mohs) e, quindi, difficilmente scalfitale con la lama di un temperino. Dal punto di vista chimico si tratta di un silicato di calcio e ferro idrato, contenente cioè, oltre a silicio e ossigeno, calcio, ferro e gruppi os-sidrilici (OH). Strutturalmente è un sorosilicato: il silicio si trova al centro di un tetraedro con ai quattro vertici gli atomi di ossigeno; i tetraedri sono uniti per un vertice a formare delle coppie, collegate fra loro dagli atomi di calcio e ferro e dai gruppi ossidrilici (OH).

L'ilvaite è un tipico minerale di origine metamorfica, scoperto quindi in rocce metamorfiche di contatto (vale a dire formatesi in seguito alle reazioni che avvengono tra un magma di risalita e le rocce circostanti) ricche di minerali di ferro (skarn).



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martedì 21 luglio 2015

LO ZOLFO



Lo zolfo è l'elemento chimico nella tavola periodica con simbolo S (dal latino sulfur) e numero atomico 16. È un non metallo inodore, insapore, molto abbondante. La sua forma più nota e comune è quella cristallina di colore giallo intenso. È presente sotto forma di solfuri e solfati in molti minerali e si ritrova spesso puro nelle regioni con vulcani attivi.

È un elemento essenziale per tutti gli esseri viventi, dove è presente in due amminoacidi, la cisteina e la metionina, e di conseguenza in molte proteine. In campo industriale si usa soprattutto per ricavarne fertilizzanti, ma anche per polvere da sparo, lassativi, insetticidi e fungicidi. Inoltre lo zolfo – in buona parte ricavato come scoria di raffinazione degli idrocarburi – si trova in alcuni disinfettanti, trova largo impiego nell'agricoltura (ove è impiegato per le sue proprietà fungicide, ad esempio per combattere fitopatologie come l'oidio), è presente nella testa dei fiammiferi e nell'ebanite.

Lo zolfo (sanscrito, sulvere; Latino sulphur) era già noto agli antichi, e viene citato nella storia biblica della genesi. La traduzione inglese si riferisce allo zolfo come "brimstone", pietra dell'orlo, perché si trova facilmente sul bordo dei crateri di vulcani. Altre fonti fanno derivare il termine zolfo dall'arabo sufra, che vuol dire giallo. Omero menzionò lo zolfo nel IX secolo a.C. e nel 424 a.C. una tribù di razziatori distrusse le mura di una città bruciando una miscela di zolfo, carbone e catrame sotto di essa. Gli antichi usavano questo elemento come medicina, come facciamo ancora noi oggi.

Nel XII secolo i Cinesi inventarono la polvere da sparo che è una miscela di nitrato di potassio (KNO3), carbone e zolfo. I primi alchimisti diedero allo zolfo il suo simbolo alchemico, un triangolo sopra una croce; attraverso i loro esperimenti scoprirono che il mercurio poteva combinarsi con lo zolfo. Verso la fine del decennio 1770 Antoine Lavoisier convinse definitivamente la comunità scientifica che lo zolfo era un elemento e non un composto.
L'estrazione dello zolfo iniziò in Sicilia a partire dagli inizi del XVII secolo e si sviluppò rapidamente fino a raggiungere nel 1820 la quota di 378 000 tonnellate, pari ai 4⁄5 della produzione mondiale. Con lo sviluppo della produzione industriale si arrivò al punto che nel 1834 un censimento stimava oltre 200 miniere in attività il cui prodotto veniva spedito via mare in tutta Europa e perfino negli Stati Uniti d'America.

Nel 1867 vennero scoperti vasti giacimenti sotterranei di zolfo in Louisiana e nel Texas; ma essendo lo strato di terreno superficiale formato da sabbie mobili lo sfruttamento minerario tradizionale non era possibile. Perciò venne ideato per sfruttarli un procedimento del tutto nuovo, il processo Frasch che permetteva l'estrazione del minerale dagli strati profondi mediante l'iniezione di acqua surriscaldata nel sottosuolo. Con questo metodo dal rendimento elevato lo zolfo americano divenne più competitivo conquistando presto i mercati mondiali.

Lo zolfo fuso dà un liquido rosso che diventa più giallo con il raffreddamento. Quando brucia, sviluppa una fiamma blu e un gas tossico che restringe temporaneamente la trachea.
Lo zolfo è di color giallo pallido, morbido, leggero, e ha un odore caratteristico quando si lega con l'idrogeno (odore di uova marce: è bene far notare che questo non è l'odore dello zolfo, che è inodore, ma solo del suo composto solfuro d'idrogeno, H2S). Brucia con fiamma bluastra che emette un odore caratteristico e soffocante, dovuto al biossido di zolfo (SO2) o dal triossido di zolfo (SO3) che si forma come prodotto di combustione. Lo zolfo è insolubile in acqua, ma è solubile in disolfuro di carbonio. Gli stati di ossidazione o valenze più comuni dello zolfo sono −2, +2, +4 e +6.

Lo zolfo gassoso è tipicamente costituito da una molecola biatomica: tale forma allotropica viene detta dizolfo (S2). Lo zolfo gassoso può anche esistere sotto forma di molecola triatomica: tale forma allotropica è detta trizolfo (S3) e presenta una struttura molecolare simile all'ozono (O3).

Per la maggior parte, lo zolfo è diffuso in natura legato ad altri elementi nei solfuri (ad esempio, la pirite è un solfuro di ferro) e nei solfati (ad esempio, gesso ed alabastro sono solfati di calcio). Si trova allo stato nativo nelle vicinanze di sorgenti calde e di vulcani (da cui l'arcaico nome inglese brimstone, dove brim è l'orlo del vulcano).

Oltre alla pirite, tra i minerali contenenti zolfo si annoverano il solfuro di mercurio(II) o cinabro, il solfuro di piombo(II) o galena, il solfuro di zinco e ferro(II) o sfalerite ed il solfuro di antimonio(III) o stibnite.

In piccole quantità può essere trovato anche nel carbone e nel petrolio, dalla cui combustione viene trasformato in biossido di zolfo la quale, in presenza dell'ossigeno e dell'umidità dell'aria si trasforma in acido solforico e rende acida la pioggia. Lo zolfo viene inoltre eliminato dai carburanti perché diminuisce l'attività delle marmitte catalitiche.

Lo zolfo estratto dai combustibili fossili rappresenta una buona parte della produzione totale di zolfo; ad esso si aggiunge anche quello estratto dalle miniere. Il processo adottato per estrarlo è detto processo Frasch e consiste nel pompare nel giacimento di zolfo una miscela di aria compressa e vapore acqueo surriscaldato. Il vapore fonde lo zolfo, che viene spinto in superficie dalla pressione dell'aria.

Attraverso il suo principale composto, l'acido solforico, lo zolfo è uno degli elementi più importanti per l'utilizzo come materia prima per l'industria; di capitale importanza per praticamente ogni settore dell'industria chimica. La produzione di acido solforico è il principale utilizzo dello zolfo ed il consumo di acido solforico è spesso considerato un indice della misura del grado di industrializzazione di uno stato.

Il caratteristico colore della superficie di Io, una luna di Giove è dovuto alla presenza di diverse forme di zolfo, sia liquide che solide che gassose. Si ipotizza che anche un'area scura vicino al cratere lunare Aristarco possa essere un deposito di zolfo. Lo zolfo è stato trovato anche in numerosi tipi di meteoriti.

Lo zolfo si usa in molti processi industriali, di cui il più importante è la produzione di acido solforico (H2SO4) per batterie e detergenti; anche per la produzione di acido solforoso (H2SO3); altri sono la produzione di polvere da sparo e la vulcanizzazione della gomma. Si usa anche come fungicida e nella manifattura di fertilizzante fosfatico. I solfiti vengono usati per sbiancare la carta e come conservanti nella frutta secca; altri usi sono nelle teste dei fiammiferi e nei fuochi d'artificio; il tiosolfato di sodio o di ammonio si usa in fotografia come fissante per pellicole o stampe fotografiche. La cosiddetta "magnesia", un solfato idrato di magnesio, si usa come lassativo, come esfoliante o nel giardinaggio come concime specifico per suoli carenti di magnesio. Un'applicazione curiosa è quella dei candelotti di zolfo nella medicina popolare ligure per trovare il punto in cui la schiena è tesa o tirata.

Lo zolfo è spesso associato al vulcanismo in particolare alle fumarole ed alle solfatare.

Lo zolfo può creare dei sali come il solfato di rame(II) (CuSO4), utilizzato in agricoltura e che può ossidare qualche elemento riducente come ferro (Fe) e zinco (Zn) oppure può essere riscaldato con il solfato di rame ottenendo il solfuro di rame(II) (CuS).

Lo zolfo ORGANICO (e NON i solfati o i solfiti) è un componente essenziale dell'organismo umano; Zolfosi tratta di un microelemento plastico, presente nella struttura chimica degli amminoacidi solforati e di altre molecole strutturali utili.

Dal punto di vista STRUTTURALE, lo zolfo rappresenta un microelemento essenziale alla costruzione del tessuto connettivo e dei mucopolisaccaridi, ma una piccola parte è anche contenuta negli acidi biliari.

Gli alimenti apportatori di zolfo organico sono soprattutto quelli di origine animale, i quali forniscono una buona quantità di proteine contenenti amminoacidi solforati, e metilsulfonilmetano. I cibi di riferimento sono soprattutto le uova, la carne, il pesce ed i formaggi. Nel mondo vegetale, le fonti più generose di zolfo sono rappresentate da aglio, cipolla e cavoli.
Nella digestione, le proteine alimentari contenenti zolfo vengono quindi denaturate ed idrolizzate ad amminoacidi (digestione delle proteine) successivamente assorbiti nell'intestino tenue; le principali vie di escrezione dello zolfo organico circolante sono quelle urinaria e fecale.
Il fabbisogno raccomandato di zolfo non viene mai trattato individualmente; esso, rappresentando un costituente essenziale di alcuni amminoacidi o correlandosi agli alimenti che li contengono, viene soventemente valutato sulla base dell'apporto proteico ed amminoacidico complessivi. Se ne evince che:
in una dieta caratterizzata da una quota minima ed indispensabile di amminoacidi solforati, l'apporto di zolfo risulterà sufficientemente garantito riducendo il rischio di carenza alimentare.
Carenze ed eccessi di zolfo alimentare rappresentano casistiche più uniche che rare, tuttavia, in letteratura è possibile identificare quadri clinici caratterizzati da disturbi della crescita e dello sviluppo fisico.

Esistono diversi integratori alimentari a base di zolfo ed una gamma di prodotti molto diffusi è quella a base di glutatione e metilsulfonilmetano (MSM), molecole impiegate per:
Il supporto dei processi di solfatazione epatica
L'incremento della permeabilità cellulare
L'accelerazione della crescita naturale dei capelli
Il miglioramento della sintesi di tessuto connettivo
L'azione antiossidante
Nel primo caso l'integratore alimentare a base di zolfo agisce facilitando la detossificazione epatica; un esempio lampante è quello dei meccanismi legati allo smaltimento dell'alcol o dei farmaci.
Nella seconda casistica invece sarebbe più corretto parlare di farmaci; in questo contesto, il metilsulfonilmetano si è dimostrato una molecola utile ad accelerare l'eliminazione cellulare dei cataboliti tossici, soprattutto a livello del sistema muscolo scheletrico. Si tratta di un buon rimedio nel trattamento di dolori articolari (artritici ed alla schiena) e muscolari, fibromialgie, tendiniti e borsiti, tunnel carpale ed infiammazioni varie.
Il terzo caso è senz'altro il meno attendibile; pare che l'assunzione regolare di prodotti a base di zolfo consenta una crescita più rapida dei peli, dei capelli e delle unghie, anche se è appurato che nessun integratore può curare o ridurre la calvizie, e non esistono dati scientifici che ne dimostrino il potenziale ergogenico sulla crescita.
Infine, pare sia opinione comune che l'integrazione di zolfo possa migliorare ed ottimizzare la sintesi di collagene svolgendo quindi una teorica funzione antiaging; dal mio punto di vista, è vero che lo zolfo rappresenta un costituente plastico del collagene ma è anche vero che in una dieta equilibrata esso NON rappresenta mai un microelemento limitante.
Probabilmente, la funzione più importante dei composti e degli integratori a base di zolfo è quella antiossidante e protettiva dai radicali liberi.
L'assunzione degli integratori a base di zolfo viene generalmente effettuata con capsule da 750-1000 mg di MSM (eventualmente associato a glutatione) o mediante prodotti contenenti mix di antiossidanti.
Gli integratori a base di zolfo NON sembrano presentare particolari controindicazioni.




Acne, brufoli e punti neri sono tra i problemi che più di tutti colpiscono le pelli giovani e impure. Tra i rimedi più a buon mercato e facili da reperire si trova sicuramente il sapone allo zolfo. Noto per le sue spiccate proprietà antisettiche e astringenti, lo zolfo costituisce il principio attivo di questa normale saponetta, che su alcune tipologie di pelli problematiche ha davvero effetti miracolosi.

Il sapone allo zolfo ha alcune proprietà conosciute addirittura già al tempo degli egizi e dei romani. Una di queste proprietà è quella di ridurre il grasso sulla pelle, mentre un'altra è quella di agire come disinfettante naturale.

Ambedue tali proprietà sono fondamentali nel contrastare l'acne e la comparsa dei brufoli.
Per esaltare le caratteristiche positive di tale ingrediente osserviamo tale procedura: riscaldiamo un pò d'acqua che versiamo in una bacinella. Avviciniamo il viso sulla bacinella e aspettiamo per almeno 15 minuti in modo che i vapori dell'acqua aprano i pori della pelle della faccia.

A questo punto insaponiamo tutto il viso con il sapone allo zolfo facendo molta attenzione a chiudere gli occhi in quanto lo zolfo è irritante. Risciacquiamo con acqua tiepida e ripetiamo per un'altra volta l'operazione in modo da eliminare tutto il grasso in eccesso. Dopo qualche giorno otterrete i primi risultati e vi accorgerete che il sapone allo zolfo funziona nel combattere la comparsa dei brufoli.

Da decenni lo zolfo viene utilizzato come insetticida e fungicida; da un lato contro la cocciniglia e gli acari, dall'altro è il tipico fungicida utilizzato contro l'oidio e la bolla. In realtà il suo spettro d'azione è abbastanza ampio, poichè oltre ad essere utile nel debellare alcuni insetti ed acari, risulta molto utile nei frutteti contro tutte le malattie fungine che più comunemente affliggono le piante da frutto, quali oidio, corineo, ticchiolatura, bolla, monilia e fumaggini di varia origine.
Questo minerale risulta irritante per l'uomo e gi animali, se viene in contatto con la pelle o se inalato; è quindi consigliabile utilizzarlo in giornate non ventose e coprendosi in maniera adeguata; può risultare anche dannoso per le piante, anche se la sua fitotossicità si manifesta particolarmente nel caso di utilizzo su piante con gemme già ben sviluppate e pronte a schiudersi, sulla vegetazione più verde. Si consiglia quindi di utilizzare lo zolfo soltanto durante l'autunno o l'inverno, ed in maniera limitata durante l'estate. Manifesta particolare fitotossicità in caso di forti sbalzi di temperatura, come si può verificare facilmente a fine inverno o in primavera.




Sono denominate solfuree le acque che possiedono una quantità pari o superiore ad 1 mg di H2S (acido solfidrico) per litro.

Nelle acque solfuree lo zolfo si trova in forma bivalente a differenza delle solfate dove è esavalente.

In Italia le acque minerali solfuree hanno quasi sempre pH < 8. L'H2S è un gas che tende a volatilizzare e viene costantemente perso dall'acqua in assenza di adeguate precauzioni, con l'aumentare della temperatura i gas tendono infatti a perdersi.

Le acque solfuree andrebbero preferibilmente utilizzate sul posto con apparecchi direttamente alimentati dalla sorgente. I processi di imbottigliamento, stoccaggio, conservazione, apertura dei contenitori e immissione nelle apparecchiature per l'utilizzo comportano necessariamente una perdita di gas che sarà tanto minore quanto più saranno perfezionate le tecniche utilizzate.

Le acque solfuree possono contenere, oltre ai composti dello zolfo bivalente, anche altri elementi in quantità apprezzabile e tra questi i solfati, l'anidride carbonica, cloruri e sodio, ioduri e bromuri, bicarbonati, calcio, etc.

Data la tossicità cellulare dell'H2S solo i solfobatteri e poche altre specie di microorganismi possono vivere nelle acque solfuree. I solfobatteri sono in grado di ossidare l'anidride solforosa a zolfo in seguito ad acido solforico e di ridurre i solfati a solfuri. In genere quest'ultimo processo avviene a temperature di circa 37°C. Colonie di solfobatteri, alghe e protozoi possono dare origine in prossimità della sorgente ed in particolari condizioni di temperatura ed illuminazione a complesse vegetazioni denominate "muffe ". Il termine in realtà è improprio in quanto le alghe prevalgono nettamente e sono costituite soprattutto da Leptotricee, Oscillarie, Beggiatoe e Bacteriacee. Se le vegetazioni sono particolarmente rigogliose, i blocchi di muffe denominati "placente" possono essere utilizzati in terapia per applicazioni esterne come i fanghi.

Le acque solfuree sono tra le più studiate e di conseguenza si ha una maggiore conoscenza delle azioni biologiche. I composti solfurei vengono assorbiti dall'organismo sia con metodiche crenoterapiche interne (bibita, aerosol, irrigazioni, etc.) che esterne (fango, bagno, etc.). In ogni caso la via elettiva di eliminazione dell'H2S è il polmone ed esiste inoltre uno spiccato organotropismo per le strutture articolari. Questo spiega l'indicazione in terapia delle patologie di questi distretti corporei. L'assorbimento attraverso la cute, le mucose delle vie respiratorie, vaginali e l'apparato gastroenterico è stato provato ed ampiamente documentato.

Le acque solfuree stimolano il sistema nervoso parasimpatico. Il risultato è una cospicua vasodilatazione capillare con aumento della permeabilità vasale (evidente soprattutto a livello polmonare) riduzione della pressione arteriosa sistemica, bradipnea e bradicardia.

Azione sui meccanismi di difesa ed antiinfiammatoria
Sembra che le acque solfuree siano in grado di stimolare l'organismo a difendersi sia nei confronti degli stimoli infiammatori endogeni che degli agenti proinfiammatori esterni. Lo stimolo sul sistema reticolo-endoteliale comporta un'esaltazione della reattività istogena ed umorale che si traduce in un'azione antiinfiammatoria.  Interessanti osservazioni sono state compiute sul potenziamento della produzione anticorpale. Si è osservato un aumento significativo a livello mucoso di IgA secretorie e delle IgG e IgM circolanti.  Numerosi altri studi hanno evidenziato l'attività antiflogistica delle acque solfuree descrivendone l'azione antijaluronidasica, la depressione del metabolismo dell'acido condroitinsolforico esaltato in condizioni di flogosi, la regolazione della sintesi di prostaglandine, etc.

L'azione antitossica è probabilmente in relazione con la stimolazione del SRE. Esiste tuttavia un meccanismo diretto.  Sono state accertate azioni antitossiche su diverse sostanze organiche e metalli, tra i quali ricordiamo il piombo, il bismuto, il fosforo, le tossine botulinica e difterica.
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I composti dello zolfo vengono metabolizzati ed utilizzati a livello epatico. E' stato dimostrato che le acque solfuree sono in grado di proteggere la cellula epatica dalla degenerazione grassa indotta da tetracloruro di carbonio (CCl4), arsenico, fosforo e dalla necrosi indotta dal fenolo. Esiste anche un'azione delle acque solfuree sul metabolismo protidico evidenziata dalla riduzione dell'azotemia. Si è osservato inoltre un miglioramento dei quadri disprotidemici ed un aumento dell'attività protrombinica. Riguardo il metabolismo glucidico osserviamo un aumento del glicogeno epatico e riduzione della glicemia. In sintesi possiamo affermare che le acque solfuree imprimono uno stimolo al trofismo ed all'attività delle cellule epatiche. E' discussa la teoria secondo la quale a livello pancreatico le acque solfuree promuovono la secrezione di insulina.

Alla base delle azioni sul metabolismo probabilmente è la stimolazione vagale in quanto la vagotomia e la somministrazione di atropina sono in grado di annullarle.

Soprattutto per la stimolazione parasimpatica le acque solfuree possono indurre broncocostrizione, aumentano la motilità intestinale, la secrezione gastrica, la coleresi e la motilità delle vie biliari. Nei casi in cui siano presenti patologie ipercinetiche, l'acqua solfurea può provocare spasmi e favorire l'incuneamento di calcoli nelle vie biliari.

L'H2S provoca intensa vasodilatazione con aumento della pervietà capillare nella sottomucosa. A livello polmonare si genera un edema che, interessando la mucosa, ne provoca l'esfoliazione e la conseguente rigenerazione dell'epitelio. Contemporaneamente, per le azioni fluidificanti specifiche ed aspecifiche, si ha un aumento dell'escreato.
La stimolazione vagale comporta un aumento della secrezione sierosa bronchiale. Tuttavia esiste un'attività mucolitica più diretta: l'H2S riduce i ponti disolfurici delle mucoproteine fibrillari scomponendo le fibre mucoproteiche.
Recentemente studi su animali da esperimento sottoposti ad inalazioni di sostanze tossiche hanno evidenziato il ruolo protettivo sulla mucosa e sulla produzione di surfactante di numerose acque minerali comprese le sulfuree.

Le acque solfuree esercitano a livello delle strutture para e periarticolari numerose azioni.
Nelle patologie articolari croniche è documentata una perdita del 30% circa di zolfo legata ad una diminuzione dell'acido condroitinsolforico nelle cartilagini. Essendo provato l'organotropismo per le cartilagini dell'H2S somministrato con metodiche crenoterapiche si può supporre che l'utilizzo di acque solfuree agisca come terapia integrativa. Resta tuttavia il dubbio che la quota di H2S assorbita con le metodiche crenoterapiche attraverso la cute sia troppo esigua.
E' tuttavia ipotizzato che lo zolfo agisca come oligoelemento attivando processi enzimatici che possono rendere ragione degli effetti terapeutici delle acque solfuree sulle cartilagini articolari. Da molti prospettata ma poco studiata è l'azione di inibizione che le acque solfuree esercitano sui processi fibrotici.
In vitro l'H2S è in grado di attivare le collagenasi, enzimi che aggrediscono le fibre di collagene e le rendono digeribili da parte delle proteasi. Un sistema di attivatori ed inibitori controlla il processo di aggregazione delle fibre collagene. Diverse patologie che interessano il tessuto connettivo comportano una alterazione dell'equilibrio con risultati che possono essere destruenti o evolventi in fibrosi.
Numerosi Autori ritengono che la crenoterapia solfurea sia in grado di "attenuare le reazioni connettivali eccessive" contrastando processi fibrotici abnormi.

A livello cutaneo le acque solfuree esercitano essenzialmente azioni plastiche ed antiseborroiche. E' noto che a pH cutaneo acido l'H2S stimoli la proliferazione dello strato spinoso esercitando una azione cheratoplastica.
Sullo strato corneo lo zolfo possiede proprietà esfolianti e cheratolitiche, accentuate in ambiente alcalino quando l'elemento si trova soprattutto sotto forma di SH-. Il bisolfuro è infatti in grado di ridurre, e quindi di scindere, i ponti disolfuro della cistina liberando le due molecole di cisteina.
Anche parte dell'azione antiseborroica sembra legata a questo meccanismo che sarebbe in grado di contrastare il processo di differenziazione delle cellule sebacee. L'azione antiseborroica è legata anche alle proprietà esfolianti e detergenti, in quanto nello strato corneo si raccoglie una grande quantità di lipidi, nonché antimicrobiche.

Le proprietà batteriostatiche ed antimicotiche dell'H2S sembrano riconducibili al potere riducente. L'acido solfidrico tende ad ossidarsi con formazione di solfati e zolfo allo stato nascente sottraendo ossigeno ai microorganismi. Probabilmente l'azione germicida è da attribuire alla formazione di acido pentationico da parte di alcuni batteri e/o processi enzimatici.





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lunedì 6 luglio 2015

IL FELDSPATO

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E' una famiglia di minerali, costituenti essenziali di molte rocce eruttive, scistoso-cristalline e sedimentarie. Sono silicati alluminiferi di potassio, sodio, calcio e bario, con tracce di altri elementi quali litio, cesio, rubidio, magnesio, ferro, titanio. Dal punto di vista strutturale sono dei tectosilicati che cristallizzano nei sistemi monoclino e triclino. I termini puri della famiglia sono l'ortoclasio, l'albite, l'anortite, e, più rara, la celsiana. Albite e anortite sono miscibili a tutte le temperature, dando origine alla serie dei plagioclasi. A temperatura elevata sono miscibili fra loro ortoclasio e albite. Esistono anche miscele di ortoclasio e celsiana (jalofane). Il feldspati potassico (ortoclasio) è noto anche sotto altre due modificazioni, il sanidino e il microclino.

Il termine "feldspato" è la trascrizione italiana dell'originario termine "feldspat" di probabile origine Svedese. Il termine Svedese feldspat deriva da due parole "Feld" che significa campo e "Spat" che significa spato (calcite) e si pensa si riferisse ai rinvenimenti di spato in campi agricoli.

I membri del gruppo dei feldspati sono tra i costituenti più abbondanti delle rocce ignee.
La grande abbondanza e l'ampia variabilità chimica dei feldspati ha permesso un loro utilizzo come parametri principali della classificazione delle rocce ignee.

I feldspati sono presenti praticamente in tutti i tipi di rocce ignee, da quelle sottosature a quelle sature e sovrassature (solo alcune rocce ultrabasiche e rare rocce alcaline ne sono prive).

I feldspati possono essere classificati chimicamente tenendo conto dei tre termini estremi del sistema ternario NaAlSi3O8 (Albite) - KAlSi3O8 (Ortose) - CaAl2Si2O8 (Anortite). 

Le composizioni intermedie tra Albite e Ortose costituiscono la così detta serie dei K-feldspati mentre le composizioni intermedie tra Albite e Anortite formano la serie dei Plagioclasi.

La distinzione dei feldspati oltre che su base chimica può essere effettuata anche su base strutturale, questo fattore dipende dalla temperatura di cristallizzazione e dalla successiva storia termica.

I feldspati che mantengono una struttura uguale a quella di alta temperatura alla quale si sono formati sono detti feldspati di alta temperatura o semplicemente di "alta", mentre i feldspati che possiedono una struttura formatasi a temperature più basse, o che abbiano subito un graduale e lento raffreddamento a partire da temperature elevate sono detti feldspati di bassa temperatura.

I feldspati di alta temperatura sono tipici di rocce vulcaniche mentre quelli di bassa sono caratteristici delle rocce plutoniche o subvulcaniche.

La differenza tra i feldspati di alta e di bassa può essere sia una differenza della geometria reticolare (con o senza variazione della simmetria) o può essere una differenza del grado di "ordinamento" degli atomi di Si e Al in siti tetraedrici distinti.

Eccetto il sanidino e la celsiana, di puro interesse scientifico e collezionistico, i feldspati vengono utilizzati miscelati con quarzo e caolino per realizzare porcellane e refrattari. Altri feldspati vengono utilizzati in gioielleria e per rivestimenti. È anche usato come additivo in materiali ceramici ad uso biomedico (in particolare dentale).


LEGGI ANCHE : http://pulitiss.blogspot.it/2015/07/il-parco-regionale-delladamello.html





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IL QUARZO



Per gli antichi greci il quarzo veniva definito cristallo (dal greco κρύσταλλος, krýstallos, ghiaccio). Essi,infatti, ritenevano tale minerale una varietà di ghiaccio fredda al punto da non poter essere più disciolta. A trarli in inganno, la struttura apparentemente esagonale, simile a quella dei fiocchi di neve, e la sensazione di freddo al tatto causata dalla conducibilità termica.

Tra le varietà del quarzo, l'ametista merita un'attenzione storico-mitologica.

Tra i ricchi (soprattutto nella Roma imperiale) comparve il vezzo di immergere un anello di ametista nel bicchiere di vino prima di bere. Dato che all'epoca tale gemma era rara e preziosa, e questa usanza era in voga solo tra i potenti, l'anello di ametista, venne visto pian piano come un simbolo di potere.

L'usanza che i potenti di Roma avessero un anello di ametista si radicò così tanto tra il popolino che tale simbolo venne utilizzato più tardi dalla chiesa cattolica romana per esprimere autorità. Ancor oggi tale anello fa parte del corredo vescovile.

Sempre dal punto di vista storico, va anche ricordato che sette delle dodici gemme del «Razionale» (un pettorale sacro portato dagli antichi sacerdoti ebraici) ognuna delle quali rappresentava una qualità del Dio, erano varietà di quarzo: la sardonica, il citrino, il diaspro, la corniola, l'ametista e l'onice.

Infine, la famosa sfera di cristallo che permette ai "maghi" di vedere il futuro, immagine tipica nella cultura popolare, ha le sue origini in Cina. Spesso infatti i notabili di quel paese (ne fa cenno anche Marco polo) erano soliti rinfrescarsi le mani posandole su una sfera di quarzo. Le vesti sontuose e colorate, la lingua un po' oscura, quasi arcana e la fantasia hanno trasformato così, nel tempo, i notabili in questione nel prototipo del mago.

I Quarzi sono composti di ossido di silicio e si dividono in due grandi categorie: i Quarzi macrocristallini, come l'Ametista, l'Occhio di Falco, il Quarzo Bianco etc., che presentano grandi cristalli unici, riconoscibili a occhio nudo, e i Quarzi microcristallini, come l'Agata, la Giada o la Corniola, che hanno invece piccoli cristalli.

Il Quarzo accompagna la storia dell'uomo da sempre. Lavorato come gemma o usato come attrezzo per via della sua durezza (sulla scala di Mohs misura 7, mentre il Diamante 9). Il Quarzo è usato anche nella fabbricazione di coltelli, punte di frecce o pietre focaie. Accanto a un utilizzo pratico, i Quarzi sono usati da migliaia di anni nella gioielleria, lavorati prevalentemente con taglio cabochon. I diversi utilizzi di questo minerale si spiegano grazie all'Ossido di Silicio da cui è composto, che è il secondo elemento per abbondanza dopo il Feldspato che costituisce la crosta terrestre. Infine, bisogna ricordare la presunta azione magica attribuita al Quarzo durante la storia: già nel neolitico venivano indossati amuleti di Quarzo Bianco, così come l'uso delle celebri sfere di cristallo attestate nella storia.

Il gruppo dei Quarzi contiene al suo interno l'Ametista, l'Ametrina, il Quarzo Bicolore, il Quarzo Blu Moon, il Calcedonio, il Citrino, il Quarzo Cognac, il Quarzo Piuma, l'Ametista Verde, il Citrino Limone, il Quarzo Oliva, il Quarzo Arcobaleno, il Quarzo Rosa, il Quarzo Rutilato, l'Occhio di Tigre, il Quarzo Bianco, il Quarzo Banana, il Quarzo Estrelita, il Quarzo Mirtillo, il Quarzo Dendritico, il Quarzo Lavanda, il Quarzo Medusa, il Quarzo Rutilato Mutuca, il Quarzo Ouro Verde, il Quarzo Fragola e il Quarzo Tormalinato.

I cristalli, che hanno habitus tipicamente prismatico e più raramente bipiramidale, si rinvengono isolati o in druse e geoidi, oppure in aggregati fibrosi o granulari. Si presenta frequentemente geminato secondo diverse leggi, non presenta netti piani di sfaldatura e ha una frattura concoide; ha una struttura molto compatta costituita da gruppi di tetraedri SiO4 con l’atomo di silicio al centro e ai vertici gli atomi di ossigeno, ciascuno dei quali è in comune con il tetraedro vicino.

Esistono due forme polimorfe di quarzo: il quarzo α, stabile fino a 573 °C, e il q. β, stabile da 573 °C a 870 °C; superata quest’ultima temperatura si trasforma in tridimite. Tra i componenti essenziali di molte rocce eruttive acide e di diverse rocce metamorfiche, a causa della sua elevata resistenza all’abrasione meccanica e all’alterazione chimica  risulta tra i costituenti principali delle rocce sedimentarie terrigene silicoclastiche. Le dimensioni maggiori dei cristalli di quarzo si formano nella fase finale del processo magmatico, dallo stadio pegmatico a quello idrotermale. È otticamente anisotropo (è birifrangente uniassico) e fortemente piezoelettrico.

Quello comunemente rinvenuto è sempre quarzo alfa perché a temperatura e pressione ambiente anche il quarzo beta si trasforma in alfa (per riorganizzazione del reticolo). I cristalli di quarzo alfa, mancando del centro di simmetria, presentano individui destri e sinistri. Il senso del cristallo è spesso individuabile dalla presenza di una piccola faccetta trapezoedrica situata tra il prisma esagono e il romboedro della piramide esagonale.

Ad alta pressione il quarzo si trasforma in coesite, un minerale con la stessa composizione ma con un reticolo atomico più compatto; a pressioni ulteriori la stessa tridimite si trasforma in stishovite che rappresenta il termine estremo di compattazione della silice (è nota quasi esclusivamente in crateri generati da meteoriti).

Il quarzo può essere di forma prismatica allungata.

Il quarzo è un costituente comune delle rocce magmatiche intrusive acide dette in passato rocce sialiche, tra le quali il più conosciuto è il granito; è abbondante anche come componente delle rocce sedimentarie, preferenzialmente nelle arenarie a causa della sua elevata resistenza alla degradazione chimica da parte degli agenti atmosferici ed alla sua insolubilità all'acqua e nelle rocce metamorfiche.

L'etimologia del nome non è certa, ma le origini si fanno risalire al termine medievale tvurdu che in Antico slavo ecclesiastico significava duro, come twarc in Alto tedesco medio, e gli analoghi termini presenti in altre lingue slave come il Ceco tvrdý e il polacco twardy. Terminologie simili come quarz, quärz o querze nel linguaggio dei minatori in Alto tedesco medio indicavano la ghiaia e nel XVI secolo parole come quaterz o quaderz stavano a indicare una roccia di scarsa qualità; nel linguaggio dei montanari della Sassonia Querklufterz indicava un'escrescenza della roccia.

Il termine in italiano sembra derivare da una cattiva traduzione di un testo latino fatta nel 1550 a Venezia; tale testo affermava che le rocce quarzose venivano chiamate in Germania col termine di 'querz erz' (letteralmente 'minerale che attraversa la roccia'). Nella traduzione in italiano, ad opera dello stampatore Michele Tramezzino, il termine querz fu trascritto come 'quarzo'.

Calcedonio è un termine generico per il quarzo criptocristallino. Le varietà criptocristalline sono sia traslucide che, per lo più, opache, mentre le varietà trasparenti tendono ad essere macrocristalline.

Sebbene molti dei nomi delle varietà provengano storicamente dai colori del minerale, gli attuali schemi di denominazione scientifica fanno riferimento in primo luogo alla microstruttura del minerale.
Il colore è un identificatore secondario per i minerali criptocristallini e primario per le varietà macrocristalline. Questo, comunque, non è sempre vero.

Quando nel quarzo sono presenti inclusioni microscopiche di altri minerali a simmetria esagonale, si può produrre un effetto di asterismo.

Non tutte le varietà di quarzo sono presenti in natura. La prasiolite, un materiale di colore olivastro, viene prodotta con l'esposizione al calore. Sebbene il quarzo citrino sia presente in natura, è facilmente confondibile con l'ametista che, scaldata, assume un colore giallo-bruno.
La corniola viene frequentemente trattata con il calore per aumentarne l'intensità del colore.

Dato che i quarzi naturali sono molto spesso geminati e quindi in molti casi non utilizzabili industrialmente, la maggior parte del quarzo utilizzato dall'industria è sintetico.
Cristalli di grandi dimensioni, perfetti e non geminati, vengono prodotti in una autoclave attraverso un processo idrotermale, chiamato metodo Spezia, dal nome del suo inventore, l'ingegnere ossolano Giorgio Spezia: anche gli smeraldi sintetici sono prodotti in questo modo.

Il quarzo è un materiale dotato di notevole stabilità chimica e risulta inattaccabile dagli acidi eccetto l'acido fluoridrico. Presenta inoltre elevata durezza, resistenza meccanica e resistenza al calore. Il quarzo non presenta sfaldatura, in caso di rottura del cristallo è caratterizzato da fratture concoidi.

Alcune proprietà fisiche dei cristalli di quarzo sono la piezoelettricità e la piroelettricità (ovvero la capacità di polarizzare elettricamente le facce opposte del cristallo, in seguito ad una deformazione meccanica come la compressione o dopo riscaldamento).

Dal punto di vista ottico, il quarzo presenta elevata trasmissibilità nel visibile e soprattutto nell'ultravioletto.

Per le sue proprietà di piezoelettricità e piroelettricità è impiegato negli oscillatori al quarzo, utilizzati in moltissime apparecchiature elettroniche fra le quali gli orologi al quarzo, le radio e praticamente tutti gli apparecchi digitali. Il quarzo utilizzato per tali applicazioni (detto anche "quarzo piezoelettico") è in genere il cristallo di rocca.
Per le sue proprietà fisico-meccaniche, è ampiamente utilizzato nell'industria dei rivestimenti, pavimentazioni, piani da lavoro sotto forma di agglomerato in lastre di spessore variabile.
Per le sue caratteristiche ottiche, viene usato per realizzare parti ottiche per usi scientifici e cuvette per spettrofotometri e spettrofluorimetri.
Per le sue caratteristiche di resistenza alle alte temperature (oltre che di trasparenza), viene utilizzato per realizzare i bulbi delle comuni lampade alogene.
Inoltre il quarzo viene utilizzato sotto forma di sabbia quarzosa come materia prima per la produzione del vetro.

Il quarzo rosa è un quarzo traslucido, di colore rosa pallido, ma può essere anche cristallino, sino ad essere quasi trasparente o traslucido nelle varietà più pregiate e ricercate; il colore della polvere è bianco, mentre presenta una lucentezza vitrea ed un'ottima diffusione della luce (è sempre meglio non tenerlo troppo a lungo sotto il sole: potrebbe sbiadirsi e perdere la sua particolare lucentezza).
Il minerale fu utilizzato per decorare il razionale ebraico. Veniva usato dai maghi per prevedere il futuro. Gli antichi romani utilizzavano il quarzo rosa come cicatrizzante dopo avere esposto dei pezzi del minerale al sole, sempre dai romani veniva creata una pietra artificiale in vetro simile al quarzo rosa. Dagli scavi archeologici di Susa sono emersi dei sigilli cilindrici.
Una certa quantità di inclusioni di rutilo sotto forma di aghetti possono creare nei campioni che sono stati tagliati a faccia curva una forma di asterismo a sei punte.

Il quarzo ialino, comunemente detto anche cristallo di rocca, è una varietà completamente incolore di quarzo. Di solito è perfettamente trasparente, con aspetto simile al vetro e al cristallo artificiale, da cui si può distinguere facilmente, come tutte le sostanze minerali, per la sensazione di freddo che provoca al saggio con la lingua.
Il quarzo ialino, proveniente da ogni parte del mondo, contiene una enorme varietà di inclusioni. A differenza dei quarzi lattei, ricchi di vari elementi o di inclusioni, sono completamente trasparenti.
Considerato per secoli un materiale dotato di formidabili poteri magici e apotropaici (forse anche in virtù delle sue ben note proprietà piezoelettriche, condivise con ogni quarzo usato in elettronica), il cristallo di rocca era ritenuto una pietra dalle capacità ipnotiche e divinatorie, capace di indurre la trance (ad esempio attraverso la famosa sfera di cristallo) e per tali motivi trovava impiego nell'occultismo.
È ancora usato nella litoterapia.

Il quarzo affumicato di colore nero viene detto anche morione ma questa varietà di quarzo può arrivare fino ad essere quasi del tutto incolore come quelli che si possono trovare nel marmo di Carrara.
Le inclusioni più frequenti, oltre quelle di alluminio, sono quelle di rutilo color biondo o rame.
Qualche campione può avere delle fessurazioni o delle pareti riflettenti.
Le varietà più intensamente colorate possono manifestare il pleocroismo che può scomparire se il minerale viene riscaldato ad una temperatura compresa tra i 300 ed i 400 °C. Queste pietre possono venir spacciate come topazi fumè.

Il quarzo ha la stessa genesi del cristallo di rocca. Una volta formatosi come cristallo di rocca, viene irradiato da radioattività che gli dona la particolare coloratura.

Artificialmente si può ottenere irradiando il cristallo di rocca con dei raggi gamma, raggi radio o raggi X.

Il collezionista deve prestare attenzione a quei cristalli, provenienti dagli Stati Uniti, la cui colorazione è ottenuta irragiandoli per un tempo variabile da 1 a 6 ore con raggi gamma, mediante una sorgente radioattiva al cobalto-60. Questo trattamento crea dei danni al reticolo cristallino, tuttavia non è osservabile nessuna radioattività nei campioni trattati in tal modo. Il riconoscimento dei quarzi affumicati artificiali richiede l'occhio attento di un esperto in materia. Un modo per riconoscere facilmente i campioni artificiali consiste nello scalfirli con l'unghia: i quarzi affumicati naturali, come tutti gli altri quarzi e tutte le pietre dure, non si scalfiscono, mentre per i motivi suaccennati ciò accade a quelli affumicati artificialmente.

Come gemma di modesto pregio (viene valutata a chili e non a carati), tuttavia vengono utilizzate le pietre con tonalità non troppo cupe.



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