Visualizzazione post con etichetta valsassina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta valsassina. Mostra tutti i post

mercoledì 15 luglio 2015

LA SIDERITE



La siderite è un minerale appartenente al gruppo della calcite. La siderite è un minerale composto da carbonato ferroso (FeCO3).

È un minerale molto ricercato per l'estrazione del ferro, dal momento che è composto per il 48% di ferro e non contiene né zolfo né fosforo. I suoi cristalli appartengono al sistema esagonale, e sono in forma trigonale, tipicamente con facce curve e striate. Il colore va dal giallo al marrone scuro o nero, quest'ultima colorazione è dovuta alla presenza di manganese (talvolta chiamato manganosiderite). La siderite si trova comunemente in vene idrotermali, ed è associata con barite, fluorite, galena, e altri. Nelle rocce sedimentarie, la siderite si forma comunemente a profondità ridotta e la sua composizione elementare è spesso collegata con l'ambiente deposizionale dei sedimenti che la racchiudono. Inoltre, una serie di studi recenti hanno usato la composizione isotopica dell'ossigeno di sphaerosiderite (un tipo associato con il terreno) come proxy per la composizione isotopica delle acque meteoriche poco dopo la deposizione.

Troviamo siderite in USA (Arizona, California, New Jersey), Canada (Quebec), Perù, Bolivia, Brasile, Australia, Namibia; in Europa ne troviamo in Inghilterra (Cornovaglia), Francia (Lorraine), Rep. Ceca (Bohemia), Germania (Harz Mountains, Portogallo (Panasqueira) e Groenlandia. 
Il nome deriva dal greco sideros che significa ferro. Ha avuto una sua importanza solo in quelle nazioni che, sprovviste di giacimenti utili di ferro, hanno utilizzato la siderite per estrarre tale elemento.
E' conosciuta anche col sinonimo di Chalybite, esistono le varietà di siderite chiamate: sphaerosiderite (quando si rinviene in sferule) ed oligonite (quando vi è un alto contenuto in Mn); forma una serie con magnesite (MgCO3) e rodocrosite (MnCO3) con sostituzioni tra Fe, Mn e Mg fino al 50%; diviene magnetica se riscaldata, é leggermente effervescente se attaccata dagli acidi; alcune concrezioni nodulari di siderite sono famose per il contenuto in flora e fauna fossile.

La siderite è un minerale di ferro molto pregiato. Si può trovare in filoni con solfuri metallici, come a Siegen nella Prussia Renana, o in grandi banchi, come nel celebre giacimento di Eisenerz in Stiria (il ferro norico dei Romani) che può produrre ancora annualmente circa 1 milione di tonn. di buon minerale al 42% di Fe. Una giacitura caratteristica è quella del ferro spatico carbonioso (blackband dei minatori inglesi) nel carbon fossile delle miniere inglesi e della Ruhr. In Italia si trova abbondante la siderite interstratificata negli scisti argillosi del Trias inferiore (servino) delle Prealpi Lombarde. Le miniere di siderite manganesifera della Val Seriana, di Val di Scalve, di Val Trompia e di Val Camonica, che da tempi remoti hanno prodotto pregiate ghise manganesifere di affinazione a carbone di legna, sono oggi quasi inattive, in ragione dei costi di produzione superiori ai prezzi del mercato. Banchi estesi e potenti di siderite oolitica con leptoclorite si trovano nella Nurra (Sardegna) per un quantitativo presunto di quasi 6 milioni di tonn. Specie affini, o varietà di siderite, sono la manganosferite (siderite manganesifera), la breunerite, la sideroplesite, la pistomesite, la mesitina, miscele isomorfe di FeCO3 e MgCO3, in proporzioni variabili, l'ankerite (carbonato doppio di calcio e di ferro).


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/premana.html



.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



domenica 12 luglio 2015

LA BARITE



La barite, in passato nota anche come baritina, fa parte della famiglia dei solfati e più precisamente si tratta di solfato di bario (BaSO4). Si trova di solito in cristalli di aspetto tabulare o talvolta allungato. È incolore se pura e variamente colorata di bianco, azzurro, giallo o marrone in presenza di impurità. La caratteristica più significativa per riconoscerla è la densità: con 4,5 g/cm3 pesa quasi il doppio di una normale roccia di pari dimensioni.

Diffusa in tutto il mondo, la barite si trova principalmente in vene idrotermali e come riempimento di cavità all’interno di rocce calcaree e dolomitiche. Spesso è associata a minerali come piombo, argento e antimonio. In Italia è possibile trovarne bellissimi cristalli in diverse miniere del sud della Sardegna e del Trentino. 

Il nome “barite” deriva dal greco antico βαρύς (pesante), proprio per via del suo elevato peso specifico. I primi riferimenti letterari risalgono al XVII secolo, quando il chimico e alchimista Vincenzo Casciarolo si accorse che la barite, in seguito ad alcuni trattamenti chimici, era in grado di assorbire la luce del Sole e riemetterla per un certo tempo: si trattava della prima osservazione del fenomeno detto fosforescenza.

L’uso principale della barite è sicuramente quello nei fanghi impiegati durante le trivellazioni petrolifere: è ideale per mantenere elevata la pressione sui sedimenti perforati, prevenendo pericolose fuoriuscite di gas. Inoltre questo minerale è usato in molti altri ambiti, come l’industria cartiera, chimica e meccanica. Grazie alla sua capacità di schermare i raggi x, è utilizzata anche in radiologia.
È sicuramente complicato trovare dei fanghi di perforazione alla barite nella vita di tutti i giorni. È molto più semplice, imbattersi in altri prodotti che prevedano l’impiego di questo minerale: vernici, plastiche, rivestimenti anticorrosione, frizioni per veicoli, cemento anti-radiazioni, sono solo alcuni di essi. In passato era usata anche nella raffinazione dello zucchero e come sbiancante in carta e tessuti.
Nonostante il bario contenuto nella barite sia un metallo pesante, non è considerato tossico praticamente da nessuna legislazione. L’estrazione e la lavorazione della barite, frantumazione, macinazione, filtrazione sono processi prettamente meccanici e non presentano rischi chimici per l’ambiente e per l’uomo.

L'idrossido di bario è il prodotto dell'idratazione dell'ossido di bario. A temperatura ambiente si presenta come una massa cristallina bianca semi translucida inodore, molto caustica e tossica.
Tra le basi è una delle più forti, formando soluzioni che per pH sono paragonabili agli idrossidi alcalini. La sua solubilità in acqua aumenta passando dal 4% a 20 °C al 100% a 80 °C. La sua soluzione acquosa al 5% è nota come "acqua di barite", ed è impiegata, in ambito analitico, nella ricerca dei carbonati e dei solfati.
In passato enormi quantità di idrossido di bario sono state utilizzate nella baritazione, una tecnica, ora in disuso, che consentiva di recuperare lo zucchero nella melassa. Attualmente viene impiegato nell'industria delle ceramiche.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/primaluna.html



.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



I LANZICHENECCHI



I lanzichenecchi erano dei soldati mercenari di fanteria arruolati principalmente nelle regioni tedesche del Sacro Romano Impero, che combatterono tra la fine del XV e la fine del XVII secolo.

Divennero famosi per la loro combattività ed efficienza militare ma anche per la brutalità e la violenza dimostrata in alcune occasioni contro i nemici e le popolazioni civili.

Il termine deriva dal tedesco Landsknecht, cioè servo della regione (Land = terra, patria + Knecht = servitore); non era raro infatti che, con l'indebolirsi dei legami di servitù feudale tipici del periodo Rinascimentale, gli appartenenti a quell'umile ceto sociale tentassero la fortuna aggregandosi in compagnie mercenarie, sperando di arricchirsi con la rapina e il saccheggio.

Furono istituiti da Massimiliano I nel 1487 sul modello dei mercenari svizzeri, di cui diventarono presto feroci antagonisti.

Durante le guerre dei contadini in Germania (1522-25) vennero ingaggiati sia dalla nobiltà sia dalle schiere contadine.

Furono impiegati durante il sacco di Roma del 1527 ordinato dall'imperatore Carlo V, evento traumatico che di fatto segnò la fine degli splendori dell'epoca rinascimentale in Italia. I lanzichenecchi, in maggioranza luterani, furono spinti nella loro azione anche dal loro odio verso Roma che consideravano corrotta e papista.

Una canzone tipica della tradizione dei lanzichenecchi è "unser liebe Fraue", dedicata alla vergine Maria.

L’arruolamento era attuato da un “imprenditore” (uno fra tutti, Georg Von Frundsberg soprannominato “il padre dei Lanzichenecchi”) su commissione di un “signore della guerra”, come ad esempio l’Imperatore Carlo V – il quale, generalmente, forniva il denaro necessario. La prima fase dell’arruolamento era il reclutamento.

L’imprenditore, dopo aver ricevuto la lettera d’incarico del signore, sguinzagliava i propri reclutatori, ufficiali o personaggi noti per le proprie imprese belliche al servizio di vari comandanti. I candidati si presentavano ai banchi di reclutamento fatti predisporre dai reclutatori. Solitamente, veniva corrisposta al fante una somma calcolata in base alla dotazione che già possedeva, ad esempio un pettorale, un elmo o un’arma offensiva.

Al contrario, quando, per questioni di uniformità di armamento ai fanti venivano consegnate delle armi, il loro valore veniva detratto dal soldo.

I reclutatori fornivano, in molti casi, anche la somma di denaro necessaria al fante per raggiungere il luogo della rassegna, la fase successiva dell’iter di arruolamento.

Chi aveva ricevuto queste somme di denaro ed era stato registrato sul libro dallo scritturale al tavolo di reclutamento aveva “venduto interamente la pelle, il corpo e la vita”.

Una volta raggiunto il luogo della rassegna, i candidati incontravano i comandanti che leggevano loro la lettera d’impegno contenente diritti e doveri dei componenti il reggimento: ufficiali, sottufficiali, rappresentanti di truppa e semplici fanti.

Successivamente i candidati attraversavano uno stretto corridoio formato da una massa di persone e passavano sotto un giogo formato da due alabarde conficcate in terra verticalmente e una lancia posta a “ponte” sopra di esse.

In questo modo, ordinatamente, venivano esaminati dagli ufficiali e se erano idonei e riuscivano ad accordarsi con i comandanti riguardo il loro inquadramento e soldo, potevano passare alla fase successiva, il giuramento che legava il fante al suo reggimento, al suo comandante e, secondo l’antica legge dei Lanzichenecchi, all’Imperatore.

Il soldo corrisposto al fante dipendeva dal suo inquadramento, un fante semplice armato di picca percepiva 4 fiorini, che gli bastavano per mantenersi da sé anche due mesi.

I fanti armati di alabarda o spada a due mani, i cosiddetti doppelsöldner, i tamburini, i pifferai e gli interpreti, ad esempio, percepivano 8 fiorini. Il soldo dei graduati e degli ufficiali variava da un minimo di 12 fiorini per un Feldwebel (Sergente Maggiore) a un massimo di 40 fiorini per un Hauptmann (Capitano) o 100 per un Locotenent (Tenente Colonnello), mentre un Feldobrist (Colonnello) poteva percepire anche 400 fiorini.

I Lanzichenecchi avevano, all’interno del reggimento, dei rappresentanti sindacali che difendevano i loro diritti presso i superiori o il signore.

Esisteva un diritto generale che era sancito dalla lettera d’impegno.

Quando questo diritto veniva violato, si allestiva un processo interno con tanto di avvocati, giudici e boia che, nei casi più gravi, eseguiva la condanna a morte.

Un reggimento di Lanzichenecchi era formato, in genere, da dieci Compagnie o Fähnlein formate ciascuna da circa 400 uomini divisi in Rotte (plotoni).

I quadrati erano formati da file di Lanzi armati di picche lunghe fino a quasi 6 metri, impugnate in orizzontale sopra la spalla destra.

Davanti e dietro la formazione di picchieri agivano i doppelsöldner armati di spada a due mani o di armi in asta adatte al taglio delle picche avversarie. La loro azione serviva al quadrato di picchieri per penetrare all’interno del quadrato avversario in modo da creare scompiglio e distruggerlo. In un reggimento di Lanzichenecchi si trovavano inquadrati anche reparti di archibugieri e artiglieri con cannoni di varie tipologie. Venivano per ultime le salmerie, al seguito delle quali viveva una massa eterogenea di umanità: artigiani, mercanti, giocolieri, vagabondi tuttofare, prostitute, donne di truppa e famiglie intere che seguivano i propri capifamiglia in guerra.

I Lanzichenecchi presero parte a numerose battaglie dalla fine del XV secolo alla Guerra dei Trent’anni, finita nel 1648.

Il loro periodo di massimo splendore fu il XVI secolo, nel quale si distinsero particolarmente durante le guerre d’Italia combattute tra le varie leghe e il Re di Francia o l’Imperatore.

Particolarmente importanti furono le battaglie di Marignano – Melegnano in provincia di Milano- della Bicocca – un quartiere dell’attuale Comune di Milano – e di Pavia. Queste battaglie videro l’evoluzione del loro modo di combattere ed il progressivo prevalere dei Lanzichenecchi sulle formazioni di Picchieri Svizzeri, loro maestri nel XV secolo. Reggimenti di Lanzi presero parte anche a spedizioni fuori dall’Europa, ad esempio in Africa nel 1564 con il Conte Jackob Hannibal von Hohenems, oppure in America del Sud al seguito delle truppe di Conquistadores spagnoli e, addirittura, come truppe imbarcate alla battaglia navale di Lepanto nel 1571.

La loro parabola ascendente fu interrotta all’inizio del XVII secolo dalla creazione di eserciti stabili da parte delle grandi nazioni, in quanto i governanti decisero che era più conveniente mantenere eserciti stabili che garantissero una maggiore governabilità.

Un cenno particolare meritano le vivandiere: con questo nome venivano indicate le donne che seguivano le unità lanzichenecche, occupandosi genericamente della cucina. In alcune unità venivano considerate tra le vivandiere anche le prostitute al seguito dei soldati, che erano tollerate - quando non erano addirittura cercate e "inquadrate".



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/primaluna.html






.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



IL VERRUCANO



La pietra verrucana o verrucano è un insieme di rocce metamorfiche di origine sedimentaria.

In geologia stratigrafica, si intende per verrucano un’unità litoformazionale affiorante nella Toscana marittima sino al Promontorio Argentario, costituita da conglomerati quarzoso-filladici, arenarie, argille e scisti filladici rossastri di età variabile dal Permiano superiore al Triassico medio-superiore e di facies tipicamente continentale.

Il nome deriva dal Monte Verruca, nel Monte Pisano, dove si trovavano vasti affioramenti di tale roccia e che fu studiato dal geologo pisano Paolo Savi nel 1832. Compongono la roccia conglomerati quarzosi, anageniti, quarziti, filladi e scisti pelitici, con il colore che può variare dal rosso violaceo al grigio-verde.

La varietà più nota delle quarziti è il grigio verdastro chiaro ed è una pietra massicciamente usata nell'edilizia medievale di Pisa e delle città vicine (Livorno in particolare), soprattutto per la costruzione di strutture portanti di chiese, palazzi e torri.

Il Verrucano Lombardo è un'unità geologica di età tardo-permiana, affiorante nel Dominio Sudalpino lombardo e nel Trentino occidentale.

Si tratta di depositi silicoclastici continentali, di colore rosso, caratterizzati da alternanze di arenarie e conglomerati sedimentatisi in ambiente fluviale.

Abbiamo conglomerati a granulometria molto variabile, cui si alternano arenarie a grana medio-grossolana, con composizione quarzoso-feldspatica, abbondante matrice e cemento siliceo-argilloso, compatte, che localmente passano a siltiti e peliti. Caratteristico il colore rossastro indicante forte ossidazione del sedimento. I conglomerati sono costituiti in parte da frammenti litici di quarzo latteo e rosa, rocce vulcaniche e in parte metamorfiche. Queste rocce si sono originate da depositi di conoide alluvionale e piana alluvionale sedimentatisi in aree continentali a clima arido o semi-arido (a paleo-latitudini verosimilmente tropicali), drenate da corsi d’acqua a regime torrentizio di tipo intrecciato (braided) o meandriforme. Erano quindi aree caratterizzate da apporti sedimentari concentrati e massicci con cadenza stagionale, separati da lunghi periodi di magra, con intensa ossidazione dei sedimenti. I depositi derivanti da un contesto di questo tipo mostrano una stratificazione lenticolare, a volte anche alla scala dell’affioramento, con bruschi contatti verticali (sovente erosivi) e frequenti passaggi laterali di facies. Sono talora osservabili anche strutture sedimentarie da corrente (laminazioni parallele e incrociate) e frequenti inclusi pelitici derivati dall’erosione e dal trasporto di frammenti di materiale fangoso da parte delle correnti fluviali. Non è mai stata segnalata la presenza di fossili.

La composizione del Verrucano indica una origine dei depositi per erosione in parte del basamento metamorfico, in parte delle coperture vulcaniche e terrigene Permiane.

Gli spessori massimi dell'unità variano da 100 a 500 metri tra il Lario e le Giudicarie; gli spessori minori si registrano lungo il crinale orobico (da 20 a oltre 200 metri).

Data l'assenza di fossili diagnostici, l'età della formazione è desunta per via indiretta dalla sua posizione stratigrafica. L'unità poggia tramite una marcata discorformità stratigrafica sia sul basamento metamorfico che sui depositi continentali silicoclastici e vulcanici del Permiano Inferiore. Il limite superiore è invece dato dalla base del Servino, risalente al Triassico Inferiore. L'età di deposizione del Verrucano Lombardo è quindi, per interpolazione, il Permiano Superiore (Tatariano). Questa datazione è confermata da quella delle formazioni che si sviluppano verso oriente lateralmente al Verrucano Lombardo: le Arenarie di Val Gardena e la Formazione a Bellerophon, databili in base al loro contenuto faunistico e floristico.



LEGGI ANCHE : asiamicky.blogspot.it/2015/07/pasturo.html



.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



LE MORENE



I ghiacciai, in virtù del loro movimento, trasportano sempre del materiale roccioso, allo stato di detrito fine o grossolano; esso prende il nome di morena, non solo nel caso che si trovi ancora in movimento (sul ghiacciaio o nel suo interno), ma anche quando il ghiacciaio lo ha depositato, cioè abbandonato sul terreno. Il termine, già usato nella Savoia e nel Vallese, e divenuto oggi d'uso generale, fu introdotto nella scienza dal De Saussure nel 1779.
Seguendo la classificazione proposta dalla Commissione internazionale per lo studio dei ghiacciai (1899), distingueremo morene in movimento e morene deposte (sebbene la distinzione non sia sempre possibile). Le prime comprendono tutti i detriti rocciosi posati sulla superficie del ghiacciaio (morene superficiali o galleggianti), quelli trasportati nel corpo stesso del ghiacciaio (morena interna), e infine il materiale trasportato su o presso il fondo (morena inferiore).

Le morene superficiali si formano in seguito alla caduta sul ghiacciaio dei detriti che si distaccano dalle pareti circostanti (disfacimento meteorico, frane); l'accumulo di tali detriti essendo massimo presso i margini del ghiacciaio, ne risultano rilievi in forma d'argine, decorrenti appunto lungo i margini, e che si fanno più elevati procedendo verso il basso. Sono queste le morene laterali, evidenti nei ghiacciai forniti di lingua bene sviluppata. Nei ghiacciai composti, alla riunione di due lingue di ghiaccio si ha la fusione della morena destra dell'uno con la sinistra dell'altro, e si forma così una morena decorrente in mezzo alla lingua, detta morena mediana. Nei ghiacciai composti di parecchi rami, si hanno molte morene mediane; il Ghiacciaio di Aletsch ne ha 4 o 5, i grandi ghiacciai del Karakorum ancora di più. Le morene laterali ricevono il materiale detritico esclusivamente da un lato del bacino glaciale, e sono quindi formate dalle stesse rocce di questo lato; se vi è diversità litologica tra i due versanti, essa si riflette nelle morene laterali, e poiché nella formazione della morena mediana non si ha vera mescolanza dei detriti essa può risultare di due parti litologicamente diverse (es., morena mediana del ghiacciaio di Unteraar, di detrito scistoso scuro nella metà sinistra, di massi granitici chiari nella metà destra).

Le morene superficiali non sono però costituite soltanto da detriti direttamente caduti sul ghiacciaio. Infatti in tutta l'area di alimento i detriti che cadono sul nevato vengono presto ricoperti da successive nevicate. Seguendo lo stesso movimento delle particelle di ghiaccio, dopo avere compiuto un certo percorso nell'interno della massa glaciale, risorgono alla superficie nella regione di ablazione. Le morene superficiali esistono dunque solo in questa parte del ghiacciaio. In vicinanza della fronte il materiale morenico si fa spesso molto abbondante e talora finisce col ricoprire interamente la parte inferiore della lingua (es., ghiacciai del Miage e di Triolet, Monte Bianco). Si perde allora anche l'aspetto arginiforme, la morena superficiale è diffusa o a monticoli irregolari. Comunque, sia le morene mediane sia quelle laterali ricevono abbondante materiale per questa via; vi sono anzi morene mediane che non risultano dalla fusione di morene laterali; ma rappresentano il detrito proveniente da uno sperone roccioso nel bacino d'alimento del ghiacciaio, e perfino se ne trovano nei ghiacciai norvegesi d'altipiano, che non sono circondati da pareti rocciose (in tal caso i detriti vengono dal fondo).

Le morene superficiali sono caratterizzate dalla varietà di dimensioni dei detriti che le compongono (da pulviscolo a massi di centinaia di metri cubi), dalla caotica disposizione di essi, e dalla forma irregolare di questi detriti, in genere a spigoli vivi, non avendo essi subito particolare elaborazione.

La quantità del materiale morenico superficiale è in stretta relazione con lo sviluppo delle pareti rocciose attorno al ghiacciaio; in relazione pure a tale sviluppo e alla lunghezza della lingua è l'altezza che gli argini morenici possono raggiungere. Nei ghiacciai alpini sono frequenti morene laterali alte 10-20 m., nei grandi ghiacciai del Karakorum si possono oltrepassare anche i 100 m. Ma spesso la sopraelevazione dell'argine morenico è dovuta in gran parte non al vero e proprio accumulo di detriti rocciosi, ma ad uno zoccolo rilevato di ghiaccio, che la morena ha protetto dall'ablazione mentre la superficie scoperta del ghiacciaio andava affossandosi. Per le morene laterali si danno poi di frequente valori alquanto superiori, e si citano morene alte 100 e più metri per ghiacciai alpini anche non dei maggiori (ad es., per quelli italiani del Miage, della Brenva, di Macugnaga). In questi casi si tratta però solo parzialmente di morene in movimento: la maggior parte dell'argine morenico è deposta, e la morena si è accresciuta in un lungo periodo.

Una parte dei materiali della morena inferiore ha la stessa origine di quelli della morena interna; però la morena inferiore è sempre presente, anche in assenza assoluta di pareti rocciose attorno al ghiacciaio e quindi di morene superficiali (ghiacciai continentali, ad es.). Si deve ammettere che, in parte o totalmente, quei materiali derivino dall'erosione del suolo stesso su cui il ghiacciaio poggia. Con tutta probabilità l'erosione non avviene, nella massima parte, direttamente; ma è l'azione del gelo e disgelo sulle rocce del letto che prepara gli elementi disgregati che poi il ghiacciaio trasporta.

Nella sua parte inferiore il ghiacciaio deposita il materiale detritico via via che questo giunge alla fronte o ai margini laterali; più abbondante, naturalmente, è il deposito se il ghiacciaio si ritira, cioè se diminuisce la sua massa. Ne sorgono le morene deposte, che la Commissione internazionale distinse in morene arginiformi e morene di fondo. In realtà le prime non hanno sempre forma di argine, ma spesso anche di monticoli irregolari o anche di detrito diviso in una coltre continua; comprendono le morene longitudinali (distinte solo se abbandonate da un ghiacciaio in rapido ritiro) corrispondenti alle morene mediane, e le morene marginali che si distinguono in morene di sponda e morene frontali. Le morene di sponda derivano da quelle laterali; si è però già detto come, in tal caso, la distinzione tra morene in movimento e deposte, sia non di rado difficile o impossibile, e quindi spesso s'indicano entrambe col nome di morene laterali. Hanno generalmente forma tipica di argini con versanti assai ripidi (di più l'interno) e cresta acuta, finché non attaccate dagli agenti atmosferici e dalle acque.

La morena frontale, deposta cioè in corrispondenza della fronte del ghiacciaio, deriva non solo da morene superficiali, ma in parte dalla morena inferiore. Nel più dei casi non si presenta come un vero argine ben rilevato; questo può formarsi solo se la fronte rimane per lungo tempo stazionaria, in modo che il deposito avvenga sempre su una stessa linea (davanti al ghiacciaio di Macugnaga ve ne sono di un centinaio di metri d'altezza). L'argine morenico prende allora forma arcuata, con la convessità a valle, e va a raccordarsi, o meglio trapassa verso monte nelle morene di sponda. Nelle fasi progressive il ghiacciaio passa sopra la morena, la sospinge e ne modifica i caratteri tipici; ritirandosi il ghiacciaio, il materiale detritico che giunge alla fronte è disperso su una superficie vasta, e quindi esso non può formare un rilievo distinto. Si aggiunga poi l'opera del torrente glaciale, il quale asporta una parte del detrito via via abbandonato alla fronte, o erode le stesse morene in precedenza deposte (detrito che viene ridepositato più avanti: formazioni fluvio-glaciali). Si spiega così facilmente come grandi ghiacciai anche ricchissimi di morene superficiali (ad es., ghiacciai del Karakorum) siano privi o quasi di morene frontali presso le loro fronti attuali.

Quando più argini morenici frontali, corrispondenti a tante fasi di sosta del ghiacciaio, si susseguono come archi subconcentrici, si parla di un anfiteatro morenico (ne presenta, ad es., uno tipico il ghiacciaio di Triolet, nel gruppo del Monte Bianco, di formazione recente).

Il materiale della morena inferiore va generalmente ad aggiungersi a quello superficiale nella morena frontale; non va però dimenticato che vi sono ghiacciai (e anzi, i maggiori, quelli continentali) privi di morena superficiale, mentre la morena inferiore non manca mai. Può quindi essere utile la distinzione di una morena di fondo, per la morena inferiore deposta. È però da notare che quando il ghiacciaio è stazionario si forma, anche nel caso di ghiacciai continentali, una morena frontale arginiforme, che si distinguerà soprattutto per la sua particolare costituzione (ciottoli striati). Caratteri morfologici particolari hanno poi certe morene di fondo abbandonate dai grandi ghiacciai dell'epoca glaciale. In alcune zone esse si presentano come collinette a base ellittica e dorso convesso, allungate nel senso del movimento del ghiacciaio. Tali rilievi, in genere associati in gruppi numerosi, prendono il nome di drumlins; uno ne è stato osservato di formazione recente (ghiacciaio Biferten, Svizzera). Difficile si presenta la spiegazione di queste forme; alcuni le considerano resti di antiche morene erose dal ghiacciaio, ma i più le credono forme di deposito, mettendole in relazione a crepacci del ghiacciaio, a ostacoli presentati dal fondo, a variazioni nelle condizioni del ghiacciaio (spessore e pressione, attrito interno), ecc.

Un caso particolare di morene deposte sono le morene d'ostacolo, che si formano a monte di un rilievo roccioso, emergente dal ghiacciaio.

Resta infine da ricordare che certi ghiacciai portano la loro fronte nel mare; si formano allora morene sottomarine, che non possono assumere le forme tipiche sopra descritte e risultano chiaramente stratificate. Il materiale morenico è inoltre largamente disperso sui fondi marini dagli icebergs, che da quelle fronti si staccano.

Le morene dei ghiacciai attuali hanno importanza morfologica limitata, cioè solo locale; ma vaste regioni ricevono i caratteri del paesaggio da morene dovute ai ghiacciai dell'epoca glaciale e ai suoi stadî finali. Grandiosi gli anfiteatri morenici formati in tale epoca presso lo sbocco delle grandi valli montane, per esempio, delle Alpi. Essi constano di numerose cerchie, più o meno complete, di colline allungate (arginiformi), elevate 100-200 m. e talora di più sulle pianure antistanti. Sono morene in gran parte frontali, in parte laterali; tra le seconde è particolarmente importante la Serra d'Ivrea, che ha ben 400-600 m. di altezza relativa. All'interno degli anfiteatri si stende una zona depressa, oggi piana e alluvionata (depressione terminale) oppure occupata da laghi. Vi si trovano anche gruppi di drumlins; questi però non sono stati osservati negli anfiteatri morenici italiani, dei quali i maggiori sono quelli che antistanno ai grandi laghi alpini e allo sbocco delle valli della Dora Baltea e del Tagliamento.

Regioni amplissime coprono poi i depositi lasciati dai grandi ghiacciai continentali dell'Europa e dell'America settentrionali. Le morene frontali hanno pure aspetto arginiforme, benché costituite da morena di fondo, e si prolungano per centinaia di km., non sempre del tutto continue, descrivendo tanti piccoli archi, convessi all'esterno rispetto all'antico ghiacciaio, corrispondendo alle lobature della sua fronte. Non sono però generalmente molto elevate. All'interno si presentano frequenti zone a drumlins.

Differenze notevoli presentano le morene dell'ultima glaciazione rispetto a quelle più antiche; queste seconde, oltre ad essere fortemente alterate per un certo spessore (ferrettizzazione), hanno forme addolcite e quindi meno caratteristiche, per essere state più a lungo sottoposte all'azione degradatrice dell'atmosfera e delle acque.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/pasturo.html



.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



LA MARNA



Roccia sedimentaria di composizione intermedia tra un'argilla e un calcare; per progressivo aumento del tenore in carbonato di calcio (di origine organogena o chimica) la marna passa a marna calcarea e a calcare marnoso, mentre se l'aumento percentuale riguarda la componente argillosa (di origine detritica) passa a marna argillosa e ad argilla marnosa. Le marne sono materia prima per la fabbricazione di calci idrauliche e cementi.

I sedimenti marnosi sono diffusi in tutto il mondo, nella maggior parte dei domini marini e lacustri del passato geologico. In Italia sono presenti in tutti i contesti geologici sedimentari, e risultano particolarmente diffusi nell'astigiano, nell'Oltrepò pavese, nelle prealpi varesine, comasche, e bresciane; marne argillose a foraminiferi sono presenti nell'Appennino centro-meridionale; le "crete" nel senese; i "mattaioni" presso Pisa e Volterra; in Sicilia lungo la costa mediterranea sotto il nome di "Trubi" (famosissima la Scala dei Turchi nel comune di Realmonte, vicino ad Agrigento) e nel bolognese ai piedi dell'appennino.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/pasturo.html



.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



L' ARGILLA



L'argilla è un sedimento non litificato estremamente fine (le dimensioni dei granuli sono inferiori a 3,9 µm di diametro) costituito principalmente da allumino-silicati idrati appartenenti alla classe dei fillosilicati. I minerali che compongono l'argilla sono tutti appartenenti alla sottoclasse dei fillosilicati e definiti collettivamente minerali argillosi.

La genesi dei minerali argillosi nelle rocce è secondaria, per alterazione chimica (in ambiente acido o alcalino) di rocce magmatiche silicee, per deposizione da soluzioni idrotermali, metamorfismo di basso grado (nel caso delle cloriti). La formazione delle Argille come sedimenti clastici sciolti, come suoli, avviene per dilavamento di rocce contenenti minerali argillosi, con la concentrazione del sedimento fine, a seguito di un lungo trasporto prevalentemente in acqua, in ambienti lacustri, marini, lagunari.

I minerali argillosi hanno caratteristiche fisico-chimiche peculiari, quali la dimensione micrometrica dei cristalli che comportano notevoli capacità di assorbimento d'acqua, scambio ionico e fissazione di cationi. Queste caratteristiche conferiscono al sedimento argilloso una sensibile plasticità se miscelato con acqua e refrattarietà se disidratato, proprietà che hanno permesso lo sviluppo dell'industria laterizia e ceramica.

L'argille, a causa della ridottissima dimensione delle particelle e alla elevata capacità di assorbimento, sono, assieme ai limi e limi argillosi, rocce pseudocoerenti, ovvero rocce le cui caratteristiche meccaniche sono determinate dalla coesione fra le particelle (e quindi dallo stato di idratazione) piuttosto che dall'attrito fra le stesse.

L'argillite è una roccia sedimentaria con tessitura clastica a grana finissima che si forma per litificazione di un sedimento argilloso spesso eterogeneo (costituito da minerali argillosi delle varie classi summenzionate). Può contenere una percentuale ridotta di sedimenti fini costituiti da quarzo e minerali non silicei quali carbonati, ossidi di ferro, evaporiti. Di colore molto variabile (varie tonalità di grigio, fino a quasi nera se organica; rosso bruna, violacea, verde), deriva dai minerali argillosi che la compongono, la facile fissilità in lamine. La genesi è prevalentemente sedimentaria in ambiente marino, lagunare, lacustre.

La varva è una roccia argillosa caratterizzata da una fitta alternanza di strati bicolore, chiari e scuri, e a differente granulometria, sabbioso-limosi i primi, argillosi i secondi. L'alternanza degli strati riflette il differente periodo di deposizione del materiale (nel caso specifico, un sedimento lacustre di trasporto glaciale). I sedimenti più grossolani sono originati nel periodo primaverile-estivo, in seguito all'aumento dell'acqua di fusione del ghiacciaio, quelli più fini e scuri, argillosi e ricchi di materiale organico, sono di deposizione invernale. Creta: argilla-calcarea, caratterizzata da una struttura farinosa, di colore chiaro fino ad essere bianca, risulta essere facilmente plasmabile e utilizzata principalmente per i vasellami.

L'argilla è malleabile quando idratata e può quindi essere facilmente lavorata con le mani. Quando è asciutta diventa rigida e quando è sottoposta a un intenso riscaldamento, subisce una trasformazione irreversibile diventando permanentemente solida e compatta.

Queste proprietà rendono l'argilla uno dei materiali più economici e largamente usati nella produzione ceramica fin dall'antichità. Le prime testimonianze di utilizzo di questo materiale da parte dell'uomo per creare manufatti risalgono al periodo neolitico, quando i primi oggetti di argilla (ciotole, vasi, ecc.) venivano cotti direttamente sul fuoco.

Vari popoli, tra i quali si annoverano gli antichi Egizi, i Persiani e i Cinesi con le loro porcellane e i celadon, hanno utilizzato l'argilla per la produzione di manufatti. In Italia, diverse località hanno o hanno avuto il toponimo Figline, che indica un luogo di lavorazione dell'argilla: tra cui l'attuale Figline Valdarno e Forlì, detta Figline in alcuni secoli del Medio Evo.

Già nell'antichità gli uomini avevano imparato ad aggiungere una polvere silicea al prodotto argilloso prima di effettuare una seconda cottura, allo scopo di migliorarne l'aspetto e la robustezza. Per ottenere questi capolavori è stato necessario provare a variare sia la potenza del fuoco sia l'atmosfera in cui si realizzava la cottura.

L'argilla, attualmente, oltre che nella ceramica, è usata anche in molti processi industriali, come nell'industria della carta, nella produzione di cemento, laterizi e filtri chimici.

Nell'orticoltura e floricoltura indoor, spesso vengono utilizzati materiali o miscele di materiali in sostituzione o per la replicazione del suolo; a queste applicazioni viene adattata un tipo di argilla trattata denominata "argilla espansa".

Si tratta di granuli, o sferette rozzamente irregolari, ottenute principalmente mediante trattamento termico di piccole quantità di argilla. A secondo del diametro, o granulometria, vengono utilizzate per diversi tipi di colture. La principale caratteristica per cui viene apprezzata l'argilla espansa è il drenaggio che è possibile ottenere col suo utilizzo come suolo puro o miscelato con altro terriccio. I granuli sono a bassa densità poiché immagazzinano al loro interno una quantità di aria che li rende molto leggeri ma possono immagazzinare anche una quantità di umidità quando vengono bagnati, divenendo più pesanti.

L’argilla è stata utilizzata fin dall’antichità nell’ambito dell’igiene del corpo, della cosmesi e quale rimedio naturale per un grande numero di disturbi, in virtù delle importanti azioni di salute e di benessere che è in grado di svolgere: 
- Antisettica e battericida. L’argilla è un complesso sterile in grado di contrastare l’attività dei batteri creando un ambiente ostile alla proliferazione batterica senza arrecare alcun danno all’organismo e senza impedire la rigenerazione cellulare. È efficace nell’eliminazione dei parassiti intestinali e in numerose forme infettive: coliti, enteriti, affezioni polmonari, piaghe purulenti; 
- Antinfiammatoria e antidolorifica: grazie alla capacità termoassorbente lenisce le infiammazioni. Utile in caso di scottature, distorsioni, contusioni. Oltre al calore assorbe anche il dolore; 
- Rimineralizzante: la finissima granulometria è ciò che consente la liberazione e l’assimilazione dei minerali che la costituiscono, producendo una vera e propria azione di rimineralizzazione dell’organismo. Utile nei disturbi articolari, in caso di fratture, osteoporosi e nelle anemie; 
- Assorbente e antitossica: la costituzione micromolecolare le consente di assorbire enormi quantità d’acqua, gas, tossine e veleni, soprattutto in virtù della particolare capacità di scambio ionico che le permette, attraverso un processo osmotico, di estrarre tossine idrosolubili e allo stesso tempo di cedere ai tessuti sali minerali in quantità. Efficace rimedio contro l’aerofagia e l’avvelenamento da sostanze tossiche. Combatte la ritenzione idrica assorbendo i liquidi e i prodotti di scarto del metabolismo; 
- Cicatrizzante: stimola i fattori della coagulazione del sangue e accelera i processi rigenerativi dei tessuti (presenza di alluminio); 
- Alcalinizzante: la grande quantità di elementi basici rende alcalino l’organismo; 
- Energizzante: il complesso di sistemi minerali rigenera l’attività organica e apporta energia. L’elevato contenuto di calcio, per esempio, fortifica i tessuti elastici, il magnesio è d’aiuto in caso di astenia intellettuale e muscolare. 

L’argilla può essere utilizzata per via interna e in applicazione esterna svolgendo un’azione rimineralizzante, antitossica, riequilibrante e assorbente soprattutto in virtù della particolare capacità di scambio ionico che le permette, attraverso un processo osmotico, di estrarre tossine idrosolubili e allo stesso tempo di cedere ai tessuti sali minerali in quantità. 
È un potente rimedio antidolorifico, antinfiammatorio, alcalinizzante e disinfettante sui tessuti, e grazie alla capacità di cedere piccole dosi di energia elettromagnetica, acquisita durante l’esposizione al sole, all’aria e all’acqua, rigenera e risveglia il potenziale energetico fungendo da catalizzatore dei processi biologici. Tantissima silice nell’argilla la rendono particolarmente utile per le anemie, le stanchezze croniche, la facilità ad ammalarsi.

Le argille attualmente disponibili in commercio e utilizzabili per scopi curativi si suddividono in base al colore. La differenza di colore fra le argille (verde, bianca, rossa, gialla, grigia, blu e beige) dipende dalla composizione chimica; dall’età dell’argilla stessa; dalla locazione dei giacimenti.

L'argilla verde contiene circa il 50% di silice e il 14% di alluminio, possiede un pH leggermente alcalino. Ha proprietà antinfiammatorie elevate e, se impiegata per uso esterno, ha un alto potere assorbente, che la rende particolarmente adatta per la cura dell'acne e degli eczemi. Se usata per via interna: svolge un'attività disintossicante.

L'argilla bianca è utilizzata prevalentemente in cosmesi, l'argilla bianca possiede un'alta percentuale di silicio (attorno al 48%) - e di alluminio (fino al 36% e oltre) - che le conferisce il caratteristico colore. L'argilla bianca è chiamata anche caolino, dal nome della regione cinese, il Kao-Ling, dove fu scoperto il primo giacimento. È la più fine di tutte le argille ed è indicata per uso interno: combatte le fermentazioni e le intossicazioni intestinali. Contrariamente all'argilla verde, che può causare stitichezza, regola il transito intestinale. 
In uso interno il Caolino possiede virtù assorbenti nei confronti dei batteri e dei virus presenti nel sistema digerente: assorbe i gas, le tossine ed è utile in caso di gonfiori o di intossicazioni alimentari. Gioca il ruolo di un protettore gastrico, offre sollievo in caso di acidità, bruciore di stomaco, ulcera, regolando l’acidità e il pH. Cicatrizzante e antinfiammatorio, protegge le mucose. 
Per uso esterno, invece, l’argilla bianca viene usata soprattutto per maschere di bellezza o come antismagliature generico su tutto il corpo poiché non contiene ferro o, se lo contiene, è in bassa percentuale. L’argilla bianca purifica la pelle e restringe i pori dilatati. Inoltre può essere usata per la pelle screpolata, soprattutto sui talloni. È utile anche per esfoliare la pelle. Il Caolino è l’argilla più dolce per la pelle, il suo utilizzo esterno è indicato alle pelli secche, alle pelli mature e ai capelli devitalizzati. Rinnovatore cellulare, esercita un micro-gommage sulla pelle e rimineralizza l’epidermide. È perfettamente tollerata anche dalle pelli molto sensibili o intolleranti. Le sue virtù cicatrizzanti e antisettiche la rendono preziosa per la cura delle pelli irritate. Non allergizzante, è adatta anche alle pelli dei bambini. In gargarismi è adatta in caso di infezioni alle gengive o mal di gola.

L'argilla Rossa è ricca di ferro e povera di alluminio, la colorazione dell’argilla rossa è dovuta alla presenza di ferro rosso (trivalente). Questa argilla (Marina Antracite) era usata dagli antichi romani per combattere i dolori articolari e come medicamento per le ferite dei cavalli e nei lavaggi per proteggerli dalle infezioni e dalle malattie. 
Attualmente è molto usata in cosmetica per la preparazione di maschere e creme per la pelle, dove viene riconosciuto il suo potere antinfiammatorio utile in caso di pelle che si infiamma e si arrossa facilmente. Se si soffre di gengive infiammate, ad esempio, basterà immergere lo spazzolino nell’argilla rossa, strofinare delicatamente le gengive e poi risciacquare accuratamente. L'uso di argilla rossa è più indicato per pelli sensibili e delicate con problemi di dermatite. 
Molto assorbente, l’argilla rossa è consigliata per lenire le irritazioni cutanee e dare sollievo in caso di dolori dovuti a storte e trauma. Sulle contusioni, gli ematomi, le ecchimosi e i dolori muscolari, l’argilla rossa permette di sgonfiare le zone e di attenuare il dolore. È anche indicata per curare gli ascessi e i foruncoli. L’argilla rossa apporta benefici in caso di mal di testa, di nevralgia, di gotta. È indicata per stimolare la circolazione sanguigna.

Nell'argilla Gialla il colore giallo è dovuto alla presenza di composti di ferro e di rame. Molto indicata per essere applicata sul collo, sulla schiena e anche sulla colonna vertebrale in caso di dolori. Ha una buona azione rinfrescante e può essere usata mescolata alla rossa per un’azione più completa. Per i problemi di ossa, per attenuare i dolori, in caso di grave affaticamento, combinata con l'argilla verde, l'argilla gialla stimola la riparazione dei muscoli e legamenti e mantiene gli organi interni puliti.

L'argilla Grigia è conosciuta anche come argilla Luvos o argilla tedesca (è stata scoperta in Germania nel secolo scorso) deve il suo colore grigio all'alta percentuale di Silicio, fino al 60%. L'argilla grigia è indicata per uso interno nella cura dell'acidità di stomaco e delle infiammazioni intestinali. Favorisce inoltre il drenaggio dei liquidi in eccesso e svolge un'importante azione alcalinizzante. Ha un elevato potere di scambio cationico. Ha un forte potere assorbente, probabilmente superiore alla verde ad uso interno. Oltre il 60% di silicio e 20% di alluminio conferiscono al prodotto un'enorme azione antinfiammatoria e antiacido. È adatta per tutti i tipi di pelle.

Le argille possono essere assunte per via interna o applicate esternamente nella modalità del cataplasma, dell’impiastro, della frizione, dell’unguento, della polverizzazione, del bagno e della maschera. Queste possono essere di consistenza grossa, fine oppure ventilate. L’argilla grossa viene utilizzata solo a livello topico, per bagni, pediluvi e per cataplasmi e impiastri di grandi proporzioni, mentre la fine per bendaggi, frizioni, irrigazioni, applicazioni estetiche, cataplasmi e impiastri di normali dimensioni. L’argilla ventilata, la più fine, per gli usi interni. L’applicazione topica dell’argilla può venire potenziata con l’aggiunta di sinergie di oli essenziali scelte in base alla tipologia del disturbo e del trattamento cosmetico. 

Preparata alla sera si beve al mattino a digiuno. Riempire un bicchiere con ¾ di acqua fredda e 1 cucchiaino raso di argilla. Mescolare a lungo con un cucchiaio di legno e lasciare riposare coprendo con una garza il bicchiere. Le prime volte è consigliato bere, a piccoli sorsi, solo la parte che si presenta come “acqua sporca”, e non il fondo. Questo trattamento può essere eseguito per 1 mese contro l’acidità di stomaco, intossicazione e anemia. L'argilla verde ventilata regolarizza la funzione intestinale. Però in generale è bene farsi consigliare da un’erborista professionista su tipo, dosi e modalità.

Già in tempi antichissimi si faceva essiccare l’argilla più pura in pillole o bastoncini. È un metodo ancora in uso in alcuni paesi come India, America del Sud e Cina, che può essere adottato da coloro che preferiscono succhiare l’argilla piuttosto che berla.

Le compresse di argilla bianca o verde sono facilmente reperibili in commercio, solitamente sono addizionate con qualche olio essenziale per migliorarne il sapore. Il prodotto può essere assunto fino a tre capsule al giorno massimo per 1 mese. Utili a chi presenta gonfiore di stomaco, particolarmente indicate dopo un'indigestione, o per a chi vuole contrastare stitichezza o diarrea.

Cataplasmi e impiastri vanno preparati in contenitori di terracotta, legno o vetro e mescolati con un cucchiaio di legno, mai di metallo.
In un contenitore di terracotta, legno o vetro, versare l’argilla verde fine e aggiungervi acqua oligominerale fino a coprirla. Lasciar riposare per circa un’ora e aggiungervi circa 10 gocce di olio essenziale (il quantitativo dell’argilla e degli oli essenziali varia in base alle dimensioni dell’area da trattare) mescolando il tutto con un cucchiaio di legno. Distendere l’impasto sopra un telo di stoffa (garza spessa o lino) e applicare sulla parte lasciando agire per un minimo di 30 min. fino a 2 ore e oltre. L’impacco deve essere coperto e fissato con una garza. 
Per i disturbi circolatori il cataplasma freddo alle gambe in associazione a essenze antinfiammatorie e benefiche per l’elasticità e il tono dei vasi sanguigni, per esempio 4 gocce di cipresso, 3 di geranio e 5 di limone; 
per le coliche intestinali, spasmi e crampi un cataplasma caldo (argilla scaldata a bagnomaria) sulla zona addominale per circa 30 min. associato a 3 gocce di camomilla romana, 2 di lavanda, 2 di melissa, 3 di finocchio (lontano dai pasti).

A differenza del cataplasma l’impiastro va applicato direttamente sulla pelle. Per questo utilizzo è possibile impiegare argilla di consistenza grossa, soprattutto se la zona da trattare è estesa. 
 - per la cellulite: impiastro su gambe e glutei con 5 gocce di limone, 4 di lemongrass e 2 di origano se la cellulite è edematosa (dolorosa al tatto, presenta la pelle con zone gonfie); 6 di arancio amaro, 2 di zenzero, 2 di legno di cedro se è dura (la forma in cui, almeno inizialmente, non si notano evidenti alterazioni della silhouette. La pelle appare ispessita); 4 di geranio, 4 di cipresso e 3 di rosmarino se dipende da difficoltà nella circolazione sanguigna; 
 - per l’insonnia: impiastro caldo lungo la colonna vertebrale comprendendo la nuca con 4 gocce di arancio amaro, 3 di camomilla romana e 4 di lavanda.

Per fasciature e bendaggi si immergono, nel preparato opportunamente diluito, bende o fasce a trama larga la cui misura sarà proporzionata alla parte da trattare. Si procede poi fasciando la zona interessata. Tale metodo viene di norma impiegato per coprire zone estese o per scopi estetici. 
Far aderire alla zona da trattare una garza precedentemente immersa in una soluzione argillosa piuttosto liquida, addizionata con circa 6-8 gocce di essenze. 
- febbre: benda fredda sulla fronte e sulla testa fino ad abbassamento della temperatura con 2 gocce di bergamotto, 1 di menta, 1 di eucalipto

Per Bagni argillosi si tratta di argilla sciolta nell’acqua e nella quale ci si immerge completamente o parzialmente (pediluvi, maniluvi, semicupi). Utilizzando questo metodo sarebbe il caso di non utilizzare la consueta vasca da bagno poiché, una volta scaricata, l’argilla potrebbe intasare le tubature: è consigliabile ricorrere ad una tinozza. 
Aggiungere all’acqua del bagno mezzo chilo di argilla verde fine o grossa con circa 10 gocce di oli essenziali. 

È possibile aggiungere oli essenziali, sostanze aromatiche all’argilla per la preparazione degli unguenti da usare sia a scopo medicamentoso che estetico. 
Si impiega argilla a granulometria ventilata, finissima; verde a fini curativi, bianca per usi cosmetici.

Per le maschere viso: 
miscelare argilla bianca (circa 3 cucchiaini abbondanti) con un cucchiaino di olio vegetale (mandorle dolci, di germe di grano, di jojoba) e 3-4 gocce di essenze scelte in base al tipo di pelle. Per la pelle grassa è più indicata l’argilla verde fine. 
- pelli grasse: 1 gocce di limone, 2 di lavanda; 
- pelli secche: olio di germe di grano, 1 goccia di arancio dolce e 2 di sandalo. 
Con l’argilla rossa, invece, si può realizzare un composto contro la pelle arrossata. Mischiare l’argilla con dell’acqua tiepida, magari floreale, applicare il composto in maschera, lasciare in posa 10-15 minuti poi risciacquare. Terminare la seduta applicando un’acqua astringente (idrolato di geranio, fiori d’arancio o sandalo).

Si usa polvere d’argilla ventilata, spargendola sulla parte come se si trattasse di talco. È eccellente per trattare piaghe, ferite, eczemi, arrossamenti, sui quali esercita una funzione disinfettante e antibatterica, favorendo nel contempo la ricostruzione dei tessuti lesi. 
Non esitare a ricorrere a questo rimedio poiché l’argilla è esente da germi microbici.

Per i gargarismi sciogliere 1 cucchiaio di argilla ventilata e lasciatelo riposare per un paio d’ore. Prima dell’uso agitare fortemente il liquido e non sciacquarsi dopo il gargarismo. Si utilizza in caso di affezioni del cavo orale e della gola.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/pasturo.html



.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



sabato 11 luglio 2015

L'ORRIDO DI BELLANO

.


Si tratta di una gola naturale creata dal fiume Pioverna le cui acque, nel corso dei secoli, hanno modellato gigantesche marmitte e suggestive spelonche. I tetri anfratti, il cupo rimbombo delle acque tumultuose che hanno ispirato moltissimi scrittori, hanno fatto dell'Orrido la località turistica più nota del Lario.

L'orrido è stato da sempre apprezzato dalle ricche famiglie bellanesi del passato, ad esempio i Denti che nel XV secolo sfruttavano già la forza delle cascate del fiume per la lavorazione del ferro. Nel XVII secolo divenne dimora di Cipriano Denti e poi ispirazione del poeta Boldoni. Ad oggi è ispirazione di una "bella" centrale idroelettrica.

La peculiarità dell'Orrido consiste nella possibilità di percorrere un tratto all'interno della gola camminando su passerelle fissate nella roccia, camminando in assordanti meandri che si affacciano su strapiombi vertiginosi.

Il percorso è molto suggestivo, fra cascate e grotte naturali, panorami mozzafiato e una ricca vegetazione, il sole si riflette negli anfrantti, creando bagliori incredibili. La leggenda narra di un guerriero di nome Taino, che la fantasia locale vuole sepolto proprio nelle profondità dell'Orrido di Bellano, insieme al suo immenso tesoro, custoditi da un enorme pietra che ricopre la sepoltura. 
La forza delle acque nei secoli scorsi era utilizzata per la lavorazione del ferro e nella conciatura delle pelli, oggi la potenza della cascata viene utilizzata per alimentare due centrali idroelettriche.

Presenze inquietanti abiterebbero l'Orrido di Bellano, lo spettacolare sistema di gole scavate dal torrente Pioverna. Già il nome del luogo e la morfologia evocano eventi inspiegabili, ma ad alimentare ulteriormente i dubbi circa la presenza di spiriti e fantasmi sono successi anche alcuni episodi al limite del paranormale. 
Negli anni '70 era precipitata e morta una persona; qualcuno ha fotografo tra le rocce e i riflessi delle gocce del fiume sulle pietre come un volto del tutto simile a quello di padre Pio da Pietralcina. 

Le sue acque di un verde opaco e suggestivo si raccolgono nel grande bacino che apre il percorso sono impetuose e rumorose.

La roccia scura, liscia e levigata dall’acqua, modella forme scultoree ora sinuose ora scabre, raggiungendo l’apice della violenza verso metà percorso. Qui l’impressione sarà di assistere al rovesciarsi sul fondo di un’autentica cascata che con impeto fuoriesce dalla montagna. È facile immaginare come l’Orrido sia stato da sempre associato a oscure presenze diaboliche, alimentando un alone di mistero che tuttora l’avvolge: una gola che inghiotte chi osa addentrarvisi. Il passaggio è in alcuni punti tanto stretto che allungando una mano potete quasi toccare la parete opposta, con una sensazione di sottile vertigine. L’effetto svanirà non appena la gola si apre, letteralmente catapultandovi in una valletta verdissima che vi farà dimenticare il lago placido e romantico da cui siete partiti. Lo vedrete apparire, lontano anni luce eppure così vicino, dal punto panoramico in cima a una bella scalinata.



A guardia dell'Orrido, su di una roccia del fiume Pioverana sorge la Casa del Diavolo; una curiosa torretta di cui non si conosce ne l'origine ne la funzione, la torre ad esagono irregolare si eleva su quattro piani collegati tra loro da una scala a chiocciola. 
Si narra che al suo interno si svolgessero licenziosi festini accompagnati da riti satanici ed evocazione del maligno; il suo nome è legato alle figure mitologiche, fra cui un satiro, che decorano la facciata dell'ultimo piano della torre.

Innanzitutto, tra le figure che adornano la facciata, si nota chiaramente un demone armato di forcone, così come ce lo suggerisce l’iconografia comune.



Non è comunque da dimenticare la presenza si uno strano volatile incoronato che alimenta l’atmosfera stregonesca.

Non se ne conosce l'origine e la funzione, già citata nel 1656 né la “Rosa Vermiglia” ma esistente da secoli precedenti e nel 1700 adibita a museo di fossili, risulta inserita nel catasto teresiano al nr. 124 e riprodotta in tutte le pubblicazioni del 1700, 1800 e 1900 relative alle bellezze naturali e paesistiche del Lago di Como tradotte in molte lingue. Il suo nome è legato alle figure mitologiche, fra cui un satiro, che decorano la facciata dell'ultimo piano. Si dice che all'interno si svolgessero licenziosi festini con rituali satanici.  

La torre ad esagono irregolare s'eleva su quattro piani con alcune finestre con ringhiera ed una scaletta a chiocciola interna che collega i piani tra loro.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/bellano.html






FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



venerdì 10 luglio 2015

LA DOLOMIA



Roccia semplice, sedimentaria costituita essenzialmente di dolomite. A questo minerale si associa quasi sempre la calcite in quantità più o meno considerevole. Le rocce che ne contengono una percentuale notevole sono però classificate come calcari dolomitici. Le dolomie hanno molti caratteri esteriori (colore, struttura) in comune con i calcari; i due tipi di rocce si distinguono però facilmente per le proprietà fisiche e chimiche dei minerali che sono i loro rispettivi costituenti principali. Siccome la dolomite, a differenza della calcite è difficilmente attaccata dagli acidi deboli o diluiti, i calcari dolomitici, per effetto delle acque carbonicate circolanti, si dissolvono in sabbia dolomitica. Analoga è la causa della struttura vacuolare e cavernosa, tanto comune nelle dolomie, e dei modelli di conchiglie fossili, frequenti in queste rocce. Le dolomie, come i calcari, si distinguono in varietà saccaroidi, spesso porose e friabili, compatte ed oolitiche. La stratificazione per lo più è poco distinta, frequente invece una divisione in banchi grossolani. Varietà saccaroidi molto note per i bei minerali accessorî in esse racchiusi sono quella di Campolongo nel Canton Ticino e della Valle di Binn nel Vallese.
Le dolomie resistono bene agli agenti atmosferici, ma sono più facili alle fratture per la loro poca plasticità. Perciò esse vanno soggette a una degradazione particolare che dà origine a un paesaggio caratteristico, molto accidentato, tutto guglie e spuntoni, detto paesaggio dolomitico.

Questa roccia prende il suo nome (come il minerale dolomite) dal naturalista e geologo francese Déodat de Dolomieu (1750-1801), il quale nel 1791 osservò tale roccia nei gruppi montuosi delle Dolomiti nel nord Italia.

Quando in un calcare la calcite è parzialmente sostituita da dolomite, esso viene chiamato calcare magnesiaco, calcare dolomitico o dolomia calcarea in funzione della specie mineralogica dominante in percentuale.

Il metodo tradizionalmente usato per distinguere, in maniera speditiva sul terreno, nelle rocce carbonatiche fra calcare e dolomia è la prova dell'acido cloridrico (HCl): una goccia di acido (diluito in acqua al 5% di concentrazione) viene versata su un campione di roccia: il calcare reagisce immediatamente con una schiuma effervescente, mentre la dolomia rimane apparentemente inerte.

La dolomitizzazione si verifica in condizioni ambientali particolari quali possono essere quelle ipersaline come ad esempio in ambienti tidali e lacustri, o in zone del sottosuolo dove si incontrano e mescolano acqua meteorica e acqua marina cioè in condizioni schizoaline. Inoltre, anche l'attività biologica può essere un fattore importante nel processo di dolomitizzazione, visto che la materia organica, in particolare alghe e batteri, sembra ne favorisca lo sviluppo. I criteri per la classificazione delle dolomie possono essere sia composizionali, riguardanti il rapporto calcio/magnesio, tessiturali e genetici.

Le Dolomie di precipitazione diretta, o primarie, sono rarissime e la precipitazione diretta di dolomite nell'acqua marina è fondamentalmente un problema di nucleazione molecolare che è un processo estremamente lento a basse temperature e, inoltre, la struttura della dolomite è altamente ordinata. Tra gli Autori è opinione corrente che tale processo sia stato estremamente raro anche nel passato geologico, tranne però, durante il Precambriano o il Paleozoico in cui la precipitazione diretta sarebbe stata favorita dall'alta pressione di anidride carbonica nell'atmosfera, dovuta alle ancora frequentissime eruzioni vulcaniche che, inoltre, producevano un elevato rapporto Magnesio/Calcio nelle acque.

Le Dolomie di sostituzione, invece, rappresentano la maggior parte delle dolomie antiche e recenti. Si formano a causa della conversione di un precursore minerale costituito da carbonato di calcio (solitamente calcite o aragonite), che sia sedimento sciolto o roccia, in dolomite: questo processo consiste essenzialmente in una parziale sostituzione degli atomi di calcio con quelli di magnesio. A basse temperature, lo smistamento degli ioni in una struttura cristallina è molto lento, anche tenendo in considerazione i tempi geologici: di conseguenza, si ipotizza che la dolomitizzazione non sia una reazione che avvenga allo stato solido ma che si attui mediante dissoluzione del carbonato di calcio e contemporanea precipitazione di dolomite a partire da una soluzione acquosa che attraversi il sedimento. In generale, perché si possa verificare sono necessarie due condizioni fondamentali: a) un rapporto Mg/Ca sufficientemente elevato e b) un meccanismo in grado di far fluire attraverso la roccia un volume sufficiente di soluzione "dolomitizzante", in modo che la reazione possa completarsi e quindi formarsi una vera roccia dolomitica. Naturalmente si necessita anche di un tempo sufficientemente lungo affinché la reazione possa espletarsi.

Sulla base del chimismo del fluido dolomitizzante si possono distinguere modelli ipersalini e modelli salmastri.
Le soluzioni ipersaline necessarie ad aumentare il rapporto Mg/Ca vengono prodotte tramite evaporazione e conseguente movimento ascensionale dei fluidi attraverso il sedimento che può esplicarsi con meccanismi differenti:
concentrazione capillare e pompaggio evaporitico
riflusso
Nel primo meccanismo si presuppone l'esistenza di una piana di marea retrostante una laguna; in condizioni climatiche aride, nei momenti di intensa evaporazione e ridotto rifornimento idrico, nelle aree sopratidali si innesca un movimento di risalita delle acque con sviluppo di evapotraspirazione. La perdita d'acqua è rimpiazzata dalla continua introduzione nel sistema di nuova soluzione di derivazione marina (nei settori più esterni della piana tidale) o continentale: l'evaporazione lascia, come residuo, una salamoia interstiziale che può raggiungere valori di salinità 5 volte superiori all'acqua marina normale e rapporti Mg/Ca pari anche a 40:1. Con queste condizioni esistono le premesse allo sviluppo della dolomitizzazione dei sedimenti attraverso i quali passano (e ristagnano) tali salamoie.

In questo sviluppo ricopre una grande importanza la antecedente precipitazione di gesso, poiché non solo permette di fissare il calcio (essendo un solfato di calcio), elevando ancor di più il rapporto Mg/Ca, ma soprattutto rimuove lo ione solfato che inibisce lo sviluppo della dolomitizzazione.
I sedimenti dolomitizzati di queste aree tidali sono dolomie microcristalline caratterizzate da laminazioni algali, fratture e poligoni da essiccamento e le tipiche fenestrae.

Nel meccanismo del riflusso, si presuppone l'esistenza di una piattaforma carbonatica bordata da barriere (scogliere organogene, barre litorali...) che racchiudono lagune interne, più o meno ristrette. Se il clima è arido, nei settori più interni di tali lagune si vengono a concentrare, per successive evaporazioni, dense salamoie ipersaline che poi, per gravità, tendono a rifluire verso mare; la presenza delle barriere limiterebbe il riflusso libero determinando il ristagno delle salamoie nelle parti più depresse delle lagune. Le salamoie così formatesi, nel tentativo di rifluire verso mare, percolerebbero attraverso i sedimenti dolomitizzandoli.

Nel modello salmastro si spiega come acque salmastre derivate dalla miscela di acque ipersaline e dolci siano in grado di dolomitizzare efficacemente le rocce attraversate. La diluizione di salamoie da parte di acque dolci, provoca una drastica diminuzione della salinità, mantenendo quasi costante il rapporto Mg/Ca, e le soluzioni risultanti rientrano nel campo di stabilità della dolomite.

In condizioni ipersaline bisogna raggiungere valori molto elevati nel rapporto Mg/Ca affinché si verifichi la precipitazione di dolomite invece di aragonite e/o calcite, mentre in condizioni salmastre, al contrario, la dolomite cristallizza con rapporti molto minori: basti pensare che sono sufficienti percentuali di acqua marina comprese tra il 5% e il 50% affinché si abbia sovrasaturazione della dolomite e quindi si verifichi la precipitazione di tale minerale.

Gli ambienti in cui possono aversi queste situazioni sono gli ambienti schizoalini cioè, ad esempio, gli ambienti costieri periodicamente interessati da acque "dolci" meteoriche, in seguito alle quali è possibile l'instaurarsi di acquiferi di acque dolci sotterranee che quindi diventano potenziali aree di dolomitizzazione.

Questo descritto, in letteratura geologica, è noto come "modello Dorag" e spiega l'origine di quelle dolomie che non sono associate a rocce evaporitiche, oppure in quelle in cui non esistono evidenze di alti strutturali o piattaforme carbonatiche.

La dolomia è usata come pietra ornamentale e come materia prima per la fabbricazione di cemento. È inoltre una fonte di ossido di magnesio.
È un'importante roccia serbatoio di petrolio.
A volte è usata al posto della calcite nel processo di produzione di ferro e di acciaio per la rimozione delle impurità durante la riduzione del minerale ferroso.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/turista-lecco.html



.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



Elenco blog Amici