Visualizzazione post con etichetta lingua. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lingua. Mostra tutti i post

venerdì 18 dicembre 2015

L'ODORE DEL SESSO

.


Napoleone si raccomandava con sua moglie Giuseppina di non lavarsi per qualche giorno prima del suo rientro…mentre sicuramente tutti hanno sentito dire che l’uomo vero deve puzzare….
Il segreto del sesso che Napoleone conosceva e che forse anche le nostre nonne volevano tramandarci è proprio nascosto lì, sotto le nostre ascelle, intorno ai nostri capezzoli vicino all’inguine...vale a dire  dove le  nostre ghiandole producono l’essenza più magica, più seducente più intrigante e irresistibile che esista… i feromoni.
Minuscole molecole che si sprigionano nell’aria e che comunicano il nostro essere femmine o maschi sessualmente disponibili  e maturi all’accoppiamento.
Moltissimi aspetti a livello cosciente colpiscono di un uomo appena conosciuto, la sua voce, il colore dei suoi occhi, la larghezza delle sue spalle, il suo sorriso, il suo modo di camminare di gesticolare ma soprattutto a livello assolutamente inconsapevole, il suo odore.

Se quell’odore, se il suo profumo di “maschio” ci piace è fatta, ecco che scatta la scintilla, la reazione chimica, la forte e terribile attrazione sessuale definibile quasi “animale”, la spinta a fare l’amore con lui, la voglia pazza di baciarlo di averlo, i nostri sensi si accendono e prendono il sopravvento,  si mettono in massima allerta, i nostri recettori nervosi vanno in tilt totale.
I feromoni quindi sembrano inviare una moltitudine di messaggi ed attivare una infinità di reazioni che noi comunemente chiamiamo attrazione fisica. Sono messaggi subliminali che non riusciamo  ad identificare ma che  ci dicono se l’odore di quel maschio ci piace o meno; ecco perché talvolta conosciamo ragazzi praticamente perfetti per noi, che dovrebbero assolutamente piacerci eppure niente , non accade niente, nessuna scintilla nessuna attrazione; mentre magari ne conosciamo altri che pur  non  avendo nulla che razionalmente ci piaccia, nulla che li renda affascinanti ai nostri occhi, che invece misteriosamente ed  inspiegabilmente ci attraggono ed  eccitano al solo averli accanto,  i colpevoli di tutta questa confusione altri non sono che loro, quelle piccole molecole che tutti possiamo annusare: i feromoni che come frecce di Cupido  colpiscono e sconvolgono.
Se la sua pelle di quel insospettabile uomo ci attira vorrà dire che quasi sicuramente l’intesa sessuale sarà fortissima intensa straordinaria, ma se invece quella stessa pelle non ci “dice nulla” è possibile che tutto si riduca ad una semplice amicizia.
In realtà quindi sembra esistere una sorta di chimica della sessualità, un insieme di reazioni che se attivate  possono creare  reazioni fisiche  e quindi intense attrazioni sessuali ben precise.

Un numero crescente di dati suggerisce che gli odori del corpo trasportino segnali chimici che influenzano l'umore e cicli mestruali, ma isolare i composti specifici che provocano questi effetti, i feromoni, si è dimostrato difficile. Wen Zhou, psicologo e studioso dell'olfatto dell'Accademia delle scienze cinese, e colleghi, hanno esaminato due composti presenti nei fluidi corporei che, secondo studi precedenti, sono buoni candidati al ruolo di feromoni umani: l'androstadienone, associato agli uomini, e l'estratetraenolo, caratteristico delle donne. Nei test, questi due steroidi hanno infatti stimolato risposte nettamente differenti nei soggetti maschi e femmine.

Nessuno dei due composti ha un odore distinto, ma si ritiene che il naso umano riesca a percepirli. Una precedente ricerca ha suggerito che l'androstadienone  migliori l'umore e aumenti i livelli del cortisolo nelle donne, e che in determinate circostanze l'estratetraenolo aumenti l'eccitazione e l'umore maschile.

Zhou e colleghi hanno lavorato con 96 soggetti, metà femmine e metà maschi. Metà dei soggetti, inoltre, si definiva eterosessuale e l'altra metà  omosessuale o, nel caso delle donne, anche bisessuale. A ogni soggetto i ricercatori hanno mostrato su uno schermo un insieme di punti che simulava il profilo di una figura umana che cammina. Cambiando la posizione dei punti, Zhou e colleghi potevano far apparire la figura maschile, femminile o androgina. I soggetti dovevano dire se che il profilo era di un uomo o di una donna.



Annotato come ogni partecipante classificava le figure, i ricercatori hanno mostrato ai soggetti degli altri profili, esponendoli contemporaneamente a una soluzione che odorava
di chiodi di garofano e conteneva estratetraenolo, androstadienone o soltanto il profumo di chiodi di garofano.

Zhou e colleghi hanno scoperto che l'esposizione agli steroidi influenzava le risposte dei soggetti eterosessuali che guardavano profili di camminatori di genere neutro. I maschi eterosessuali erano più propensi a identificare una figura femminile se erano esposti all'estratetraenolo e le donne eterosessuali a indicare il profilo come quello di un uomo quando erano esposte all'androstadienone.

I maschi omosessuali rispondevano all'androstadienone in modo più simile a quello delle donne eterosessuali. Le donne omosessuali o bisessuali, al contrario, non mostravano alcuna distorsione legata né all'uno né all'altro steroide. Complessivamente, questi risultati suggeriscono che gli esseri umani sfruttino i segnali chimici per rilevare il potenziale interesse sentimentale di un individuo, e che questi segnali operano in un modo specifico, legato al genere e alla sessualità.

Secondo Zhou è presto per affermare che questi due steroidi siano feromoni umani. Per prima cosa, i loro soggetti sono stati esposti a steroidi in concentrazioni molto più elevate di quelle naturalmente prodotte dalle persone. “E' molto importante esaminare gli effetti degli steroidi a concentrazioni ecologicamente rilevanti”, dice Zhou. Inoltre, il meccanismo con cui le persone captano e rispondono a questi steroidi rimane un mistero.

Anche la fonte di questi composti è problematica. L'androstadienone può essere trovato sia nelle donne sia negli uomini, mentre l'estratetraenolo è stato individuato solo nelle urine delle donne in stato di gravidanza e nella placenta. Sono necessari ulteriori studi per indagare in che misura questi segnali siano specifici rispetto al genere e alla sessualità.

Infine, è possibile che anziché di una vera segnalazione chimica, si tratti di un caso di associazione appresa, ossia che le persone acquisiscano familiarità con alcune sostanze chimiche maschili e femminili per la ripetuta esposizione alle parti intime dei partner. Zhou ha cercato di controllarlo ripetendo la procedura, invece che con i due steroidi, con acido isovalerico, un acido grasso fortemente odoroso che gli uomini hanno in abbondanza.

Dato che l'esposizione a questo acido non ha sollecitato una polarizzazione verso il riconoscimento di profili maschili, Zhou ha concluso che la risposta non è appresa. Lundström, tuttavia, è più scettico. La mancanza della distorsione nelle risposte potrebbe riflettere l'esposizione dei soggetti all'acido isovalerico nel cibo: è il composto che conferisce al formaggio puzzolente l'odore di calzini sporchi.

Anche se restano molte domande, è chiaro che anche sostanze chimiche che non possiamo rilevare coscientemente potrebbero avere un effetto complesso sul comportamento sessuale umano, forse tanto quanto un bel viso o uno sguardo seducente.

Il non-Leccatore è un esemplare di maschio eterosessuale in attività che non ama dilettarsi nell’arte amatoria orale, che preferisce mangiare la catalogna lessa piuttosto che praticare un cunnilingus degno di tal nome e che, in fondo, pensa che la beneamata virtù femminile altro non sia che un enorme mitile appena pescato dai pali delle cozze del Mar Piccolo di Taranto.
Praticamente il celiaco del sesso orale, quello che non la lecca perché se ci prova gli vengono i conati di vomito, le coliche gastriche, il cagotto, la dissenteria e va bene lo splatter, ma a tutto c’è un limite. Che poi una non può nemmeno dire niente, in quei casi, che mica è colpa sua se non gli piace, perché allora scusa il sesso è fatto anche di odori, sapori, chimica.

Il Pelofobico sarebbe quello che non la lecca perché maisia la sensazione del pelo in gola, è una tortura che nemmeno i cartelli messicani della droga sono così feroci coi loro nemici. Al pelofobico la patata va presentata pelata, liscia-liscia come il culo del bambino della pubblicità della Pampers. Viceversa lasciate perdere. Prestate attenzione anche alla ricrescita, cioè avvisatelo che i peli devono ricrescere un po’ per essere strappati di nuovo, prima che si prenda male e vi dica che il vostro pube sembra la faccia di Raz Degan.

Il Sentimentale sarebbe quello che la lecca solo quando pensa che tu sia la donna della sua vita, che potresti cucinargli la cena e sfornargli un paio di figli, possibilmente maschi. Insomma, quello il cunnilingus non lo pratica le prime volte, deve diventare una cosa più importante, deve esserci un po’ di sentimento.

Il Sindacalista sarebbe quello che lo fa il minimo sindacale, random, una volta ogni tanto.  Lo fa per un po’, quasi sempre non lo fa bene e spesso s’aspetta che tu gli renda onore e gloria per il prode gesto e l’eroico coraggio che ha dimostrato avventurandosi negli anfratti della tua femminilità.

Il Formichiere è colui il quale non ama particolarmente praticare il cunnilingus ma sente che ormai è culturalmente richiesto perché nei porno succede così e le donne se l’aspettano, quindi, per almeno 3 minuti se ne sta appollaiato a fendere la tua area clitoridea (sì, insomma, grossomodo lì), con la piccola punta, ritta-ritta, della sua linguetta.

L’Insospettabile è il peggiore della specie. Quello che non te l’aspetti, che limona da dio, che ti bacia le orecchie e il collo e le spalle e tu dici veeergine-santa-ti-prego-fa-che-continui-così. E poi, invece, l’arbitro fischia e quello si va a sedere in panchina. Entra in campo solo per tirare in porta e tu senti che ci sono gli estremi per una denuncia per truffa aggravata.

I Non-Leccatori, una non ci pensa mai, ma esistono. Sono intorno a noi, sono in incognito, non hanno una linea viola che ne contraddistingue la sagoma come nella pubblicità sull’aids degli anni ottanta. Loro si mischiano, si confondono e tirano la fregatura a posteriori. E tutti loro hanno un comune denominatore: il cunnilingus non lo praticano, ma danno per scontato che la fellatio sarà di serie. E nessuno si preoccupa di essersi lavato magari 12 ore prima, di essere stato in giro tutto il giorno, di aver pisciato 8 volte, di avere un nido di quaglia ramificato tra pube e gonadi, e che potrebbe non essere esattamente un viaggio olfattivo a base di Chanel n°5, il nostro. Perché? Perché son maschi.

Ma qual è il punto di tutto questo? Il punto è che per via dei non-Leccatori ci sono donne che non riescono a cogliere il piacere del sesso orale, la sua gioia rivoluzionaria, la sua liberatoria gratificazione. Si ha paura di non essere abbastanza in ordine. Si ha paura di non profumare di eucalipto tra le cosce. Si ha paura del nostro sapore. Si ha paura di perdere il controllo del nostro corpo. E sintetizziamo tutto questo in: no, ma a me non piace tanto.



Quello che è interessante, però, è che a parità di stimoli, la ricezione neuronale negli uomini cambia. Per le donne, tutte le donne, non c’è dubbio che quell’odorino di muschio selvatico, per usare un eufemismo, è semplicemente quello che è: la conseguenza di della mancata pulizia. Dopo di che lei potrà chiudere un occhio, anzi una narice, e proseguire appassionatamente, oppure portare il proprio lui dolcemente verso una doccia, usando bagnoschiuma a base di Viakal.

Per gli uomini, invece, il modo di interpretare lo stimolo odoroso muta a seconda delle credenze personali. C’è il maschio medio-semplice, abituato ad una certa durezza della vita, che già grasso che cola se ha rimediato qualcuna. Lui non si formalizza troppo, anzi, ringraziando gli dei, affonda il viso beato tra le gambe profumate, che pure non fossero tali sarebbero lo stesso per lui.
Col salire del reddito, e dell’autopercezione di sé, le cose peggiorano, ahimé. Ecco il maschio leggermente più upper class, precisino, un po’ ossessivo, che ha il beautycase più grosso del tuo. Sicuramente si lava di più del maschio medio, è attento alla sua igiene, ma in qualche modo tende a pensare che, a parità di pulizia, la vostra vagina profumi leggermente meno del suo pisello. È possibile che cominci a farvi domande strane, chiedendo da quando è finito il ciclo, se può dare un occhio al vostro beauty, etc. Così, quando si accinge a baciarvi tra le gambe, più che concentrarvi sul piacerete, vi metterete a pensare con un certo disagio se quella sciacquata poco hegeliana non potrebbe aver lasciato qualche esile effluvio.

E poi, infine, c’è lui, l’intellettuale, quasi sempre di sinistra, l’uomo progressista e colto. Non è detto né che si lavi né che abbia il beautycase più grande del vostro, dipende, ma di una cosa è convinto: che la vagina, senza giri di parole, puzzi un po’, mentre il pene, specie il suo, è meno esposto a diventare ricettacolo di batteri e sgradevoli olezzi.

Se vi capita di incontrare questo tipo di maschio lo riconoscerete dal fatto che chiede a voi cose che lui non fa: tipo cambiarsi le mutandine più volte al giorno, andarsi a fare una doccia (voi). Per quanto emancipato e radical chic, continuerà a perpetrare, magari inconsapevolmente, la disuguaglianza tra uomo e donna, non sul piano dei diritti, per carità, ma su quello, più impalpabile, degli effluvi. E insieme l’antichissima, vetusta, centralità del fallo.
Meglio insomma essere ben consapevoli che sull’odore si svolge una vera e propria battaglia culturale. Noi ossessionate dalla nostra pulizia, nel tentativo di non creare disagio a loro. Loro, in particolare la specie “evoluta”, indifferenti e fieri del loro pisello, qualunque fragranza (non) emani. Loro che ci chiedono se siamo abbastanza pulite, noi che ci vergogniamo, arrossiamo e corriamo subito a metterci una pezza. Insomma, rivendicare la parità sessuale significa soprattutto rivendicare quella olfattiva e contestare in ogni occasione l’obbligo di candeggio a senso unico.
Tanto più che, diciamola tutta, tutto questo gran lavarsi non è poi così sempre utile. Perché alla fine fine il maschio nostrano, specie upper class, ama il sesso orale. Ma soprattutto quando al centro c’è il suo pisello.




FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



mercoledì 16 settembre 2015

Italiani e Dialetto



La lingua ufficiale dello Stato italiano discende storicamente dal toscano letterario, il cui uso è iniziato coi grandi scrittori Dante, Petrarca e Boccaccio nel 1300, e si è in seguito evoluto storicamente nella lingua italiana corrente. La lingua italiana era parlata solo da una piccola minoranza della popolazione al momento dell'unificazione politica nel Regno d'Italia nel 1861, ma si è in seguito diffusa, mediante l'istruzione obbligatoria e il contributo determinante e più recente della televisione di Stato, e ora la netta maggioranza dei cittadini italiani la parla come lingua madre.

Dal punto di vista degli idiomi locali preesistenti, ne consegue un processo di logoramento linguistico in cui le generazioni successive acquisiscono sempre più caratteristiche italiane - processo accelerato sensibilmente dall'ampia disponibilità di mass media in lingua italiana e dalla mobilità della popolazione. Questo tipo di cambiamenti, unito all'ignoranza ed al mancato riconoscimento ufficiale, porta molti locutori nativi a considerare il proprio idioma locale come semplice varietà dialettale della lingua italiana, senza alcuna dignità linguistica. Alcuni idiomi sono considerati in pericolo di estinzione.

Un dialetto è una varietà linguistica (o idioma) usata da abitanti di una particolare area geografica. Il numero di parlanti, e l'area stessa, possono essere di dimensione arbitraria. Ne consegue che un dialetto per un'area più ampia può contenere molti sottodialetti, che a loro volta possono contenere dialetti di aree ancora minori, ecc.

In Italia il termine "dialetto" è usato - molto impropriamente - per definire qualsiasi lingua romanza parlata in un'area geografica del paese e che non goda dello status di lingua ufficiale (per es. calabrese, ligure, napoletano, veneziano etc.). Altre lingue - romanze e non - sono riconosciute come lingue ufficiali assieme all'italiano in un'area amministrativa (per es. friulano in Friuli, sardo in Sardegna, catalano ad Alghero, tedesco in Alto Adige etc.); queste ultime in genere non vengono chiamate "dialetti".

Ovviamente tale distinzione non si basa su nessun criterio scientifico: sia le prime che le seconde sono lingue e non dialetti dell'italiano, definizione piuttosto adatta alle varietà regionali non standard (per es. l'italiano parlato in Lazio o in Campania o in Veneto).

Un dialetto è un sistema completo di comunicazione verbale (orale o a segni ma non necessariamente scritto) con un proprio vocabolario o grammatica.

Il concetto di dialetto può essere distinto da:
socioletto, una varietà linguistica parlata da un certo strato sociale,
lingua standard, che è standardizzata per la pubblica prestazione,
gergo, caratterizzato da differenze nel vocabolario (o, in gergo linguistico, nel lessico).
Varietà linguistiche quali i dialetti, gli idioletti ed i socioletti possono essere distinte non solo dal vocabolario e dalla grammatica, ma anche da differenze nella fonologia (compresa la prosodia). Se le distinzioni sono limitate alla fonologia, si parla di accento di una varietà o inflessione anziché varietà o dialetto.

Lo studio dei dialetti, affidato alla dialettologia, non si limita a confrontare, tuttavia, differenze ed affinità dei dialetti, ma ne fornisce una precisa classificazione. Inoltre, consente di definire un quadro più ampio e dettagliato su usi e costumi delle differenti popolazioni.

Quasi sempre al dialetto fa ricorso la saggezza popolare per la formulazione dei proverbi - più o meno antichi - i quali, se particolarmente articolati e impervi nella pronuncia, diventano veri e propri scioglilingua.

Talvolta per risolvere contenziosi di poco conto è più facile sostenere le proprie ragioni esprimendosi nel gergo locale: non a caso la parola dialetto condivide la radice con i termini dialogo e dialettica con cui, secondo la filosofia, si analizzano criticamente argomenti e ipotesi opposte. Quindi, anche il dialetto può essere utile per praticare la fine arte della diplomazia.

Una parte considerevole dei cittadini italiani parla altri idiomi oltre alla lingua ufficiale dello Stato; una parte tra questi parla un idioma diverso dall'italiano come lingua madre. Una minoranza non trascurabile non conosce l'italiano.

Il cinema, la radio e la Tv, nell’immediato dopoguerra, consentirono alla lingua italiana di diventare il codice linguistico usato dalla maggioranza della popolazione. L’ascesa di una specifica varietà a lingua nazionale ha relegato al rango di “dialetti” tutte le altre parlate. Ma prima che, tra Cinque e Seicento, il fiorentino si imponesse sugli altri, tutti i volgari avevano lo stesso ruolo di lingua.
I dialetti dunque, anche se sono stati a lungo considerati lingue di second’ordine, sono in realtà lingue a tutti gli effetti, esattamente come l’italiano. Che poi i vari dialetti abbiano avuto vicende storiche diverse, e che alcuni non abbiano prodotto documenti letterari, limitandosi ad essere mezzo di comunicazione fra gli abitanti di un’area circoscritta, non lo si può negare; da una pari dignità iniziale, ciascuno ha poi avuto la sua storia, e alcuni sono arrivati più in alto di altri, come il siciliano del Duecento, che ha prodotto la prima grande scuola poetica in Italia.
Al di là di questo, per un linguista non c’è differenza tra parlare di lingua o di dialetto: i dialetti non sono forme alterate e corrotte della lingua nazionale, quanto piuttosto, derivando anch’essi dal latino, sono “lingue sorelle” dell’italiano, che, al pari della lingua standard, posseggono un lessico e una grammatica codificabili in trattazioni scientifiche, e si prestano ad essere usate con finalità letterarie.
Tra lingua e dialetto c’è semmai una differenza di status: la lingua è, in un certo senso, un dialetto che “ha fatto carriera”. Il dialetto ha invece una diffusione geografica più limitata, è ristretto per lo più entro l’uso orale, e non è mai utilizzato per impieghi formali o istituzionali (scuola, amministrazione).
A grandi linee, si può dire che i dialetti italiani si suddividano in due gruppi principali: quelli settentrionali e quelli toscani e centro-meridionali; una linea di confine ideale che va da La Spezia a Rimini divide i due gruppi. I dialetti settentrionali sono chiamati anche gallo-italici, perché le zone in cui si sono diffusi erano abitate dai Galli, prima della conquista romana. Sono accomunati da alcune caratteristiche, come ad esempio la caduta delle vocali in fine di parola, a parte la a (e ad eccezione del Veneto), per cui matto diviene mat, gatto gat, buono bon; altri elementi tipici sono la caduta della doppia consonante, l’uso prevalente del passato prossimo invece del remoto, l’articolo determinativo davanti ai nomi di persona (il Carlo). I dialetti delle zone centrali, tra cui il toscano, sono più conservativi e mantengono più legami con il latino. Ad esempio, sanctus diviene santo, e il gruppo consonantico nt si mantiene, senza diventare nd come avviene nel “sando” dei dialetti meridionali. Nei dialetti centrali della linea Roma-Ancona, nd diventa nn: quando – quanno. Le consonanti sorde, dopo nasale, diventano sonore: bianco – biango; inoltre il possessivo è postposto: mia madre – matrema. In Sicilia, Calabria, Salento, nei dialetti meridionali estremi, le vocali sono sempre aperte: catèna, professòre, e si utilizza in prevalenza il passato remoto. Queste naturalmente sono solo alcune delle tante caratteristiche morfosintattiche che accomunano i vari gruppi dialettali.

A fronte di un generale consolidamento dell’uso dell’italiano, si ha una diminuzione dell’uso esclusivo del dialetto. Tale decremento è però compensato dall’aumento di chi dichiara di usare il dialetto frammisto all’italiano (mistilingua). Per effetto della diffusione ormai generalizzata dell’istruzione scolastica, oggi il dialetto non è più sentito come la varietà di lingua dei ceti bassi, simbolo di svantaggio sociale e di ignoranza. Sapere e usare un dialetto oggi è considerata una risorsa comunicativa in più, di cui servirsi quando occorre, per il suo potenziale espressivo. Il dialetto compare in ambiti d’uso diversi rispetto al passato, per esempio nei fumetti, alla radio, nella pubblicità, nei testi delle canzoni di band, nella narrativa, nella comunicazione mediata dal computer, utilizzato spesso tra i giovani con finalità ludiche. Il dialetto in Rete è interessante sia perché coinvolge le giovani generazioni, che dei dialetti dovranno essere le custodi, sia perché qui se ne fa un uso scritto, mentre in genere è relegato all’oralità. Se in passato molte parole sono penetrate nell’italiano dai dialetti (vedi ciao che deriva dal veneto s’cìao, schiavo, servo vostro), oggi sono i dialetti che mutuano dall’italiano parole provenienti da sfere semantiche per le quali mancano di risorse proprie (tecnica, politica, economia). Il dialetto, come tutte le lingue, si evolve, ma non sta morendo, almeno non a breve, soprattutto dove, come in Veneto e al Sud, i vernacoli sono più diffusi e parlati. Del resto, oltre ad essere un modo di parlare, testimonia anche un modo di pensare, una visione delle cose, è l’espressione di una certa cultura e di valori e tradizioni che senza di esso si perderebbero per sempre.

Ricerche sociolinguistiche hanno dimostrato che l’atteggiamento dei parlanti in Calabria è spesso improntato a una specie di vergogna per la dialettofonia, a differenza dei parlanti dialettofoni del centro-nord, che mostrano un certo senso di language loyalty e di orgoglio linguistico. Opera ancora nei dialettofoni calabresi un complesso d’inferiorità che ha radici remote e meriterebbe di essere approfondito. La svalutazione dei dialetti, e delle lingue delle minoranze, è stata sempre attuale nei dialetti meridionali, e in Calabria ha raggiunto momenti di parossismo. Ciò spiega la forte tendenza all’obliterazione, in favore della lingua egemone, l’italiano della scuola e dei mass-media, malgrado i notevoli sforzi di recupero degli ultimi decenni.

Paradossalmente, le nozioni di lingua e dialetto non sono nozioni linguistiche, ma piuttosto geografiche, politiche, sociali, culturali.
E che sia così ci si rende conto andando a pescare nella memoria tante espressioni che ci sono state familiari, ma di cui non conoscevamo l’origine, e che ci restituiscono la “tracciabilità” di un passato storico. Parole, per esempio, come faddali - grembiule, oppure schina - schiena, il prof. Martino le classifica come “longobardismi”. “Arabismi” invece parole come sciarra - zuffa, lite, gèbbia - vasca, cisterna.

Di enorme interesse storico culturale sono le cosiddette ‘rimesse’ lessicali degli emigrati, per lo più americanismi: sichinenza ‘poco valore’, ‘scarto, pessima qualità’: rrobba d’a sichinenza (ingl. second hands) ‘di seconda mano’; carru ‘automobile’ (car); checca‘torta’ (cake); farma ‘fattoria’ (farm); nghella ‘ragazza’ (girl):pulìsi ‘poliziotto’ (police); sanguìcciu ‘panino imbottito’ (sandwitch):tichetta ‘biglietto’ (ticket).


LEGGI ANCHE : http://popovina.blogspot.it/2015/08/sai-litaliano.html



.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



venerdì 7 agosto 2015

SAI L'ITALIANO?



Chattando su Facebook mi sono resa conto purtroppo che noi italiani non sappiamo scrivere la nostra lingua.

L'italiano è una lingua bellissima, armonica; per gli stranieri, gli italiani quando parlano cantano ed emettono dei suoni che dilettano le orecchie di chi li ascolta.

Ma, come tutte le cose belle, l'italiano è una lingua difficile, spesso capricciosa. Nasconde tanti dubbi e regole grammaticali sconosciute ai comuni mortali e solamente i puristi della lingua sono in grado di risolvere alcuni enigmi e rispondere ad alcuni quesiti.

Ogni giorno, quando ognuno di noi scrive, è sopraffatto dai dubbi: come si scriverà questa parola? Molto spesso a commettere dei banali errori sono proprio i giornalisti e i media.

All'indomani dell'unificazione, nel 1861, l'Italia contava una media del 78% di analfabeti con punte massime del 91% in Sardegna e del 90 % in Calabria e Sicilia, bilanciata dai valori minimi del 57% in Piemonte e del 60% in Lombardia. Nello stesso periodo - 1850 - le percentuali di analfabeti in Europa erano del 10% in Svezia, del 20% in Prussia e Scozia, del 75% in Spagna e del 90% in Russia.

Uno studio governativo del 1911 sull'Analfabetismo in Italia dimostrava che l'aumento della popolazione consentiva in proporzione un maggior numero di elettori e di analfabeti che aggravava il rischio di una minore correttezza delle elezioni politiche nel Paese: "sta di fatto che, in non pochi collegi d'Italia, le corruzioni, le violenze, le frodi ed i brogli hanno già presa tale estensione da falsificare la volontà degli elettori".

Per il censimento generale del secondo dopoguerra, nel 1951, la "qualifica" di analfabeta venne collegata non più a coloro che non sapevano scrivere il proprio nome, ma a coloro che non sapevano leggere e scrivere. Gli analfabeti risultarono così suddivisi per regione: Piemonte 3%, Valle d'Aosta 3%, Liguria 4%, Lombardia 2%, Veneto 7%, Trentino-Alto Adige 1%, Friuli Venezia Giulia 4%, Emilia-Romagna 8%, Toscana 11%, Marche 13%, Umbria 14%, Lazio 10%, Abruzzo e Molise 19%, Campania 23%, Puglia 24%, Basilicata 29%, Calabria 32%, Sicilia 24% e Sardegna 22%.

Secondo i dati pubblicati nel 2005 dell'Unione Nazionale per la Lotta contro l'Analfabetismo (UNLA) basati sul censimento del 2001, degli italiani sopra i sei anni quasi sei milioni erano privi di titolo di studio o analfabeti, cioè l'11% contro il 7,5% dei laureati. La stessa fonte riporta uno studio OCSE secondo cui l'Italia nel 2002 era terzultima fra 30 paesi per numero medio di anni di scolarità della popolazione di 25-64 anni, prima solo di Portogallo e Messico. Gli illetterati, cioè gli analfabeti, coloro senza alcun titolo di studio o in possesso della sola licenza elementare costituivano invece il 36,5% della popolazione sopra i sei anni, circa 20 milioni sui 53 censiti nel 2001.

Palermo è la città (tra quelle con più di 250.000 abitanti) con la più alta percentuale di analfabeti d'Italia ed è seguita da Messina e Bari. Secondo dati ISTAT derivanti dal censimento 2001, il numero di analfabeti in Italia è pari a 782.342 unità.

Altri dati sono stati forniti dal progetto ALL (Adult Literacy and Lifeskills - Letteratismo e abilità per la vita), dedicato specificamente all'analfabetismo funzionale, nell'ambito di una ricerca comparativa internazionale promossa dall'OCSE. Le indagini svolte sulla situazione italiana nel 2003-2004 su un campione della popolazione compresa tra 16 e 65 anni hanno denunciato un quadro non brillante: su tre livelli di competenza alfabetica funzionale (inferiore, basilare e superiore) il 46,1% degli Italiani è al primo livello, il 35,1% è al secondo livello e solo il 18,8% è a un livello di più alta competenza.

Il linguista Tullio de Mauro cita vari studi, concludendo che nel 2008 soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea.

Un discorso a parte va fatto per le persone che arrivano in Italia da altri paesi. Tra queste persone sono relativamente diffusi i casi di analfabetismo totale, benché non esistano dati ufficiali in proposito, ma spesso si presentano anche casi di migranti che, pur avendo un livello medio/basso di scolarizzazione nel loro paese, risultano "analfabeti" in quanto alfabetizzati in lingue che usano un sistema di simboli diversi da quelli dell'alfabeto latino per codificare la lingua scritta; per esempio gli arabofoni e a coloro che usano l'alfabeto cirillico o altri alfabeti di origine asiatica.

Parallelamente ad altri studi, dopo le anticipazioni divulgate attraverso la stampa nel marzo 2013, sono stati diffusi i risultati del PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) sulle competenze degli adulti, un'indagine internazionale promossa dall'OCSE/OCDE che analizza il livello di competenze fondamentali della popolazione tra i 16 e i 65 anni in 24 paesi (Australia, Austria, Belgio, Canada, Cipro, Corea, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Inghilterra, Irlanda, Italia, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Russia, Spagna, Stati Uniti e Svezia), svolta nel periodo 2011-2012.



In Italia l’indagine, condotta in collaborazione col Ministero del Lavoro, contestualmente a OCSE/OCDE e agli altri 23 Paesi, mette a disposizione i dati nazionali e le relative elaborazioni, prendendo in considerazione le competenze fondamentali per la crescita individuale: la partecipazione economica e l’inclusione sociale (competenze linguistiche o literacy) e quelle per affrontare e gestire problemi di natura matematica nelle diverse situazioni della vita adulta (competenze matematiche o numeracy). Secondo i dati PIAAC, si conferma l'alto tasso di "illetteralismo" italiano. Le competenze degli adulti italiani sarebbero ben al di sotto della media degli altri Paesi, fenomeno che potrebbe drammaticamente contagiare le nuove generazioni, anche se rispetto alle precedenti indagini OCSE - IALS (International Adult Literacy Survey) 1994-98 e ALL (Adult Literacy and Life Skills) 2006-08 - apparirebbe in riduzione.

Le informazioni messe a disposizione dall'indagine sono ricche e molteplici. L’inchiesta sulle competenze degli adulti (PIAAC) pone l’Italia all'ultimo posto nella graduatoria dei paesi partecipanti rispetto alla percentuale degli individui intervistati che ottengono un punteggio al livello intermedio (3) o superiore (4 o 5) nella scala delle competenze linguistiche. In particolare, solo il 3.3% degli adulti italiani raggiunge livelli di competenza linguistica 4 o 5 – i più alti – contro l’11.8% della media dei 24 paesi partecipanti ed il 22.6% del Giappone, il paese in testa alla classifica. Il 26.4% raggiunge il livello 3 di competenza linguistica, mentre il 27.7% degli adulti italiani possiede competenze linguistiche di livello 1 o inferiore, contro solo il 15.5% della media dei paesi partecipanti.

Per quanto riguarda le competenze matematiche, solo il 4.5% degli adulti italiani ha competenze di livello 4 o 5, il 24.4% ottiene il livello 3, mentre il 32% degli italiani ha competenze di livello 1 o inferiore, contro solo il 19% della media dei 24 paesi. Inoltre, in entrambe le aree di competenza, in Italia la proporzione degli intervistati con un punteggio corrispondente al livello 1 o inferiore è tra le più elevate. Tuttavia ci sono forti differenze tra le regioni italiane, e nel nord-est gli italiani risultano essere tra i migliori al mondo in matematica, scienze e lettura.

Qual è o qual’è? Da o Dà? Sapete la risposta? Benissimo, allora voi siete promossi a pieni voti. Ma non tutti, purtroppo (o pultroppo?), scrivono in italiano corretto anche se l’italiano è la lingua madre. Oltre un italiano su due (53%) commette regolarmente errori grammaticali quando scrive un testo, un messaggio o una lettera, non rispettando le regole basilari della grammatica. Altro che discendenti di Dante, Petrarca e Boccaccio. Gli italiani finiscono dietro la lavagna a causa delle loro sviste in fase di scrittura. Gli errori più grossolani? Scrivere ‘’un pò” (73%), “qual’è” (68%), e l’uso errato del congiuntivo (61%).

E’ quanto emerge da uno studio promosso da Libreriamo, piazza digitale per chi ama la cultura fondata dal sociologo Saro Trovato, condotto tramite monitoraggio web con metodologia WOA (Web Opinion ANALYSIS) su circa 5.000 utenti di blog, forum e community, per capire come scrivono gli italiani oggi, realizzato in occasione della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo. Italia, la patria di Dante e Petrarca, di Manzoni e Pirandello. Sarà anche terra di esperti di scrittura? In cima alla classifica degli errori più frequenti degli italiani, ovviamente, troviamo  l’apostrofo, vero tallone d’Achille per oltre 7 italiani su 10 (73%). Davvero uno degli amici più antipatici della lingua italiana. Quando si mette? Semplice, con tutte le parole femminili, quindi: un’amica sì, un amico no. E quindi apostrofo? Si tratta di elisione: non si può dire lo apostrofo, diventa quindi l’apostrofo. Infine c’è anche il troncamento: un po’ vuole l’apostrofo, perché si tratta del troncamento della parola “poco”. Al secondo posto (68%) troviamo un altro degli errori più comuni commessi dagli italiani: “Qual è” scritto in maniera errata. Qui, l’apostrofo ci vuole oppure no? Assolutamente no. Qual è si scrive senza. Sempre.


Sul gradino del podio troviamo l’uso del congiuntivo (61%). E qui di sicuro si alzerà un boato. Il congiuntivo, il vero tallone d’Achille di moltissimi studenti e non. Quanti strafalcioni sentiamo ogni giorno anche, e soprattutto, in televisione? “L’importante è che hai superato l’esame”, seppur molto usata questa è una formula grammaticale  scorretta perché in questo caso, bisogna usare il congiuntivo: “L’importante è che tu abbia superato l’esame”.(55%)
Se state storcendo già il naso davanti a questi errori di grammatica, fateci l’abitudine perché “pultroppo è propio così”. Avete notato qualcosa di strano? Esatto, queste due paroline sono un altro grande scoglio per oltre la metà degli italiani (55%). Non sempre “Purtroppo è proprio così” viene scritto in maniera corretta. Ma anche se la lettera ‘r’ nella pronuncia non si sente poi molti, bisogna però metterla per iscritto. Altro dilemma per il 51% degli italiani è: si scrive “Entusiasto o entusiasta?” Anche se ci si riferisce a un soggetto maschile, la forma corretta di quest'aggettivo è entusiasta. Questo vale solo quando si parla al singolare perché invece quando ci si riferisce a più soggetti si distingue nuovamente tra maschile e femminile. Quindi si avrà entusiasti per il maschile e entusiaste per il femminile, mentre la forma entusiasto è assolutamente incorretta.

A proposito di dilemmi, è giusto usare e o ed? a o ad? Un vero dubbio che attanaglia, portando all’errore il 47% degli italiani. La soluzione è semplice: l’aggiunta della ‘d’ eufonica deve essere fatta solo nel caso in cui la parola che segue comincia con una vocale. Quindi: vado ad Amburgo; Era felice ed entusiasta.

Sulla punteggiatura continua a cadere in errore il 43% degli italiani. Virgole, punti e virgola, due punti, non vanno mai usati a casaccio. Ogni segno di punteggiatura ha la propria regola. La funzione principale della virgola è quella di dare una cadenza precisa a periodi lunghi e complessi. I due punti invece si usano, per esempio, per introdurre un discorso diretto oppure per presentare una spiegazione o un elenco. I pronomi sono un altro grande errore commesso dagli italiani. Oltre uno su 3 (38%) sbaglia nell’utilizzi di “gli e le”. Sembra facile, ma non lo è. “Gli ho detto che era molto bella”. In questo caso, riferendoci ad una persona di sesso femminile, bisogna usare il pronome “le”: “Le ho detto che era molto bella”.

Alla fine di questa classifica di orrori grammaticali, troviamo anche l’uso dell’h e la doppia z. Pare che il 34% degli italiani ancora abbiano difficoltà a memorizzare che i verbi come hai, ho, hanno vogliono l’h davanti. Spesso, il capro espiatorio di un messaggio come “O visto che sei arrivata” è il telefonino, o il correttore automatico, o ancora il T9. Ne siamo proprio sicuri? Infine, troviamo la “doppia Z” (32%), il dubbio più comune nella grammatica italiana: quando bisogna usare la doppia zeta? Eccezzione o eccezione?


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/03/epidemia-acuta-mal-d-asino.html



.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



lunedì 3 agosto 2015

IL BACIO



In Italia siamo assolutamente poco originali. Mentre negli USA si vedono selfie, anche di celebrità, che si fotografano il sedere, che fanno casino, che stanno andando a lavoro, che mangiano, da soli o in compagnia. In Italia, nell 80 % dei casi, di selfie se ne vedono solo di due tipi: quello in ascensore, ma soprattutto il selfie del labbro a culo di gallina.

Lo definisco a culo di gallina perché non so neanche come poterlo descrivere; avete presente quando sporgete le labbra in avanti come per dare un bacio ma senza arricciare le labbra? Ecco così. Magari fatto uno o due volte va benissimo, può risultare anche simpatico ma il problema è che è diventato una sorta di moda senza senso.

In quella posizione le labbra appariranno più grandi e gonfie, ma fidatevi che non sembrerete assolutamente naturali. Se proprio necessitate di labbra più grandi fatevi delle iniezioni di acido ialuronico; la tecnologia è avanzata, non c’è più bisogno del silicone e almeno otterrete ciò che volete con un risultato finale meno fittizio.

Invece di immortalare sorrisi spontanei, genuini, invece di dare importanza allo sguardo in una foto più sexy oppure ai capelli, l’unica cosa che emerge sono queste labbra sporgenti,giganti, messe così.

Il selfie è un fenomeno pazzesco, sbizzarritevi con la creatività. Nei momenti di tristezza, di felicità, o di vanità usatelo come meglio potete per ottenere degli scatti originali.
Ricordate però che non sempre ciò che è di tendenza è bello da guardare. La bellezza sta in un sorriso, gli occhi spesso comunicano prima di ogni altra cosa, e io credo che anche un autoscatto possa essere un ottimo mezzo per comunicare ciò che vogliamo in questa nostra era multimediale.

La famosissima bocca “a culo di gallina” è stata ormai sdoganata da tutti, fashion blogger in cima. Mandare baci all’obbiettivo è certamente la cosa più facile da fare, ma il rischio di cadere nella categoria bimbominkia è altissimo, quindi meglio non esagerare con gli smack al vento. Prima di tutto accertatevi che il selfie ne valga la pena: magari aspettare il giorno in cui i capelli sono ok e il trucco anche? E poi buon divertimento: di certo non cambiano la vita, ma prendere tanti Like su un autoscatto fa bene all’umore e all’autostima!

.


Il bacio è un importante fonte di contatto fisico fra due persone ed è per questo che assume diverse caratteristiche e significati a seconda del contesto, ed oggi è diventata in molte culture del mondo una comune forma di espressione di affetto, ma anche di amore, passione, amicizia, rispetto, un saluto, e molte altre ancora.

Esistono diverse opinioni e teorie riguardo alle possibili funzioni del bacio e ai suoi legami con la sfera emotiva e sociale umana, anche in seguito all'osservazione di comportamenti simili di altre specie animali. Attualmente si ritiene che il bacio abbia anche la funzione di cercare partner con sistema immunitario diverso dal proprio, al fine, in termini evolutivi di favorire il riassortimento genico e aumentare le probabilità di sopravvivenza della prole.

Esiste inoltre una scienza che studia il bacio nei suoi vari aspetti: la filematologia.

In alcuni Paesi europei, arabi e dell'America Latina, quando si incontrano amici, ci si scambiano due baci porgendosi a vicenda entrambe le guance; questa usanza è comune in tutta Italia. Il numero di baci può variare notevolmente: in Francia lo standard sono due o tre baci, ma spesso non è così: in alcune regioni si danno un bacio solo, oppure anche quattro o cinque (ma si registrano notevoli variazioni anche tra villaggi vicini). Nei Paesi Bassi se ne danno tre, come pure in Belgio (dove però è d'uso anche un solo bacio), in Svizzera e in Polonia. Il triplo bacio è tipico delle culture ortodosse, infatti è diffuso in Ucraina e Serbia, ma non in Romania, Bulgaria e Grecia. Nel Regno Unito, Scandinavia, Germania e anche alcune zone del nord Italia non viene praticato il bacio tra amici. In questo caso il bacio non ha dimostrazione di affetto, ma esclusivamente di saluto.

In Italia il bacio è diffuso come forma di saluto soprattutto tra parenti, in particolare tra coloro che non si vedono molto frequentemente. Generalmente ci si scambiano due baci. Il bacio singolo è invece più informale e viene usato quando ci si vede quotidianamente, soprattutto tra membri della stessa famiglia. Il bacio viene usato tra donne o tra uomini e donne, mentre tra uomini la forma di saluto più comune è la stretta di mano. Nel Sud il bacio è molto diffuso anche come forma di saluto tra amici e come forma di presentazione tra persone che si incontrano per la prima volta e viene scambiato anche tra uomini. Negli ultimi tempi, si assiste al diffondersi del bacio come forma di saluto tra i giovani, soprattutto tra ragazze, ma anche tra ragazzi.



In Russia un tempo era diffuso il bacio sulle labbra fra uomini; nei paesi europei nord-occidentali, invece, il bacio sulle guance non è molto utilizzato, specialmente fra gli uomini, tra i quali il minimo contatto fisico è visto con diffidenza.

Negli ambienti nobili e raffinati è stato sempre diffusissimo il "baciamano", consistente nello sfiorare appena con le labbra (di un uomo) il dorso della mano di una donna. Questo tipo di saluto è ancora abbastanza praticato in Polonia.

Quando durante il bacio come saluto, si vuole sottolineare l'affetto verso l'altra persona, allora invece di porgere solo le guance, si porgono le labbra in modo da baciare in pieno il viso dell'altra persona. Il bacio sulla guancia è infatti un grande segno d'affetto, e viene utilizzato fra amici e parenti quando si vuole dimostrare il bene che si vuole. Spesso è anche accompagnato da un abbraccio.

Anticamente il bacio sulla bocca non aveva una connotazione prevalentemente erotica, anzi era essenzialmente un simbolo di comunione fraterna, anche fra persone dello stesso sesso, un po' come lo è per noi la stretta di mano. L'esempio più famoso di bacio di fratellanza, anche nascondente un tradimento, è il bacio di Giuda, descritto nei Vangeli di Matteo e di Marco e che documenta la normalità di tale pratica. Nelle lettere di Paolo si trovano molti richiami al "bacio santo" tra persone che si incontrano, una pratica che anticamente nelle funzioni sostituiva il segno di pace della stretta di mano durante la celebrazione eucaristica.

Dante Alighieri è baciato da Virgilio nella Divina Commedia (Inf. VIII, 44) per rassicurarlo dopo un difficile episodio. Più o meno negli stessi anni Dino Compagni documentava la pace del Cardinal Latino a Firenze (1304) suggellata da baci sulla bocca dei capi delle fazioni avverse (Cronica delle cose occorrenti ne' tempi suoi, III, 4).

Non è chiaro quando questa usanza decadde. Ancora agli inizi del Novecento era normale per uno sposo baciare sulla bocca la madre della sposa il giorno del matrimonio (un esempio si vede nel film Rapacità di Erich von Stroheim).



I baci scambiati sulle guance non hanno in genere carica erotica: essa però si riscontra in pieno nel bacio alla francese. Questo tipo di bacio consiste nel leccare la lingua del partner con la propria e nello scambiarsi, quindi, emozioni che coinvolgono in maniera molto forte. Questo bacio è, di solito, accompagnato da uno scambio di morsi molto leggeri sulla bocca e sulle labbra, ed è quasi sempre scambiato ad occhi chiusi. Può arrivare a durare anche per molti minuti. Il bacio alla francese è un avvicinamento all'atto sessuale vero e proprio, ovvero uno dei cosiddetti preliminari, e spesso i più giovani iniziano a scoprire il sesso tramite questo tipo di bacio.

Un altro tipo di bacio di ambito sessuale è il bacio sul collo; esso, infatti, provoca un intenso eccitamento, e spesso, si trasforma nel cosiddetto "succhiotto" (termine di origine dialettale). Quest'ultimo consiste nell'aspirare con forza il collo dell'altra persona staccando poi le labbra d'improvviso in modo da far apparire una marcata macchia rossa che, se fatta bene, può durare anche per diversi giorni.

I baci poi, raggiungono la loro acme nel momento dei preliminari. Infatti da qui diventano un vero e proprio atto sessuale che può essere seguito da fellatio o da cunnilingus, oppure dall'atto sessuale vero e proprio.

Vatsyayana ritiene che una fanciulla debba praticare solo tre tipi di baci:
il bacio simbolico: quello di una fanciulla che sfiora le labbra del suo innamorato;
il bacio fremente: quello che una fanciulla dà toccando le labbra pressate contro le sue e muovendo il labbro inferiore;
il bacio a contatto: quello che una fanciulla dà al suo innamorato toccando le labbra con la sua lingua e facendolo, socchiude gli occhi e lascia le sue mani in quelle di lui.

Ecco una "promessa di bacio" della dea Venere, nelle Metamorfosi di Apuleio: «ab ipsa Venere septem savia suavia et unum blandientis appulsu linguae longe mellitum», cioè chi lo merita riceverà «da Venere in persona sette meravigliosi baci, e uno addolcito di molto dal tocco della sua lingua carezzevole»

Per evitare di scontrarsi col naso, di solito le persone quando si baciano piegano la testa. Spesso, per stare più comodi, uno dei due seduto sorregge l'altro fra le braccia ed il torace combinando così un bacio con un abbraccio. Colui che sorregge di solito ha un ruolo più attivo nel baciare l'altro. A questo proposito lo psicologo Onur Güntürkün ha pubblicato su Nature uno studio basato sull'osservazione di coppie che si baciano in pubblico in luoghi come aeroporti e parchi secondo il quale l'inclinazione della testa verso destra è più frequente che verso sinistra con un rapporto di 2:1. Güntürkün attribuisce questa asimmetria alle preferenze mostrate dai neonati per il lato destro.

Un dolore al collo o una contrattura muscolare (solitamente lo sternocleidomastoideo) può far assumere al capo tale inclinazione asimmetrica; questa posizione patologica è ironicamente definita Sindrome del baciatore.


In quello medievale, il bacio era utilizzato per suggellare il cosiddetto 'baciatico', cioè diritto della fidanzata a ricevere una donazione dal fidanzato.

La consuetudine deriva da un'analoga consuetudine romana, l'osculum interveniens, il bacio che interveniva a sancire il diritto della fidanzata a ricevere in donazione metà dei beni ricevuti in regalo, in caso di morte del fidanzato.

Il bacio di particolari oggetti secondo un preciso rituale è tipico di molte religioni e di alcuni cerimoniali legati a papi e imperatori.

Per esempio per i musulmani baciare la Pietra Nera alla Mecca è un elemento necessario del pellegrinaggio rituale (Haji), mentre gli ebrei baciano il Muro del pianto e oggetti sacri - come la Torah o il Siddur - durante la preghiera, gli Hindu baciano talvolta la terra nei templi e i cristiani (in particolar modo i cattolici e gli ortodossi), durante la liturgia del Venerdì Santo, baciano la croce in segno di adorazione del Cristo. Usanza in uso nel passato era baciare un oggetto liturgico, la pace, durante la celebrazione eucaristica.

I cristiani ortodossi hanno una lunga tradizione di praticare il bacio nelle loro cerimonie; tra loro è comune, quando si entra in chiesa, baciare le icone e le reliquie sacre. Alcuni baciano il calice dell'Eucaristia, altri baciano il bordo dei paramenti del prete al suo passaggio, e gli accoliti baciano la sua mano quando gli danno l'incensiere. I fedeli spesso si baciano reciprocamente prima di ricevere la Comunione.

Nel cerimoniale papale è tradizione baciare i piedi al Papa (l'anello dei cardinali e dei vescovi), una tradizione nata nell'impero bizantino ai tempi dell'Imperatrice Teodora come segno di estrema devozione al sovrano. Papa Giovanni Paolo II era solito baciare la terra appena arrivato in un nuovo Paese.

L'atto di baciare non è una pratica universale: una interessante storia del bacio ha scritto, nel secolo scorso, l'erudito e filologo danese Kristoffer Nyrop.

Il bacio, per metà del mondo, non è piacevole e talvolta può recare fastidio. In Cina il bacio è considerato poco igienico. In Giappone non si usa baciarsi in pubblico, perché può recare fastidio. Il bacio degli eschimesi è molto particolare: si strofinano le punte dei nasi, con labbra ed occhi chiusi. 

Esistono vari tipi di baci e per ciascuno di essi esiste una storia e un significato. Non possiamo infatti mettere a confronto il bacio accademico con il bacio di saluto, il bacio appassionato di due amanti con il bacio di Giuda.



Eppure, tutti questi baci hanno qualcosa in comune, ovvero il gesto di avvicinare le labbra e di emettere un caratteristico rumore, che nel linguaggio onomatopeico utilizzato nei fumetti è rappresentato con uno “smack”.

Il bacio può essere dato sulle labbra, sulle guance, su un anello, sui genitali o in qualsiasi altra parte del corpo; può essere dato ma non ricevuto, oppure dato e ricevuto nello stesso tempo; può essere “asciutto” o “bagnato” se vi è o meno presenza di saliva.

Cosa significa un bacio? Di tutto: può significare affetto, amicizia, amore, attrazione sessuale, ma anche adorazione, rispetto, accordo, obbedienza, superiorità, inferiorità, ammirazione. In alcune circostanze un bacio può perfino essere un insulto.

Il bacio ha avuto, in senso evolutivo, lo scopo di rafforzare i legami sociali, le relazioni personali e politiche all’interno dei gruppi.

Il bacio è molto diffuso in tutto il mondo, ma assume dei significati differenti, a seconda dei contesti culturali nei quali viene praticato. Lo studioso danese Kristoffer Nyrop (1858-1931) ad esempio ha descritto i comportamenti di alcune tribù finniche i cui membri, uomini e donne, usavano fare il bagno nudi insieme, ma consideravano il baciarsi una cosa indecente. Nel 1897 l’antropologo francese Paul d’Enjoy descrisse invece il comportamento delle popolazioni cinesi, che consideravano il baciarsi in bocca una pratica orrenda, simile al cannibalismo. In alcune aree della Cina, nonostante i radicali mutamenti culturali, questo tabù permane e solo nelle grandi metropoli cinesi è oggi possibile scambiarsi delle effusioni e dei baci, cosa che fino a pochi anni fa era assolutamente proibita. Altre popolazioni non usano il bacio, o presentano modi diversi di comunicarsi affetto e tenerezza, fra essi ricordialo lo sfregarsi il naso degli Esquimesi o i vari comportamenti intimi di gruppi etnici dell’Africa e dell’Oceania.

Negli anni sessanta lo studioso britannico Desmond Morris pensò di aver individuato la filogenesi del bacio dopo aver osservato, fra i primati, delle madri che masticavano il cibo, per poi nutrire bocca a bocca i piccoli. E’ possibile, secondo Morris, che anche gli antenati degli esseri umani abbiano utilizzato tale modalità per nutrire i piccoli e che la pressione delle labbra sulle labbra, sia stata poi utilizzata dalle madri per placare la richiesta di cibo nei periodi di carestia.

Nelle altre specie animali invece è difficile osservare il comportamento del bacio sebbene questi animali siano capaci di esprimere la tenerezza in altro modo e siano perfettamente capaci di compiere atti sessuali senza questo genere di preliminari.

Secondo l’etologo Irenäus Eibl-Eibesfeldt (1970) almeno un decimo del genere umano non usa il comportamento del bacio. Da stime più recenti, sembra che oltre 650 milioni di esseri umani non si bacino mai sulle labbra.

Questo non riguarda certo la nostra cultura: basti pensare che gli antichi cristiani usavano scambiarsi il bacio come segno di pace, di fratellanza e di unione in Cristo. In seguito si cercò di evitare il bacio fra persone di sesso opposto ed i Protestanti lo abolirono completamente. Non a caso oggi in Chiesa il gesto della pace che viene richiesto di scambiarsi fra fedeli è una semplice stretta di mano.

In molte società gli uomini si baciano fra di loro mentre in altre questa pratica è considerata un vero tabù. Per citare un esempio, quando Thomas Coryate, esperto cortigiano, visitò Venezia nel 1608, rimase molto colpito da questa “straordinaria usanza” di due conoscenti di sesso maschile che si scambiavano baci al momento di salutarsi. Il cortigiano affermò di non aver mai visto prima nulla del genere, né di averne letto o sentito parlare da nessuno. Ancora oggi in Italia e in altri Paesi latini gli uomini possono baciarsi tra loro in segno di saluto, o anche di affetto, senza per questo essere considerati degli omosessuali.

Ma il bacio, oltre che un gesto di saluto, di affetto o di tenerezza, ha anche un significato erotico molto importante. Freud considerava il bacio erotico come un tentativo di ritornare alla sicurezza del seno materno. Un bacio infatti è il primo gesto importante di fiducia, di confidenza, di disponibilità in una coppia: il fatto di poter riprovare uno dei primissimi piaceri dell’infanzia accresce la sensazione di intimità, scarica le tensioni muscolari, provoca un forte coinvolgimento durante l’atto sessuale ed aiuta a “lasciarsi andare”.


Anche molto prima di Freud comunque le labbra venivano considerate una zona erogena. Un bacio in questa area del viso infatti può suscitare delle reazioni e delle emozioni molto intense. Le donne più degli uomini considerano il momento del bacio particolarmente erotico, mentre per molti uomini esso non è altro che un preliminare all’atto sessuale.

Il bacio erotico non necessariamente deve essere particolarmente profondo e potrebbe riguardare, oltre alla bocca, anche altre parti del corpo molto sensibili, come ad esempio le orecchie, la nuca, il collo: zone tutte riccamente innervate di terminazioni nervose e dunque particolarmente sensibili.

Baciando una persona si entra in contatto con una serie di sostanze odorose e organiche e dunque è molto importante che i due partners curino l’igiene, per quanto riguarda la pulizia dei denti, l’odore dell’alito, la pulizia del collo e delle orecchie. E’ consigliabile inoltre fare attenzione alla dieta: meglio evitare di mangiare aglio, cipolla o altre specialità esotiche troppo piccanti prima di dare un bacio, se non si vuole disgustare il/la partner con un alito pesante quanto sgradevole e imbarazzante.

I tipi di baci conosciuti sono circa una trentina: da quello ‘aspirapolvere’ che toglie il respiro, a quello bagnato che si pratica dopo essersi passati la lingua sulle labbra, a quello ‘lip-o suction’, dove si bacia il labbro inferiore dell’altro, mentre il partner bacia quello superiore, per poi scambiarsi le posizioni…

Quando due persone si baciano, specie quando lo fanno per la prima volta, provano un’emozione intensa, che mette in moto mille meccanismi : si risvegliano i sensi, il desiderio, la sudorazione, la pressione, il battito cardiaco e si calcola che in un minuto vengano bruciate circa 6 calorie, grazie all’accelerazione del ritmo cardiaco ed all’utilizzo simultaneo di circa 35 muscoli del viso.

Non esiste un modo ‘giusto’ di baciare e gli adolescenti dovrebbero tranquillizzarsi sul fatto che l’unico modo per imparare a baciare è attraverso la pratica, cercando di lasciarsi andare il più possibile, di chiudere gli occhi e di adattarsi ai ritmi dell’altro.

In genere tutte le storie romantiche iniziano con un bacio: è un rito di passaggio importante che segna l’ingresso nell’età adulta e per questo è difficile che una persona possa dimenticare il suo primo bacio. Oggi l’età del primo bacio si è abbassata: ormai a tredici anni buona parte dei ragazzi ha già sperimentato il ‘bacio alla francese’, che consiste nella profonda esplorazione della bocca dell’altro, con la lingua.

Last, but not least, ci sembra giusto ricordare che il bacio può causare anche qualche problema non grave alla salute, ad esempio quando lo scambio di saliva può far contrarre il virus dell’ influenza, mal di gola, tosse, tonsillite, ecc. in seguito ad un bacio con una persona influenzata. Vi è poi la mononucleosi (detta anche “malattia del bacio”), una malattia febbrile causata dal virus di Epstein-Barr (EBV), appartenente alla famiglia degli Herpes Virus, che causa un aumento dei globuli bianchi, in particolare delle cellule mononucleate. Questa patologia può essere contratta in qualsiasi ambiente affollato, dato che è estremamente contagiosa, ma poiché il contatto avviene tramite la saliva, si trasmette in particolar modo attraverso i baci. Il periodo di incubazione varia fra 30 e 50 giorni, può produrre stanchezza, ingrossamento dei linfonodi, febbre, irritazione alla gola. La malattia del bacio è molto diffusa nei paesi occidentali nella popolazione di età compresa tra i 14 e i 18-20 anni e non presenta rischi per la salute: normalmente l’infezione si risolve da sola in modo benigno entro due mesi.

Il bacio inoltre non è una pratica a rischio HIV, almeno per quanto se ne sa al momento, anche se dopo un bacio molto profondo, con morsi e in presenza di lesioni in entrambe le bocche, sarebbe consigliabile parlarne con un infettivologo.








FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



Elenco blog Amici