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giovedì 9 luglio 2015

IL MARMO

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Il marmo è un materiale naturale il cui uso da parte dell’uomo per l’edilizia è vecchio quanto la sua storia. Splendente, lucido, con venature, colori ed effetti particolari, il marmo ha caratteristiche ineguagliabili di solidità e durata, ma per altri versi è anche molto fragile e delicato.

Il vocabolo marmo deriva dal greco antico μάρμαρον (mármaron) o μάρμαρος (mármaros), con il significato di "pietra splendente", a sua volta derivato dal verbo μαρμαίρω (marmàirō), che significa "splendere, brillare".
 
Il marmo si forma attraverso un processo metamorfico da rocce sedimentarie, quali il calcare o la Dolomia, che provoca una completa ricristallizzazione del carbonato di calcio di cui sono in prevalenza composte e danno luogo ad un mosaico di cristalli di calcite o di dolomite (minerale). L'azione combinata della temperatura e la pressione, durante la trasformazione della roccia sedimentaria in marmo, porta alla progressiva obliterazione delle strutture e tessiture originariamente presenti nella roccia, con la conseguente distruzione di qualsiasi fossile, stratificazione o altra struttura sedimentaria presenti nella roccia originaria.

Il colore del marmo dipende dalla presenza di impurità minerali (argilla, limo, sabbia, ossidi di ferro, noduli di selce), esistenti in granuli o in strati all'interno della roccia sedimentaria originaria. Nel corso del processo metamorfico tali impurità vengono spostate e ricristallizzate a causa della pressione e del calore. I marmi bianchi sono esito della metamorfizzazione di rocce calcaree prive di impurità.

Per marmo lastronato si intende una lastra di marmo "povero" completamente placcata (rivestita) con lastre (spesse circa 5 millimetri) di uno o più marmi pregiati. I marmi lastronati venivano utilizzati, ad esempio, come piani per i mobili per alte committenze. Con questa tecnica i marmisti di un tempo ottenevano piani in marmo pregiatissimi risparmiando notevolmente sull'impiego di marmi notoriamente costosissimi.
Il basso indice di rifrazione della calcite, che permette alla luce di "penetrare" nella superficie della pietra prima di essere riflessa, dà a questo materiale (e soprattutto ai marmi bianchi) una speciale luminosità, che lo ha reso particolarmente apprezzato per la scultura. Si ricordi, a titolo di esempio, che l'artista e scultore Michelangelo Buonarroti prediligeva il "marmo bianco" della Versilia per le sue opere.

I marmi non colorati sono una fonte di carbonato di calcio puro, che viene utilizzata in un'ampia varietà di industrie. La polvere di marmo è un componente di coloranti e vernici, di dentifrici e di materie plastiche. Viene utilizzata anche nell'industria cartaria in affiancamento al caolino.

La classificazione prevede come parametro le caratteristiche del territorio che ospita la cava, dando vita a due tipologie predominanti, cave di pianura e di monte. Si definiscono cave di pianura quelle in cui tutte le lavorazioni vengono effettuate ad una quota inferiore al livello di campagna. Questa caratteristica implica un problema dovuto alle eventuali acque sotterranee che, infiltrandosi al di sotto della falda freatica, rendono umidi i cantieri; diventano quindi necessarie centrali di pompaggio e sistemi di canali per il loro allontanamento, rimedio decisamente costoso.

Le cave aperte a quote collinari o montagnose si definiscono cave di monte e anche queste comportano un problema, la difficoltà del loro raggiungimento infatti richiede la costruzione di strade spesso lunghe e costose a causa del territorio generalmente accidentato. Capita che il costo elevato di tale opera non sia sostenibile da una singola attività di estrazione, si rende quindi necessario organizzare la cava come un bacino di estrazione dove accederanno più imprese. In alcune realtà dove l’economia dovuta all’estrazione del marmo è molto importante, come ad esempio nella provincia di Massa Carrara, le spese dovute alla costruzione di strade d’accesso alle cave vengono finanziate dalla pubblica amministrazione.

L'operazione principale che avviene nelle cave è l'estrazione; quest'ultima ha subito un'evoluzione dovuta principalmente alla scoperta di nuovi materiali in grado di incidere con maggiore efficacia e precisione il marmo. Quando l'uomo ancora non conosceva i metalli duri costruiva utensili di pietra, con cui era in grado di lavorare prevalentemente rocce tenere ma anche i più duri graniti. Successivamente l'uomo conobbe e utilizzò il ferro per la costruzione di utensili che servivano ad incidere la roccia seguendo delle tecniche precise. Venivano applicate nelle venature del marmo (spesso sfruttando fratture naturali ed anfratti) leve di metallo e cunei di legno. Questi ultimi venivano imbevuti d’acqua in modo da gonfiarsi aumentando il loro volume e la relativa pressione sul blocco da staccare. Questa tecnica è stata del tutto superata con l’avvento della polvere da sparo. Negli ultimi cento anni il progresso tecnico ha portato un notevole sviluppo delle tecniche di taglio con conseguente incremento della produzione. Molto diffusa è stata la tecnica di taglio mediante l’utilizzo del filo elicoidale che sfruttava, quale materiale tagliente, sabbia quarzosa aggiunta all’acqua. Successivamente il carburo di silicio ha sostituito la sabbia e negli ultimi vent’anni il filo diamantato e le segatrici a catena hanno sostituito integralmente le tecnologie precedenti.

Il marmo, dopo l'estrazione dalle cave per mezzo di seghe "diamantate", oppure utilizzando la tecnologia dell'acqua pressurizzata, può essere lavorato a forma di lastre piane. Queste variano da uno spessore minimo di 1 cm, fino ad uno spessore massimo di circa 30 cm: lastre con spessore inferiore al centimetro risulterebbero eccessivamente fragili, scarsamente resistenti a sforzi di flessione e taglio, mentre spessori superiori consentono alla lastra di superare le fasi di lavorazione e trasporto evitando fessurazioni o rotture del materiale.

Una lastra con spessore superiore a trenta centimetri prende il nome di "massello". Le lastre e i masselli vengono lavorati con i centri di taglio.

Le lastre di marmo vengono impiegate come finitura, ad esempio per rivestire pavimentazioni e talvolta pareti.

Trattandosi di un materiale poroso tende ad assorbire sostanze oleose, ecco perché talvolta viene sottoposto a trattamenti protettivi specifici.

Il costo di una lastra varia a seconda del pregio del marmo, della provenienza e del tipo di lavorazione adottata, oltre che, ovviamente delle dimensioni geometriche.

Per la lucidatura dei prodotti finiti e delle lastre si utilizzano lucidatrici con manettone, a ponte e a nastro. Le lucidatrici a manettone o a ponte sono macchine dalla struttura molto semplice, con quantità di produzione molto ridotta, a vantaggio della qualità che per alcuni materiali può essere elevata. Diversamente, le lucidatrici a nastro possono avere una grande produttività, con qualità comunque alta. Quest'ultimo tipo di macchine presenta un banco con un nastro dove depositare il materiale da lavorare; sopra il nastro scorre un ponte porta mandrini, cioè un sostegno mobile con degli apparecchi meccanici che montano abrasivi e lucidanti e tengono fermo il pezzo da lavorare. Nella lavorazione del marmo generalmente si utilizzano macchine con un numero di mandrini che varia fra otto e dodici. Molto più diffusa è però la lucidatura chimica, che fa uso di prodotti chimici come gli acidi. Per il marmo vengono selezionati acidi contenenti alcuni ossidi, che impediscono alle sostanze corrosive di rovinare il pavimento. Altre sostanze utilizzate sono i lucidanti, composti che vengono sfregati sul pavimento per accentuare/aumentare la lucidità del marmo.
La fiammatura insieme alla lucidatura è la tecnica di lavorazione più usata su superfici. Viene usata per le pavimentazioni esterne perché offre sia un piacevole effetto decorativo che un effetto antisdrucciolo. Questa lavorazione prevede uno shock termico, provocato da un cannello alimentato con ossigeno e propano, che fa scoppiare la superficie della lastra facendone risaltare il colore naturale e conferendole una certa rugosità.
La bocciardatura è una tecnica utilizzata per conferire alla lastra un aspetto di superficie scolpita e quindi non semplicemente levigata, lisciata. Le macchine per questo tipo di lavorazione utilizzano un piano rulli per lo scorrimento del materiale da lavorare e un martello pneumatico provvisto alla sua estremità di utensili di materiale duro che hanno lo scopo di scolpire la superficie.
La sabbiatura prevede una levigazione della lastra sfruttando il getto di acqua mista a sabbia attuato da un ugello che scorre a velocità regolabile sul pezzo da lavorare, adagiato anche in questo caso su un piano di rulli.
La spazzolatura, antichizzazione è una tecnica che serve per conferire alla superficie della lastra un aspetto consumato (per questo è chiamata anche antichizzazione). La lavorazione si esegue mediante l'uso di spazzole abrasive applicate a macchinari per la levigatura. Le spazzole vanno ad incidere maggiormente là dove il materiale presenta concentrazioni più tenere e quindi si ottiene una superficie irregolare ma lucida. Questa tecnica si va via via sempre più diffondendo ed è possibile intensificare l'effetto mediante la precedente bocciardatura del materiale.
L'acidatura avviene mediante appositi acidi che operano una corrosione sulla lastra, la superficie del marmo viene incisa creando una finitura grezza anticata che mette in evidenza le venature del marmo che vengono, a seconda del grado di acidatura scavate ancor di più. Questa tecnica rende la lastra in precedenza lucida o grezza anticata con una finitura che però si presenterà irregolare e con delle morbide cavità. L'acidatura è efficace sulla maggior parte dei marmi morbidi, molto dipende dalla durezza e composizione dello stesso.
Ormai tutte queste macchine prevedono anche sistemi di carico e scarico sui piani di rulli, progettati per rendere sicuro il posizionamento di pezzi fragili come le lastre, il cui danneggiamento causerebbe una perdita di profitto.

Il marmo è una roccia molto apprezzata nota per la sua resistenza, l’aspetto estetico, la capacità di essere lucidata e la resistenza alla maggior parte degli agenti atmosferici. Ha una varietà di usi ed è stato utilizzato in tutte le civiltà per gli usi più svariati dalla scultura all’architettura. Questo materiale è disponibile in una varietà di texture a seconda della sua composizione e dalla sua genesi.
Il marmo è il tipo di roccia metamorfica che si forma da calcare e dolomite, in determinate condizioni di calore e pressione. Il metamorfismo è il complesso delle reazioni chimico-fisiche allo stato solido con le quali una roccia si adegua ad un nuovo ambiente ovvero a nuove condizioni di pressione e temperatura. Il marmo quindi, come tutte le rocce metamorfiche, deriva dalla ricristallizzazione su vasta scala di calcari preesistenti che ha dato luogo a una struttura microcristallina; come si può rilevare dalle immagini al microscopio su una superficie fratturata di recente, presenta una grana fine con piccoli cristalli orientati a caso e saldati, con un aspetto che ricorda quello del più comune zucchero, il saccarosio e perciò la struttura del marmo è anche definita saccaroide.
I marmi, dal punto di vista chimico, sono costituiti da carbonato di calcio ad alto grado di purezza;  come tutte le rocce calcaree vengono corrose dagli acidi. Attualmente, a causa del progressivo inquinamento dell’aria, cui segue il fenomeno delle piogge acide, le strutture, le decorazioni e le statue di marmo e di travertino subiscono danni irreparabili.
Se una sostanza acida come, ad esempio, una goccia di limone, cade sul marmo della cucina è inutile cercare di eliminare quella macchi biancastra che si forma  nel punto di contatto: il calcare si è trasformato infatti irreversibilmente in monossido di calcio.
Da un punto di vista petrografico i marmi  derivano dalla trasformazione strutturale dei calcari di origine sedimentaria, in seguito a pressioni, attriti e calore.  Da un punto di vista commerciale, viene definito marmo qualsiasi pietra che presenti le caratteristiche salienti del marmo  propriamente detto, e cioè la versatilità ad essere scolpito, levigato e lucidato, ad essere ridotto in blocchi e lastre. Una classificazione dei marmi viene solitamente effettuata sulla base del colore che può interessare l’insieme della superficie oppure soltanto le venature, ma anche altri criteri di classificazione sono invalsi nell’uso, quali la specificazione del tipo di fossile che ha contribuito a originare il primo giacimento dal quale il marmo si è poi originato. Si parla pertanto di marmi ammonitici, nummulitici ecc. il colore del marmo è determinato da impurezze inglobate.
Il più importante dei marmi biaanchi è il marmo di Carrara che, se è purissimo viene detto statutario; il marmo bianco con venature grigiastre viene detto venato.  Durante il Rinascimento fu il marmo utilizzato da Michelangelo per le sue sculture, il quale veniva a scegliere personalmente i blocchi con cui realizzare le proprie opere.
I marmi azzurri sono presenti nelle cave della Toscana. Il colore è dovuto alla presenza di   sostanze carboniose  quali grafite, carbone e bitume
Il colore rosso è dovuto alla presenza di ossidi di ferro, come l’ematite Fe2O3.
Il colore giallo è dovuto alla presenza di ossidi di ferro.
Con il nome di marmo verde vengono indicate impropriamente le rocce serpentinose irregolarmente da vene bianche di calcare; verde Polcevera, verde Levanto, verde di Prato, verde di Cesana, verde Châtillon.
Il marmo nero venato di Muroglio è perfettamente lucidabile e la cui colorazione è dovuta a ossidi di ferro.
Marmi policromi sono costituiti da frammenti calcarei tenuti insieme da cemento di anfibolo anch’essi colorati come le brecce di Serravezza e Stazzena.

Il marmo presenta caratteristiche fisiche e tecniche che lo rendono poco comodo e pratico per un uso domestico prolungato e frequente, dove viene spesso sottoposto a pressioni e “aggressioni” di vario genere, anche se trattato per renderlo meno poroso e meno sensibile alle macchie. Ecco quindi che se era l’ideale per templi e palazzi, non è invece indicato per un uso diffuso nelle abitazioni, dove può essere impiegato ma riservandolo ad applicazioni specifiche.

Il costo delle lastre di marmo dipende dalla tipologia, dalla cava di provenienza e dal tipo di lavorazione subita. Un tipo di prodotto particolare è il cosiddetto “marmo lastronato”: si tratta di un composito formato da un’anima di materiale “povero” che viene rivestita con sottili lamine di marmo pregiato; questa lavorazione ha permesso, anche in passato, di ottenere rivestimenti e oggetti pregiati con un notevole risparmio economico.

Esteticamente e al tatto, il marmo soprattutto nei pavimenti, può creare un senso anche di freddezza esteriore, di freddo vero e proprio nella stagione invernale ma di fresco nella stagione estiva. Tuttavia il senso di freddo può essere attenuato utilizzando tappeti caldi e accoglienti, che ben si interscano dal punto di vista estetico con le venature e i motivi del marmo scelto.

Ovviamente anche il costo del marmo potrebbe essere uno svantaggio, in quanto si tratta appunto di un materiale di pregio; se l’estetica del marmo piace e se si vuole ovviare a tutti gli inconvenienti, come il costo e anche la difficoltà di manutenzione e pulizia, si possono acquistare materiali artificiali alternativi, che pur essendo facili da pulire e più economici, hanno tutto l’aspetto del marmo.

Data la natura porosa del marmo, esso va costantemente curato e pulito, oltrechè utilizzato con attenzione. .

Per quanto riguarda il marmo che riveste mobili e arredi, ma anche i piani da lavoro di bagno e cucina, la pulizia da effettuare può essere di due tipi: superficiale, da svolgersi spesso se non quotidianamente, e approfondita, quindi salutaria. In entrambi i casi la procedura non è però troppo semplice e va compiuta con accuratezza, seguendo una tecnica particolare.
Procedure per la pulizia:
innanzitutto, occorre eliminare con un pennello lo sporco superficiale
non utilizzare sostanze detergenti perché potrebbero rovinarlo
lavare quindi con una spazzola morbida e acqua distillata
aggiungere sapone neutro o dieci gocce di ammoniaca per ogni litro d’acqua; non superare tale quantitativo in quanto l’ammoniaca potrebbe corrodere il marmo
eseguire possibilmente le operazioni all’aria aperta in prossimità di acqua corrente, per poter sciacquare l’oggetto abbondantemente
risciacquare con acqua distillata
asciugare con un panno di lana

Per eseguire una pulizia più approfondita occorre:
esaminare il piano alla ricerca di zone opache o le macchie ben visibili
se troviamo piccole incrostazioni, si possono rimuovere in modo delicato, con apposite lame specifiche, facendo attenzione a non graffiare il marmo
utilizzare polvere di pomice da versare sul marmo e da strofinare con un panno umido, per rimuovere le macchie e dare uniformità alla superficie
risciacquare con acqua distillata
asciugare con panno di lana.

Per le macchie di unto non utilizzare mai detergenti smacchianti che potrebbero rovinare il marmo irrimediabilmente. Per togliere le macchie di unto occorre:

preparare una mistura di fecola di patate ed essenza di trementina (metà e metà)
applicare la mistura al marmo macchiato
coprire l’impasto con un foglio di carta in alluminio
rimuovere il tutto dopo qualche ora
ripetere le operazioni se la macchia dovesse persistere
coprire il marmo con carta bianca
lasciare asciugare il marmo per qualche giorno
effettuare una finitura a cera

La finitura a cera consiste nel far penetrare con un piccolo tampone una cera bianca a base siliconica nel marmo e dopo qualche ora lucidare il marmo con un panno di lana.

Esistono anche altre tecniche per pulire il marmo. Una di queste consiste nel procurarsi acido ossalico e polvere di pomice, ingredienti reperibili in negozi di prodotti chimici, un barattolo per diluirli, e poi nel munirsi di un panno di tela di iuta, un panno di cotone e un panno di lana, nonché di una spugna e infine procurarsi un barattolo di cera bianca. Dopo essersi procurati l’occorrente, è necessario:
utilizzare il panno di tela di iuta umido per passare la polvere di pomice sul marmo
sciacquare con acqua
preparare un impasto di acido ossalico e acqua: un quarto di acido e tre quarti di acqua
stendere col panno di iuta la mistura ottenuta abbondantemente su tutta la superficie
attendere qualche minuto, affinché il composto venga assorbito dal marmo
risciacquare più volte con una spugna
aspettare un giorno perché la superficie si asciughi completamente
passare la cera bianca
lucidare con un panno in spugna.

Per pulire i pavimenti in marmo, è consigliabile prima di tutto trattarli con prodotti impermeabilizzanti e idrorepellenti; in secondo luogo ricordarsi di non usare mai detersivi a base di ammoniaca, né qualunque altro tipo di detergente che non sia neutro e che quindi sia siliceo o abrasivo o acido. Anche una mistura di alcool e acqua può bastare per le pulizie più frequenti.

Per far durare il marmo nel tempo e non intaccare il suo aspetto lucido, si consiglia di utilizzare un prodotto a base di cere naturali oppure di sintesi e di utilizzare un panno morbido imbevuto di sapone neutro o solventi idrosolubili, per le pulizie quotidiane.


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IL CALCARE




Il calcare è una roccia sedimentaria costituita essenzialmente da calcite, un minerale formato da carbonato di calcio (CaCO3). Gli strati calcarei sono molto diffusi sulla superficie terrestre, rappresentandone un elemento caratteristico anche perché sede, in particolari condizioni climatiche, dello spettacolare fenomeno erosivo carsico. La forma e la giacitura di queste rocce, cioè il modo in cui sono disposte rispetto alla superficie terrestre, risentono delle caratteristiche del loro processo di formazione e di eventuali successivi fenomeni di deformazione. Spesso esse si presentano con stratificazioni anche di notevole estensione, anche se non sono infrequenti affioramenti rocciosi più compatti.

I processi di formazione delle rocce calcaree differiscono sostanzialmente per l'origine dei sedimenti costituenti: questi, infatti, possono derivare (calcari organogeni) da gusci o da esoscheletri, cioè dagli scheletri esterni di organismi che vivono nelle acque dei mari e degli oceani. Si possono formare, inoltre, per precipitazione chimica dei sali disciolti in acque sia marine sia continentali e si chiamano, allora, calcari di deposito chimico: è il caso del travertino e dell'alabastro, apprezzate rocce ornamentali che si formano quando acque continentali subiscono forti agitazioni e nebulizzazioni, cioè si disperdono in piccolissime goccioline. Infine possono provenire (calcari clastici o detritici) dalla degradazione di rocce calcaree preesistenti.

Il criterio descritto permette di classificare le rocce calcaree in modo piuttosto generico, valido in assoluto soltanto per quelle costituite totalmente da elementi a cui si può attribuire in modo inequivocabile la stessa origine. Tuttavia spesso questo non accade: si adottano pertanto altre classificazioni che considerano le caratteristiche delle aggregazioni minerali costituenti (struttura e tessitura) in funzione del loro ambiente di deposizione. Ciò è vero in particolare per alcuni calcari organogeni, probabilmente il gruppo di importanza e diffusione maggiori, a cui appartengono sia rocce formate da edifici realizzati da organismi costruttori, come i coralli o le spugne, sia rocce costituite da accumuli di resti di organismi, spesso microrganismi, immersi in materiale a grana finissima. Nel primo caso si hanno i massicci calcari di scogliera, tipici di ambienti analoghi a quelli delle attuali barriere coralline, spesso accompagnati dalla dolomite. Nel secondo, invece, le rocce si sviluppano generalmente in strati e sono caratterizzate da consistenza, aspetto microscopico e contenuto fossilifero, ovvero di fossili, riconducibili alla natura degli ambienti di formazione (facies). Tali ambienti di formazione possono variare da quelli di piattaforma carbonatica, caratterizzati da acque basse a prevalente sedimentazione carbonatica, a quelli di mare aperto e profondo.

Il contenuto fossilifero delle rocce calcaree organogene è un parametro fondamentale per la determinazione degli eventi che definiscono la cronologia della Terra. Sono infatti gli studi di paleontologia degli invertebrati, i cui fossili sono molto diffusi in queste rocce, a fornire spesso informazioni rilevanti sulle ere geologiche.
L'arcipelago delle Bahamas rappresenta un magnifico laboratorio per approfondire la conoscenza delle piattaforme carbonatiche.  In quella regione si sta realizzando ciò che si verificò centinaia di milioni di anni fa in altri luoghi, per esempio nei bassi fondali in prossimità del continente africano, dove in acque calde tropicali durante l'Era Mesozoica si formarono le rocce carbonatiche dell'Appennino laziale-abruzzese e di quello campano.

Le rocce calcaree partecipano solo per circa lo 0,25% alla formazione della crosta terrestre, ma rappresentano il terzo tipo di roccia sedimentaria più recente dopo gli scisti argillosi e le arenarie.

Fra i numerosissimi utilizzi del calcare vi è quello, in pezzatura e miscela diverse come pietrame, pietrisco e sabbia per le costruzioni stradali e di calcestruzzo nell'industria dell'acciaio, della chimica e del cemento.

In passato si temeva che il calcare (ovvero il carbonato di calcio) potesse danneggiare i reni, ma gli studi scientifici hanno dimostrato che questo rischio non esiste, e che, al contrario, la sua presenza nell’acqua potrebbe avere un effetto protettivo per il sistema cardiovascolare.

Se non sono presenti particolari patologie, le acque dure, cioè con calcare, sono quindi da preferirsi a quelle sottoposte a processi di addolcimento, che riducono i livelli di magnesio e inducono un aumento della concentrazione di sodio, che favorisce l’ipertensione. Ma il calcare ha anche altri effetti benefici.
Il calcio riduce l’assorbimento dei grassi a livello intestinale, è indispensabile per prevenire l’osteoporosi e sembra svolgere un’azione protettiva per alcuni tumori.

I soli svantaggi delle acque particolarmente dure riguardano le tubature e gli elettrodomestici, che devono essere trattati con prodotti specifici che limitano l’accumulo di calcare.

La responsabilità  della formazione del calcare presente nell'acqua è del carbonato di calcio, presente in grandi quantità, ma facilmente eliminabile con utili rimedi naturali.
L’eccessiva presenza del carbonato di calcio, o calcare, definisce il tipo di durezza dell’acqua. Infatti un’alta concentrazione può compromettere la funzionalità degli elettrodomestici più importanti, e creare incrostazioni resistenti nel tempo. Fondamentale la presenza del decalcificatore collegato all’impianto idrico, ma anche i rimedi naturali casalinghi. Magari trucchi e strategie tramandati di generazione in generazione, che possiedono il fondamentale compito di prevenire la formazione del calcare.

Per eliminare il calcare è facile reperire in commercio prodotti di ottima qualità, ma spesso contenenti sostanze chimiche dannose per l’ambiente. Per ripulire la nostra casa basta attingere ai rimedi del passato, quando le nostre nonne con pochi ingredienti tenevano a bada sporco e calcare. Non solo l’unione di più prodotti naturali è facile e immediata, ma oltre a essere economica è anche completamente salutare.

Un anticalcare fatto in casa è un prodotto pulito, puro e che rispetta l’ambiente. Il suo impatto è positivo, oltre a essere benefico per lavelli e docce. Tra i protagonisti salva casa dal calcare possiamo trovare: l’aceto, il limone e l’acido citrico, il pomodoro, il bicarbonato di sodio e la forza di volontà. Il principe incontrastato delle pulizie casalinghe è da sempre l’aceto, i suoi impieghi sono infiniti e tutti efficaci. Dalla cucina, alla creazione di detersivi fai da te fino alla pulizia della casa: l’aceto è padrone del risultato. Infatti è imbattibile, se leggermente caldo, versato sopra una spugna come elemento di pulizia di lavelli e rubinetti. In caso di filtri, griglie del rubinetto e soffioni della doccia particolarmente rovinati vi basterà svitarli e immergerli per una notte in una soluzione di acqua e aceto. Per i casi più estremi basteranno 24 ore in ammollo, utili per sciogliere completamente il calcare e lucidare il tutto.
Un panno inumidito con acqua e aceto è un’ottima abitudine, utile per disinfettare e prevenire la formazione di calcare. Basta passarla sui lavelli di metallo, rubinetti e anche le piastrelle. Ma l’aceto si può utilizzare anche per detergere e disincrostare caffettiere, lavatrici, ferri da stiro e marmo. Una soluzione di aceto leggermente diluito, da versare all’interno della base della caffettiera, aiuterà nella fase di pulitura. Per scrostare il ferro basterà versare metà aceto e metà acqua, lasciare scaldare il tutto e fare uscire un po’ di vapore. Quindi spegnerlo, lasciarlo raffreddare in verticale, svuotarlo e sciacquarlo internamente con acqua.

Per pulire la lavatrice è sempre bene utilizzare prodotti anticalcare, ma ogni tanto è utile detergerla in modo naturale. Versate un litro d’aceto diluito con acqua nel cestello vuoto della lavatrice, quindi azionate il programma di lavaggio lungo con una temperatura tra sessanta e massimo novanta gradi.

Per quanto riguarda il bicarbonato potrete mescolarlo all’aceto, sciogliendolo in acqua, quindi utilizzarlo con una spugnetta per pulire lavelli, docce e pavimenti. Mentre mescolandolo con il detersivo classico per lavatrice fungerà da anticalcare. Inoltre sia pomodoro che limone, tagliati separatamente a pezzetti e posti nella zona incriminata, potranno disciogliere lentamente le incrostazioni più tenaci. Unendo poi limone con bicarbonato potrete riportare il lavello a nuova vita. 

Inumidite strofinando il limone sulla superficie del lavello, quindi lasciate agire per 15 minuti. Versate il bicarbonato sulla spugna inumidita,e passatela sulla zona colpita dal calcare. Con un po’ di costanza potrete eliminare le incrostazioni, quindi sciacquate e asciugate. Questo ultimo passaggio è fondamentale: risciacquare e asciugare, elimineranno gli eccessi di aceto, riportando in vita la bellezza originaria. Mentre l’asciugatura risulterà necessaria per prevenire ulteriori formazioni.

L’acqua del rubinetto è per legge soggetta a controlli che ne garantiscono la qualità e la salubrità. 
L’acqua del rubinetto è sottoposta a rigorose verifiche. Il laboratorio di analisi del territorio effettua regolarmente controlli, con periodicità settimanale o mensile secondo i casi.  Inoltre l’acqua di rete è controllata anche dall’Asl. Se i controlli dovessero evidenziare la presenza di sostanze nocive, il sindaco ne dovrebbe vietare espressamente il consumo alimentare.

Molte acque del rubinetto sono oligominerali, cioè contengono da 50 a 500 mg/litro di residuo fisso.Bere un litro d'acqua del rubinetto equivale ad assumere i sali contenuti in poco più di mezzo cracker.

L’acqua prelevata dai pozzi scorre continuamente e si rinnova ad ogni momento. L’acqua,  in bottiglia, se non viene conservata correttamente, potrebbe non avere più la qualità e la “freschezza” che ha invece l’acqua prelevata dal proprio rubinetto di casa.

Tutta l’acqua ha calorie zero. Bere acqua fa bene alla linea ma soprattutto alla salute. Inoltre i sali contenuti nell’acqua favoriscono l’eliminazione di quelli contenuti in eccesso nell’organismo.

Il calcare è dannoso per i capelli, può favorirne l’inaridimento. Ma ci sono ottimi metodi per eliminare il problema. Come per esempio gli speciali filtri da applicare a docce e rubinetti, ma anche shampoo e balsamo addolcenti per neutralizzare i danni dell’acqua calcarea nei confronti dei capelli. Un consiglio? Quando lavate i capelli, fate l’ultimo risciacquo con acqua minerale in cui avrete diluito un poco di aceto.

Dieci, quindici anni fa sul banco degli accusati c'erano soprattutto le proteine d'origine alimentare; ora si punta piu' il dito sui fattori ambientali, il fumo, l'inquinamento urbano e industriale. Fra questi, stando a una ricerca recente, ora bisogna inserire anche l'acqua particolarmente calcarea. La patologia in questione, la dermatite atopica, non e' semplice: piu' nota come eczema del lattante e del bambino, questa eruzione cronica di bollicine pruriginose che si trasformano in croste sul viso e sulle pieghe cutanee, e' da sempre un rompicapo per pediatri e dermatologi. Difficile capirne le cause, altrettanto problematico curarla anche se, in molti casi, la malattia guarisce con la crescita. Ora viene alla luce un nuovo colpevole: l'elevato contenuto di calcio dell'acqua che scorre nei rubinetti di casa. La segnalazione arriva dall'Universita' inglese di Nottingham che, dopo aver constatato in tutto il Nottinghamshire una frequenza particolarmente alta di eczema atopico fra i ragazzi, ha deciso di scoprire se il fenomeno era in rapporto con qualche elemento presente nell'ambiente. I sospetti sono caduti sull'acqua (molto calcarea in quella contea) e una ricerca su oltre 4.000 bambini delle scuole elementari della regione - pubblicata su "The Lancet" - li ha confermati. Dove l'acqua e' molto dura, la dermatite colpisce in modo piu' marcato. Ma questo bagno quotidiano di calcio arriva a provocare la malattia? "No. L'ipotesi piu' plausibile e' che l'aggravi" risponde Alberto Giannetti, Direttore della Clinica Dermatologica dell'Universita' di Modena e dell'IRCCS San Gallicano di Roma. "La cute di chi ha l'eczema atopico e' secca, irritabile. In queste persone c'e' un difetto dei grassi che costituiscono il film protettivo della pelle, i ceramidi. Carenza che la rende facilmente disidratabile. Piu' che probabile, percio', che l'acqua calcarea, aggressiva su questa barriera naturale, esasperi la dermatite".





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mercoledì 8 luglio 2015

L' ALLUME



In natura esiste come minerale, la kalinite. Artificialmente si ottiene per cristallizzazione da una soluzione di solfato di allume e di potassio o dalla alunite per arrostimento e successiva lisciviazione con acido solforico. Si presenta in cristalli bianchi solubili in acqua, insolubili in alcol, dotati di azione emetica e astringente; è usato come mordente in tintoria, come chiarificante dell’acqua, nell’industria della carta, nella concia delle pelli, come impermeabilizzante per tessuti, come ignifugo ecc.  Gli allumi cristallizzano nel sistema monometrico in cubi, ottaedri o rombododecaedri. Quando l’elemento trivalente presente è l’alluminio, la denominazione del composto è quella di a. seguita dal nome dell’elemento monovalente: allume di potassio ecc.; se invece è presente ferro, cromo ecc., si usa ancora il nome di allume seguito però dal nome di entrambi gli elementi (tri- e monovalente) presenti: allume di ferro e ammonio.

Allume di rocca, allume crudo e allume di potassa sono tre termini elementari, dall'eguale significato, che semplificano una più complessa espressione scientifica "solfato doppio di alluminio e potassio dodecaidrato" (formula chimica: KAl(SO4)2): Allume di Roccastiamo parlando di un sale, composto con alluminio e potassio, dell'acido solforico. Il termine allume di rocca deriva dal luogo in cui gli antichi greci estraevano il minerale (Rochka).
Da pochi anni a questa parte, l'allume di rocca ha preso piede nelle erboristerie e nelle profumerie come eccellente rimedio naturale al sudore, nonostante il suo potere deodorante fosse noto sin dall'antichità.
In questa breve disquisizione analizzeremo la composizione dell'allume di rocca, i suoi impieghi cosmetici e le sue proprietà benefiche.

L'allume di rocca è comunemente estratto dalla pietra di allume (o allumite); tuttavia, la materia prima può essere anche la bauxite, l'argilla o la creolite.
Chimicamente parlando, l'allume di rocca è - ricordiamolo ancora una volta - solfato di potassio e di alluminio con 12 molecole di acqua di cristallizzazione: solubile in acqua ed insolubile in alcool, l'allume di rocca presenta un elevato potere astringente, un sapore dolciastro o lievemente acido, e cristallizza in ottaedri regolari, monometrici ed incolori.
Il sale di rocca fonde a 92°C nella propria acqua di cristallizzazione. Portando la temperatura tra 93 e 200°C, l'allume di rocca viene precisamente chiamato allume calcinato o usto, un sale privato delle 12 molecole iniziali di acqua di cristallizzazione: per ottenere questo risultato, la temperatura elevata, facendo evaporare l'acqua, favorisce il rigonfiamento del minerale, che si trasforma in una massa porosa e spugnosa.

Il suo potere astringente e deodorante è sfruttato astutamente dall'industria profumiera, cosmetica, chimica e naturale, per la preparazione di prodotti anallergici, emostatici e deodoranti; le proprietà eccezionali dell'allume di rocca sono state persino sfruttate per rendere ignifughi alcuni tessuti, per sbiancare la pelle (nell'antico XVI secolo) e, attualmente, per purificare le acque.

Nel settore cosmetico-profumiero e naturale, l'allume di rocca viene utilizzato come eccellente sostituto al classico deodorante ascellare: applicato più volte su pelle accuratamente detersa, ancora umida, l'allume di rocca esercita ottime proprietà deodoranti ed antibatteriche. Per il medesimo scopo, l'applicazione dell'allume di rocca è consigliata anche per ridurre il sudore ai piedi, riducendo - entro certi limiti - il cattivo odore.
Il potere deodorante dell'allume di rocca viene utilizzato anche per assorbire i cattivi odori del frigorifero: reperibile sottoforma di polvere finissima (proprio come il comune sale da cucina), si consiglia di riporre in frigorifero una tazzina o un bicchierino da caffè riempito con la polvere di allume.

In caso di sudorazione abbondante, l'allume di rocca riduce l'odore esalato dal corpo esercitando un effetto antitraspirante: l'azione astringente che il minerale espleta (eccellentemente) sulla pelle determina il blocco (temporaneo) delle ghiandole sudoripare. L'elevato potere osmotico, inoltre, induce la morte delle cellule batteriche.

L'industria profumiera sfrutta anche le proprietà lenitive dell'allume di rocca: non a caso, alcune cerette depilatorie utilizzate nell'estetica vengono formulate proprio con le polveri dell'allume di rocca. Anche alcune creme lenitive sono prodotte con le polveri di questo sale.
I cristalli di questo importantissimo minerale sono utilizzati anche nella composizione di alcune polveri per estintori (foamite); per questo motivo, le proprietà ignifughe dell'allume di rocca sono sfruttate anche per la preparazione di materiali resistenti al fuoco.
Tra gli altri impieghi terapeutici, l'allume di rocca viene utilizzato per il suo potere astringente, come blando emostatico (reperibile in apposite penne), da applicare sulla pelle dopo la rasatura per prevenire le emorragie da eventuali taglietti. Le proprietà astringenti del minerale, associate a quelle disinfettati, vengono utilizzate anche come rimedio naturale alle afte, e come blando emostatico per arginare il sanguinamento provocato da un morso di un animale.
Per rimediare al sanguinamento nasale, è consigliato tamponare la zona con un panno imbevuto di una soluzione di allume: le proprietà astringenti del materiale, ancora una volta, sono utilizzate per bloccare il sanguinamento. Ancora, le straordinarie capacità astringenti dell'allume di rocca sono sfruttate per la preparazione di creme propagandate come "miracolose" per la cura delle emorroidi e per prevenire il sanguinamento delle gengive.
Anche in campo medico l'allume di rocca riveste il suo ruolo di prestigio: molti vaccini, infatti, sono formulati proprio con le polveri di questo minerale, come coadiuvante per incrementare la risposta dell'organismo agli immunogeni (sostanze estranee all'organismo, in grado di suscitare una risposta immunitaria specifica). L'allume di rocca trova, in questo caso, applicazione nei vaccini anti epatite A e anti epatite B.
Tra le proprietà più impensabili, spicca anche il potere spermicida del minerale: sembra, infatti, che una soluzione allo 0,5-1% di allume di rocca possa uccidere, in qualche modo, gli spermatozoi.

L'ingestione di particelle di allume di rocca può provocare diarrea, vomito, crampi addominali ed altri disturbi di natura gastrointestinale: in simili circostanze, si raccomanda di assumere liquidi emollienti (es. latte) associati ad un antiacido. Nel caso la quantità ingerita di allume di rocca fosse importante, si raccomanda di rivolgersi immediatamente al medico, che provvederà a somministrare un antidoto.



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lunedì 6 luglio 2015

IL CASTELLO DI LOZIO



Il castello dei Nobili per la sua posizione inespugnabile e per il valore dei suoi, è passato alla storia con un aureola di gloria, e di conseguenza, com'è naturale nei fatti che più colpiscono l'immaginazione, con la sua fioritura leggendaria. Secondo la leggenda questo castello comunicava con il paese per mezzo di un sotterraneo, e a prova di ciò si indicano due buche, una su al castello, l'altra presso al casa che forse fu di quei feudatari; le quali buche dovevano essere gli sbocchi del passaggio sotterraneo. Ma, anche senza far osservare la nessuna necessità d'un tal passaggio, il dislivello tra il castello e la casa, basta a far pensare l'inesistenza del cunicolo. Un'altra via sotterranea metteva poi in comunicazione il castello di Lozio col castello di Breno, sboccando nei pressi del ponte Minerva, e questo è più fantastico ancora.
E' storico il fatto dell'eccidio di Nobili di Lozio, avvenuto nell'inverno dal 1409 al 1410, per mano di Federici de Mu, di parte ghibellina. Ma si veda come è narrato da Padre Gregorio nei suoi Curiosi trattenimenti: " Era inverno erudissimo; quando convenuti i ghibellini, facevano scorrere un grosso ruscello per la contrada, che la casa dei Lozi ( i Nobili) conduceva alla rocca, dove solevano ritirarsi nei grandi pericoli". Questo ruscello, congelandosi, fece si che gli assalti, continua P.Gregorio "non poterono per il lubrico avere scampo nella fortezza"; e, come commenta argutamente il Puntelli, "non si aggiunge, ma deve supporsi per continuare il racconto, che i perseguitati avessero il privilegio di reggersi ben saldi sul ghiacciaio".

Il castello dei Nobili di Lozio, attualmente di proprietà comunale, sorge a circa 1200 m di quota, sopra la frazione di Villa, al di sotto di un aggettante riparo roccioso che, per la sua originale conformazione e in seguito ad interventi di modellatura naturale ed artificiale, si è ben prestato ad accogliere una fortificazione. Prima del recente intervento di recupero si presentava come un rudere abbandonato che metteva in evidenza un unico grande ambiente, due stipiti d'ingresso, alcuni mozziconi di muratura, risultando quasi completamente interrato dai crolli delle masse rocciose sovrastanti e delle murature interne. Celato poi alla vista da una folta vegetazione interna ed esterna, è rimasto nascosto per molto tempo al punto che persino molti storiografi del passato hanno scambiato la torre più a monte per il castello.
In seguito agli scavi archeologici degli anni 1998-1999 da parte della Società Archeologica Padana, sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologica della Lombardia, dopo aver reciso la vegetazione, smontato le strutture non pertinenti al corpo di fabbrica del castello, svuotato gli ambienti dal terreno di frana, rimossi i crolli delle coperture e scavato i locali fino al piano di calpestio, è emersa la struttura nel suo insieme che ha permesso di ridefinire la pianta castellana.
Il maniero presenta una planimetria di circa 300 mq calpestabili con 2 corti e 8 locali, uno dei quali segnalato come torre probabilmente a due piani.

La storia del castello dei Nobili di Lozio per molti secoli coinvolse l'intera comunità, la storia di una famiglia si è fatta storia di un paese e di più vallate e di un governo regionale, dal ducato di Milano alla Repubblica di Venezia.
Secondo la maggior parte degli storiografi che si sono occupati di questa fortificazione, il castello di Villa sarebbe stato edificato tra il 1200 e il 1300, ma sulla scorta dell'ipotesi avanzata dagli archeologi dell'Arecon di Vigonza, circa le tre fasi edificatorie, il primo nucleo potrebbe essere stato costruito anche tra il 1100 e il 1200.
I proprietari o committenti del fortilizio sono stati quasi sicuramente alcuni membri (se non i capostipiti medesimi) della potente famiglia Nobili, (discendente dai Nobili del feudo di Omegna della Verbania e insediatisi in Val di Scalve), che nel XIV sec. si pose alla guida di tutti i feudatari guelfi della Valcamonica.
Rimane tuttora aperta la questione dell'abitabilità di questo singolare maniero. I signori di Lozio dimoravano quassù tutto l'anno o soltanto nella stagione estiva o addirittura solo nei periodi di pericolo incombente? Il dilemma non è di facile soluzione. Se guardiamo alle dimensioni attuali del castello con i suoi dieci vani, di cui alcuni potevano essere a due piani, con la presenza di spazi artigianali, di dispensa, di sicuro utilizzo di mulino e telaio, si potrebbe pensare ad una residenza stabile. Se guardiamo invece alla proprietà di numerose case in Villa, all'esistenza di un'autentica contrada Nobili, sottostante al castello, con una presunta galleria di collegamento, allora si dovrebbe optare per una residenzialità stagionale o saltuaria. Il fatto certo è che non si tratta di un fortilizio per il presidio di armati, in quanto più a nord, 90 metri al di sopra del castello, a quota 1290 s.l.m., collegata con una gradinata esterna che parte dal vano N del castello, esiste una grande torre di guardia, a due piani, a pianta ovoidale, che poteva contenere numerosi soldati. Da questa si domina e si controlla l'intera valletta di Lozio, le quattro frazioni, gran parte del torrente Lanico, la località Monti di Cerveno, il passo di Mignone che collega con l'altipiano di Borno, si vedono le cime del Pizzo Camino, del monte Sossino, del monte Ezendola e della Concarena. A nord della torre di avvistamento parte un sentiero che raggiunge la cima delle Valli Piane, la cima Crap, il passo Valzelazzo, il passo ai Canali di Vai Piane e il passo del Lifretto che immette nella Valle di Scalve e permette di raggiungere Schilpario.
A detta dello storico G. Rosa la famiglia Nobili di Lozio compare nei documenti già nell'anno 1313, ma è con Baroncino II Nobili (1340-1410) e con Bartolomeo Nobili (investito nel 1465) che la famiglia raggiunse il massimo della potenza e della notorietà. Con il primo personaggio il castello fu al centro dell'attenzione in quanto sembra che nella torre sia avvenuto l'eccidio della sua famiglia, ad opera dei Federici di Erbanno. Baroncino II Nobili, sicuro della fedele sudditanza degli uomini di Lozio, forte dell'alleanza con gli Scalvini che gli fornivano il ferro per forgiare le armi nel suo forno fusorio di località Resone, capo politico-militare delle famiglie guelfe dei Griffi di Losine e di Niardo, degli Antonioli di Grevo e Cimbergo, dei Pellegrini di Cemmo, dei Ronchi e dei Ghiroldi di Breno, dei Gandellini e dei Lupi di Borno e di molte altre, superbo per la posizione imprendibile della sua rocca, ferrato nell'arte della guerra, contendeva gran parte della media Valcamonica alla potente famiglia ghibellina dei Federici. Tra il 1373 e il 1403 aveva compiuto efferatezze in molte valli bergamasche, contribuito all'ammazzamento di Ambrogio Visconti, figlio di Bernabò, sotto il castello di Cisano, raso al suolo la torre del Dezzo, razziato bestiame sui monti di Bienno, ucciso il conte di Lovere, spodestato assieme a Giovanni Ronzoni il vescovo Guglielmo Pusterla di Brescia amico della duchessa Caterina Visconti. Approfittando della contesa tra Gian Maria Visconti e Pandolfo Malatesta per il predominio sui feudi di Bergamo, di Brescia e della Valcamonica, nel dicembre del 1410 Giovan Federici di Erbanno e suo fratello Gerardo Federici di Mù organizzarono una spedizione militare per uccidere Baroncino. Il commando degli assalitori probabilmente salì dalla strada delle viti, raggiunse le attuali località Annunciata e Rocca e quindi il centro di Borno, sede di podesteria ghibellina. Da qui raggiunse i Piani di Lova e penetrò nella Val di Lozio dal passo di Mignone ed attese che facesse buio. La famiglia Nobili probabilmente si trovava nella sua dimora castellana in quanto, pur essendo inverno, il momento era incerto visto lo scontro in atto tra i Visconti e il Malatesta. Quest'ultimo, alleatosi con i veneziani aveva ottenuto grandi risultati conquistando la città di Brescia, acquistando la città di Bergamo, sottomettendo molte terre della bassa bresciana e nel settembre del 1410 anche Lovere, Costa, Angolo, Masino, Anfurro, Monti e Trenzano. Tuttavia si sapeva che l'avanzata del capitano Nicolò da Tolentino al servizio del Malatesta non poteva durare molto giacché gli si contrapponeva il più forte capitano di ventura Francesco Bussolati detto il Carmagnola, assoldato dai Visconti. Il commando federiciano probabilmente si divise in due drappelli, il primo salì verso la torre e il secondo raggiunse il castello. Mentre scoppiarono i primi tafferugli con le guardie castellane, una volta suonato l'allarme i Nobili probabilmente salirono dalla scalinata esterna con l'intento di raggiungere la torre e poi di fuggire per il sentiero dei monti. Ma giunti alla torre vi trovarono il primo drappello degli assalitori. Quassù vennero uccisi Baroncino e la sua consorte, il figlio Pietro e probabilmente i fratelli Tonino e Bonuxio. L'ipotesi di questi ammazzamenti poggia sull'analisi dell'albero genealogico e quello del luogo dei delitti sul ritrovamento nel sottosuolo della torre di una stele con un'incisione cuoriforme a significare che al capo guelfo fu tolto il cuore, barbara usanza in voga nel medioevo.
I Federici però non distrussero né la torre né il castello, si limitarono a cancellare dalla chiave dell'arco d'ingresso lo stemma dei Nobili. Infatti le perizie archeologiche hanno accertato che le due fortificazioni non sono state distrutte ma sono crollate col tempo, inoltre con l'avvento di Venezia il castello ritornò ad essere abitato dal nipote Bartolomeo Nobili. Infatti il 18 aprile 1428 la Repubblica di Venezia restituì il castello e la torre di Villa a Bartolomeo e Pietro Nobili e riunì il comune di Lozio alla Valcamonica, sottraendolo alla giurisdizione di Scalve. Bartolomeo Nobili, nuovo capostipite della dinastia post-eccidio prese il posto del temuto Baroncino, ne aumentò il prestigio familiare e superò lo zio nelle gesta e nella fama. Si distinse a partire dal luglio del 1438 allorquando il nuovo capitano di ventura visconteo Niccolò Piccinino (il Carmagnola era passato al servizio di Venezia) diede inizio alla terza guerra tra Milano e Venezia. Con due distinte armate, una proveniente da Pisogne e l'altra da Corteno muoveva alla conquista della Valcamonica ponendo assedio al castello di Breno. In questa vicenda i Nobili di Lozio con i loro armati intrapresero azioni di guerriglia attaccando alle spalle le truppe e gli accampamenti viscontei. Nel 1450 saliva al potere del ducato di Milano Francesco Sforza e nel 1453 iniziava una nuova guerra tra Milano e Venezia. Il neo-duca molto interessato all'acquisizione della Valcamonica inviò ben tre eserciti capitanati rispettivamente dai condottieri Morello Scolari, Sagromoro Visconti e Bartolomeo Colleoni. L'imperativo era quello di espugnare i castelli di Breno e di Lozio. A settembre, il primo esercito guidato da Morello Scolari, dalle bocche di Lovere salì per la media Valle ma fu inizialmente bloccato nelle vicinanze di Malegno dalle schiere di Bartolomeo Nobili e da quelle di Pietro Brunoro, capitano di valle della repubblica di Venezia. A novembre al quartier generale dello Scolari, situato nella piana di Cividate si unirono gli altri due eserciti sforzeschi e fu deciso un assalto più massiccio al castello di Breno. La resistenza della fortezza veneziana fu eroica ed eccezionale per almeno tre mesi. I Nobili di Lozio, per vie traverse rifornivano gli assediati di uomini, armi e provviste alimentari. Ma ai primi di dicembre i 1500 cavalieri del Colleoni ebbero la meglio sui resistenti. Caduta la fortezza brenese si doveva espugnare il castello di Lozio in cui s'erano asserragliati Bartolomeo Nobili con i suoi quattro figli e l'armigero Giacomo Ronchi di Breno. Le difese del castello e della torre di guardia furono affidate a Giovannino del Lupo a cui ubbidivano gli ufficiali Lodovico e Mondino di Lozio. La fortuna arrise ai Nobili in quanto lo Scolari fu richiamato per un'altra missione e al Colleoni fu impartito l'ordine di conquistare la sua città: Bergamo. L'assedio al castello di Lozio fu demandato esclusivamente al condottiero Sagromoro Visconti. Costui non troppo valente nelle imprese militari vista la pessima stagione, l'altitudine del sito, l'asprezza della valletta e l'impraticabilità delle strade preferì l'azione diplomatica all'assalto e inviò a più riprese diversi ambasciatori per patteggiare la resa. Puntualmente da gennaio a marzo del 1454 le ambasciate vennero respinte. Sulla fine di marzo le milizie di Sagromoro salirono per la Val di Lozio e accerchiarono il castello dei Nobili. Ma una seconda volta la fortuna arrise a Bartolomeo Nobili. Il Colleoni era passato segretamente al servizio dei veneziani e il 9 di aprile venne stipulata la Pace di Lodi tra Milano e Venezia. Lo stesso Colleoni ritornò in Valle con 3000 cavalieri, liberò le prigioni del castello di Breno e tolse l'assedio a quello di Lozio. Per la strenua resistenza e l'indefessa fedeltà a Venezia Bartolomeo Nobili acquisì il titolo di Campione di Lozio e della Valcamonica. Quando nell'anno successivo Venezia ordinò l'abbattimento di tutte le fortificazioni nemiche, quella di Lozio venne risparmiata unitamente a quella di Breno e di Cimbergo.


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venerdì 3 luglio 2015

I MASSI DI CEMMO

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Nella piccola valle di Pian delle Greppe, a poca distanza dalla frazione omonima di Capo di Ponte, sorge il Parco Archeologico Nazionale dei Massi di Cemmo. Un’area archeologica non solo di grande suggestione per il contesto naturale, ma anche di grande importanza nella storia degli studi dell’arte camuna. La segnalazione dei massi, infatti, avvenuta nel 1909 ad opera del giovane geografo Gualtiero Laeng, costituisce la prima menzione di incisioni rupestri nella Valle Camonica. Da allora sono stati numerosi gli studiosi che hanno condotto indagini nell’area o hanno proposto un’analisi delle istoriazioni. A partire dalle ricerche di Emmanuel Anati per il Centro Camuno di Studi Preistorici (1962) fino agli interventi che la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia ha avviato a partire dai primi anni ’80, in occasione di lavori pubblici nell’area. Proprio le ultime indagini, promosse in previsione della creazione del parco (inaugurato nell’ottobre del 2005), hanno finalmente permesso la ricostruzione della complessa e lunga storia del sito.

Si tratta di due imponenti massi di arenaria distanti circa quindici metri l’uno dall’altro, le cui pareti sono ricoperte di innumerevoli incisioni che vanno a creare alcune composizioni tra le più curiose e varie. Tra i due massi, nello spazio che li separa, è stata rinvenuta una linea di grosse pietre ed una serie di ocre probabilmente utilizzate dagli antichi camuni per dare un tocco di colore alle figure incise.
Gli scavi archeologici che vennero portati avanti con grande impegno a partire dagli anni ’90 e che continuano ancora oggi, hanno portano alla scoperta di numerosi altri frammenti riconducibili ai due massi principali ed ipoteticamente appartenenti al progetto di un vero e proprio santuario di cui i Massi 1 e 2 costituivano probabilmente solo una piccola parte.
Attualmente soltanto due pietre (Cemmo 3 e 4) sono visibili presso l’Antiquarium del Parco di Naquane, mentre i reperti più recenti sono ancora sottoposti ad attenti programmi di studio e di restauro.

L’origine di questo avvallamento sembra parte di un sistema di contropendenze formatesi probabilmente al ritiro del ghiacciaio, intorno a 20.000 - 16.500 avanti Cristo.

I due massi di Cemmo sono ubicati alla base della parete rocciosa, da cui si erano staccati a seguito di una frana probabilmente verificatasi nella prima metà dell’Olocene.

Già nell’età del Ferro (I millennio a.C.) la piana risulta occupata da prati e pascoli con condizioni più umide di quelle attuali, come suggerisce la relativa abbondanza di Cyperaceae (erbe palustri). Successivamente, arature sistematiche sembrano aver provocato un lento movimento di materiali colluviali fini dal bordo della piana verso il centro.
Nella prima metà del XX secolo la piana ed i terrazzamenti occidentali risultano coltivati a vite e con alberi da frutta.

La costruzione nel 1973 di una nuova strada per il cimitero, posto all’estremità Nord, in sostituzione dell’antica mulattiera medioevale, ha provocato l’eliminazione dei terrazzamenti localizzati su quel versante.

Nel 1978 vengono realizzati lavori di splateamento e di riporto di materiale da altre zone per la costruzione di un campo di calcio.

Nell’ambito del progetto del Parco Archeologico la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia, tra il 1998 e il 1999, sulla base della ricostruzione geomorfologica e del preliminare studio palinologico, ha realizzato il ripristino del sito, mediante l’asportazione degli strati di riporto stesi negli ultimi decenni ed il rimodellamento delle parti vistosamente ribassate, in modo da ricostruire la situazione morfologica consolidatasi fino alla metà del Novecento attraverso i vari interventi antropici, pre-protostorici e storici.

L'area dei due massi, precipitati dalla parete retro­stante a seguito di una frana probabilmente verificatasi all'inizio dell'Olocene, risulta già frequentata nel Mesolitico Antico (circa IX millennio a.C.), e poi nel Neolitico Recente (IV millennio a.C.). Tuttavia si può parlare con certezza di una sacralizzazione del sito solo nell'età del Rame (III millennio a.C.), quando i due massi furono incisi. Ad essi si aggiunsero, verso la fine del medesimo periodo, le stele "Cemmo 3" e "Cemmo 4" e buona parte delle altre di recente rinvenute, nessuna delle quali conservata in situ.
La zona antistante i massi, in una fase piuttosto antica dell'età del Rame, sembra perimetrata da tre solchi di aratura e lo spazio così circoscritto risulta connotato da stele, sistemate in fosse delimitate da pietre di cui restano tracce.

Nell'età del Bronzo (II millennio a.C.) fu costruito un recinto murario che monumentalizza lo spazio sacro e ne ripercorre l'andamento semicircolare. Alla base del muro si trovano, riutilizzati come materiale da costruzione, alcuni grossi frammenti di stele.

Una nuova frequentazione dell'area è testimoniata nella media ed avanzata età del Ferro (V/IV-II/I sec. a.C.), quando il santuario viene ristrutturato: il recinto murario viene rialzato e prolungato a perimetrare anche l'area Sud con un muro rettilineo Nord-Sud che si diparte dal masso "Cemmo 2", e il piano di calpestio interno viene livellato con ghiaia. Almeno una delle stele dell'età del Rame, la grande "Cemmo 9", viene re-istoriata sui fianchi con figure di stambecchi a corna ricurve, dentellate, confrontabili con quelli della Roccia degli Stambecchi dell'Arcelle Neuve nelle Alpi francesi, databili alla seconda età del Ferro (IV-III sec. a.C.).
Il santuario perdura anche in età romana: il recinto murario è sistemato con un piano acciottolato, dove alcuni frammenti di stele calcolitiche sono usati come materiali di risulta e altre stele sono innalzate, riutilizzandole. In connessione con questo livello è stato rinvenuto un frammento di bassorilievo d'età romana ("Cemmo 12"), raffigurante una scena di duello. L'area è in questo momento attraversata anche da una strada della quale si leggono i solchi.
È con l'avvento del Cristianesimo che viene sancita la fine del sito cerimoniale e di culto pagano, che viene disattivato: le stele sono abbattute e in parte buttate in grandi fosse aperte lungo il recinto murario (ad esempio la "Cemmo 9") oppure sono addossate al corpo esterno del muro e sigillate con ciottoli fluviali.
Quest'ultimo intervento si colloca tra tarda romanità e Alto Medioevo e potrebbe essere messo in relazione con la lotta contro l'idolatria delle pietre (la saxorum veneratio), documentata nell'area alpina fin oltre l'XI secolo e messa in atto dalla Chiesa, come provano numerosi atti ufficiali emessi tra IV e XI secolo. Tale condanna potrebbe essersi conclusa con la cristianizzazione dell'area, espressasi con la riorganizzazione di tutta la conca di Cemmo, con la costruzione di una via e di terrazzamenti, datati da alcune monete al XIII secolo, e con la fondazione, in prossimità dell'antico luogo di culto pagano, della Pieve dedicata a S. Siro, santo che secondo la leggenda portò il cristianesimo in Valle.



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mercoledì 1 luglio 2015

LE INCISIONI RUPESTRI

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Nel corso del tempo, l'uomo ha disseminato il globo di segni grafici (figurazioni dipinte, incise o modellate su qualsiasi supporto abbia avuto disponibile, come per es. la pietra, il legno, la ceramica, il metallo), per attestare e consegnare al tempo ciò che ha visto, pensato, creduto e comunicarlo in questo modo alla divinità o ad altri uomini.

Le incisioni rupestri ne rappresentano la modalità preistorica conosciuta più diffusa.
Le incisioni rupestri sono segni intenzionalmente incavati dall'uomo su superfici rocciose per lo più levigate dai ghiacciai.

Si trovano specialmente su rocce orizzontali o lievemente inclinate, anche se si conoscono rari esempi su parete verticale.

Accettando l'ipotesi che le incisioni fossero probabilmente anche integrate da coloritura, due furono le modalità tecniche impiegate: la percussione, prodotta battendo direttamente o indirettamente sulla superficie con strumenti incisori di pietra (quarzite e selce) o di metallo; il graffito, ottenuto graffiando le superfici con strumenti appuntiti di pietra o di metallo.

Incisioni rupestri sono state e vengono tuttora scoperte negli ambienti più vari (foreste, deserti, vallate, ecc.) di tutti i continenti. Si può normalmente constatare la costanza del trinomio pietra-incisioni-uomo, nel senso che nei luoghi montagnosi frequentati dall'uomo sono state sempre prodotte incisioni rupestri. Se ne deduce che esse non sono espressioni dei soli Antichi Camuni, ma lo sono di tutti i gruppi umani, a prescindere dal tempo e dallo spazio in cui sono collocate.

Esauritasi la Glaciazione Würmiana, la Valcamonica accolse le prime presenze umane fra 14.000 e 10.000 anni fa. I segni considerati unanimemente dagli studiosi i più antichi accertati in Valcamonica sono attribuiti al periodo Epipaleolitico (VII millennio a.C. circa).

I più recenti, esclusi gli atti vandalici delle moderne generazioni, si datano alla fine del XIX secolo.

Nell'incredibile arco di 10.000 anni le incisioni furono prodotte a ritmi intermittenti e con intensità diverse. Non tanto la quantità dunque, quanto la persistenza millenaria della tradizione istoriativa è l'elemento più stupefacente delle incisioni camune, le quali si dispiegano all'interno di un ciclo istoriativo che non ha eguali nella preistoria europea.

Benchè accomunati da una tradizione incisoria costante nei millenni, gruppi umani diversi la attuarono. I Camuni (Camunni), ai quali alcuni autori latini accennarono nel corso del primo periodo imperiale (I sec. a.C.- I sec. d.C.), furono gli incisori dell'età del Ferro.

Le figure ci offrono indizi, ora chiari, ora evanescenti, sulle conoscenze via via acquisite dalle popolazioni del passato, sulle loro attività, abitazioni, attrezzi, credenze. Se ciò consente entro certi limiti una panoramica sulla loro vita attraverso il tempo, non ci spiega tuttavia cosa si nasconda dietro le apparenze dei carri, delle capanne, delle armi, dei labirinti, delle palette...

Qualsiasi segno è per sua natura un messaggio.

La consegna dei messaggi alle pietre rivela intenti di eternità, così come temi e simbolismi dichiarano ambiti immateriali, ove vivono le idee, quelle attinenti alla sfera religiosa dell'uomo (come suggeriscono i riti attorno alle grandi pietre erette dell'età del rame) o a quella della sua laicità (come suggerisce l'esaltazione della virilità, dell'eroismo, del prestigio sociale, della forza armata)

Le incisioni furono realizzate lungo un arco di tempo di ottomila anni, fino all'Età del ferro (I millennio a.C.); quelle dell'ultimo periodo sono attribuite al popolo dei Camuni ricordato dalle fonti latine. La tradizione petroglifica non si esaurì repentinamente: sono state identificate incisioni - anche se in numero assai ridotto, non comparabile con la grandiosa attività preistorica - di epoca romana, medievale e perfino contemporanea, fino al XIX secolo. La maggior parte delle incisioni è stata realizzata con la tecnica della martellina; in numero minore quelle ottenute attraverso il graffito.

Le figure si presentano a volte semplicemente sovrapposte senza ordine apparente, ma spesso invece appaiono in relazione logica tra loro, a illustrazione di un rito religioso o di una scena di caccia o di lotta; tale impostazione spiega lo schematismo delle immagini, ognuna delle quali è un ideogramma che rappresenta non tanto l'oggetto reale, ma la sua "idea". La loro funzione è riconducibile a riti celebrativi, commemorativi, iniziatici o propiziatori - dapprima in ambito religioso, in seguito anche laico -, che si tenevano in occasioni particolari, singole o ricorrenti. Tra i segni più noti rinvenuti in Val Camonica spicca la cosiddetta Rosa camuna, che è stata adottata come simbolo ufficiale della regione Lombardia. Nel dialetto locale della Valle Camonica le incisioni rupestri vengono indicate col termine riduttivo di pitoti, ovvero pupazzi.

Negli anni sessanta l'archeologo Emmanuel Anati, tra i primi a studiare sistematicamente il corpus nel suo complesso, stilò una prima cronologia delle incisioni rupestri, comparando lo stile e le tipologie di simboli scoperti e individuando possibili correlazioni con la periodizzazione storica tradizionale, dalla Preistoria al Medioevo.

Le incisioni più antiche risalgono all'Epipaleolitico (o Mesolitico, VIII-VI millennio a.C. circa), qualche millennio dopo il ritiro del ghiacciaio che ricopriva la Val Camonica (Glaciazione Würm), e furono opera di cacciatori nomadi di passaggio, che seguivano gli spostamenti degli animali. Le figure rappresentate infatti raffigurano animali di grandi dimensioni (cervi e alci), che costituiscono le tipiche prede di quel periodo. Sono presenti nel comune di Darfo Boario Terme, nel Parco comunale delle incisioni rupestri di Luine.

Con il Neolitico (V-IV millennio a.C. circa) si diffusero anche in Val Camonica le pratiche agricole, con la formazione dei primi insediamenti a carattere stanziale. Nel campo dell'arte rupestre, a costituire gli elementi principali delle composizioni sono figure umane e insiemi di elementi geometrici (rettangoli, cerchi, puntini, probabilmente interpretabili come rappresentazioni "topografiche" del territorio agricolo), attributi simbolici che completano il significato delle figure antropomorfe. Ve ne sono nella Riserva naturale Incisioni rupestri di Ceto, Cimbergo e Paspardo. Secondo alcuni studiosi peraltro tali figure antropomorfe schematiche (i cosiddetti "oranti") sarebbero da attribuire ad epoche più tarde, e in particolare all'età del Bronzo (II millennio a.C.). In questo modo solo le figure geometriche (le probabili "mappe") rappresenterebbero l'inizio dell'arte rupestre camuna post-paleolitica. Analoga sequenza è presente al Monte Bego (Francia), l'altro grande polo dell'arte rupestre alpina.

Durante l'Età del rame (o Calcolitico, III millennio a.C. circa), comparvero la ruota, il carro e le prime forme di metallurgia. Si assiste nell'arte rupestre alla realizzazione di massi istoriati con simboli celesti, animali, armi, arature, file di esseri umani e altri segni. A questi monumenti, conservati principalmente nel Parco archeologico nazionale dei Massi di Cemmo e in quello di Asinino-Anvòia (Ossimo), si attribuisce una funzione rituale, collegata alla venerazione degli antenati.

Con l'Età del bronzo (II millennio a.C. circa) tra le incisioni su rocce affioranti prende il sopravvento il tema delle armi, a testimonianza del maggior rilievo assunto dai guerrieri nella società camuna del tempo, accanto a quello delle figure geometriche (cerchi e varianti) in continuità con le epoche precedenti.

Le incisioni dell'Età del ferro (I millennio a.C.) sono quelle attribuite al popolo dei Camuni e costituiscono circa il 70-80% di tutte le figure censite. Le opere manifestano l'ideale di virilità e di eroica superiorità cui ambivano; dominano le rappresentazioni di duelli e di figure umane, anche di grandi dimensioni, che ostentano le proprie armi, la muscolatura e i genitali. Sono inoltre presenti capanne, labirinti, impronte di piede, scene di caccia, reticoli e simboli vari. Anche nell'età del Ferro sono presenti composizioni topografiche, risalenti ai secoli centrali del I millennio a.C. (VI-IV sec. a.C.), come nella famosa mappa di Bedolina, dapprima studiata alla fine degli anni '60 del secolo scorso da Miguel Beltrán Llorís e più recentemente da Cristina Turconi per l'Università di Milano, una delle più conosciute rocce incise di tutta la Val Camonica.

Durante la dominazione romana della Val Camonica (I-V secolo d.C.) l'attività petroglifica subì una forte contrazione, fino a entrare in una fase di latenza.

Il Medioevo in Val Camonica segnò una ripresa dell'attività istoriativa; a partire dall'Alto Medioevo sporadiche incisioni, per lo più di simboli cristiani come croci e chiavi, si affiancarono e si sovrapposero a quelli pagani preesistenti, quale tentativo di risacralizzazione di luoghi dei quali si confermava tuttavia il carattere sacro ancestrale.

Le misteriose figure di tali presunti Antichi Astronauti hanno spinto alcuni coraggiosi ricercatori a ipotizzare la venuta sulla Terra, durante il periodo Neolitico, proprio in questa zona, di visitatori extraterrestri. La teoria, molto cara al noto professore russo Aleksandr Kasanzev, ha avuto ampia eco, portando alla scoperta di altre incisioni più o meno simili in aree remote del pianeta: dall’Africa, all’Australia, dalla Francia alla Mesoamerica, fino alle Ande. Come ha ricordato Jacques Bergier nel suo libro “Il Mattino dei Maghi”, sono “ipotesi interessanti, stimolanti, degne di conversazione… ma rimangono soltanto per il momento solo teorie.” Noi possiamo aggiungere che, in ogni caso, nessuno può negare aprioristicamente o confermare l’ipotesi di un presunto contatto, voluto o meno, tra visitatori alieni e le culture Camune della zona.

Presso Capo di Ponte si raccoglie un altro affascinante mistero. Nell’area, facilmente raggiungibile a piedi, esistono interessanti tracce artificiali, composte da strani “canali” scavati profondamente sulla superficie delle rocce. I geologi, dopo attente analisi, hanno escluso che si tratti di processi di corrosione della roccia, ma piuttosto dell’intervento di esseri umani. L’italiano Dario Spada, in un suo interessante studio, riporta i pareri autorevoli di altri ricercatori che si sono concentrati sui “canali artificiali” di Capo di Ponte; secondo questi sarebbero degli “scivoli” della fertilità dove le donne Camune si lasciavano cadere, allo scopo, largamente diffuso nelle comunità neolitiche, di propiziare la nascita di nuovi figli all’interno della tribù.

“Di questi scivoli o canali artificiali ha spiegato il prof. Priuli, direttore del Museo d’Arte Preistorica di Capo di Ponte ve ne sono moltissimi in questa zona e quasi tutti scavati, incisi, in rocce preistoriche. La maggior parte di esse sono però associate anche dalla presenza di coppelle e simboli astrali in fondo o alla loro sommità. Numerosi di questi canali propiziatori con la ricostruzione di antiche costellazioni impersonate mediante lo scavo delle coppelle, sono presenti anche in Piemonte e in Valle d’Aosta. E secondo alcune dicerie locali, verrebbero ancora usate a tutt’oggi, dalle donne della zona”. A tutti gli effetti, l’area della Valcamonica è il più grande Parco Preistorico d’Italia e d’Europa.

L'uomo sarebbe il risultato di creazione guidata o esperimenti genetici condotti da extraterrestri sugli ominidi (che fino a quel punto si sarebbero evoluti naturalmente sulla Terra in concordanza con la Teoria di Darwin e dunque senza nessuna apparente contraddizione) al fine di farle evolvere in tempi rapidi: adattamento evolutivo e neocreazionismo dunque sarebbero veri entrambi. Il principale argomento a sostegno di questa idea è il tempo relativamente breve impiegato dall'Homo sapiens (300.000 anni) per giungere al livello mai raggiunto da altri organismi che esistono da centinaia di milioni di anni.
L'uomo avrebbe avuto contatti con extraterrestri sin dalle ere più antiche. Questi esseri sarebbero le divinità delle società antiche e sarebbero stati raffigurati in diversi dipinti ed opere d'arte, sia nell'antichità (egizi, maya, aztechi, popoli della Mesopotamia, romani) sia in epoca medioevale. Altri indizi sono celati in testi religiosi, come la Bibbia, o in opere di carattere storico. Dipinti rinascimentali e medievali, specie a carattere religioso, raffiguranti Dio, il Figlio e gli angeli, mostrerebbero in cielo delle navicelle spaziali, a volte addirittura con degli angeli guidatori.
Il ritrovamento di "oggetti fuori posto", in quanto "fuori dal tempo", vedrebbero l'uomo e la sua tecnologia molto più antichi rispetto a ciò che l'archeologia canonica afferma.

In tutte le civiltà tradizionali il Serpente è sempre stato un simbolo di grande rilievo. Solo nella Bibbia questo essere simbolico ha un aspetto negativo: egli è antitetico al Dio creatore e spinge Adamo ed Eva alla disobbedienza. Nella cultura cristiana è simbolo dell'astuzia che incita al peccato: la Vergine lo schiaccia sotto il piede.

Per gli Gnostici cristiani, invece, il serpente è il simbolo della conoscenza, della Gnosi: egli apre gli occhi ad Adamo ed Eva e li induce a disubbidire ai comandi del Dio creatore: un Dio geloso, arrogante, vendicativo, "ignorante" di tutto ciò che vi è al di sopra di lui. Mangiando il frutto dell'Albero della Conoscenza, essi conoscono la Verità: il Dio creatore è un Dio inferiore, un aborto generato da un turbamento del Pleroma, la realtà superiore emanata dall'Uno inconoscibile.
Nell'antico Egitto il Serpente era raffigurato nel copricapo del Faraone, sinonimo di Saggezza e Conoscenza.

Nella filosofia dello Yoga indiano il serpente arrotolato e addormentato è il simbolo di Kundalini: la conoscenza addormentata che risiede alla base della colonna vertebrale. Con le tecniche Yoga essa viene gradualmente risvegliata e risale lungo la Shusumna attraversando i Chakra fino a giungere all'ultimo nodo alla sommità del capo. Essa risveglia i singoli Chakra e giunta al settimo completa il suo risveglio, portando l'individuo nello stato che viene comunemente definito realizzazione del sé o illuminazione.

In quasi tutte le civiltà dell'America precolombiana veniva adorato il Serpente Piumato. Questa divinità era adorata con nomi diversi da olmechi, mixtechi, toltechi, aztechi, maya e quichè. Era la divinità che aveva portato la conoscenza agli uomini. Presso gli Aztechi il suo nome era Quetzalcoatl ed era il Signore del Sapere. I Maya lo chiamavano Kukulkan, i Quichè Gukumatz. Quetzalcoatl insegnò agli uomini a misurare il tempo e capire le stelle e stabilì il corso dell’anno e delle stagioni; insegnò anche a coltivare il mais. Secondo la leggenda, Quetzalcoatl scomparve in cielo, ma un giorno ritornerà.
Nei Tarocchi troviamo il serpente nell'Arcano Maggiore dell'Eremita. Egli, simbolo della conoscenza, precede l'Eremita nel suo cammino verso l'illuminazione.

Il Dio Mercurio veniva spesso raffigurato con in mano il caduceo: due serpenti attorcigliati attorno ad un bastone. Questo stesso simbolo, prima che di Mercurio, era caratteristico di Ermete Trismegisto, il mitico personaggio che insegnò all'Umanità la via segreta alla conoscenza agli albori della civiltà. Il caduceo rappresentava la sintesi del sapere universale.
Concludendo possiamo affermare che il significato tradizionale del simbolo del serpente è quello della Conoscenza Suprema, obiettivo finale di tutte le scienze esoteriche.
Tra le numerose sette gnostiche del II° secolo, gli Ofiti, detti anche Naasseni, veneravano specificatamente il Serpente.
Il Serpente era ritenuto elargitore agli uomini della conoscenza del Bene e del Male preclusa dal Dio del Vecchio Testamento, creatore del mondo, ma, ritenuto dalla Gnosi, inferiore al Dio supremo.

Secondo gli Ofiti, il Serpente era stato mandato da Sophia (la Sapienza) per convincere gli uomini a mangiare il frutto proibito della Conoscenza per rendersi conto di livelli divini ben superiori a quelli del loro creatore: il Serpente è colui che dà la Gnosis, la conoscenza illuminata del bene e del male; è il Serpente l’elemento positivo al quale rendere culto e rivolgersi come via per la salvezza. Una redenzione che può venire raggiunta, proprio con il disprezzo della carne, della materia, anche attraverso il libertinismo più perverso.
Nella loro Dottrina il Serpente, il tentatore, appare nelle vesti del liberatore, di colui che solleva l’uomo al di là del bene e del male, al di là della "legge", al di là del Dio antico, nemico della libertà.
La maggior parte delle opere degli Ofiti sono state distrutte dalla Chiesa Cattolica e quel poco che sappiamo di loro è dovuto o a pochi ritrovamenti tra gli scritti di Nag Hammadi o a quanto scritto contro di loro dai Padri della Chiesa.
Nell'opera "Adversus Haereses (contro gli eretici)" di S. Epifanio troviamo la citazione di uno dei pochissimi scritti originali degli Ofiti che ci sono pervenuti:
"Noi veneriamo il Serpente, perché Dio ha fatto per suo mezzo la Gnosi per l’umanità. Ialdabaoth (il Demiurgo, che era il ‘dio degli ebrei’) non ha avuto rapporti con gli uomini e non ha alcuna connessione con la Madre o il Padre in alto. Fu il Serpente che, con la tentazione, ha portato loro la Gnosi; ha insegnato all’uomo e alla donna la completa conoscenza dei misteri dall’alto. Per questo motivo suo padre Ialdabaoth è impazzito di furore, e l’ha cacciato giù dal cielo".
In questa caso i serpenti riportati rappresentano con ogni probabilità il simbolo di Enki, quindi l'immagine sembra raffigurare la creazione dell'uomo da parte degli Anunnaki/Elohim, descrizione che troviamo sia nei testi sumeri che nella Bibbia.

In molte culture la tartaruga è considerata punto di partenza dell' evoluzione, inizio della spiritualizzazione della materia.
Chaac è il nome della divinità Maya della pioggia. Con la sua ascia di luce Chaac colpisce le nuvole producendo fulmini e pioggia. Chaac corrisponde a Tlaloc per gli Aztechi.

Era una divinità particolarmente venerata tra i popoli di cultura Puuc, abitanti di zone caratterizzate da una carenza di precipitazioni.
Sue raffigurazioni si possono osservare in numerosi siti archeologici maya tra cui Uxmal, Sayil, Kabah e Chichén Itzá.

Chaac è spesso raffigurato con un corpo umano coperto di squame di rettile o anfibio, con una testa non umana con delle zanne e un lungo naso penzolante. Spesso porta uno scudo e un'ascia di luce. Inoltre la tartaruga ha un importante significato simbolico nella cosmogonia maya, in quanto nutrice del dio del mais, origine della vita.
«La tartaruga, con il suo guscio tondo (simbolo geometrico del Cielo) che sormonta un carapace quadrato (simbolo geometrico della Terra), esemplifica la struttura cosmica . Per questo è un animale sacro sul cui guscio si leggono i Bagua (trigrammi dell'Yijing). Rinomata per la sua memoria e fedeltà, la tartaruga è simbolo per eccellenza di longevità, sia per il suo 'prendersela con calma' principio base di molte tecniche di lungavita sia perché la sua forma corporea esprime l'unione armonica tra il cielo e la terra»

L’animale “che vive nella melma” era anche il simbolo dell’attaccamento alla terra ma, poiché col suo guscio si poteva fabbricare uno strumento musicale a sette corde, era anche in grado di rallegrare il cuore. La funzione protettrice del suo guscio era già nota nei riti magici dell’antichità come difesa dalla grandine e dagli incantesimi.
Nell’arte e nella mitologia dell’antico Messico le tartarughe marine erano le cavalcature di mitici antenati.
In India la tartaruga (Kurma) era considerata la seconda personificazione del dio Vishnu.

Presso le etnie dei Dogon e dei Barbara, in Africa, la tartaruga era il simbolo della volta celeste, di potenza, saggezza e avvedutezza ed era quindi tenuta in grande considerazione; in alcune aree del Camerun, gli “sgabelli di giustizia” erano a forma di tartaruga, perché si ritenevano così in grado di smascherare le bugie dell'interrogato.

Il Sole, adorato da quasi tutti i popoli antichi simboleggia la saggezza, l’amore e l’intelletto. In senso più ampio, il Sole rappresenta la parte maschile e si erge a simbolo dell’origine e della ragione che porta luce ove domina il buio e illumina l’intelletto.

La Luna, invece, rappresenta l’oscurità e la mutabilità delle forme. Espressione del lato femminile, la Luna rappresenta la figura materna che si palesa con il suo movimento crescente e calante regolatore dei ritmi naturali. Il movimento della Luna si contrappone a quello del Sole in cui la sua dinamica è puramente assiale, seguendo la corrispondenza Sole-Spirito-Fuoco.

Visitando il sito di Kivik, circa 80 chilometri a sud di Simrishamn, in Svezia, si notano, sulle pareti interne di un sarcofago di pietra dell’Età del Bronzo, cerchi e semicerchi, simboli di divinità simili a quelle della Valcamonica e sfere volanti. Ancora in Svezia, nei dintorni di Tanum, gli antichi abitanti dovrebbero essere stati testimoni di ripetuti avvistamenti di “sfere volanti” dotate di raggi abbaglianti. Immagini pressoché identiche sono state scoperte nei siti archeologici di Fuencaliente in Spagna, a Santa Barbara e presso Inyo County, in California (USA). Interessantissime sono le pitture rupestri dell’altopiano del Tassili, Sahara meridionale, in Africa. Qui, sono visibili da migliaia di anni, insieme a figure umane perfettamente stilizzate, altre “sagome” di creature vagamente umanoidi accompagnate da oggetti e sfere volanti di fogge e dimensioni diverse. Spostandoci più a est, nell’attuale Uzbekistan, uno sconcertante disegno rupestre mostra un astronauta in tuta spaziale sul quale campeggia, sospesa nel cielo dipinto sullo sfondo, una nave discoidale che ricorda gli attuali UFO. E ancora: in Australia, presso il distretto di Kimberley Ranges, nitide pitture rupestri ritraggono un Wondjina, l’essere sovrannaturale privo di bocca, con una specie di casco (altro riferimento agli “spaziali” della Valcamonica), su cui appaiono delle scritte (altri ricercatori lo interpretano come una “aureola fiammeggiante”). Alla sinistra dell’essere sono presenti anche sfere o cerchi (per lo studioso di Paleoastronautica Ulrich Dopatka appaiono come dei numeri 0) disposti rispettivamente in tre righe di 21, 24 e 17 per un totale di 62 cerchi, il cui significato rimane tutt'ora ignoto.





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