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giovedì 7 gennaio 2016

ELIOTROPIO

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L'eliotropio, o elitropia, è una forma di calcedonio (che è una miscela criptocristallina di quarzo e del suo polimorfo monoclino mogánite). Il "classico" eliotropio è calcedonio verde scuro con macchie rosso-arancio dovute a inclusioni di ossido di ferro o diaspro. A volte, le inclusioni sono di colore giallo (actinolite), nel qual caso al minerale viene dato l'antico nome di plasma.

Le inclusioni rosse dovrebbero assomigliare a macchie di sangue, per questo viene erroneamente chiamato anche diaspro sanguigno e, in inglese, bloodstone.

Il nome eliotropio deriva da varie antiche nozioni circa il modo in cui il minerale riflette la luce; queste sono descritte, per esempio, da Plinio il Vecchio (Naturalis historia XXXVII.165).

L'eliotropio è l'oggetto di una delle novelle del Decameron di Boccaccio, con il nome di elitropia; è la pietra legata al segno zodiacale dei Pesci.

I giacimenti principali sono in India; si trova anche in Brasile, Cina, Australia e negli Stati Uniti d'America. Nell'isola di Rum, in Scozia, c'è un affioramento di "diaspro sanguigno".

Come pietra preziosa verde, si attribuiva all'elitropia la virtù di guarire le morsicature dei serpenti e anche di rendere invisibile chi la portava indosso. Ne parla Boccaccio, nella Novella di Calandrino e l'elitropia (VIII, 3), nel Decamerone:

« pietra di troppa gran virtù, perciocché qualunque la porta sopra di sé non è da alcun'altra persona veduto. »
Dante ne parla nel XXIV canto dell'Inferno:

« Tra questa cruda, e tristissima copia / Correvan genti nude, e spaventate, / Senza sperar pertugio, o elitropia. »
Il commentatore Francesco da Buti spiega:

« Elitropia; questa è una pietra, che, secondochè dice il lapidario, vale contr'a' veleni. »

Il termine della eliotropio deriva dalle parole greche helios, che significa il Sole e tropos, maniera. Questo perché nei tempi antichi le pietre di eliotropio si dicevano poter riflettere il sole: è probabile che l'aspetto dell' eleotropio ricordava il sole al tramonto con i riflessi di rosso che si stagliavano nell'oceano. I fedeli Cristiani durante il Medioevo usavano spesso l'eliotropio per scolpire le scene della crocifissione del Cristo e dei martiri, fatto che porta l'eliotropio ad essere anche soprannominato pietra martire.
La pietra eliotropio è stato utilizzato fin dall'antichità per aumentare l'energia personale e la forza fisica. L'eliotropio infonde calma, soprattutto in situazioni di sopravvivenza, ed accrescere l'adattabilità e il potere di organizzazione, diminuendo confusione e ansia.
L'eliotropio viene spesso usato per purificare e disintossicare il corpo, purifica i chakra inferiori, riallineando le loro energie.

In questa pietra è realmente imprigionata una potente energia,in grado di favorire l'affermarsi di un'indole combattiva e tenace.
L'Eliotropio aiuta il soggetto a perseguire fino in fondo i propri scopi,stimola e promuove il coraggio,la risolutezza e la volontà rafforzando la rettitudine e l'onestà.
accresce il senso di sicurezza in se stessi ed elimina i sensi di colpa,armonizzando gli stati emotivi scaturiti spesso da cariche energetiche eccessive che soccombono all'effetto della negatività.
L'Eliotropio attenua l'irritabilità,l'aggressività e l'impazienza,aiuta a superare gli stadi d'esaurimento e stimola l'attività onirica.
E' un potente antistress,sia mentale sia fisico,ma è sopratutto indicata come pietra della depurazione,per la capacità di disintossicare il sangue,ideale per combattere virus e batteri.
Le macchie di colore rosso tipiche dell'Eliotropio,starebbero proprio a caratterizzare le qualità terapeutiche di protezione e rinvigorimento di cui questa pietra è ben nota.
Proteggerebbe infatti dalle malattie legate all'indebolimento delle difese immunitarie - raffreddore,influenza,bronchite,tosse,mal di gola e tonsillite - e riattiverebbe la circolazione dell'energia nell'organismo svolgendo un'azione disintossicante e antinfiammatoria.



Oggi è utilizzata in cristalloterapia per prevenire e curare le malattie del sangue - ossigenando e bilanciando i quantitativi di ferro - comprese emorragie nasali e cicli mestruali con flusso abbondante,ma è sopratutto utile agli atleti per aumentare la forza fisica,proteggere e rinforzare il cuore e attenuare i crampi e lo stress da competizione.

L'Eliotropio è una pietra leggendaria,conosciuta per le proprietà terapeutiche e molto considerata dalle civiltà del passato.
Per via delle particolari macchie rosse,era simbolicamente considerata dagli antichi cristiani come il sangue di Cristo che, cadendo dalla croce,aveva macchiato la terra verde.
Proprio a causa di questo suo aspetto "sanguigno" si riteneva potesse curare le ferite del corpo e dell'anima.
I soldati romani lo utilizzavano per prevenire le ferite di battaglia e,nel caso di emorragie violente,lo tenevano premuto sulla ferita per arginarne il flusso.
Anche le donne in stato di gravidanza usavano legare un amuleto di Eliotropio al polso per prevenire aborti spontanei,mentre tenuto legato ad una coscia,avrebbe favorito un buon parto.
L'Eliotropio evoca il coraggio,insegnando a manifestare l'identità personale e i desideri più profondi.
L'energia dell'Eliotropio,scaturita dall'unione dei propri colori,forma una combinazione di forze capace di conservare l'equilibrio emotivo,fornendo il coraggio di confrontarsi con situazioni difficili.
Spesso è proprio attraverso atti di coraggio che troviamo la forza delle nostre convinzioni e della nostra fede.
L'Eliotropio libera dalle ombre dell'incertezza e aiuta a percorrere questa strada,che non significa affrontare pericoli e difficoltà se non è necessario,ma trovare in sè la capacità di agire grazie alla forza della mente e dello spirito.

L'Eliotropio è un cristallo molto potente le cui vibrazioni lavorano in connessione tra il primo chakra (vibrazione del colore rosso) e il quarto chakra (vibrazione del colore verde).
Collegandoli ed armonizzandoli,l'Eliotropio trasporta l'energia attraverso i chakra,dal basso verso l'alto,nella lenta e preziosa trasformazione che permette all'elemento fisico,di terra,di trasformarsi in elemento spirituale.
La forza vitale riduce lo stress a livello mentale ed emotivo,causa di stanchezza e spossatezza fisica ma anche a livello emozionale.
Infonde calma riducendo l'impazienza e l'aggressività.
attraverso l'apertura dei chakra,l'Eliotropio consente il diffondersi del coraggio necessario a rendere viva la voce del cuore e intraprendere il primo passo verso la consapevolezza.
Appoggiato in corrispondenza del primo chakra,sublima l'energia sessuale rendendola creativa e svolge una protezione degli organi coinvolti,in particolare delle ovaie,contro le infiammazioni.
Aumentando il flusso di forza vitale nei tessuti del corpo,il raggio verde dell'Eliotropio porterà guarigione e crescita incoraggiando la guarigione emozionale e il rinnovamento.

L'Eliotropio è la pietra protettrice dei nati sotto il segno dei pesci al quale,per definizione,appartengono due distinte personalità:una affascinante,magnetica e attraente,l'altra,caratterizzata da una riservatezza che sconfina spesso nella timidezza.
La protezione dell'Eliotropio tocca in modo significativo chi possiede le suddette caratteristiche e necessita di un aiuto per diventare più disinvolto e fiducioso in se stesso,conquistando il coraggio necessario per far risaltare la propria personalità.
L'indole naturalmente gentile,generosa e paziente dei pesci è potenziata dalla costante presenza della pietra che saprà renderli più simpatici e interessanti aumentando le prospettive di successo nella vita acquisteranno una estrema fiducia in se stessi,il coraggio e la capacità d'espressione per padroneggiare la timidezza e l'estrema sensibilità.

Da millenni gli esseri umani ricercano sostanze in grado di aumentare il desiderio sessuale e la virilità.
Queste fonti,chiamate afrodisiaci,dal nome greco della Dea dell'Amore e della bellezza,Afrodite,comprendono bevande,alimenti,piante ed erbe,prodotti di origine animale e polveri derivate dalla frantumazione di pietre e cristalli.
Una di queste pietre è proprio l'Eliotropio,ancora oggi molto utilizzato in India,regione che giustificherebbe la scarsa disponibilità di esemplari grezzi sul mercato.

Secondo le fonti mitologiche,in una citazione di Orfeo dichiarerebbe che se un sacrificio venisse commesso impugnando un diaspro scintillante,gli Dei,rallegrati,concederebbero abbondanti piogge benefiche per fecondare la terra riarsa.
Il diaspro citato è in realtà un diaspro sanguigno,sinonimo dell'Eliotropio,pietra capace di allontanare la siccità ma anche la grandine e in generale tutti quei pericoli che minacciano le coltivazioni.
Nel Medioevo era difatti conosciuto dai contadini come ottimo talismano,utilizzato durante la semina per assicurarsi una buona crescita del raccolto,credenza attribuibile al potere del suo colore predominante,il verde,di donare ricchezza e denaro.



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domenica 16 agosto 2015

I TRULLI



I trulli fino al 1870 non sono stati oggetto di ricerca e di studio: solo a partire dalla seconda metà dell'Ottocento iniziarono i primi studi e vennero formulate le prime teorie riguardanti la loro origine ed edificazione. In particolare l'origine delle costruzioni a trullo del nucleo di Alberobello è oggetto di ricerche e dibattiti.

È comunque possibile riconoscere nella tipologia del trullo lo schema classico della tomba micenea a thòlos del Tesoro di Atreo, databile tra 1500 e 1250 a.C. Tale tipologia costruttiva è, in forma più o meno primitiva, riscontrabile in varie parti del mondo e in particolare nei Paesi europei e nell'area del Mediterraneo. Per quanto non si possa escludere un'origine autoctona, la maggior parte degli studiosi concorda che l'architettura del trullo sia giunta dal Vicino Oriente. Le diverse località in cui si ritrovano tipi costruttivi analoghi sono accomunate dalla stessa disposizione tettonica e stratigrafica del terreno, che rende disponibile il particolare tipo di pietra necessario alla costruzione di queste strutture a secco. I popoli pelasgici (Elleni del I millennio a.C.), messapici, fenici (1200 a.C.) nel corso della preistoria sbarcarono numerosi anche in Puglia, attraversandola od occupandola, costruendo sia strutture megalitiche (come dolmen, menhir e nuraghi) sia microlitiche, come le specchie e i trulli.

Non si hanno però testimonianze di trulli millenari (iscrizioni, epigrafi o contrassegni) e gli esemplari più antichi possono essere datati alla fine del XVII secolo, nella forma semplice del trullo di campagna, non esclusivo della Murgia dei Trulli. Il terreno locale forniva facilmente il materiale da costruzione, grazie al sottosuolo calcareo costituito, in superficie, da strati sottili; i trulli infatti sono rari dove la geologia del terreno non è costituita da calcare stratificato.

I primitivi trulli pugliesi vennero edificati da contadini e pastori con le pietre raccolte sul posto, nei poderi stessi. Ad un solo vano, erano utilizzati come ricovero temporaneo o come deposito per gli attrezzi agricoli. Nel corso del tempo la tipologia subì una lenta evoluzione, arrivando ad abitazioni di più ambienti, costituite da un vano principale, più altri vani minori perimetrali come alcove.



La diffusione dei trulli fu provocata dal fenomeno del frazionamento del fondo feudale, che portò all'insediamento sparso nelle campagne e allo sfruttamento agricolo di terreni in precedenza incolti, con la necessità di costruire ricoveri per ogni podere. L'area un tempo boscosa in cui sorge il centro di Alberobello - un agglomerato unico al mondo con i suoi 1500 trulli - fu fino al 1481 un feudo dei duchi Caracciolo di Martina Franca, quindi passò in mano ai conti Acquaviva di Conversano, i quali fecero insediare numerosi contadini concedendo loro alcuni benefici (seppur riservandosi l'esclusivo diritto di proprietà), come la possibilità di costruire dei rifugi con la pietra locale, purché con murature a secco, senza l'uso di leganti idraulici come la malta, in modo da poterli rapidamente demolire in caso d'ispezione del viceré spagnolo del Regno di Napoli, eludendo così la Pragmatica de Baronibus, legge che imponeva autorizzazioni e tasse per i nuovi insediamenti, in vigore fino al 1700.

La selva di Alberobello fu urbanizzata soprattutto da uno di questi conti, Giangirolamo II Acquaviva d'Aragona detto il Guercio di Puglia (1600-1665), considerato dai suoi sudditi un tiranno vendicativo e sanguinario, arrestato e incarcerato nel 1648 a Madrid per volontà di Filippo IV. Il villaggio da lui fondato rimase un insediamento abusivo, nel quale i signori potevano vantare ogni diritto a scapito della popolazione, fino al 1797, quando contava 3500 abitanti e fu liberato dal giogo feudale dal re di Napoli Ferdinando IV. Nel 1910 Alberobello divenne un monumento nazionale.

L'altopiano delle Murge, per la sua stessa natura geolitologica a matrice essenzialmente calcarea, ha fornito la possibilità agli abili costruttori delle epoche più remote di progettare e tramandare fino ai nostri giorni queste costruzioni.

Il territorio in cui più importante è la presenza dei trulli si identifica geograficamente con la Valle d'Itria, dove sono chiamati casiedde (dal latino casella, piccola casupola, capanna). Qui la città di Alberobello (provincia di Bari), avendo un intero quartiere, coincidente con il centro storico cittadino, edificato integralmente con queste costruzioni, rappresenta a tutti gli effetti la "capitale dei trulli". Sino agli anni cinquanta del XX secolo, anche il comune di Villa Castelli (provincia di Brindisi) era costituito prevalentemente da trulli di cui oggi restano pochi esemplari. Altre aree in cui particolarmente diffuso è questo tipo di costruzione sono le zone rurali e/o periferiche delle cittadine limitrofe Locorotondo, Castellana Grotte, Conversano, Noci, Putignano, Turi, Bitonto e Monopoli e lo stesso agro del comune di Bari in provincia di Bari, Martina Franca, Mottola, Crispiano, Montemesola, Grottaglie in provincia di Taranto; Cisternino, Villa Castelli, Ostuni, Fasano, Selva di Fasano, Ceglie Messapica e Francavilla Fontana in provincia di Brindisi, che costituiscono la cosiddetta "Murgia dei trulli", ossia un territorio omogeneo per la diffusione dei trulli, la popolazione sparsa nelle campagne e la polverizzazione fondiaria. Nelle campagne circostanti a questi centri urbani negli ultimi decenni del XX secolo si è ampiamente diffusa la cultura del recupero e riuso dei manufatti antichi che connotano tale area, tanto da renderli appetibili ad un turismo stanziale ad alto livello che ha portato investitori stranieri, per lo più inglesi ad acquistare tenute di dimensioni considerevoli e spesso a trasferirvisi anche per diversi mesi all'anno.

Costruzioni simili sono presenti anche nella zona costiera dell'altopiano della Murgia pugliese, a partire dai territori di Monopoli e Polignano a Mare fino all'incirca a Barletta - rimanendo lungo la costa - e fino ad addentrarsi nell'entroterra dei Comuni della Murgia nord-occidentale (Bari); tali costruzioni più vicine al mare e utilizzate per altri scopi, presentano evidenti particolari architettonici differenti da quelli dei trulli propriamente detti, primo fra tutti la tipologia costruttiva della volta che è centinata e non più costituita dal conoide autoportante caratteristico del trullo.



Anche nel nord barese, nella Murgia nord-occidentale, si rinvengono numerose costruzioni a trullo. Queste venivano soprattutto utilizzate dai pastori, come ricoveri temporanei, e dagli agricoltori come depositi di attrezzi oltre che come riparo da improvvisi eventi meteorici. Alcuni sono di fattura molto pregiata e non si esclude che in talune epoche possano aver rivestito ruoli importanti nella difesa del territorio dalle incursioni saracene, altri invece molto più semplici.

La seconda area dei trulli in Puglia è però costituita dalla provincia di Taranto meridionale e in particolare dai comuni di Maruggio, Torricella e parte di quelli di Lizzano, Manduria, Sava e Avetrana dove i trulli vengono chiamati tròdduri, truddi e, per le strutture multiple, è usato il termine paritàru. Nella stessa area inoltre vi è la presenza di altre strutture a secco, chiamate pajare, costituite da una struttura in pietre a secco e un tetto fatto di fasci di sparto, che ne conferivano un aspetto quasi simile ai cottage irlandesi. Queste strutture sono tuttavia quasi del tutto scomparse. Anche il Salento (specie meridionale) costituisce un'area dei trulli rilevante. Qui le strutture vengono dette pajare, da non confondere con le strutture omonime del tarantino meridionale.

Per la costruzione della tipica struttura pugliese venivano utilizzate pietre calcaree del posto, il cui utilizzo ne implicava la rimozione dai campi, laddove impedivano la coltivazione. A ciò si deve l'esistenza di numerose tipologie costruttive, le quali dipendendo molto dal tipo di pietra rinvenuta (a chianca, tondeggiante, più o meno facilmente lavorabile, ecc.), variano anche nel raggio di pochi chilometri.


Il termine trullo deriva dalla parola greca trullos che significa cupola. Va detto, comunque, che la parola trullo è un termine piuttosto recente e sicuramente di derivazione dotta e scientifica.

Il termine con cui venivano chiamate  queste costruzioni a secco, nell'Altosalento e in tutta la Murgia dei trulli, era  semplicemente "casedda",  letteralmente piccola casa.  Di questo si tratta in realtà, di una modesta ma confortevole casa costruita dai contadini che sagacemente utilizzavano la materia prima più abbondante cioè la pietra calcarea.

Il  terreno è carsico con un sottile strato di terra rossa. Apulia petrosa, così veniva chiamata dagli antichi l'odierna Puglia, è il riferimento era proprio a quella zona della Puglia centro meridionale oggi a cavallo fra le province di Bari, Taranto e Brindisi  dove si è sviluppata quella civiltà contadina che ha modificato (con tanto sudore e sacrifici), una terra non  adatta a colture agricole redditizie. Il contadino sceglieva il posto dove costruire il trullo, in genere nella parte più rocciosa meno adatta alle coltivazioni, poi dissodava e plasmava il terreno eliminando la roccia affiorante che veniva utilizzata per la costruzione della base del trullo e dei muretti a secco. Dalla roccia calcarea spesso a  strati facilmente divisibili in lastre  si ricavavano le chiancarelle (pietre calcaree piatte) che, posate a secco (senza utilizzo di malta)  l'una sull'altra si elevavano in cerchi concentrici che man mano si restringevano fino a chiudere la volta conica. Diverse forme di pinnacoli chiudono il vertice del trullo: croci, stelle, sfere e altri simboli dal significato cristiano  o scaramantico. Per la pavimentazione del trullo si utilizzavano lastre sottili di pietra calcarea sapientemente levigate: le chianche.

Ed ecco che il laborioso e inventivo lavoro dei contadini ha prodotto questo nostro paesaggio: terreni geometricamente divisi dai muretti a secco, uliveti e vigneti, mandorli e frutteti e... una miriade di trulli (se ne contano a migliaia per la maggior parte utilizzati e in buono stato di conservazione).

Nel comprensorio dei trulli solo la cittadina di ALBEROBELLO ha due quartieri interamente a trullo: Rione Monti  e Rione Aia Piccola già monumenti nazionali dall'inizio del secolo scorso e dichiarati dall'UNESCO patrimonio mondiale dell'umanità.

I trulli di  Alberobello si susseguono uno accanto all'altro, lungo viuzze e stradine lastricate di "chianche", creando paesaggi e magiche atmosfere davvero uniche e irripetibili..

Ancora oggi, il significato del pinnacolo è avvolto dal mistero, ma sono state avanzate diverse ipotesi: ce’ chi attribuisce ad esso valori magici, chi pensa che abbia solo una funzione ornamentale, posto sul Trullo a completamento dell’opera, in base all’inventiva del trullaro costruttore; c’e’ chi ritiene che sia stato imposto dal regnante stesso. Per costruire i Trulli, che grazie alla loro particolare struttura consentono un’ottima climatizzazione interna, fresca d’estate e accogliente d’inverno, ci vogliono dei veri specialisti, i maestri trullari che attualmente si contano sulle dita di una mano.




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mercoledì 15 luglio 2015

LE QUATTRO MATTE



Abitavano, un tempo, a Colere, paese posto sotto le pendici della Presolana, quattro giovani sorelle, belle e vanitose che si chiamavano: Erica, Gardenia, Genzianella e Rosina e più di un giovane nella vallata se n’era innamorato, fino a compiere le più strane pazzie per conquistarle, ma senza alcun risultato.

Gli anni passavano, però, anche per loro e, prima che la bellezza e la leggiadria dei loro volti appassisse, decisero di fidanzarsi. Scelsero quattro avvenenti pastori del posto, fratelli anche loro. Si era ormai vicini alle nozze e, l’argomento era all’ordine del giorno nell’intera Valle, quando in un fresco mattino di primavera accadde l’imprevisto. Recatesi a far legna nell’abetaia che si arrampica fino ai piedi della cupa parete est della Presolana, Erica, Gardenia, Genzianella e Rosina incontrarono un gruppo di gnomi.
Erano, questi abitatori del bosco, degli esseri strani, di piccola statura e di aspetto alquanto buffo e ridicolo.
Gli abitanti della Val di Scalve evitavano questi esseri e rabbrividivano solo a nominarli. Ad essi attribuivano il potere di rivestire di bianco la montagna, di scatenare le bufere più violente, di scatenare frane e valanghe. In poche parole a loro erano attribuiti tutti gli eventi tragici che avvenivano nei boschi e sulle rupi della montagna. Le quattro sorelle ne avevano sentito parlare, ma per il loro carattere strafottente presero alla leggera l’incontro fissato con gli spiritelli. Esse, divertite, invitarono gli gnomi a consumare la colazione in loro compagnia. Continuarono, poi, la giornata con balli sempre con la strana compagnia dei folletti. I nani, invaghitisi delle ragazze, si fecero promettere che ogni sabato, al calar del sole, sarebbero tornate all’abetaia con loro.

Era un pegno d’amore che le fanciulle, scherzosamente, sottoscrissero. Ogni sabato sera, le quattro sorelle, tornarono all’abetaia per incontrare i folletti, credendo di poter impunemente beffare gli abitatori della montagna. Ma un giorno uno gnomo, vagando nel bosco vicino al paese, vide due boscaioli che discutevano. Incuriosito s’avvicinò per ascoltare i loro discorsi. Apprese così che le quattro sorelle si vantavano di aver gabbato i temibili folletti del bosco e che andavano in spose ai quattro fratelli pastori.
Il folletto, adirato, corse ad avvisare il loro capo il quale indisse immediatamente un’assemblea dei suoi sudditi. Nella notte cupa, gravida di cattivi presagi, mai si videro sulla Presolana così tanti gnomi. Essi erano giunti da ogni dove ad emettere la sentenza contro le figlie degli uomini, ree di tradimento. L’indomani, l’ultimo sabato in cui le fanciulle sarebbero salite ad incontrare i nani, esse, non sarebbero più ritornare alle loro case. Questa fu la sentenza del gran Consiglio dei folletti.

Alle parole di vendetta, pronunciate dal re degli gnomi, anche le piante rabbrividirono e gli animali scapparono nel folto della boscaglia a cercare riparo. Venne l’alba, il sole risorto inondò la vallata, riscaldandola. Quando già si preparava per morire nuovamente dietro la Presolana, Erica, Gardenia, Genzianella e Rosina salirono, ridendo, all’abetaia per dare l’addio ai loro piccoli amanti. I folletti stavano ad aspettare, bianchi in volto, con sguardo cupo e minaccioso e, quando le videro apparire, le invitarono con semplici lusinghe a seguirli. Ovunque, lungo il loro cammino, era silenzio, mistico, irreale.
Le ragazze seguivano i piccoli nanetti come automi, attratte da una forza misteriosa. Salirono per scoscesi pendii, superarono anfratti e cenge e man mano ai primi si unirono altri folletti. Mentre salivano, gli gnomi, cantavano una nenia, strana, ammaliante e le membra delle fanciulle diventavano sempre più rigide e fredde. Quando i folletti furono giunti sulla sella a picco su Colere, pronunciarono alcune parole magiche, quindi si allontanarono intonando un’altra nenia, lugubre e triste. Le quattro sorelle, impazzite di terrore, restarono immobili, l’una accanto all’altra a guardare l’abisso sottostante. Un lampo accecante illuminò le rocce e la vallata immersa nel sonno e la terribile vendetta dei folletti si compì: le ragazze si erano trasformate in pietra.

All’alba un pastorello uscito dal suo riparo per portare le pecore al pascolo, udì un flebile lamento salire verso il cielo azzurro. Egli vide le quattro figure e corse al paese a chiamare aiuto. Ma ormai gli uomini accorsi sul posto, non poterono fare più niente per le quattro disgraziate: esse erano divenute parte della montagna stessa e per sempre sarebbero rimaste nel regno dei folletti. Ancora oggi a picco sul paese di Colere si ergono quattro pinnacoli incastonati tra due poderose cime.

Chi, nelle fresche mattinate domenicali sale sulle creste della Presolana ode ancora il lamento delle sorelle: le Quattro Matte.





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domenica 12 luglio 2015

IL VERRUCANO



La pietra verrucana o verrucano è un insieme di rocce metamorfiche di origine sedimentaria.

In geologia stratigrafica, si intende per verrucano un’unità litoformazionale affiorante nella Toscana marittima sino al Promontorio Argentario, costituita da conglomerati quarzoso-filladici, arenarie, argille e scisti filladici rossastri di età variabile dal Permiano superiore al Triassico medio-superiore e di facies tipicamente continentale.

Il nome deriva dal Monte Verruca, nel Monte Pisano, dove si trovavano vasti affioramenti di tale roccia e che fu studiato dal geologo pisano Paolo Savi nel 1832. Compongono la roccia conglomerati quarzosi, anageniti, quarziti, filladi e scisti pelitici, con il colore che può variare dal rosso violaceo al grigio-verde.

La varietà più nota delle quarziti è il grigio verdastro chiaro ed è una pietra massicciamente usata nell'edilizia medievale di Pisa e delle città vicine (Livorno in particolare), soprattutto per la costruzione di strutture portanti di chiese, palazzi e torri.

Il Verrucano Lombardo è un'unità geologica di età tardo-permiana, affiorante nel Dominio Sudalpino lombardo e nel Trentino occidentale.

Si tratta di depositi silicoclastici continentali, di colore rosso, caratterizzati da alternanze di arenarie e conglomerati sedimentatisi in ambiente fluviale.

Abbiamo conglomerati a granulometria molto variabile, cui si alternano arenarie a grana medio-grossolana, con composizione quarzoso-feldspatica, abbondante matrice e cemento siliceo-argilloso, compatte, che localmente passano a siltiti e peliti. Caratteristico il colore rossastro indicante forte ossidazione del sedimento. I conglomerati sono costituiti in parte da frammenti litici di quarzo latteo e rosa, rocce vulcaniche e in parte metamorfiche. Queste rocce si sono originate da depositi di conoide alluvionale e piana alluvionale sedimentatisi in aree continentali a clima arido o semi-arido (a paleo-latitudini verosimilmente tropicali), drenate da corsi d’acqua a regime torrentizio di tipo intrecciato (braided) o meandriforme. Erano quindi aree caratterizzate da apporti sedimentari concentrati e massicci con cadenza stagionale, separati da lunghi periodi di magra, con intensa ossidazione dei sedimenti. I depositi derivanti da un contesto di questo tipo mostrano una stratificazione lenticolare, a volte anche alla scala dell’affioramento, con bruschi contatti verticali (sovente erosivi) e frequenti passaggi laterali di facies. Sono talora osservabili anche strutture sedimentarie da corrente (laminazioni parallele e incrociate) e frequenti inclusi pelitici derivati dall’erosione e dal trasporto di frammenti di materiale fangoso da parte delle correnti fluviali. Non è mai stata segnalata la presenza di fossili.

La composizione del Verrucano indica una origine dei depositi per erosione in parte del basamento metamorfico, in parte delle coperture vulcaniche e terrigene Permiane.

Gli spessori massimi dell'unità variano da 100 a 500 metri tra il Lario e le Giudicarie; gli spessori minori si registrano lungo il crinale orobico (da 20 a oltre 200 metri).

Data l'assenza di fossili diagnostici, l'età della formazione è desunta per via indiretta dalla sua posizione stratigrafica. L'unità poggia tramite una marcata discorformità stratigrafica sia sul basamento metamorfico che sui depositi continentali silicoclastici e vulcanici del Permiano Inferiore. Il limite superiore è invece dato dalla base del Servino, risalente al Triassico Inferiore. L'età di deposizione del Verrucano Lombardo è quindi, per interpolazione, il Permiano Superiore (Tatariano). Questa datazione è confermata da quella delle formazioni che si sviluppano verso oriente lateralmente al Verrucano Lombardo: le Arenarie di Val Gardena e la Formazione a Bellerophon, databili in base al loro contenuto faunistico e floristico.



LEGGI ANCHE : asiamicky.blogspot.it/2015/07/pasturo.html



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venerdì 10 luglio 2015

LA DOLOMIA



Roccia semplice, sedimentaria costituita essenzialmente di dolomite. A questo minerale si associa quasi sempre la calcite in quantità più o meno considerevole. Le rocce che ne contengono una percentuale notevole sono però classificate come calcari dolomitici. Le dolomie hanno molti caratteri esteriori (colore, struttura) in comune con i calcari; i due tipi di rocce si distinguono però facilmente per le proprietà fisiche e chimiche dei minerali che sono i loro rispettivi costituenti principali. Siccome la dolomite, a differenza della calcite è difficilmente attaccata dagli acidi deboli o diluiti, i calcari dolomitici, per effetto delle acque carbonicate circolanti, si dissolvono in sabbia dolomitica. Analoga è la causa della struttura vacuolare e cavernosa, tanto comune nelle dolomie, e dei modelli di conchiglie fossili, frequenti in queste rocce. Le dolomie, come i calcari, si distinguono in varietà saccaroidi, spesso porose e friabili, compatte ed oolitiche. La stratificazione per lo più è poco distinta, frequente invece una divisione in banchi grossolani. Varietà saccaroidi molto note per i bei minerali accessorî in esse racchiusi sono quella di Campolongo nel Canton Ticino e della Valle di Binn nel Vallese.
Le dolomie resistono bene agli agenti atmosferici, ma sono più facili alle fratture per la loro poca plasticità. Perciò esse vanno soggette a una degradazione particolare che dà origine a un paesaggio caratteristico, molto accidentato, tutto guglie e spuntoni, detto paesaggio dolomitico.

Questa roccia prende il suo nome (come il minerale dolomite) dal naturalista e geologo francese Déodat de Dolomieu (1750-1801), il quale nel 1791 osservò tale roccia nei gruppi montuosi delle Dolomiti nel nord Italia.

Quando in un calcare la calcite è parzialmente sostituita da dolomite, esso viene chiamato calcare magnesiaco, calcare dolomitico o dolomia calcarea in funzione della specie mineralogica dominante in percentuale.

Il metodo tradizionalmente usato per distinguere, in maniera speditiva sul terreno, nelle rocce carbonatiche fra calcare e dolomia è la prova dell'acido cloridrico (HCl): una goccia di acido (diluito in acqua al 5% di concentrazione) viene versata su un campione di roccia: il calcare reagisce immediatamente con una schiuma effervescente, mentre la dolomia rimane apparentemente inerte.

La dolomitizzazione si verifica in condizioni ambientali particolari quali possono essere quelle ipersaline come ad esempio in ambienti tidali e lacustri, o in zone del sottosuolo dove si incontrano e mescolano acqua meteorica e acqua marina cioè in condizioni schizoaline. Inoltre, anche l'attività biologica può essere un fattore importante nel processo di dolomitizzazione, visto che la materia organica, in particolare alghe e batteri, sembra ne favorisca lo sviluppo. I criteri per la classificazione delle dolomie possono essere sia composizionali, riguardanti il rapporto calcio/magnesio, tessiturali e genetici.

Le Dolomie di precipitazione diretta, o primarie, sono rarissime e la precipitazione diretta di dolomite nell'acqua marina è fondamentalmente un problema di nucleazione molecolare che è un processo estremamente lento a basse temperature e, inoltre, la struttura della dolomite è altamente ordinata. Tra gli Autori è opinione corrente che tale processo sia stato estremamente raro anche nel passato geologico, tranne però, durante il Precambriano o il Paleozoico in cui la precipitazione diretta sarebbe stata favorita dall'alta pressione di anidride carbonica nell'atmosfera, dovuta alle ancora frequentissime eruzioni vulcaniche che, inoltre, producevano un elevato rapporto Magnesio/Calcio nelle acque.

Le Dolomie di sostituzione, invece, rappresentano la maggior parte delle dolomie antiche e recenti. Si formano a causa della conversione di un precursore minerale costituito da carbonato di calcio (solitamente calcite o aragonite), che sia sedimento sciolto o roccia, in dolomite: questo processo consiste essenzialmente in una parziale sostituzione degli atomi di calcio con quelli di magnesio. A basse temperature, lo smistamento degli ioni in una struttura cristallina è molto lento, anche tenendo in considerazione i tempi geologici: di conseguenza, si ipotizza che la dolomitizzazione non sia una reazione che avvenga allo stato solido ma che si attui mediante dissoluzione del carbonato di calcio e contemporanea precipitazione di dolomite a partire da una soluzione acquosa che attraversi il sedimento. In generale, perché si possa verificare sono necessarie due condizioni fondamentali: a) un rapporto Mg/Ca sufficientemente elevato e b) un meccanismo in grado di far fluire attraverso la roccia un volume sufficiente di soluzione "dolomitizzante", in modo che la reazione possa completarsi e quindi formarsi una vera roccia dolomitica. Naturalmente si necessita anche di un tempo sufficientemente lungo affinché la reazione possa espletarsi.

Sulla base del chimismo del fluido dolomitizzante si possono distinguere modelli ipersalini e modelli salmastri.
Le soluzioni ipersaline necessarie ad aumentare il rapporto Mg/Ca vengono prodotte tramite evaporazione e conseguente movimento ascensionale dei fluidi attraverso il sedimento che può esplicarsi con meccanismi differenti:
concentrazione capillare e pompaggio evaporitico
riflusso
Nel primo meccanismo si presuppone l'esistenza di una piana di marea retrostante una laguna; in condizioni climatiche aride, nei momenti di intensa evaporazione e ridotto rifornimento idrico, nelle aree sopratidali si innesca un movimento di risalita delle acque con sviluppo di evapotraspirazione. La perdita d'acqua è rimpiazzata dalla continua introduzione nel sistema di nuova soluzione di derivazione marina (nei settori più esterni della piana tidale) o continentale: l'evaporazione lascia, come residuo, una salamoia interstiziale che può raggiungere valori di salinità 5 volte superiori all'acqua marina normale e rapporti Mg/Ca pari anche a 40:1. Con queste condizioni esistono le premesse allo sviluppo della dolomitizzazione dei sedimenti attraverso i quali passano (e ristagnano) tali salamoie.

In questo sviluppo ricopre una grande importanza la antecedente precipitazione di gesso, poiché non solo permette di fissare il calcio (essendo un solfato di calcio), elevando ancor di più il rapporto Mg/Ca, ma soprattutto rimuove lo ione solfato che inibisce lo sviluppo della dolomitizzazione.
I sedimenti dolomitizzati di queste aree tidali sono dolomie microcristalline caratterizzate da laminazioni algali, fratture e poligoni da essiccamento e le tipiche fenestrae.

Nel meccanismo del riflusso, si presuppone l'esistenza di una piattaforma carbonatica bordata da barriere (scogliere organogene, barre litorali...) che racchiudono lagune interne, più o meno ristrette. Se il clima è arido, nei settori più interni di tali lagune si vengono a concentrare, per successive evaporazioni, dense salamoie ipersaline che poi, per gravità, tendono a rifluire verso mare; la presenza delle barriere limiterebbe il riflusso libero determinando il ristagno delle salamoie nelle parti più depresse delle lagune. Le salamoie così formatesi, nel tentativo di rifluire verso mare, percolerebbero attraverso i sedimenti dolomitizzandoli.

Nel modello salmastro si spiega come acque salmastre derivate dalla miscela di acque ipersaline e dolci siano in grado di dolomitizzare efficacemente le rocce attraversate. La diluizione di salamoie da parte di acque dolci, provoca una drastica diminuzione della salinità, mantenendo quasi costante il rapporto Mg/Ca, e le soluzioni risultanti rientrano nel campo di stabilità della dolomite.

In condizioni ipersaline bisogna raggiungere valori molto elevati nel rapporto Mg/Ca affinché si verifichi la precipitazione di dolomite invece di aragonite e/o calcite, mentre in condizioni salmastre, al contrario, la dolomite cristallizza con rapporti molto minori: basti pensare che sono sufficienti percentuali di acqua marina comprese tra il 5% e il 50% affinché si abbia sovrasaturazione della dolomite e quindi si verifichi la precipitazione di tale minerale.

Gli ambienti in cui possono aversi queste situazioni sono gli ambienti schizoalini cioè, ad esempio, gli ambienti costieri periodicamente interessati da acque "dolci" meteoriche, in seguito alle quali è possibile l'instaurarsi di acquiferi di acque dolci sotterranee che quindi diventano potenziali aree di dolomitizzazione.

Questo descritto, in letteratura geologica, è noto come "modello Dorag" e spiega l'origine di quelle dolomie che non sono associate a rocce evaporitiche, oppure in quelle in cui non esistono evidenze di alti strutturali o piattaforme carbonatiche.

La dolomia è usata come pietra ornamentale e come materia prima per la fabbricazione di cemento. È inoltre una fonte di ossido di magnesio.
È un'importante roccia serbatoio di petrolio.
A volte è usata al posto della calcite nel processo di produzione di ferro e di acciaio per la rimozione delle impurità durante la riduzione del minerale ferroso.


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mercoledì 24 giugno 2015

LA PIETRA PENDULA



La Pietra Pendula è situata in località Montepiatto (comune di Torno), quasi sulla sommità del dosso, ed è raggiungibile tramite la mulattiera che sale all'omonimo nucleo. Si tratta di un masso di ghiandone proveniente dalla Val Masino, poggiato su uno stretto basamento di roccia calcarea locale, molto probabilmente assottigliato ad opera dell'uomo per far risalire il blocco roccioso, in modo da accentuare la caratteristica forma di fungo. Presenta incise le lettere PP, che potrebbero significare semplicemente Pietra Pendula, ma anche Proprietà Provinciale o Proprietà Privata. Le sue dimensioni sono circa 2 m di lunghezza, 4 m di larghezza e 3 m di altezza, per un volume di circa 50 metri cubi.

Su un pannello didattico si legge:

Monumento Naturale sito nel Comune di Torno; 610 m s.l.m.
È un blocco di granito ghiandone proveniente da imponenti movimenti glaciali che ne hanno reso possibile lo spostamento dalla Val Masino; la pietra poggia su un basamento di roccia calcarea locale, presumibilmente forgiata dall’uomo in modo da simulare un grande e particolarissimo fungo.
Le sue dimensioni sono di 2x4x3 m, per un peso di 60 t circa.
La Pietra Pendula è certamente affascinante, sia per la curiosa e misteriosa espressione geologica che possiede, sia per la collocazione all’interno di un bosco maturo di latifoglie montane, dove dominano querce, ciliegi e carpini.


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giovedì 28 maggio 2015

IL CARRO DEI TAROCCHI

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Il Carro è la settima carta degli arcani maggiori dei tarocchi.

Nel gioco di carte, è di valore immediatamente superiore agli Amanti e di valore immediatamente inferiore alla Giustizia.

La figura rappresenta di solito un Re o un guerriero che conduce un carro (o una biga) trainato da due cavalli, in alcuni casi uniti nella parte finale del corpo. A volte la biga è alata.

Il Re o il guerriero ha generalmente un copricapo, a volte (se è un Re) una corona. I cavalli sono spesso di due colori diversi. A volte trainano il carro in direzioni diverse, ma producendo sempre un avanzamento in avanti.

Nei tarocchi Rider-Waite, nei tarocchi Wirth-Knapp, nei tarocchi di Papus, ai due cavalli si sostituiscono due sfingi.

Il Carro è l’arcano numero sette, il numero primo più alto, divisibile solo per se stesso, il più attivo dei numeri dispari. Il Sette rappresenta, dunque, l’azione per eccellenza, a tutti i livelli: su se stessi e sul mondo. A differenza dell’Imperatrice, arcano numero tre, l’azione del Carro è più matura, in quanto basata sull’esperienza accumulata dagli Arcani precedenti, e si propone un obiettivo.
Nei tarocchi di Marsiglia, il soggetto della carta è rappresentato da tre elementi: due cavalli, un veicolo e il suo conducente; il nome della carta non allude al personaggio, come era accaduto finora, ma allude al veicolo.
Il conducente è rappresentato da un giovane uomo in cui potremmo riconoscere un principe o un re, dal momento che porta la corona. Il giovane re ha un’espressione nobile e virile, guida con sicurezza il cocchio, non gli è necessario tenere i cavalli con le briglie: è un conquistatore nato e manifesta tutta la sicurezza di chi ha combattuto e vinto superando ostacoli di ogni tipo. La sua armatura rifulge di colori brillanti e tutta la sua figura emana luminosità, simboleggiante la piena vittoria. Il Sette, infatti, numero di buon auspicio e sacro sin dall’antichità (il Sette è dato dai tre piani dell’essere più i quattro elementi), è il numero del compimento, dell'interezza di una serie: sette sono, non casualmente, i giorni della settimana, le virtù, i vizi capitali, le note musicali, i colori dell'arcobaleno, i tradizionali pianeti dell'astrologia. La figura sul carro può rimandare all'eroe dalle gambe nude della carta precedente, l’Innamorato, che armatosi contro le difficoltà ora procede dominandole dall'alto, cioè da una posizione che gli permette di vedere la direzione della meta e quindi di guidare il suo veicolo senza identificarsi con un lato o l'altro del dilemma, ma dominando entrambi da un punto di vista superiore e centrale rispetto alla dualità delle cose.
Possiamo vedere il lui anche la figura dell'Imperatore che, scelta la via del successo, inizia a percorrerla. Il conducente del Carro porta il suo scettro nella mano destra, senza stringerlo come faceva l'Imperatore, ma con una scioltezza che indica il sicuro dominio della situazione.
Il carro ha forma di quadrato, è color rosa carne e affonda nella terra: è, quindi, ancora legato alla realizzazione materiale. Il giovane re trae dal cubo la sua potenza solare, attiva, destra; il cubo è stato preliminarmente purificato e ora è fornito di ruote per il movimento. La realizzazione concreta dell'Imperatore, qui si mette in moto rompendo la staticità inerte della pietra, iniziando una trasformazione sul piano dell'azione nel mondo. Decisa la linea d'azione, con l’arcano dell’Innamorato, ora, con il Carro si inizia a percorrerla.
Sulle spalle del giovane vediamo due maschere a forma di luna, la duplice natura lunare è stata trasformata in un’unica forza. Le due maschere potrebbero rappresentare anche il passato e il futuro, il positivo e il negativo: il condottiero del Carro agisce, infatti, nel pieno del presente, aperto al passato e al futuro, alla luce e all’ombra.
Il condottiero ci ricorda il Sagittario, infatti dell’uomo vediamo solo la metà al di sopra della cintura: la sua parte inferiore del corpo sembra equina; infatti, i due cavalli sembrano far parte del suo corpo perché tutti e tre scaturiscono dal carro.
I due cavalli rappresentano le forze vitali, animali, istintive, quelle che tirano il carro rompendo la forza d'inerzia. Gli istinti o le forze dell’inconscio ora sono al servizio del giovane che le ha vinte aggiogandole al suo carro. Naturalmente esse non hanno perso nulla della loro natura selvaggia e animalesca, che anzi risalta proprio con la loro raffigurazione sotto aspetto di animali, proprio come nella raffigurazione del cane che spinge in avanti il Matto.
Il cavallo che tira verso sinistra il carro ha un occhio chiuso e lunghe ciglia, rimandandoci così alla polarità femminile; l’altro cavallo, che tira verso destra, ci rimanda invece alla polarità maschile. I due animali rappresentano, quindi, i due aspetti della contraddizione, due forze repulsive: Acqua e Fuoco, Ying e Yang. Esse, però, appartengono alla stessa natura perché entrambe scaturiscono dal Carro, entro il quale sta la parte posteriore dei cavalli a noi invisibile. Questi due principi, benché uniti, sono di natura opposta: l'aspetto contraddittorio è mostrato dal fatto che i due cavalli tirano in direzione opposte. Hanno però una meta in comune poiché come il guidatore guardano verso destra. L'unità di intenti e di direzione dà, quindi, a tutti gli elementi del composto una unità. La situazione è di equilibrio: un equilibrio dato dal movimento e un movimento dato dall'equilibrio che è dinamico e non statico, quasi a ricordare il senso segreto dell'I King: "L'esistenza si edifica sul mutamento". L'importante è che il Carro proceda e che la direzione sia unitaria: tutti gli elementi del composto devono andare incontro allo stesso processo di trasformazione. Il Carro indica, quindi, lo stato di colui che riesce a dominare il settenario in tutte le sue forme e manifestazioni, su tutti i piani dell'essere e nel suo aspetto contraddittorio allo scopo di servirsene per andare avanti.
Insieme ai cavalli, il giovane re forma una figura triangolare, mentre il carro ha la forma del quadrato. Si ha, quindi, un triangolo nel quadrato, rappresentazione dello spirito nella materia. Il Carro rievoca, così, la ricerca alchemica: la materializzazione dello spirito e la spiritualizzazione della materia. Si potrebbe dire in quest’ottica che il carro rappresenti il corpo, i cavalli l’energia e il personaggio lo spirito.
Il carro è sormontato da un baldacchino, sorretto da quattro colonne. Il baldacchino è una sorta di velo che chiude l’orizzonte del cielo; sarà la Stella, arcano XVII, a sollevare quel velo; le dodici stelle rappresentate sul drappo del baldacchino ci rimandano alle forze cosmiche. Le quattro colonne sorreggono il baldacchino quasi a dire che l'Alto, nel senso della dimensione superumana, è già penetrato e unito con il Basso, e dal Centro di questa unione viene la direzione che il Carro percorre. Infatti, le quattro colonne sono appaiate a due a due: la stessa unità contraddittoria espressa dai cavalli ritorna a confermare la corrispondenza Alto-Basso che bisogna sempre tenere presente. Le quattro colonne rappresentano anche i quattro elementi che formano il cubo.
Sul carro, al centro del blasone, è rappresentata una goccia verde. Secondo alcune leggende, fra tutte le cellule mortali del corpo umano, ne esiste una soltanto in grado di sopravvivere alla morte fisica. Il Carro ricorda in questa goccia verde la nostra speranza di immortalità: inserisce nella materia una coscienza impersonale.
A seconda del tipo di tarocchi si possono fare diverse ipotesi. Il Re o il guerriero è colui che tiene tra le mani le redini del proprio agire. La vittoria e il trionfo; a volte addirittura la vendetta. È colui che si trova a confronto con la consapevolezza di poter decidere del proprio destino.

I cavalli che trainano il Carro sono in numero pari: a seconda dei tipi, una coppia guarda a destra, l'altra a sinistra, oppure, in altri casi, entrambi i cavalli guardano nella stessa direzione. Essi rappresentano, secondo alcuni, le due colonne del Tempio di Salomone (Boaz e Jachin), ovvero la Legge e la Giustizia. I cavalli rappresentano, per alcuni, nei loro opposti colori, la capacità di "guidare" il corso degli eventi in una data situazione.

Inoltre, il Carro può rappresentare la scelta: un cavallo tira a destra, l'altro tira a sinistra (ma non in tutti i tarocchi). Non si sa quale cavallo il conducente seguirà.

Questa carta è inoltre collegata alla simbologia platonica dell'anima che, dopo la morte, nell'Empireo viene filosoficamente trascinata in due direzioni da un carro in cui gli unici due cavalli, uno bianco ed uno nero (tipici nei disegni di questa carta) vanno uno verso il basso (rappresentante l'Istinto) ed uno verso l'alto (rappresentante la Ragione).

La medesima simbologia la si ritrova nell'albero delle Sephiroth.

Ha corrispondenze astrologiche con il segno del Sagittario, segno dell'ambizione e del desiderio di emergere.

Nell'Albero della Vita è il diciottesimo sentiero che collega l'Intelletto (Binah) alla Severità (Geburah).

Rappresenta la fedeltà e l'equilibrio, ma anche, ovviamente la gloria. Sono però implicite la perizia e la prudenza, il valore di chi deve condurre un mezzo tra possibili ostacoli, poiché chi sa valutare sempre i fattori contrastanti sarà in grado di trionfare su tutto e tutti. Il Carro è, in fondo, un arcano di vittoria e trionfo sugli eventi. Per alcuni, la traversata pericolosa dell'uomo nella materia per raggiungere il mondo spirituale. Si può leggere anche un futuro dubbio, in cui il soggetto avrà di fronte due strade.

E’ la carta del trionfo e del successo, soprattutto in campo sociale. Indica che una questione si risolverà nel modo migliore. Il successo è determinato dalle azioni dell’individuo, non dal Fato.
Rimanda anche alla consapevolezza, alla stabilità emotiva, alla fiducia in se stessi, all’autocontrollo e a un grande intuito.
Può indicare anche un viaggio o l’arrivo di una persona da lontano.
Dal punto di vista affettivo, un rapporto sentimentale è in stadio di grande sviluppo positivo.
Dal punto di vista professionale, rimanda ad una posizione invidiabile, a successi, avanzamenti di carriera.
Può rappresentare una persona straniera particolarmente benevola nei confronti del consultante; un amante dalla forte sessualità. Si tratta generalmente di una persona di sesso maschile, di età compresa tra i quaranta e sessant'anni, molto sicura di sé, combattiva ed idealista, dotata di iniziativa.

La carta essendo così forte e dinamica inverte o esaspera, se capovolta, tutti i suoi buoni auspici.
Tuttavia, il suo aspetto attivo non è del tutto colpito, per cui ci si rimetterà brevemente in sesto, soprattutto se circondata da carte positive. La vittoria può tramutarsi in sconfitta, può esserci un periodo di stallo, un’incapacità di agire creativamente e costruttivamente.Un viaggio può andare male o essere rimandato.
Dal punto di vista affettivo si vive l'amore in maniera egoistica con la tendenza a dominare il partner oppure ci si fa trascinare dai sentimenti, senza avere una visione lucida delle cose.
Dal punto di vista professionale possono esserci difficoltà causati da errori o dal temperamento troppo aggressivo del consultante, intollerante agli ordini dei superiori.
Può rappresentare anche una persona dall’ambizione eccessiva con una volontà impositiva oppure, se le carte che circondano il Carro capovolto sono deboli, una persona inconcludente, priva di ideali, che vive alla giornata.

Come tempi il Carro è molto veloce una settimana come massimo, ma, logicamente, si brucia subito, non più di due mesi di durata.

La pietra abbinata è lo Smeraldo.



LEGGI ANCHE : http://popovina.blogspot.it/2015/05/i-tarocchi-la-storia.html


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martedì 26 maggio 2015

GLI AMANTI DEI TAROCCHI


Gli Amanti è la sesta carta degli arcani maggiori dei tarocchi; è conosciuta anche come l'Innamorato o l'Amore.

L'iconografia è molto varia. In genere, rappresenta un uomo tra due persone in procinto di sposarsi; altre volte, un uomo tra due donne, altre volte ancora, una donna tra due uomini. Dietro campeggia un angelo in un disco solare, a volte sostituito da Eros, da Cupido, che scocca la freccia.

La figura centrale, in alcuni tarocchi, ha il volto rivolto verso uno dei personaggi laterali ma il corpo e i piedi rivolti verso l'altro personaggio. In altri casi, ha i piedi rivolti verso entrambi gli innamorati.

La posizione dei due innamorati, in alcuni tipi di tarocchi, è di unione nella parte inferiore del corpo e distaccato dal busto in su, ricordando una "y", il che suggerisce, in questo caso, la lettura della carta come rappresentazione di un bivio, di una scelta a livello amoroso.

L'ottimismo e i buoni sentimenti, i voti, i desideri, ma anche le tentazioni piacevoli. Il vero amore è sempre coinvolgente e non sempre rispetta le situazioni già consolidate (matrimonio, fidanzamento). Confronta i grandi amori impossibili, per esempio Lancillotto e Ginevra. L'amore è la forza più potente dell'Universo. Per altri, più che l'amore la carta rappresenterebbe il libero arbitrio, la scelta tra bene e male (non a caso a volte nella rappresentazione iconografica le tre figure sono sostituite da Adamo ed Eva). L'uomo innamorato si trova a dover scegliere, è nell'incertezza. Il desiderio d'amore.

Secondo alcuni autori, con il sesto arcano entriamo nel secondo gruppo degli Arcani Maggiori: nel primo gruppo l’uomo (il Bagatto) veniva iniziato alle forze che governano il mondo: l’armonia (la Papessa), l’intelletto (l’Imperatrice), l’azione (l’Imperatore) e la sintesi (il Papa); nel secondo gruppo l’uomo entra a far parte del mondo cosciente, ossia l’uomo deve effettuare scelte personali.
L’Innamorato è una delle carte più ambigue dei Tarocchi e una delle peggio interpretate. Il Sei, nella numerologia, simboleggia il piacere, la bellezza, tutto ciò che supera le considerazioni materiali, rappresenta il momento in cui, al di là dei bisogni materiali, si osa fare quello che si vuole davvero, ciò che piace. La tonalità predominante in questa carta ha a che fare con la vita emozionale.
L’Innamorato è il primo arcano in cui abbiamo più personaggi che compaiono allo stesso livello (i discepoli del Papa erano più piccoli di lui e comparivano di spalle), è quindi una carta di relazione che rappresenta l’inizio della vita sociale.
L'immagine dell’arcano, nei tarocchi di Marsiglia, è divisa in due scene. In basso, un giovane che ha le gambe nude (simbolo di gioventù e quindi di inesperienza), è circondato da due donne. La prima, alla sua sinistra, è bionda e giovane, indossa una tunica in cui prevale il blu e l’azzurro. Con la mano sinistra tocca il cuore dell'uomo, tutto nel suo atteggiamento indica la dolcezza, la purezza, l'amore e l'abbandono. La seconda donna, alla sua destra, ha un aspetto più maturo e meno seducente (il naso è pronunciato e gli angoli della bocca sono piegati verso il basso), osserva ricambiata il giovane, il quale ha tuttavia un gesto di ritegno e porta la mano alla cintura. La donna è vestita con un abito in cui predomina il rosso (simbolo di energia, di desiderio) e cerca di attirare il giovane verso di sé afferrandolo con la mano sinistra per una spalla, la sua mano destra è rivolta verso il suolo, come ad offrirgli i beni di questa terra. Le relazioni tra i tre personaggi sono estremamente ambigue e si prestano a molteplici interpretazioni: ci si potrebbe vedere un giovane che presenta alla madre la propria fidanzata oppure una donna che scopre il proprio marito insieme all’amante… Secondo l’interpretazione tradizionale, il giovane sembra esitare tra le due donne che rappresentano rispettivamente l'amore puro e platonico (donna alla sinistra) e l'amore cosciente e attivo (donna alla destra). Alcuni autori, tra cui O. Wirth, parlano di esitazione tra virtù e vizio, ma nulla indica che una delle due donne sia cattiva, che una delle due vie che gli vengono proposte sia nefasta. Altri autori ritengono che la donna alla destra del giovane, il cui viso è mascolino, rappresenti la polarità maschile che sospinge il giovane verso la donna di sinistra, ossia la donna amata che rappresenta la polarità femminile. L'accettazione del lato sinistro operata dal Papa qui diventa innamoramento, cioè un’unione senza più contraddizione tra la polarità femminile/ricettiva e la polarità maschile/attiva (rappresentata dall’unione tra la donna e l’uomo), unione anche tra il volere e il poter agire. Sul piano simbolico i tre personaggi possono rappresentare anche le tre istanze dell’essere umano: l’intelletto, il centro emozionale e il centro sessuale che si uniscono.
La seconda scena si svolge sopra le loro teste. Questa è anche la prima carta dei Tarocchi in cui appare un intervento superiore, qualcosa che viene dall'alto e che irraggia sull'essere umano ormai trasformato e purificato: un angioletto, Cupido, emerge dal sole (sole che si ritrova anche nel colore dei capelli dei personaggi). Il sole è enorme, bianco, con raggi gialli e rossi, simbolo, allo stesso tempo, di purezza e fonte di energia, che mescola l’azione al lato spirituale e a quello fisico. Il cupido è nudo, color carne, e simboleggia l'amore umano. La freccia è orientata verso la mano della fanciulla di sinistra.
L'Innamorato esprime dunque una scelta difficile, una prova: la scelta è innanzitutto una scelta interiore che rimanda all'ambivalenza e all'indecisione dovuta alla mancanza di esperienza.
La carta ha valenza pari e quindi suggerisce dubbio, scelta; ma, nello stesso tempo, esprime sintesi, collegamento, unione, quindi ha anche una valenza solare. In essa si manifesta il destino dell'uomo come vocazione e adesione. La carta rimanda all’unione di Cielo e Terra, fuoco celeste e fuoco terrestre, triangolo d'acqua e triangolo di fuoco; la loro unione è dovuta al fatto che essi sono una cosa sola e soltanto in questo momento tale verità viene vissuta concretamente come una scelta. Può trattarsi di una scelta di vita, esistenziale, di una scelta tra un modo di essere e un altro, tra una donna e un'altra, tra un uomo e un altro, tra il bene e il male (o ciò che si ritiene tale), tra l'amore e la solitudine, eccetera.
La sesta carta dei Tarocchi è talvolta indicata dal Sigillo di Salomone, la stella a sei punte formata da due triangoli intrecciati: uno con la punta rivolta verso l'alto, il triangolo di Fuoco, e l'altro con la punta verso il basso, il triangolo d'Acqua. Difatti l'Innamorato rappresenta l'equilibrio magico tra i due Tre, cioè tra due irradiazioni opposte e tuttavia unite perché complementari. L’Innamorato rappresenta, quindi, l'unione, la combinazione, l'attrazione, il compenetrarsi degli opposti. Gli opposti però ci sono e attraggono in due direzioni, cosicché l'essere umano risulta scisso, spaccato in due, talvolta sofferente in questa contraddizione. Lo scoccare della freccia di Cupido fa sì che l'essere umano aderisca alla scelta e il Due diventa Uno, i due Tre diventano un Sei. L'innamorato perciò rappresenta l'Amore, il legame tra Dio e il creato come tra la creatura e il creatore, tra l'interno e l'esterno, tra l'Alto e il Basso: l'amore è la forza potente che muove l'essere umano al suo destino in base a una scelta che proviene dal cuore e che nello stesso tempo è un dono fatto da Dio agli uomini per perfezionare ciò che la natura ha lasciato imperfetto. Infatti, la carta rappresenta il libero arbitrio, la scelta, la coincidenza tra scelta umana e divina.
La carta al positivo:
L’Innamorato, più che una carta che rimanda all’amore, ad esclusione di casi particolari in cui le carte vicine lo confermano, è una carta che rimanda ad una scelta affettiva, all’attesa, a rapporti, quindi, che sono ancora in formazione. Il consultante si trova di fronte a una decisione importante, ma si tratterà di una scelta libera, da compiere in tutta calma, senza pressioni esterne e che, in ogni caso, si rivelerà vincente. Nel momento della scelta è importante affidarsi al sesto senso, all’intuizione, al cuore, cui la carta fa riferimento. Dal punto di vista affettivo rimanda a una fase di infatuazione, contrassegnata da scelte e progetti che coinvolgono un'altra persona; può anche trattarsi di una decisione difficile ma necessaria per mettere fine a uno stato di confusione sentimentale, quindi una scelta fra due persone. Dal punto di vista professionale rimanda all’arte, alla fantasia, a buone idee che devono essere messe in pratica, a una scelta importante da effettuarsi nell’ambito lavorativo che riguarda le proprie aspirazioni.
Rimanda anche a una persona volubile, indecisa ma, in fondo, buona e generosa; può riferirsi a un artista, a una persona creativa ed originale. Può indicare il consultante stesso durante la fase dell’infatuazione oppure un giovane innamorato di età inferiore ai trent'anni.
La carta al negativo:
Quando l'Arcano si presenta capovolto, il dubbio si trasforma in una scelta difficile, non priva di contraddizioni e ripensamenti. Il consultante rischia di percorrere la via sbagliata, priva di sbocchi. Prevale l’indecisione, l’incapacità a scelta, scegliere, l’apatia, un blocco emotivo. Dubbi, esitazioni, incertezze portano a rimandare all'infinito una soluzione necessaria. Inoltre si presta ad interpretazioni riguardanti l'egoismo, alla centralizzazione, imposizione delle proprie scelte come oro colato, volontà di determinazione e di giudizio sulle decisioni altrui, ingannevole convinzione di non sbagliare mai le proprie scelte.
Sul piano affettivo rimanda a una decisione errata che rischia di incrinare un rapporto armonioso. Anche sul piano professionale una decisione errata può causare danni. Può rappresentare una persona inaffidabile, doppia, falsa; anche un partner coinvolto solo superficialmente.

Il tempo va da quindici giorni fino a tre mesi, anche per la sua durata.

Le pietre abbinate sono : Carbonio, Ambra, Topazio.

Gli Amanti consigliano di farsi guidare dall'Amore. Ascolta quello che il tuo cuore ti dice. Ci deve essere passione ed entusiasmo in quello che fai. Porta Amore nel lavoro e nei rapporti con gli altri. Decidi in base a ciò che ami fare, e non a quello che dovresti fare. Stai con qualcuno solo per amore. Tra l'amore e il dovere, scegli l'amore. Agisci in unione con altri, piuttosto che da solo. Segui il Sentiero del Cuore. Fai ciò che ti entusiasma. Segui la tua vocazione. Stai con persone con cui c'è affinità a tutti i livelli. Metti insieme le cose e le persone, creando una sintesi che rappresenti il meglio di ciascuna di esse. Elimina dalla tua vita quello che stai facendo con scarsa convinzione. Lasciati andare alla passione.



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