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sabato 7 maggio 2016

ITALIANI INGLESENIZZATI

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Spesso, nel parlare e nello scrivere quotidiano, usiamo termini che arrivano da altre lingue, l’inglese soprattutto. Alcune di queste parole straniere sono oramai entrate nel dizionario della lingua italiana, come computer, marketing, web. In altri casi, ci facciamo invece prendere la mano e usiamo termini ed espressioni che potrebbero essere tranquillamente sostituite con vocaboli o espressioni italiane.

Accountability= la responsabilità, da parte degli amministratori che impiegano risorse finanziarie pubbliche, di rendicontarne l’uso sia sul piano della regolarità dei conti, sia su quello dell’efficacia della gestione.
In italiano non esiste una traduzione di questa parola.
Questa parola negli States si usa anche riferita alla sfera personale. Una persona in grado di prendere visione delle proprie azioni, e che comprende gli effetti che queste hanno nella sua vita e in quella altrui, è un individuo che vive in “accountability”. E’ sinonimo di senso civile. E’ un metro di misura della corrispondenza tra il dire e il fare. Accountability è la consapevolezza dell’importanza di essere coerenti e di misurare costantemente l’efficacia del proprio operato, per sé e per gli altri. È una parola usata e posizionata nella top 10 tra quelle pronunciate durante le interviste e il recruiting.

Con il termine empowerment viene indicato un processo di crescita, sia dell’individuo sia del gruppo di cui fa parte, basato sull’incremento della stima di sé, dell’autoefficacia e dell’autodeterminazione; per far emergere risorse latenti e portare l’individuo ad appropriarsi consapevolmente del suo potenziale.

Jobs act= anche il governo segue la moda; dire legge sul lavoro sarebbe stato troppo banale.
Stepchild adoption= la possibilità di adottare il figlio del proprio compagno in una coppia omosessuale.
Privacy=  vita privata, il diritto ad avere una sfera privata inviolabile.
Welfare= elemento chiave dei moderni stati di diritto, non è altro che lo stato sociale, la capacità di un paese di prendersi cura dei propri cittadini dal punto di vista dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione pubblica, dell’indennità di disoccupazione, della previdenza sociale e altro ancora.
Family day=  letteralmente significa «il giorno della famiglia» ed è un fenomeno prettamente italiano. In queste occasioni si difende la famiglia tradizionale, cioè costituita da un uomo e una donna, con relativi figli.
Startup= sono le nuove aziende, che spesso lanciano le loro idee innovative grazie a finanziamenti esterni. Ad esempio, il colosso Alibaba nacque come startup.



Community manager= è una figura nuova, che gestisce le reti social di un’azienda.
Freelance= i lavoratori autonomi, a partita iva, adesso sono freelance, perché fa più figo.
B2B. =  business-to-business e indica un’azienda che produce beni per altre aziende, ad esempio componenti che poi vengono  assemblate nel fare un’automobile.
B2C. = business-to-consumer: la produzione di beni che vanno direttamente sul mercato.
CEO. = una volta era l’amministratore delegato o il direttore generale, oggi è il Chief Executive Officer, cioè il funzionario esecutivo capo.
CMO. = stessa cosa del CEO, ma nel settore marketing (cioè la promozione commerciale): Chief Marketing Officer.
CTO. = responsabile della parte tecnologica: Chief Technology Officer.
CFO. = il responsabile delle finanze: Chief Financial Officer.
Budget = il bilancio, le finanze di una società. Ma viene ormai usato anche in contesti quotidiani: «Per comprare le scarpe nuove ho un budget di 80 euro».
Manager=  persona con un compito di gestione o direzione.
Planning= un progetto non lo considera più nessuno, ci vuole un planning.
Asap.= acronimo di «as soon as possible», cioè il prima possibile.
Deadline= letteralmente significa linea di morte, cioè il termine ultimo per qualcosa, la data di scadenza.
Conference call= una riunione telefonica.
Brainstorming=  si usa per indicare la pratica di fare una riunione e buttare giù molte idee, per trovare quella giusta.
E-mail=  posta elettronica.
Default= insolvenza, l’incapacità di un ente di rispettare le clausole contrattuali.
Must-have=  un oggetto di moda davvero irrinunciabile.
Trendy= che fa tendenza.
Fashion=  moda.
Cool=  ciò che è figo, grandioso, che piace.
Look=  il proprio aspetto, il modo in cui ci si presenta.




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mercoledì 16 settembre 2015

Italiani e Dialetto



La lingua ufficiale dello Stato italiano discende storicamente dal toscano letterario, il cui uso è iniziato coi grandi scrittori Dante, Petrarca e Boccaccio nel 1300, e si è in seguito evoluto storicamente nella lingua italiana corrente. La lingua italiana era parlata solo da una piccola minoranza della popolazione al momento dell'unificazione politica nel Regno d'Italia nel 1861, ma si è in seguito diffusa, mediante l'istruzione obbligatoria e il contributo determinante e più recente della televisione di Stato, e ora la netta maggioranza dei cittadini italiani la parla come lingua madre.

Dal punto di vista degli idiomi locali preesistenti, ne consegue un processo di logoramento linguistico in cui le generazioni successive acquisiscono sempre più caratteristiche italiane - processo accelerato sensibilmente dall'ampia disponibilità di mass media in lingua italiana e dalla mobilità della popolazione. Questo tipo di cambiamenti, unito all'ignoranza ed al mancato riconoscimento ufficiale, porta molti locutori nativi a considerare il proprio idioma locale come semplice varietà dialettale della lingua italiana, senza alcuna dignità linguistica. Alcuni idiomi sono considerati in pericolo di estinzione.

Un dialetto è una varietà linguistica (o idioma) usata da abitanti di una particolare area geografica. Il numero di parlanti, e l'area stessa, possono essere di dimensione arbitraria. Ne consegue che un dialetto per un'area più ampia può contenere molti sottodialetti, che a loro volta possono contenere dialetti di aree ancora minori, ecc.

In Italia il termine "dialetto" è usato - molto impropriamente - per definire qualsiasi lingua romanza parlata in un'area geografica del paese e che non goda dello status di lingua ufficiale (per es. calabrese, ligure, napoletano, veneziano etc.). Altre lingue - romanze e non - sono riconosciute come lingue ufficiali assieme all'italiano in un'area amministrativa (per es. friulano in Friuli, sardo in Sardegna, catalano ad Alghero, tedesco in Alto Adige etc.); queste ultime in genere non vengono chiamate "dialetti".

Ovviamente tale distinzione non si basa su nessun criterio scientifico: sia le prime che le seconde sono lingue e non dialetti dell'italiano, definizione piuttosto adatta alle varietà regionali non standard (per es. l'italiano parlato in Lazio o in Campania o in Veneto).

Un dialetto è un sistema completo di comunicazione verbale (orale o a segni ma non necessariamente scritto) con un proprio vocabolario o grammatica.

Il concetto di dialetto può essere distinto da:
socioletto, una varietà linguistica parlata da un certo strato sociale,
lingua standard, che è standardizzata per la pubblica prestazione,
gergo, caratterizzato da differenze nel vocabolario (o, in gergo linguistico, nel lessico).
Varietà linguistiche quali i dialetti, gli idioletti ed i socioletti possono essere distinte non solo dal vocabolario e dalla grammatica, ma anche da differenze nella fonologia (compresa la prosodia). Se le distinzioni sono limitate alla fonologia, si parla di accento di una varietà o inflessione anziché varietà o dialetto.

Lo studio dei dialetti, affidato alla dialettologia, non si limita a confrontare, tuttavia, differenze ed affinità dei dialetti, ma ne fornisce una precisa classificazione. Inoltre, consente di definire un quadro più ampio e dettagliato su usi e costumi delle differenti popolazioni.

Quasi sempre al dialetto fa ricorso la saggezza popolare per la formulazione dei proverbi - più o meno antichi - i quali, se particolarmente articolati e impervi nella pronuncia, diventano veri e propri scioglilingua.

Talvolta per risolvere contenziosi di poco conto è più facile sostenere le proprie ragioni esprimendosi nel gergo locale: non a caso la parola dialetto condivide la radice con i termini dialogo e dialettica con cui, secondo la filosofia, si analizzano criticamente argomenti e ipotesi opposte. Quindi, anche il dialetto può essere utile per praticare la fine arte della diplomazia.

Una parte considerevole dei cittadini italiani parla altri idiomi oltre alla lingua ufficiale dello Stato; una parte tra questi parla un idioma diverso dall'italiano come lingua madre. Una minoranza non trascurabile non conosce l'italiano.

Il cinema, la radio e la Tv, nell’immediato dopoguerra, consentirono alla lingua italiana di diventare il codice linguistico usato dalla maggioranza della popolazione. L’ascesa di una specifica varietà a lingua nazionale ha relegato al rango di “dialetti” tutte le altre parlate. Ma prima che, tra Cinque e Seicento, il fiorentino si imponesse sugli altri, tutti i volgari avevano lo stesso ruolo di lingua.
I dialetti dunque, anche se sono stati a lungo considerati lingue di second’ordine, sono in realtà lingue a tutti gli effetti, esattamente come l’italiano. Che poi i vari dialetti abbiano avuto vicende storiche diverse, e che alcuni non abbiano prodotto documenti letterari, limitandosi ad essere mezzo di comunicazione fra gli abitanti di un’area circoscritta, non lo si può negare; da una pari dignità iniziale, ciascuno ha poi avuto la sua storia, e alcuni sono arrivati più in alto di altri, come il siciliano del Duecento, che ha prodotto la prima grande scuola poetica in Italia.
Al di là di questo, per un linguista non c’è differenza tra parlare di lingua o di dialetto: i dialetti non sono forme alterate e corrotte della lingua nazionale, quanto piuttosto, derivando anch’essi dal latino, sono “lingue sorelle” dell’italiano, che, al pari della lingua standard, posseggono un lessico e una grammatica codificabili in trattazioni scientifiche, e si prestano ad essere usate con finalità letterarie.
Tra lingua e dialetto c’è semmai una differenza di status: la lingua è, in un certo senso, un dialetto che “ha fatto carriera”. Il dialetto ha invece una diffusione geografica più limitata, è ristretto per lo più entro l’uso orale, e non è mai utilizzato per impieghi formali o istituzionali (scuola, amministrazione).
A grandi linee, si può dire che i dialetti italiani si suddividano in due gruppi principali: quelli settentrionali e quelli toscani e centro-meridionali; una linea di confine ideale che va da La Spezia a Rimini divide i due gruppi. I dialetti settentrionali sono chiamati anche gallo-italici, perché le zone in cui si sono diffusi erano abitate dai Galli, prima della conquista romana. Sono accomunati da alcune caratteristiche, come ad esempio la caduta delle vocali in fine di parola, a parte la a (e ad eccezione del Veneto), per cui matto diviene mat, gatto gat, buono bon; altri elementi tipici sono la caduta della doppia consonante, l’uso prevalente del passato prossimo invece del remoto, l’articolo determinativo davanti ai nomi di persona (il Carlo). I dialetti delle zone centrali, tra cui il toscano, sono più conservativi e mantengono più legami con il latino. Ad esempio, sanctus diviene santo, e il gruppo consonantico nt si mantiene, senza diventare nd come avviene nel “sando” dei dialetti meridionali. Nei dialetti centrali della linea Roma-Ancona, nd diventa nn: quando – quanno. Le consonanti sorde, dopo nasale, diventano sonore: bianco – biango; inoltre il possessivo è postposto: mia madre – matrema. In Sicilia, Calabria, Salento, nei dialetti meridionali estremi, le vocali sono sempre aperte: catèna, professòre, e si utilizza in prevalenza il passato remoto. Queste naturalmente sono solo alcune delle tante caratteristiche morfosintattiche che accomunano i vari gruppi dialettali.

A fronte di un generale consolidamento dell’uso dell’italiano, si ha una diminuzione dell’uso esclusivo del dialetto. Tale decremento è però compensato dall’aumento di chi dichiara di usare il dialetto frammisto all’italiano (mistilingua). Per effetto della diffusione ormai generalizzata dell’istruzione scolastica, oggi il dialetto non è più sentito come la varietà di lingua dei ceti bassi, simbolo di svantaggio sociale e di ignoranza. Sapere e usare un dialetto oggi è considerata una risorsa comunicativa in più, di cui servirsi quando occorre, per il suo potenziale espressivo. Il dialetto compare in ambiti d’uso diversi rispetto al passato, per esempio nei fumetti, alla radio, nella pubblicità, nei testi delle canzoni di band, nella narrativa, nella comunicazione mediata dal computer, utilizzato spesso tra i giovani con finalità ludiche. Il dialetto in Rete è interessante sia perché coinvolge le giovani generazioni, che dei dialetti dovranno essere le custodi, sia perché qui se ne fa un uso scritto, mentre in genere è relegato all’oralità. Se in passato molte parole sono penetrate nell’italiano dai dialetti (vedi ciao che deriva dal veneto s’cìao, schiavo, servo vostro), oggi sono i dialetti che mutuano dall’italiano parole provenienti da sfere semantiche per le quali mancano di risorse proprie (tecnica, politica, economia). Il dialetto, come tutte le lingue, si evolve, ma non sta morendo, almeno non a breve, soprattutto dove, come in Veneto e al Sud, i vernacoli sono più diffusi e parlati. Del resto, oltre ad essere un modo di parlare, testimonia anche un modo di pensare, una visione delle cose, è l’espressione di una certa cultura e di valori e tradizioni che senza di esso si perderebbero per sempre.

Ricerche sociolinguistiche hanno dimostrato che l’atteggiamento dei parlanti in Calabria è spesso improntato a una specie di vergogna per la dialettofonia, a differenza dei parlanti dialettofoni del centro-nord, che mostrano un certo senso di language loyalty e di orgoglio linguistico. Opera ancora nei dialettofoni calabresi un complesso d’inferiorità che ha radici remote e meriterebbe di essere approfondito. La svalutazione dei dialetti, e delle lingue delle minoranze, è stata sempre attuale nei dialetti meridionali, e in Calabria ha raggiunto momenti di parossismo. Ciò spiega la forte tendenza all’obliterazione, in favore della lingua egemone, l’italiano della scuola e dei mass-media, malgrado i notevoli sforzi di recupero degli ultimi decenni.

Paradossalmente, le nozioni di lingua e dialetto non sono nozioni linguistiche, ma piuttosto geografiche, politiche, sociali, culturali.
E che sia così ci si rende conto andando a pescare nella memoria tante espressioni che ci sono state familiari, ma di cui non conoscevamo l’origine, e che ci restituiscono la “tracciabilità” di un passato storico. Parole, per esempio, come faddali - grembiule, oppure schina - schiena, il prof. Martino le classifica come “longobardismi”. “Arabismi” invece parole come sciarra - zuffa, lite, gèbbia - vasca, cisterna.

Di enorme interesse storico culturale sono le cosiddette ‘rimesse’ lessicali degli emigrati, per lo più americanismi: sichinenza ‘poco valore’, ‘scarto, pessima qualità’: rrobba d’a sichinenza (ingl. second hands) ‘di seconda mano’; carru ‘automobile’ (car); checca‘torta’ (cake); farma ‘fattoria’ (farm); nghella ‘ragazza’ (girl):pulìsi ‘poliziotto’ (police); sanguìcciu ‘panino imbottito’ (sandwitch):tichetta ‘biglietto’ (ticket).


LEGGI ANCHE : http://popovina.blogspot.it/2015/08/sai-litaliano.html



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venerdì 7 agosto 2015

SAI L'ITALIANO?



Chattando su Facebook mi sono resa conto purtroppo che noi italiani non sappiamo scrivere la nostra lingua.

L'italiano è una lingua bellissima, armonica; per gli stranieri, gli italiani quando parlano cantano ed emettono dei suoni che dilettano le orecchie di chi li ascolta.

Ma, come tutte le cose belle, l'italiano è una lingua difficile, spesso capricciosa. Nasconde tanti dubbi e regole grammaticali sconosciute ai comuni mortali e solamente i puristi della lingua sono in grado di risolvere alcuni enigmi e rispondere ad alcuni quesiti.

Ogni giorno, quando ognuno di noi scrive, è sopraffatto dai dubbi: come si scriverà questa parola? Molto spesso a commettere dei banali errori sono proprio i giornalisti e i media.

All'indomani dell'unificazione, nel 1861, l'Italia contava una media del 78% di analfabeti con punte massime del 91% in Sardegna e del 90 % in Calabria e Sicilia, bilanciata dai valori minimi del 57% in Piemonte e del 60% in Lombardia. Nello stesso periodo - 1850 - le percentuali di analfabeti in Europa erano del 10% in Svezia, del 20% in Prussia e Scozia, del 75% in Spagna e del 90% in Russia.

Uno studio governativo del 1911 sull'Analfabetismo in Italia dimostrava che l'aumento della popolazione consentiva in proporzione un maggior numero di elettori e di analfabeti che aggravava il rischio di una minore correttezza delle elezioni politiche nel Paese: "sta di fatto che, in non pochi collegi d'Italia, le corruzioni, le violenze, le frodi ed i brogli hanno già presa tale estensione da falsificare la volontà degli elettori".

Per il censimento generale del secondo dopoguerra, nel 1951, la "qualifica" di analfabeta venne collegata non più a coloro che non sapevano scrivere il proprio nome, ma a coloro che non sapevano leggere e scrivere. Gli analfabeti risultarono così suddivisi per regione: Piemonte 3%, Valle d'Aosta 3%, Liguria 4%, Lombardia 2%, Veneto 7%, Trentino-Alto Adige 1%, Friuli Venezia Giulia 4%, Emilia-Romagna 8%, Toscana 11%, Marche 13%, Umbria 14%, Lazio 10%, Abruzzo e Molise 19%, Campania 23%, Puglia 24%, Basilicata 29%, Calabria 32%, Sicilia 24% e Sardegna 22%.

Secondo i dati pubblicati nel 2005 dell'Unione Nazionale per la Lotta contro l'Analfabetismo (UNLA) basati sul censimento del 2001, degli italiani sopra i sei anni quasi sei milioni erano privi di titolo di studio o analfabeti, cioè l'11% contro il 7,5% dei laureati. La stessa fonte riporta uno studio OCSE secondo cui l'Italia nel 2002 era terzultima fra 30 paesi per numero medio di anni di scolarità della popolazione di 25-64 anni, prima solo di Portogallo e Messico. Gli illetterati, cioè gli analfabeti, coloro senza alcun titolo di studio o in possesso della sola licenza elementare costituivano invece il 36,5% della popolazione sopra i sei anni, circa 20 milioni sui 53 censiti nel 2001.

Palermo è la città (tra quelle con più di 250.000 abitanti) con la più alta percentuale di analfabeti d'Italia ed è seguita da Messina e Bari. Secondo dati ISTAT derivanti dal censimento 2001, il numero di analfabeti in Italia è pari a 782.342 unità.

Altri dati sono stati forniti dal progetto ALL (Adult Literacy and Lifeskills - Letteratismo e abilità per la vita), dedicato specificamente all'analfabetismo funzionale, nell'ambito di una ricerca comparativa internazionale promossa dall'OCSE. Le indagini svolte sulla situazione italiana nel 2003-2004 su un campione della popolazione compresa tra 16 e 65 anni hanno denunciato un quadro non brillante: su tre livelli di competenza alfabetica funzionale (inferiore, basilare e superiore) il 46,1% degli Italiani è al primo livello, il 35,1% è al secondo livello e solo il 18,8% è a un livello di più alta competenza.

Il linguista Tullio de Mauro cita vari studi, concludendo che nel 2008 soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea.

Un discorso a parte va fatto per le persone che arrivano in Italia da altri paesi. Tra queste persone sono relativamente diffusi i casi di analfabetismo totale, benché non esistano dati ufficiali in proposito, ma spesso si presentano anche casi di migranti che, pur avendo un livello medio/basso di scolarizzazione nel loro paese, risultano "analfabeti" in quanto alfabetizzati in lingue che usano un sistema di simboli diversi da quelli dell'alfabeto latino per codificare la lingua scritta; per esempio gli arabofoni e a coloro che usano l'alfabeto cirillico o altri alfabeti di origine asiatica.

Parallelamente ad altri studi, dopo le anticipazioni divulgate attraverso la stampa nel marzo 2013, sono stati diffusi i risultati del PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) sulle competenze degli adulti, un'indagine internazionale promossa dall'OCSE/OCDE che analizza il livello di competenze fondamentali della popolazione tra i 16 e i 65 anni in 24 paesi (Australia, Austria, Belgio, Canada, Cipro, Corea, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Inghilterra, Irlanda, Italia, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Russia, Spagna, Stati Uniti e Svezia), svolta nel periodo 2011-2012.



In Italia l’indagine, condotta in collaborazione col Ministero del Lavoro, contestualmente a OCSE/OCDE e agli altri 23 Paesi, mette a disposizione i dati nazionali e le relative elaborazioni, prendendo in considerazione le competenze fondamentali per la crescita individuale: la partecipazione economica e l’inclusione sociale (competenze linguistiche o literacy) e quelle per affrontare e gestire problemi di natura matematica nelle diverse situazioni della vita adulta (competenze matematiche o numeracy). Secondo i dati PIAAC, si conferma l'alto tasso di "illetteralismo" italiano. Le competenze degli adulti italiani sarebbero ben al di sotto della media degli altri Paesi, fenomeno che potrebbe drammaticamente contagiare le nuove generazioni, anche se rispetto alle precedenti indagini OCSE - IALS (International Adult Literacy Survey) 1994-98 e ALL (Adult Literacy and Life Skills) 2006-08 - apparirebbe in riduzione.

Le informazioni messe a disposizione dall'indagine sono ricche e molteplici. L’inchiesta sulle competenze degli adulti (PIAAC) pone l’Italia all'ultimo posto nella graduatoria dei paesi partecipanti rispetto alla percentuale degli individui intervistati che ottengono un punteggio al livello intermedio (3) o superiore (4 o 5) nella scala delle competenze linguistiche. In particolare, solo il 3.3% degli adulti italiani raggiunge livelli di competenza linguistica 4 o 5 – i più alti – contro l’11.8% della media dei 24 paesi partecipanti ed il 22.6% del Giappone, il paese in testa alla classifica. Il 26.4% raggiunge il livello 3 di competenza linguistica, mentre il 27.7% degli adulti italiani possiede competenze linguistiche di livello 1 o inferiore, contro solo il 15.5% della media dei paesi partecipanti.

Per quanto riguarda le competenze matematiche, solo il 4.5% degli adulti italiani ha competenze di livello 4 o 5, il 24.4% ottiene il livello 3, mentre il 32% degli italiani ha competenze di livello 1 o inferiore, contro solo il 19% della media dei 24 paesi. Inoltre, in entrambe le aree di competenza, in Italia la proporzione degli intervistati con un punteggio corrispondente al livello 1 o inferiore è tra le più elevate. Tuttavia ci sono forti differenze tra le regioni italiane, e nel nord-est gli italiani risultano essere tra i migliori al mondo in matematica, scienze e lettura.

Qual è o qual’è? Da o Dà? Sapete la risposta? Benissimo, allora voi siete promossi a pieni voti. Ma non tutti, purtroppo (o pultroppo?), scrivono in italiano corretto anche se l’italiano è la lingua madre. Oltre un italiano su due (53%) commette regolarmente errori grammaticali quando scrive un testo, un messaggio o una lettera, non rispettando le regole basilari della grammatica. Altro che discendenti di Dante, Petrarca e Boccaccio. Gli italiani finiscono dietro la lavagna a causa delle loro sviste in fase di scrittura. Gli errori più grossolani? Scrivere ‘’un pò” (73%), “qual’è” (68%), e l’uso errato del congiuntivo (61%).

E’ quanto emerge da uno studio promosso da Libreriamo, piazza digitale per chi ama la cultura fondata dal sociologo Saro Trovato, condotto tramite monitoraggio web con metodologia WOA (Web Opinion ANALYSIS) su circa 5.000 utenti di blog, forum e community, per capire come scrivono gli italiani oggi, realizzato in occasione della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo. Italia, la patria di Dante e Petrarca, di Manzoni e Pirandello. Sarà anche terra di esperti di scrittura? In cima alla classifica degli errori più frequenti degli italiani, ovviamente, troviamo  l’apostrofo, vero tallone d’Achille per oltre 7 italiani su 10 (73%). Davvero uno degli amici più antipatici della lingua italiana. Quando si mette? Semplice, con tutte le parole femminili, quindi: un’amica sì, un amico no. E quindi apostrofo? Si tratta di elisione: non si può dire lo apostrofo, diventa quindi l’apostrofo. Infine c’è anche il troncamento: un po’ vuole l’apostrofo, perché si tratta del troncamento della parola “poco”. Al secondo posto (68%) troviamo un altro degli errori più comuni commessi dagli italiani: “Qual è” scritto in maniera errata. Qui, l’apostrofo ci vuole oppure no? Assolutamente no. Qual è si scrive senza. Sempre.


Sul gradino del podio troviamo l’uso del congiuntivo (61%). E qui di sicuro si alzerà un boato. Il congiuntivo, il vero tallone d’Achille di moltissimi studenti e non. Quanti strafalcioni sentiamo ogni giorno anche, e soprattutto, in televisione? “L’importante è che hai superato l’esame”, seppur molto usata questa è una formula grammaticale  scorretta perché in questo caso, bisogna usare il congiuntivo: “L’importante è che tu abbia superato l’esame”.(55%)
Se state storcendo già il naso davanti a questi errori di grammatica, fateci l’abitudine perché “pultroppo è propio così”. Avete notato qualcosa di strano? Esatto, queste due paroline sono un altro grande scoglio per oltre la metà degli italiani (55%). Non sempre “Purtroppo è proprio così” viene scritto in maniera corretta. Ma anche se la lettera ‘r’ nella pronuncia non si sente poi molti, bisogna però metterla per iscritto. Altro dilemma per il 51% degli italiani è: si scrive “Entusiasto o entusiasta?” Anche se ci si riferisce a un soggetto maschile, la forma corretta di quest'aggettivo è entusiasta. Questo vale solo quando si parla al singolare perché invece quando ci si riferisce a più soggetti si distingue nuovamente tra maschile e femminile. Quindi si avrà entusiasti per il maschile e entusiaste per il femminile, mentre la forma entusiasto è assolutamente incorretta.

A proposito di dilemmi, è giusto usare e o ed? a o ad? Un vero dubbio che attanaglia, portando all’errore il 47% degli italiani. La soluzione è semplice: l’aggiunta della ‘d’ eufonica deve essere fatta solo nel caso in cui la parola che segue comincia con una vocale. Quindi: vado ad Amburgo; Era felice ed entusiasta.

Sulla punteggiatura continua a cadere in errore il 43% degli italiani. Virgole, punti e virgola, due punti, non vanno mai usati a casaccio. Ogni segno di punteggiatura ha la propria regola. La funzione principale della virgola è quella di dare una cadenza precisa a periodi lunghi e complessi. I due punti invece si usano, per esempio, per introdurre un discorso diretto oppure per presentare una spiegazione o un elenco. I pronomi sono un altro grande errore commesso dagli italiani. Oltre uno su 3 (38%) sbaglia nell’utilizzi di “gli e le”. Sembra facile, ma non lo è. “Gli ho detto che era molto bella”. In questo caso, riferendoci ad una persona di sesso femminile, bisogna usare il pronome “le”: “Le ho detto che era molto bella”.

Alla fine di questa classifica di orrori grammaticali, troviamo anche l’uso dell’h e la doppia z. Pare che il 34% degli italiani ancora abbiano difficoltà a memorizzare che i verbi come hai, ho, hanno vogliono l’h davanti. Spesso, il capro espiatorio di un messaggio come “O visto che sei arrivata” è il telefonino, o il correttore automatico, o ancora il T9. Ne siamo proprio sicuri? Infine, troviamo la “doppia Z” (32%), il dubbio più comune nella grammatica italiana: quando bisogna usare la doppia zeta? Eccezzione o eccezione?


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/03/epidemia-acuta-mal-d-asino.html



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