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venerdì 22 maggio 2015

LO STEMMA DI BUSTO ARSIZIO

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« Il Comune ha come stemma civico uno scudo troncato di rosso e d'argento, a due lettere maiuscole B dell'uno nell'altro, alla fiamma di rosso nascente dalla punta dello scudo e ornamenti esteriori da Città. »
(Descrizione dello Stemma Civico del Comune di Busto Arsizio, Art. 5 comma 1, Statuto Comunale)

Lo stemma della città ha origini che si possono far risalire al XV secolo. Compare formalmente per la prima volta in un antifonario (sanctorum totius anni more ambrosianum) conservato nella Basilica di San Giovanni, in una miniatura di Francesco Crespi de Roberti. Detto disegno è certamente antecedente il 1524, anno della morte dell'autore, e viene ritenuto di fine '400. Poichè è del tutto inverosimile che l'autore lo abbia riportato su di un libro sacro se non fosse stato uno stemma già consolidatosi, si può ritenere che detto stemma fosse in auge almeno dai primi del '400.
Compare successivamente, ma senza la nota fiammella nel Codice Archinto, redatto nel '500, e conservato a Torino. Successivamente viene riportato nel Codice Cremosano, raccolta di stemmi datata 1673 circa, sempre senza fiammella, il che ha fatto ritenere che il Cremosano abbia usato, come fonte, il codice Archinto.
Infine, lo stemma compare in un disegno attribuito a Biagio Bellotti (vissuto nel '700), stemma che è sostanzialmente identico all'attuale gonfalone cittadino.
Da notare che lo stemma della città compare anche in una vetrata del Duomo di Milano (assieme ai simboli dei Visconti e dei Marliani, già conti di Busto Arsizio), sia in una forma analoga a quella attualmente in uso (doppia lettera "B" in campi dal colore diverso) sia nella forma che si ritiene fosse usata in precedenza, ossia l'Agnus Deii, l'agnello di Dio, il precursore di Cristo, simbolo di San Giovanni Battista, patrono della città.

Il punto più controverso è dato dalla presenza della fiammella sotto la lettera "B" della metà inferiore dello stemma stesso.
La tradizione di risalenza umanistica legava la fiammella alla origine del nome della città, origine asseritamente legata al termine latino "burere" (bruciare) che, però, veniva legato a diversi (quanto sforniti di prove di alcun genere) eventi risalenti alla notte dei tempi.
Si è detto che la parola "Bustum" sarebbe da attribuire agli incendi causati da Belloveso all'antico villaggio; si è sostenuto che sarebbe un ricordo del rogo di cadaveri a seguito di una battaglia avvenuta in queste campagne; ed infine si è detto che deriverebbe dai frequenti incendi cui il villaggio, composto da case di legno e paglia, era soggetto.
Anche uno storico molto serio come il Bondioli si è lasciato trasportare dalla poesia attribuendo il tutto al fuoco perenne dei forni di cui il villaggio era storicamente dotato (e famoso) per la lavorazione del filo di ferro.
Da ultimo, l'architetto Spada ha sostenuto che quel "bustum" deriverebbe dalla pratica dei popoli Liguri di bruciare i boschi per fondare una città, il cosiddetto debbio.
Non v'è dubbio che tutte queste ipotesi possano aver ispirato la creazione dello stemma della città. Trattandosi infatti di uno stemma nato non prima degli inizi del '400, ben potrebbe esser stata introdotta la fiammella sia a ricordo di eventi dell'antico passato ricostruiti fantasiosamente dagli umanisti, sia in ricordo dell'ancora viva (nel '400) industria della lavorazione del ferro.
Tutto ciò, peraltro, non risolve affatto il problema del nome "Busto" o, come meglio si dovrebbe dire "Busti" che ha tutt'altra origine e significato. Ci dovrebbero infatti spiegare, gli autori delle varie tesi sopraesposte, come mai il nome della città, storicamente, compaia sempre come "Busti" e gli abitanti del villaggio vengano definiti quelli "de Bustis", sempre al plurale.
In lingua locale, è ignota la parola "Busto" e si dice invece, unicamente "Büsti".
Quanto alla doppia lettera "B" sovrapposta all'interno dello stemma, le ipotesi si sprecano.
Sarebbe una Busto nuova risorta dopo quella incendiata (che fosse incendiata dai Celti o dalle scintille dei forni della lavorazione del ferro poco importa).
Nell'idea di chi creò dal bel nuovo lo stemma, è molto probabile che questa fosse l'intenzione. Infatti, la lettera ed il campo sovrastante cambiano anche di colore, quasi ad indicare un rinnovamento totale.
E non è da escludere che questa possa realmente esser stata l'intenzione che si volle attribuire allo stemma, ma certamente non riferibile ad eventi remoti del passato di cui non si aveva allora (come non si ha oggi) alcuna prova storica o archeologica, ma che dovrebbe riferirsi a ben più recenti episodi di incendio e distruzione del borgo e sua ricostruzione.

« Il Comune ha come gonfalone un drappo di colore azzurro riccamente ornato di ricami d'oro, caricato dello stemma civico con l'iscrizione centrata in oro "Città di Busto Arsizio". Le parti di metallo e i nastri sono dorati. L'asta verticale è ricoperta di velluto azzurro con bullette dorate poste a spirale. Nella freccia è rappresentato lo stemma della Città e sul gambo inciso il nome. Cravatta e nastri tricolorati dai colori nazionali frangiati d'oro. »
(Descrizione del Gonfalone del Comune di Busto Arsizio, Art. 5 comma 2, Statuto Comunale)
La città di Busto Arsizio è stata insignita il 2 giugno 1963, da parte dell'allora presidente della Repubblica Antonio Segni, della "medaglia d'oro ai benemeriti della scuola, della cultura e dell'arte".

Busto Arsizio fa parte delle città decorate. Infatti, il 9 aprile 1979 è stata insignita, da parte dell'allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, della medaglia di bronzo al valor militare per il ruolo rilevante tenuto e i meriti acquisiti durante la lotta partigiana nel corso della guerra di Liberazione al termine seconda guerra mondiale (l'emittente locale Radio Busto Libera fu la prima ad annunciare la caduta del regime fascista), con la seguente motivazione:

« Fin dall'armistizio, Busto non esitò a scegliere la via dell'onore con la costituzione di reparti partigiani operanti in Città o in appoggio alle formazioni di montagna e organizzando, contemporaneamente, gruppi per la difesa delle fabbriche. Divenuta, con l'insediamento del C.L.N., anche sede di missioni alleate, potenziò l'attività, allargandone la sfera d'azione e diventando, in breve, il centro propulsore della lotta partigiana nel Nord-Italia. Nel corso di venti mesi, i suoi figli diedero un determinante apporto alla lotta armata, da S. Martino sopra Varese, a Cusio in provincia di Novara e nelle zone del Mottarone, dell'alto Verbano e dell'Ossolano, culminata con la liberazione dell'Ossola, sempre infliggendo dure perdite alle forze di occupazione, neutralizzandone numerosi presidi e liberando tutto il suo territorio ancor prima dell'arrivo degli alleati. Prima Città a dare, il 25 aprile, l'annuncio al mondo che l'Italia era insorta, Busto Arsizio è stata una degna protagonista del Secondo Risorgimento Italiano. »
(Busto Arsizio, settembre 1943 - aprile 1945)




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FOLKLORE A BUSTO ARSIZIO

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Il ciclo delle stagioni ha scandito da sempre il ritmo di vita del mondo agricolo: evocare la primavera nel bel mezzo dell'inverno, propiziarsi il favore del cielo per tenere lontano siccità e tempeste, trarre auspici da determinati avvenimenti, ringraziare i santi protettori del raccolto andato bene, ricordare i propri morti sentiti come parte indissolubile del proprio destino: tutto questo ha sempre fatto parte del patrimonio culturale della gente semplice legata per la sopravvivenza ad una terra non sempre benevola.
Uno degli elementi caratterizzanti e determinanti di Busto è senza dubbio la ricchezza associazionistica presente in Città. Grazie alle numerose associazioni, coordinate e stimolate dall'Amministrazione Comunale, si possono rivivere le belle tradizioni bustocche e si può difendere con grande vigore la cultura locale.
Busto Arsizio più tenacemente di altre città vicine, mantiene fede ad una vecchia quanto simpatica tradizione come quella della festa della Gioeubia.
Nel mezzo dell'inverno e precisamente l'ultimo giovedì di gennaio, si brucia la "vecchia" simbolo della stagione secca quasi per implorare l'arrivo della stagione verde, che significava possibilità di sopravvivere.
Era la festa delle donne, un ricordo forse della società Matriarcale tipica delle genti liguri dalle quali discendono anticamente i bustocchi.
In questo giorno, obbligatorio il "risotto con la luganiga", l'uno e l'altro simboli di fertilità.

La maschera di carnevale ufficiale della Città Di Busto Arsizio è "Ul Tarlisu". Il termine adottato è il corrispondente dialettale di "Traliccio" denominazione di un particolare tipo di tessuto "cruciata" o federa per materassi e cuscini, a righe bianche e marroni, prodotto nei tanti opifici della città.
Il Tarlisu (traliccio) è, assieme alla Bumbasina, una delle maschere tipiche della città di Busto Arsizio dal 1983.

L'ideatore delle maschere è stato Giovanni Sacconago, il patron del carnevale bustocco, scomparso nel 2013.

Tarlisu (traliccio), tipo di tessuto inventato dai bustocchi nei primi dell'800, usato come fodera dei materassi. Il successo di questo tessuto è stato tale che fu esportato in tutto il mondo insieme alla bumbasina (tela per fare lenzuola) dal pioniere bustese dell'esportazione cotoniera Enrico Dell'Acqua. L'abilità di questo pioniere nel vendere ispirò Luigi Einaudi a farne uno studio definendolo il Principe Mercante. Il successo dette un forte impulso allo sviluppo dell'industria tessile a Busto Arsizio tanto che la Città si meritò l'appellativo di Manchester d'Italia.La Famiglia Sinaghina, che da anni organizza il carnevale, ripropose il Tarlisu come personaggio emblematico a Maschera della Città.

Al Tarlisu si è unita la maschera femminile "la Bumbasina"formando la coppia ideale della realtà tessile della città.La Bombasina era una tela grezza di cotone usata prevalentemente come lenzuola, ma anche come asciugatoi e grembiuli per lavori domestici. Il grezzo veniva tinto e così era idoneo a molteplici usi. Una delle caratteristiche di questo tessuto era che tutta la preparazione del filato era eseguita manualmente e perciò in maniera artigianale; di conseguenza la "bumbasina" presentava nella pezza ciò che a Busto veniva chiamata "a guseta" (residuo del guscio del cotone).
La festa di San Giuseppe è la festa della famiglia. I Bustocchi hanno un culto particolare per il padre di Nostro Signore Gesù Cristo; al suo nome hanno legato, fin dalla sua fondazione, il loro grande Ospedale. Tutti gli anni si assiste ad una lunga processione di gente che va in visita all'ospedale di San Giuseppe, per recare una testimonianza di fede e di carità al capostipite della famiglia cristiana.

Il lunedì dell'Angelo da tempo immemorabile i Bustocchi si trovano alla Madonna in Veroncora per la Festa dell'insalata e ciàpi.
Il significato di questa tradizione va ricercato nel lavoro agricolo, una volta di importanza pari al lavoro tessile, legato alle stagioni e ai riti connessi per chiedere al cielo abbondanti raccolti.
Questo della Veroncora era il rito di primavera con il quale si festeggiava il ritorno della bella stagione offrendo la prima insalata dei campi con le uova sode da sempre simbolo della fecondità. Tradizionale la gara di abilità di cavalieri spericolati su cavalli addobbati a festa con nastri e fiori. Attorno al prato di gara stavano predisposti i carri sopra i quali le famiglie facevano un tifo infernale sino a tarda sera.

La Città di Busto da sempre festeggia, il 24 giugno, il suo patrono San Giovanni. Non è ben precisato se, la notte di San Giovanni, la Madonna pianga di tenerezza per la ricorrenza della nascita di colui che ha battezzato suo Figlio o di angoscia per i peccati del mondo, fatto sta che le sue lacrime, che in questa notte si solidificano, avevano un potere miracoloso e quelli che le possedevano le conservavano in piccoli astucci come reliquie portentose.

Per San Rocco un tempo i contadini portavano tutto il bestiame bovino ed equino alla chiesa per la benedizione ; oggi la Sagra viene celebrata nel mese di settembre e si può gustare il tradizionale "pane di San Rocco".

La chiesetta della Madonna in Prato, è legata alla festa, che si svolge l'8 dicembre di ogni anno, detta delle "Coppette" (cialdoni di mandorle), che i fidanzati portavano una volta in dono alle promesse spose, come augurio di prosperità.




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IL DIALETTO BUSTOCCO





Il linguaggio bustocco si stacca notevolmente dai dialetti lombardi e dagli stessi dialetti nostrani delle località più prossime a Busto Arsizio. Duro e scarno, sommamente sbrigativo, queste le caratteristiche imputabili certamente alla fretta del lavoro perchè chi lavora intensamente, accanitamente non ha tempo da perdere neanche nel parlare .
Particolarmente sensibili e interessati al dialetto lombardo, soprattutto bustocco, numerosi autori hanno innestato una tradizione letteraria tutta dedicata a Busto , facendo rivivere in un gran numero di racconti, proverbi, filastrocche raccolti in anni e anni di attenta ricerca, non solo la parlata, ma anche i costumi, il modo di vivere dei padri e dei nonni, la loro arguzia, il loro modo di annotare giorno per giorno i fatti, il loro acutissimo spirito di osservazione, quella che oggi, potremmo definire "filosofia di vita".

Rispetto al milanese e ai dialetti vicini presenta diverse semplificazioni:

semplificazione di tutte le consonanti doppie (es. balón invece di pallone)
riduzione del suono /r/ fino alla sua quasi completa scomparsa
lenizione della labiodentale /v/ in presenza di vocale, a cui spesso si assimila (es. 'üstu invece di visto).
riduzione sostanziale delle sillabe finali postoniche in presenza dei fenomeni sopra esposti.
In qualche caso una parola lunga è stata ridotta ad un semplice vocalizzo (es. sguá invece di volare).

Nel bustocco si ha la conservazione della vocale finale delle parole, caratteristica unica di tale dialetto. In lombardo occidentale si dice tècc (tetto), mentre a Busto: téciu.

A metà ottocento Luigi Ferrario asseriva:

« Il dialetto di Busto ha un impronta particolare, che caratterizza, per così dire, l’indole degli abitanti i quali nella pronunzia tendono ad allungare in fine quasi tutte le parole. Abusano spesso delle sincopi, talvolta anche delle antitesi e delle elisioni. Ora però che si è accresciuto il numero delle famiglie civili, e le relazioni colla città si sono moltiplicate, pare che il dialetto vada a poco a poco perdendo della nativa rozzezza. »
(Busto Arsizio notizie storico statistiche, 1864)
Al plurale, quasi sempre, la stessa uscita vale per il maschile come per il femminile. Nei nomi propri sono i neutri che si applicano indifferentemente (es. 'Ngiuloêu per Angelo o Angela).

Un celebre scioglilingua in bustocco recita: "dü öi indüìi in d'u áqua d'Uóna" ("due uova indurite (sode) nell'acqua dell'Olona")anche se più tipico del legnense.

Il dialetto bustocco è caratterizzato da un substrato ligure, presente dalla remota antichità, ed improntato successivamente dalla parlata gallo-romanza comune agli altri dialetti lombardo-occidentali. Tale substrato, presente anche in altri dialetti della zona, è più marcato nel bustocco.

Tratti liguri salienti nel dialetto bustocco sono la presenza della vocale "u" atona finale nei sostantivi e negli aggettivi maschili, nei verbi e negli avverbi (es. gatu, secu, coldu, büceu, candu invece di gatt, secch, cald, bicér, quand, tipiche del legnanese) e la sparizione di alcune consonanti intervocaliche (es. lauá invece di lavurá), al punto che è possibile comporre una frase di senso compiuto totalmente priva di consonanti: "A öu i öi" (Voglio le uova). Spesso la "a" accentata [á] suona come una via di mezzo tra la "a" e la "o". Il celebre verso di una canzone genovese "Ma se ghe penso aloa mi veddo o ma..." non è molto dissimile se tradotto in bustocco: "Ma sa ga pensu alua me'a vedu ul már...".

Anche il cosiddetto dialetto, come tutte le lingue parlate, subisce una mutazione nel corso del tempo, assumendo vocaboli dall'italiano e quindi non bisogna stupirsi se il dialetto parlato dalle persone di una certa età differisce da quello parlato da persone più giovani. È comunque significativo il fatto che il substrato ligure del dialetto bustocco sia in grado di dare un imprinting anche ai neologismi mutuati dalla lingua italiana o anche da altre lingue come l'inglese: ad esempio la parola "jet" non di rado viene resa con gétu in bustocco. La peculiarità del dialetto bustocco come "isola linguistica" ligure è così marcata da rendere possibile tracciare una isoglossa che comprende quasi tutto il comune di Busto Arsizio lasciando fuori a nordovest la "Cascina dei Poveri" i cui originari abitanti parlavano un dialetto più simile a quello di Gallarate il quale non presenta caratteri liguri o li presenta in forma molto attenuata. All'interno dell'isoglossa vi sono comunque differenze di parlata anche fra i diversi rioni di Busto Arsizio, come San Michele e San Giovanni, e ancor di più Sacconago e Borsano, questi ultimi un tempo Comuni autonomi e ora conurbati a Busto Arsizio. Un esempio: a Busto il sole è "ul su", a Borsano è "ul tsu".

Le consonanti non presentano grandi differenze con l'italiano. Non esistono le geminate (doppie consonanti), sebbene spesso per convenzione ortografica si scrivano una doppia S o una doppia Z al solo scopo di rappresentare il suono sordo delle due lettere quando vi può essere un dubbio sul fonema (in realtà la pronuncia è di suono semplice). In rari casi è presente anche un suono inesistente nella lingua italiana: la fricativa postalveolare sonora (/ʒ/) - come la J francese di journal - resa con SG: sgigutà (sfasciare). In qualche caso la lettera S iniziale seguita da vocale appare come la s sonora (/z/) dell'italiano asola: ul sé (l'aceto), a Sina (la Sina). Ciò si deve alla caduta della vocale iniziale (asé > sé) o alla semplificazione per elisione della prima sillaba (Lüisina > Sina).

Le vocali sono i numero maggiore rispetto all'italiano, essendone presenti dieci dieci: A, Á, É, È, I, Ó, Ò, Ö, U, Ü.

A, I e U sono esattamente come in italiano.
E e O possono avere suono aperto o chiuso, come in italiano ma il loro uso è più rigoroso che in italiano, che ovviamente risente delle diverse parlate locali. Contrariamente all'italiano regionale della Lombardia occidentale e dell'Italia Settentrionale in genere, che pronuncia con suono aperto la E di perché (perchè, il bustocco pronuncia il termine equivalente parché con la E chiusa come previsto dalla dizione italiana.
Ö e Ü, dette anche vocali turbate 1, sono tipiche della lingua lombarda e di parte del gruppo linguistico gallo-italico e suonano esattamente come le corrispondenti vocali tedesche. Non vi è uniformità di vedute per quanto riguarda la grafia del suono Ö, che viene anche scritto alla francese OEU oppure OÊU. La presenza di una vocale turbata può cambiare radicalmente il significato di una parola rispetto alla parola che presenta la stessa vocale non turbata, ad esempio butón (bottone) e bütón (spinta); su (sole) e sü (su, sopra).
Á è il suono che assume la lettera A quando si presenta nella sillaba tonica di una parola o anche di una frase. Di proposito è marcata con accento acuto invece di grave, perché ha spesso un suono intermedio tra A e O, anche se l'influsso della lingua italiana e la desuetudine dei meno anziani a parlare il dialetto sta facendo scomparire questo suono a favore del suono "a". È comunque un suono molto marcato del dialetto parlato dai locutori più anziani. Per dare un'idea di questo suono si pronunci questa lettera con la posizione delle labbra propria della lettera A ma con la lingua all'indietro come quando si pronuncia una O. Possiamo pertanto considerarla anch'essa una vocale turbata 1. La differenza si fa più evidente negli incontri vocalici: la parola stráa (strada) che nei dialetti limitrofi viene pronunciata con una "a" aperta e lunga, in bustocco si pronuncia quasi "stroa".
Gli articoli determinativi sono UL per il maschile singolare e A per il femminile singolare. Se però il sostantivo inizia con una vocale si usa U per entrambi i generi: u om (l'uomo), u áqua (l'acqua). Il plurale per entrambi i generi è I: i pessi (i pesci), i scárpi (le scarpe).

Gli articoli indeterminativi e i partitivi sono UN per il maschile, NA per il femminile e DI per il partitivo (degli, delle).

I sostantivi maschili generalmente terminano con la U atona: ul gátu (il gatto), ma possono anche terminare con le consonanti L, M, N e R: ul capèl (il cappello), u om (l'uomo), ul baén (il badile), ul bütér (il burro); oppure con vocale accentata: ul spazzacá (il solaio), ul cazzü (il mestolo), ul pidriö (l'imbuto), ul prestiné (il panettiere); e ancora con la desinenza UI, per i nomi che in italiano terminano in ORE: ul Signui (il Signore), ul curidui (il corridore); e con il suono GN (N nasale): ul lègn (il legno). Naturalmente vi sono delle eccezioni. ÉN e ÓN sono anche le desinenze dei diminutivi e degli accrescitivi: miscén (micino), scarpón (scarpone).

I sostantivi femminili di solito terminano con la vocale A, ma possono terminare anche con consonante N: a man (la mano), a televisión (la televisione). Il diminutivo e l'accrescitivo si fanno con i suffissi INA e ONA. Più spesso che in italiano, l'accrescitivo cambia il genere della parola: na dóna (una donna) - un dunón (una donnona).

I sostantivi maschili che terminano in U al plurale prendono la desinenza I: ul gátu - i gáti (il gatto - i gatti); quelli che terminano con una vocale accentata e quelli in UI restano invariati: ul pidriö - i pidriö (l'imbuto - gli imbuti), ul pitui - i pitui (il pittore - i pittori); quelli che terminano con M e R rimangono invariati: u om - i om (l'uomo - gli uomini), ul mustar - i mustar (il mostro - i mostri); quelli che terminano in L generalmente prendono la desinenza I: ul cavèl - i cavèi (il capello, i capelli) ma talvolta restano invariati: ul tául - i tául (il tavolo - i tavoli).

I sostantivi in N rimangono invariati se non si tratta di un accrescitivo o di un diminutivo: ul can - i can (il cane - i cani). Il diminutivo ÉN al plurale dà ITI: cagnén - cagniti (cagnolino - cagnolini); l'accrescitivo ÓN al plurale dà UNI: lümagón - lümaguni (lumacone - lumaconi).

I sostantivi femminili che terminano in A al plurale prendono la I: a cadréga - i cadreghi (la sedia - le sedie), tranne quelli che finiscono in LA, MA, e NA e GNA, che perdono la A: a bála - i bal (la palla - le palle), a máma - i mam (la mamma - le mamme), a dóna - i don (la donna - le donne), a rogna - i rogn (la sfortuna - le sfortune). Ma anche in questo caso vi sono delle eccezioni. Rimangono invariati i pochi sostantivi femminili che terminano in consonante: a man - i man (la mano - le mani). Il diminutivo femminile è INA e l'accrescitivo è ONA. Al plurale si hanno rispettivamente IN e ON, in qualche caso UNI.

Le preposizioni semplici sono: DA (di e da), A (a), IN (in), CON o CUN (con), SÜ (su), GIÚ (giù), PAR (per), TRA (tra) e FRA (fra).

Le preposizioni articolate sono: DUL (del e dal) DU (dell' e dall'), DAA (della e dalla), DI (dei, delle e dai, dalle), AL (al), AU (all'), AA (alla), AI (ai, agli, alle), IN DUL (nel), IN DU (nell'), IN DAA (nella), IN DI (nei, nelle), CONT'UL (con il),CONT'U (con l'), CONT'AA (con la), CONT'I (con gli, con le), SÜL (sul), SÜA (sulla), SÜ'U (sull'), SÜI (sugli, sulle).

Gli aggettivi qualificativi possono terminare come i sostantivi in U / A, plurale I: giáldu / giálda / gialdi (giallo / gialla / gialli-gialle), oppure essere invariabili, come ad esempio dulzi (dolce), oppure con la combinazione - / A / I: bèl / bèla / bèi (bello / bella /belli-belle).

Gli aggettivi derivati dai participi passati (che in italiano hanno desinenza ATO, UTO e ITO) si comportano allo stesso modo, ad esempio: indurmentà / indurmentáa / indurmentái (addormentato / addormentata / addormentati-te), imbesüì / imbesüìa / imbesüìi (istupidito /istupidita /istupiditi-te).

Comparativo di maggioranza: PÜSSÉ...DUL/DAA/DI..., es.: a me máchina a l'é püsse nöa daa tua (la mia auto è più nuova della tua).

Comparativo di minoranza: MÈNU...DUL/DAA/DI...,es.: (ul to fiö a l'é menu voltu dul mé (tuo figlio è meno alto del mio).

Comparativo di uguaglianza: TÈME o 'ME, es.: (ul tó fradél a l'é magar 'me un ciodu (tuo fratello è magro come un chiodo).

Superlativo relativo: UL/A/I PÜSSÉ, es.: a tó tusa a l'é a püssé bèla daa scöa (tua figlia è la più bella della scuola).

Superlativo assoluto: non esiste. Si usano locuzioni come stracu 'me un vilan (stanco come un contadino = stanchissimo), biancu 'me un patèl (pallido come un pannolino - si presume non usato! = pallidissimo); oppure si ricorre al raddoppio dell'aggettivo: a l'andéa adasi adasi (andava adagio-adagio = pianissimo.

I pronomi personali soggetto sono: MEN (io), TI (tu), LÜ (egli), LÉ (ella), NÖGN (noi), VIÒLTAR (voi) e LUI (essi/esse).

I pronomi personali accusativi, cioè del complemento oggetto, sono: MA (affisso) e -MI (suffisso) per la prima persona singolare, es. al ma vedi (mi vede), a l'é in giru a cercámi (è in giro a cercarmi); TA (affisso), -TI (suffisso) e -S (suffisso imperativo) per la seconda persona singolare, es. al ta vedi (ti vede), a l'é in giru a cercáti (è in giro a cercarti), darsédas! (svegliati!); LU o 'L (affisso) e -L (suffisso) per la terza persona singolare maschile, es. a 'l mangiu dopu (lo mangio dopo), mètal lì! (mettilo lì!); LE o LA (affisso) e -LA (suffisso) per la terza persona singolare femminile, es. ghe là na missuia, te le vedi? (c'è là una falce, la vedi?), bütala via! (buttala via!); il pronome oggetto per la prima persona plurale viene spesso espresso con una locuzione, dato che è lo stesso della prima persona singolare MA, es.: i ma guárdan a nögn (ci guardano), come pronome suffisso si usa -M o -GHI con la stessa locuzione, es.: vardam ben a nögn (guardaci bene); per la seconda persona plurale si usano VA (affisso) e -VI (suffisso), es.:a va édu! (vi vedo!), a l'é dré guardávi (vi sta guardando); e infine per la terza persona plurale si usano I o IU (affisso) e -I (suffisso), es.: a iu cércu (li cerco), a sun dré cüntái (li sto contando).

I pronomi personali dativi, cioè del complemento di termine, sono: MA (affisso) e -MI (suffisso) per la prima persona singolare, es.: al ma parla (mi parla), dami trá (dammi retta); TA (affisso) e -TI (suffisso) per la seconda persona singolare, es.: al ta disi (ti dice), a rièssu mai a parláti (non riesco mai a parlarti); GA e GHE (affisso) e -GHI (suffisso) per la terza persona singolare, sia maschile che femminile), es.: al ga disi sémpar da nó (gli dice sempre di no), parché te vé nó a parlághi? (perché non vai a parlargli/le?); per la prima persona plurare valgono le considerazioni del pronome oggetto: si usano GA (affisso) e -GHI (suffisso) con la specificazione A NÖGN, es.: i ga dìsan a nögn (ci dicono), a l'é 'gnü chi a parlaghi a nögn (è venuto qua a parlarci); per la seconda persona plurale si usano VA (affisso) e -VI (suffisso), es.: al va disi tüscos (vi dice tutto), dumandèvi ul parché (domandatevi il perché); e infine per la terza persona plurale si usano GA (affisso) e -GHI (suffisso), es.: men a ga dó trá (io do loro retta), mó a vó a dumandaghi (ora vado a chiedere loro).

Nel caso si voglia enfatizzare un discorso si pospone di nuovo il pronome nella forma soggetto per l'accusativo e nella forma soggetto preceduto da A per il dativo, es.: al m'ha ciapá men! (ha preso proprio me!), al ta parla a ti! (sta parlando proprio a te!).

I pronomi relativi sono: CHA (che, il quale, la quale, i quali, le quali, al quale, alla quale, ai quali, alle quali, cui, di cui, da cui, del quale, della quale, dei quali); CHEL (quello), CHÈLA (quella), CHI TÁI (quei, quelli, quelle). Es.: chel cha'l disi chel lì l'è chel ch'i dìsan tüci chi tái ch'i sbáglian (quello che dice quello lì è quello che dicono tutti quelli che sbagliano), DUÉ o INDUÉ (dove), es.: a cá indué a son nassü (la casa dove sono nato); TÜL CHEL (quanto), es.: t'é a mangiá tül chèl cha ghé in dul piatu (devi mangiare quanto c'è nel piatto). I pronomi interrogativi sono CHI per le persone, CHE per le cose, es.: chi l'é chel lì? (chi è quello?), che trenu t'é a ciapà? (che treno devi prendere?), ʾSA (che cosa?, quanto?), es.: ʾsa te'n disi? (cosa ne dici?), ʾsa i ciápan? (quanto guadagnano?)

I pronomi indefiniti sono: OGNI, OGNADÖN/OGNADÜNA (ognuno/ognuna), CAI (qualche), es.: un cai dì a vegnu giù a truáti (qualche giorno verrò a trovarti); derivati: CAIVÖN/CAIVÜNA (qualcuno/qualcuna), CAIGHIDÖN/CAIGHIDÜNA (qualcheduno/qualcheduna),CAICOSSA (qualche cosa); TÜSCOSSI (tutto), NAGUTA (niente), NISSÖGN/NISSÜNA (nessuno/nessuna), ÒLTAR/ÒL, ÒLTRA/ÒLA, ÒLTAR (altro, altra, altri/altre), VÖN/VÜNA (un tizio/una tizia).

Aggettivi e pronomi possessivi sono UL MÉ, A MIA, I MÉ (il mio, la mia, i miei/le mie); UL TÓ, A TUA, I TÓ (il tuo, la tua, i tuoi/le tue); UL SÓ, A SUA, I SÓ (il suo, la sua, i suoi/le sue); UL NÒSTU, A NÒSTA, I NÒSTI e I NÒSTAR (il nostro, la nostra, i nostri/le nostre); UL VÒSTU, A VÒSTA, I VÒSTI e I VÒSTAR (il vostro, la vostra, i vostri/le vostre); UL SÓ, A SUA, I SÓ (il loro, la loro, i loro/le loro), dato che questa forma è uguale alla terza singolare, spesso si specifica con la forma UL SÓ DA LÚI, A SUA DA LÚI, I SÓ DA LÚI.

Avverbi:
Di luogo: DUA, INDUA, DUÉ, INDUÉ, DUGHÉ, INDUGHÉ (dove), CHI (qui), LÁ (là), SÜ (su), GIÙ (giù), DEN', DENTAR (dentro), FÖA (fuori), SUA (sopra), SUTA (sotto), VISÉN (vicino), LUNTAN (lontano), SCIÁ (qua), DANANZI (davanti), DADRÉ (dietro), DAPARTÜTU (dappertutto).

Di tempo: IÉI (ieri), INCÖ (oggi), CANDU, QUANDU (quando), DUMAN (domani), DOPUDUMAN (dopodomani), PRIMA (prima), DOPU (dopo), PRÉSTU, BUNÙA (presto), TARDI (tardi), MÓ (adesso), PÖ (poi), STAMATINA (stamani), STUMESDÍ (a mezzogiorno), STABASSÙA (questo pomeriggio), STASSÍA (stasera), STANÒCI (stanotte), ADREAMAN, SÜBITU (sùbito), SÉMPAR (sempre), MÁI (mai), IN CHÈLA (mentre, in quel momento), ANMÓ, ANCAMÓ (ancóra), MUNANCA, MUNAN (non ancora), SÜ PA'L DÍ (di giorno), PASSÁ (scorso), CH'I VEGN (venturo), SPESSU (spesso), MIATANTU (di rado, non spesso), UAMÁI (ormai), TÜT'IN UN BOTU (improvvisamente). Di quantità: POCU (poco), TANTU (tanto), ASSÉ (abbastanza), TROPU (troppo), NAGUTA (niente), PÜ O MÈNU (pressappoco), DUMÁ (soltanto).

Di affermazione e negazione: SÌ (sì), NÓ (no), SIGÜU (sicuro, certo), GNANCA (neanche), NEMÈNU (neammeno) Di dubbio: ANDABÉN (forse), MAGÁI, MAGÁA (magari), CHISSÁ (chissà), DABON/DARBON (davvero). Di modo: CUMÉ (come?), TÈME, ʾME (come), BÉN (bene) MÁ, MALAMENTI (male), VULANTÉA (volentieri), FORTI (forte), PIAN (piano), INSCÍ (così), PULIDU (bene), PAGAMENTU (neanche a farlo apposta), ALMENU, ALMANCU (almeno), PÜTOSTU (piuttosto), A CÖN DA... (per colpa di...), CUMPAGN (uguale), ADRÉ! (forza!), IN GNÁ (via), APRÉSSA (vicino)

Le congiunzioni sono molto simili all'italiano: E, O, CA (che), ANCA (anche), MA, PERÒ (si possono usare anche assieme), SICHÉ (sicché), DONCA (dunque), QUINDI, ALÚA (allora), PARTANTU (pertanto).

In bustocco si usano: il presente, il presente continuo, il passato prossimo, l'imperfetto, l'imperfetto continuo, il futuro (spesso sostituito con il presente), l'infinito e il participio passato. Futuro anteriore, congiuntivo e condizionale sono usati in misura minore nel colloquio.

Le altre forme verbali presenti in italiano o non esistono o sono usate molto di rado.

Gli ausiliari sono VESSI (essere) e VEGHI (avere).

La costruzione verbale prevede l'uso della particella pronominale, analogamente alla forma francese enfatica del tipo "Moi je mange" (io mangio). I pronomi soggetto con le particelle pronominali sono: MEN A per la prima persona singolare, TI A TI (oggi si sente spesso la forma TI A TE) per la seconda persona singolare, LÜ AL, LÈ A LA per la terza persona singolare, NÖGN A per la prima persona plurale, VIOLTAR A o VIOL A per la seconda persona plurale, e LÚI I per la terza persona plurale. Spesso si omette il pronome soggetto e si usano solo la particella pronominale e la voce verbale, es.: (LÜ) AL GIÜGA (gioca).

Ausiliare VESSI (essere), indicativo presente: men a sum, ti a ti sé, lü/lé a l'é, nögn a sèm, violtar a sì, lùi a inn, indicativo imperfetto: men a séu, ti a ti séi, lü/lé a l'éa, nögn a séam, violtar a sii, lùi i éan, indicativo passato prossimo: men a sum stéi, ti a ti sé stèi, lü/lé a l'é stèi, nögn a sèm stèi, violtar a sì stèi, lùi a inn stèi, indicativo futuro: men a saó, ti a ti saé, lü al saá, lé a la saá, nögn a saèm, violtar a saì, lùi i saán.

Ausiliare VEGHI (avere), indicativo presente: men a g'ho, ti a ti g'hé, lü al g'ha, lé a la g'ha, nögn a g'hem, violtar a g'hì, lùi i g'han, indicativo imperfetto: men a g'héu, ti a ti g'héi, lü al g'héa, lé a la g'héa, nögn a g'héam, violtar i g'hì, lùi i g'héan, indicativo passato prossimo: men a g'ho 'ü, ti a ti g'hé 'ü, lü al g'héa 'ü, lé a la g'héa 'ü, nögn a g'hém vü, violtar a g'hì 'ü, lùi i g'han vü, indicativo futuro: men a g'haaó, ti a ti g'haaé, lü al g'haáa, lé a la g'haáa, nögn a g'haaém, violtar a g'haaì, lùi i g'haáan.

Prima coniugazione: infinito in Á, es.: mangiá (mangiare). Indicativo presente: men a mángiu, ti a ti mángi, lü al mángia, lé a la mángia, nögn a mángiam, violtar a mangì, lùi i mángian, indicativo presente continuo: men a sum dré mangiá, ti a ti sé dré mangiá, lü/lé a l'é dré mangiá, nögn a sèm dré mangiá, violtar a sì dré mangiá, lùi inn dré mangiá, indicativo imperfetto: men a mangéu, ti a ti mangéi, lü al mangéa, lé a la mangéa, nögn a mangéam, violtar a mangìi, lùi i mangéan, indicativo imperfetto continuo: men a séu dré mangiá, ti a ti séi dré mangiá, lü/lé a l'éa dré mangiá, nögn a séam dré mangiá, violtar a sìi dré mangiá, lùi i éan dré mangiá, indicativo passato prossimo: men hu mangiá, ti a t'hé mangiá, lü/lé a l'ha mangiá, nögn hem mangiá, violtar hì mangiá, lùi han mangiá, indicativo futuro: man a mangiaó, ti a ti mangiaé, lü al mangiaá, lé a la mangiaá, nögn a mangiaèm, violtar a mangiaì, lùi i mangiaán.

Seconda coniugazione: infinito in É, es.: vidé (vedere). Come in italiano i verbi della seconda coniugazione sono più o meno irregolari. In bustocco però sono pochi. Indicativo presente: men a édu, ti a ti édi, lü al védi, lé a la édi, nögn a édam, violtar a idì, lùi i édan, Indicativo presente continuo: men a sum dré idé, ti a ti sé dré idé, lü/lé a l'é dré idé, nögn a sèm dré idé, violtar a sì dré idé, lùi a inn dré idé, indicativo imperfetto: men a idéu, ti a ti idéi, lü al vidéa, lé a la idéa, nögn a idéam, violtar a idì, lùi i vidéan, indicativo imperfetto continuo: men a séu dré idé, ti a ti séi dré idé, lü/lé a l'éa dré idé, nögn a séam dré idé, violtar a sìi dré idé, lùi i éan dré idé, indicativo passato prossimo: men hu üstu, ti a t'hé üstu, lü/lé a l'ha üstu, nögn ham vüstu, violtar hi üstu, lùi han vüstu, indicativo futuro: men a edaó, ti a ti edaé, lü al vedaá, lé a la vedaá, nögn a idaèm, violtar a idaì, lùi i vidaán.

Terza coniugazione: infinito in I (atona), es.: pèrdi (perdere). Indicativo presente: men a pèrdu, ti a ti pèrdi, lü al pèrdi, lé a la pèrdi, nögn a pèrdam, violtar a perdì, lùi i pèrdan, indicativo presente continuo: men a sum dré pèrdi, ti a ti sé dré pèrdi, lü/lé a l'é dré pèrdi, nögn a sèm dré pèrdi, violtar a si dré pèrdi, lùi a inn dré pèrdi, indicativo imperfetto: men a perdéa, ti a ti perdéi, lü al perdéa, lé a la perdéa, nögn a perdéam, violtar a perdìi, lùi i perdéan, indicativo imperfetto continuo: men a séu dré pèrdi, ti a ti séi dré pèrdi, lü/lé a l'éa dré pèrdi, nögn a séam dré pèrdi, violtar a sìi dré pèrdi, lùi i éan dré pèrdi, indicativo passato prossimo: men hu perdü, ti a t'hé perdü, lü/lé a l'ha perdü, nögn ham perdü, violtar hi perdü, lùi han perdü, indicativo futuro: men a perdaó, ti a ti perdaé, lü al perdaá, lé a la perdaá, nögn a perdaèm, violtar a perdaìi, lùi i perdaán.

Quarta coniugazione: infinito in Ì (accentata). Vi sono due classi di verbi in questa coniugazione. Prima classe: verbi come DURMÌ (dormire). Indicativo presente: men a dörmu, ti a ti dörmi, lü al dörmi, lé a la dörmi, nögn a dörmam, violtar a durmì, lùi i dörman, Indicativo presente continuo: men sum dré durmì, ti a ti sé dré durmì, lü/lé a l'é dré durmì, nögn a sèm dré durmì, violtar a si dré durmì, lùi inn dré durmì, indicativo imperfetto: men a durmiéu, ti a ti durmiéi, lü al durmiéa, lé a la durmiéa, nögn a durmiéam, violtar a durmìi, lùi i durmiéan, indicativo imperfetto continuo: men a séu dré durmì, ti a ti séi dré durmì, lü/lé a l'éa dré durmì, nögn a sèam dré durmì, violtar a sìi dré durmì, lùi i éan dré durmì, indicativo passato prossimo: men hu durmì, ti a t'hé durmì, lü/lé a l'ha durmì, nögn ham durmì, violtar hi durmì, lùi han durmì, indicativo futuro: men a durmaó, ti a ti durmaé, lü al durmaá, lé a la durmaá, nögn a durmaèm, violtar a durmaì, lùi i durmaán. Seconda classe: verbi come FINÌ (finire). Indicativo presente: men a finissu, ti a ti finissi, lü al finissi, lé a la finissi, nögn a finissam, violtar a finissì, lùi i finissan, indicativo presente continuo: men a sum dré finì, ti a ti sé dré finì, lü/lé a l'é dré finì, nögn a sèm dré finì, violtar a si dré finì, lùi inn dré finì, indicativo imperfetto: men a finiéu, ti a ti finiéi, lü al finiéa, lé a la finiéa, nögn a finiéam, violtar a fignissì, lùi i finiéan, indicativo imperfetto continuo: men a séu dré finì, ti a ti séi dré finì, lü/lé a l'éa dré finì, nögn a séum dré finì, violtar a sìi dré finì, lùi i éan dré finì, indicativo passato prossimo: men hu finì, ti a t'hé finì, lü/lé a l'ha finì, nögn ham finì, violtar hi finì, lùi han finì, indicativo futuro: men a finissaó, ti a ti finissaé, lü al finissaá, lé a la finissaá, nögn a finissaèm, violtar a finissaì, lùi i finissaán.

In bustocco sono frequentissimi i verbi composti da avverbio+verbo, analogamente ai "Phrasal verbs" inglesi, che mutano il significato del verbo privo di avverbio. Di seguito diamo alcuni esempi.

Dal verbo ANDÁ (andare) derivano: andá déntar = entrare, andá föa = uscire, andá sü = salire, andá giù = scendere, andá in gná = allontanarsi.

Dal verbo TRÁ (trarre) derivano: trá sü = vomitare, trá giù = abbattere, trá via = buttare, dissipare, distrarre, rovinarsi, trá föa = estrarre, trá in pé = combinare, edificare, trá déntar = coinvolgere.

Dal verbo STÁ (stare) derivano: stá sü = tenere il prezzo alto, stá giù tenere il prezzo basso, stá dré = seguire, dedicarsi, controllare.

Dal verbo CATÁ (cogliere): catá sü raccogliere, farsi sorprendere, catá föa = scegliere, catá déntar = urtare.

Dal verbo GNI (venire): gni déntar = entrare, gni föa = uscire, gni sü = accadere in senso meteorologico: vento, temporale, ecc., gni giù = scendere, gni vùltra = saltar fuori, trovare qualcosa, farsi vivo.

Dal verbo FÁ (fare): fá sü = ha ben tre significati distinti: imbrogliare, avvolgere e costruire, fá giù = sbrogliare, dipanare, fá trá = ascoltare, badare, fá föa = uccidere, fála föa = dirimere una questione, fagh'adré = accudire.

Dal verbo DÁ (dare): dá sü = azionare un interruttore, alzare il volume, dá trá = dar retta, dá föa = uscire di senno, dá déntar = dare qualcosa per ridurre il prezzo da pagare per acquistarne un'altra (auto, casa, ecc.).

Dal verbo TIÁ (tirare) derivano: tiá a man = menzionare, rivangare, tiá a có = portare a compimento, far maturare, tiá via = togliere, tiá vultra = menzionare un argomento di discussione, togliere qualcosa da un cassetto o da un mobile e portarlo in vista, tiá apréssa = radunare, tiass'adré = sopravvivere, cavarsela, sbarcare il lunario.

Dal verbo VÈGHI (avere) derivano: vèghi sü = indossare, vègala sü = avercela con qualcuno, vèghi da = costruzione verbale per esprimere il verbo dovere.

Il verbo BURLÁ (cadere) non viene mai usato da solo, ma sempre con le particelle avverbiali: burlá lá = cadere sia in senso fisico, ma anche in senso economico, burlá giù = cadere da qualcosa (scale, bicicletta, ecc.), burlá föa = dire qualcosa che non si sarebbe dovuto far sapere, burlá déntar = cadere in un tranello, un inghippo.

Dal verbo CIAPÁ (prendere) derivano: ciapá sü = raccogliere le proprie cose (e andarsene), subire una sconfitta, ciapá déntar = urtare, inciampare.

La costruzione della frase affermativa è simile all'italiano, con la differenza che è necessaria la presenza della particella pronominale adatta. Ad esempio: Giuán al vá a lauá aa matìna a bunùa = Giovanni va a lavorare la mattina presto.

Anche la frase interrogativa si costruisce come in italiano, sempre con la presenza della particella pronominale: Te vé a idé a Pu Pátria dumèniga basùa? = vai a vedere la Pro Patria domenica pomeriggio? Invece la differenza sostanziale rispetto all'italiano è la presenza della negazione dopo il verbo nelle frasi negative: Incö a sum stèi bón nó da dìgal = oggi non sono stato capace di dirglielo; A só mìa 'ma l'é fèi! = non so come è fatto!

La particella negativa è nó oppure mìa. Non c'è un uso preferenziale dell'una o dell'altra particella, ma talvolta l'utilizzo di nó o di mìa può determinare sottili differenze di significato: ad esempio A pódu mìa andá a Milan e A pódu nó andá a Milan significano tutte e due "non posso andare a Milano" ma nel primo caso si vuole intendere che è fuori discussione che io vada a Milano, nel secondo caso invece che sono impossibilitato ad andare a Milano (ma se avessi potuto ci sarei andato).

I principali numeri cardinali sono: vön (1), dü (2), tri (3), quatar (4), cénchi (5), sési (6), sèti (7), vótu (8), nöi (9), dési (10), vündas (11), dùdas (12), trèdas (13), quatòrdas (14), quìndas (15), sèdas (16), darsèti (17), dasdótu (18), dasnöi (19), vénti (20), ventön (21), ventidü (22), ventitrì (23), ventiquátar (24), venticénchi (25), ventisési (26), ventisèti (27), ventótu (28), ventinöi (29), trénta (30), quaranta (40), cinquanta (50), sessanta (60), setanta (70), vutanta (80), nuanta (90), centu (100), centeön o cenvön (101), centedü o cendü (102), cendési (110), cencinquanta (150), düsentu (200), treséntu (300), quatarcéntu (400), cincéntu (500), sesscéntu (600), selcéntu (700), volcéntu (800), nöcéntu (900), mìla (1000).

I principali numeri ordinali sono: prim (1º), segóndu (2º), tèrzu (3º), quartu (4º), quintu (5º), sèstu (6º), sètimu (7º), utáu (8º), nonu (9º), decimu (10º).

Te capii?



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