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domenica 17 gennaio 2016

IL COMPLESSO DI RE MARCO

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Atteggiamento di un individuo che teme il tradimento ma nel contempo lo provoca in quanto mosso dal desiderio masochistico inconscio di essere punito.  Dal nome di Re Marco di Cerniw che invitò Tristano a cercare Isotta, la donna che il re avrebbe dovuto sposare, dando così l’opportunità ai due di stare vicini e innamorarsi.

La storia di Tristano e Isotta è probabilmente uno dei più famosi e struggenti miti nati durante il Medioevo. Benché espressione dei temi più scottanti della fol amor, esso fu popolarissimo e continua tuttora a ispirare le opere più disparate: la sua origine è celtica, ma le prime redazioni sono state realizzate da poeti normanni.

Tristano è rimasto orfano da bambino. È stato cresciuto dallo zio, re Marco di Cornovaglia, il quale è sottoposto al pagamento di un gravoso tributo dal re d'Irlanda. Diventato un giovane guerriero, Tristano decide di liberare la Cornovaglia da questa sottomissione e parte per l'Irlanda, dove riesce a uccidere il gigante Moroldo, fratello del re. Ferito da un colpo di spada avvelenata, viene poi curato dalla figlia del re, Isotta, che non sa che egli ha ucciso suo zio. Tristano, una volta guarito, torna in Cornovaglia.

Pressato a sposarsi per garantire al trono una successione, re Marco decide di prendere in moglie colei a cui appartiene un capello d'oro portato dal mare. Tristano, ricordandosi di Isotta, parte per l'Irlanda, ma appena arrivato deve combattere un terribile drago. Lo uccide, ma resta ferito e, ancora una volta, è curato da Isotta, la quale si accorge che egli è colui che aveva ucciso Moroldo. Rinuncia tuttavia a vendicarsi e accoglie la richiesta di sposare re Marco per sanare le rivalità tra i due regni. Si imbarca dunque con Tristano verso la Bretagna. Intanto la regina d'Irlanda affida all'ancella Brangania un filtro magico, da far bere ai due sposi la notte delle nozze. Durante la navigazione, però, Tristano beve per errore il filtro, credendo che sia vino, e lo offre a Isotta. Un'altra versione della storia dice che una pietra magica li fece innamorare. I due cadono così preda dell'amore. Isotta sposa comunque Marco, facendosi sostituire da Brangania per la consumazione del matrimonio.

Seguono mesi di amori clandestini, di trucchi e menzogne, durante i quali i due innamorati rischiano costantemente di essere ingannati dai baroni invidiosi. Un nano malvagio, buffone del re, tenta di farli cogliere sul fatto durante un loro appuntamento notturno nel verziere, ma Tristano si accorge della presenza del re nascosto tra le fronde di un pino e riesce ad avvertire Isotta, che inscena un dialogo del tutto innocente. Scoperti e condannati a morte, i due riescono a fuggire e si rifugiano nella foresta del Morrois. Scoperti da re Marco, Tristano decide di restituire la donna al re, e parte. Si reca allora in Bretagna dove sposa Isotta dalle Bianche Mani, con la quale tuttavia non consuma il matrimonio.

Nel frattempo l'innocenza della regina è continuamente messa in dubbio dai baroni malvagi, inducendola a reclamare un'ordalia. Tristano si reca alla cerimonia travestito, e aiuta la regina. Più volte ancora Tristano si reca segretamente in Cornovaglia travestito. Una volta l'accompagna il cognato Caerdino, che offeso per l'ingiuria fatta da Tristano alla sorella (non aveva consumato il matrimonio con Isotta dalle Bianche Mani) vuole vedere con i suoi occhi la bellezza di Isotta la Bionda e l'intensità del suo amore. I due così fanno pace e Caerdino si proclama amante dell'ancella della regina Isotta la bionda.

Ferito gravemente durante una spedizione, Tristano capisce che solo Isotta la Bionda può guarirlo e la manda a chiamare, chiedendo che vengano messe vele bianche alla nave con cui verrà, se lei accetta di venire, e vele nere se si rifiuta. Ella accetta, ma la sposa di Tristano, avendo scoperto il loro amore, gli riferisce che le vele sono nere. Credendosi abbandonato da Isotta, Tristano si lascia morire. La donna, arrivata troppo tardi presso di lui, muore di dolore a sua volta. Pentita per le conseguenze tragiche della sua menzogna, Isotta dalle Bianche Mani rimanda i corpi in Cornovaglia, facendoli seppellire insieme.

Il mito si interroga sulle cause e sulle conseguenze dell'amore, inquadrato in una società di cui trasgredisce tutte le leggi razionali, morali e sociali. I poeti sono consci della natura provocatoria della vicenda, tanto che tentano spesso di ridimensionarla o di integrarla in modo accettabile nella società, anche abolendo qualsiasi problematica etica. Ma nelle prime versioni della leggenda, il mito si presenta in modo inevitabile come incarnazione di un ideale amoroso, quello della fol amor o dell'amore fatale fondato sul dolore; fin dalla situazione iniziale, esso si connota negativamente: mette in scena l'adulterio, l'incesto, il tradimento del legame feudale; qualsiasi vita gli amanti scelgano (all'interno della società, costretti a continue menzogne e travestimenti; all'esterno della società, durante la vita nella foresta; separati), essi falliscono e sono condannati all'infelicità; l'unica via d'uscita possibile per loro è la morte. In questo esso si contrappone alla tematica dell'amore cortese, incarnata dalla coppia Lancillotto-Ginevra; e questo ne segna anche l'atemporalità, la sopravvivenza nell'immaginario: se l'amore cortese è legato alla società medievale e può essere capito solo al suo interno, il mito di Tristano e Isotta si pone al di fuori, tanto da essere oggetto di continue riprese, dai romantici fino ai giorni nostri. Secondo Denis de Rougemont, infatti, esso rappresenta una concezione dell'amore tipica del mondo occidentale, contrapponendosi alla letteratura del resto del mondo nell'invenzione di un sentimento reciproco ed infelice — concezione, questa, che ha dato origine alle più celebri storie d'amore della nostra cultura, come Romeo e Giulietta, Piramo e Tisbe ecc.



In generale si assiste, nel susseguirsi dei testi e delle differenti versioni, a un appiattimento delle problematiche etiche e sociali poste dagli amanti: nel Tristano in prosa, per esempio, gli episodi amorosi si perdono nelle sterminata successione di avventure cavalleresche, e il re Marco viene ridotto a codardo traditore in opposizione all'eroe cortese Tristano. Il protagonista viene così integrato nella geste dei cavalieri della Tavola Rotonda, e anzi il suo stesso amore non è più segnato dal dolore, ma gode invece di lunghi periodi di felicità: questa tendenza è presente già nei primi testi come quello di Tommaso d'Inghilterra, nel quale la vita nella foresta, dura e insostenibile in Béroul, assume caratteristiche idilliache. Più tardi Tristano viene reso maggiormente accettabile anche dal punto di vista della moralità cristiana, integrandolo nelle avventure della cerca del Graal.

Isotta introduce un tipo nuovo nella letteratura amorosa, o meglio lo ricrea: il suo è il dramma dell'adulterio, del quale vengono in un certo qual modo fissati i parametri, che rimarranno immutati fino a oggi: Isotta vive una doppia vita amorosa, quella dell'amante e quella della moglie, quella dell'amore-passione fatalmente proteso alla morte e quello dell'amore nuziale rispettoso della norma e della tradizione; questi due amori sono inconciliabili come sono inconciliabili i due uomini cui sono rivolti: Tristano, sottomesso a un ordine che pure deve tradire, e il re Marco, giusto conservatore proprio di quest'ordine.
La critica moderna si è interrogata sulle valenze simboliche di singoli episodi del mito, come quello del perdono concesso da re Marco quando egli trova gli amanti nella foresta, addormentati ma vestiti, e separati dalla spada di Tristano: gli oggetti che il re lascia per segnalare la sua venuta sono stati visti come simboli di perdono, o meglio come richiami al rituale di investitura feudale (la spada, il guanto, l'anello). Ma più in generale la rivalità tra i due uomini è vista come primo segnale del fallimento cui è destinato il rapporto vassallatico medievale.

Si è visto nel matrimonio con Isotta dalle Bianche Mani il profilarsi del motivo, molto presente nella letteratura dei secoli XII e XIII, dell'uomo tra due donne: tale motivo è lungamente sviluppato da Tommaso d'Inghilterra, che "classifica" anche i protagonisti delle due coppie in base al grado di felicità data dal possedere l'amore spirituale o l'amore fisico: Marco, per esempio, ha solo il corpo di Isotta, ed è quindi considerato più felice di Isotta dalle Bianche Mani che non ha né il cuore né il corpo del marito.

Anche il linguaggio è stato frutto di analisi, per esempio nei giuramenti ambigui che costellano la vicenda (come quello di Isotta che, dopo aver guadato un fiumiciattolo in groppa a Tristano travestito da pellegrino, si sottopone serenamente all'ordalia giurando di non aver mai avuto tra le gambe altro uomo che il marito e quel pellegrino del fiume); le continue menzogne degli amanti li pongono in una situazione di sovversivi, in una cultura che considera tutt'uno la parola e l'oggetto.

In Marco e nei suoi emuli vi è l'ambivalenza di coloro che desiderano e temono nel contempo, di essere traditi. Essi sono penalizzati internamente da un meccanismo di espiazione per cui hanno
inconsciamente bisogno di essere puniti. Probabilmente ci sono elementi di omosessualità a sostenere tutto questo.
Il soggetto vede la possibilità del tradimento della partner, teme questa eventualità, ma fa in modo che le cose procedano verso la cosa temuta.
Si tratta di una "fuga in avanti", un meccanismo di difesa che induce a buttarsi verso il pericolo che si teme.
Ciò avviene perché l'ansia rende insopportabile l'attesa e il dubbio, e si preferisce la certezza del "guaio" reale.



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sabato 5 settembre 2015

IL RAGNO

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Il ragno è la Grande Madre nel suo aspetto di determinare e tessere il destino; simboleggia le dee lunari, detiene i segreti del passato e dell'avvenire, ma al centro della tela rappresenta il sole circondato dai suoi raggi.
La ragnatela rappresenta un piano cosmico le cui componenti spaziali si irradiano dal centro: i raggi sono l'essenziale, mentre i cerchi sono l'esistenziale e l'analogo.
Il simbolo del ragno si incontra in molte religioni e culture del mondo.
Per i cristiani è simbolo del male ed è contrapposto alla "buona ape".
In Giobbe (27,18) la casa del ragno è simbolo dell'instabilità e fa parte del retaggio di maledizioni che gravano sul maledetto.
Nella religione egizia il ragno è un attributo di Neth: la tessitrice del mondo.
Per i Romani ed i Cinesi il ragno è un segno positivo:
per i primi è simbolo di acume e buona fortuna, per i secondi è associato all'arrivo di buone notizie.
Se per gli Amerindi rappresenta il vento ed il tuono (proteggeva dai malanni), gli Incas dell'antico Perù praticavano, attraverso il ragno, la mantica. L'indovino scopre un vaso nel quale è racchiuso il ragno divinatorio: se nessuna zampa si piega l'auspicio è negativo.
Il ragno ha un ruolo demiurgico per molti popoli: in alcune isole oceaniche è considerato il creatore dell'universo; nei miti dell'India si parla del tessitore primordiale e del ragno cosmico.
Anonse (il ragno) in Africa occidentale ha preparato la materia di cui è fatto il primo uomo, ha creato il sole, la luna e le stelle.
Il Grande Ragno per gli Ashanti è il creatore dell'uomo, mentre per le popolazioni del Camerun il ragno ha ricevuto il privilegio di decifrare l'avvenire.
Animale psicopompo, per i popoli dell'Asia Centrale e in Siberia rappresenta l'anima liberata dal corpo. Nella mitologia greca rappresenta la punizione divina contro l'arroganza umana.
Aracne, principessa libica, si acquistò una grande reputazione nel tessere e ricamare; la sua abilità le valse la fama di essere stata allieva di Atena, la dea delle filatrici e delle ricamatrici. Aracne volle apprendere la sua abilità solo per aumentare il suo talento personale; così sfidò la dea, la quale si travestì da vecchia e le consigliò di essere più modesta.
Aracne la ingiuriò, così la dea Atena le si manifestò e la sfida ebbe inizio.
Atena ricamò una tappezzeria raffigurando i dodici dei olimpici e ai quattro lati la sconfitta dei mortali che osarono sfidarli.
Aracne filò gli amori poco onorevoli degli dei.
Atena infuriata stracciò il lavoro perfetto di Aracne e la colpì con la spola.
La principessa fuggì disperata e si impiccò, ma Atena non la lasciò morire trasformandola in ragno.
Se l'ego non sa mostrarsi umile nei confronti del Sè la sua punizione è quella di lavorare per sempre, perdendo l'aspetto umano e diventando schiavo della natura immutabile.
Anche come strumento dell'inconscio il ragno può assumere significati diversi. Spesso induce disprezzo e la sua attività di predatore (inganna ed avvolge le sue prede) diventa simbolo della donna virago intenzionata a distruggere l'uomo.
Il lato oscuro ed inconscio dell'essere umano assume la forma del ragno quale divoratore della capacità riflessiva.



L'attività del tessere la rete può essere associata all'attività dell'inconscio che tiene le fila della vita dell'essere umano. Il suo manifestarsi nel sogno svela pure l'emergere del Sè ed il prosieguo del processo di individuazione; come pure il bisogno dell'uomo di fare sempre più coscienza.
Un uomo in età che stava per morire sognò qualche ora prima del trapasso "un filo d'oro".
Fu un'immagine che lo rasserenò e pensiamo di conoscerne il motivo: quel filo rappresentava il Sè quale continuità della Vita nella Presenza Universale e nella universale rete d'oro di tutte le esistenze.
Il ragno segnala un lato inconscio della vita che si mantiene legata ad una esasperata "coazione a ripetere", la fatica di qualcosa che non abbia ancora trovato spazio sufficiente per recuperarsi alla dinamica universale.
In questo senso la comparsa del ragno può essere interpretata come una richiesta d'aiuto all'uomo affinchè si apra ad una dimensione più ampia.
Infine è interessante osservare come il simbolo del ragno si stia modificando presso i giovani assumendo l'immagine dionisiaca di informatore universale , di potente mezzo in grado di raggiungere e risolvere ogni problema e ciò soprattutto grazie alla Spider (l'auto biposto decapottabile), Spider Man (l'uomo ragno dei fumetti) e, ultimo e non ultimo il Ragno e la Ragnatela di Internet.

Rare volte nell'arte e nella cultura un soggetto ha assunto un significato tanto contrastanti come il ragno.Nelle diverse epoche e di civiltà è stato visto come forza negativa, diabolica ma anche positiva, generatrice di vita.

Il contrasto deriva dalla diversa visione che gli uomini hanno avuto-e hanno-nei confronti del ragno visto sotto due aspetti fondamentali: il predatore silenzioso e inquietante da una parte e il mirabile, paziente e instancabile costruttore di tele,dall’altra.
Nel antico testamento, mentre il ragno è il simbolo dell’instabilità,la ragnatela viene usata da Dio per compiere un miracolo:Davide,perseguitato da Saul,si rifugia in una caverna vicino a Gerusalemme dove Dio invia un ragno che tesse la sua tela all’entrata,impedendo in questo modo l’ingresso del futuro re.
Un episodio del tutto simile a questo è citato anche nel Corano e riferito a Maometto.
Per il Cristianesimo,il ragno è il simbolo del male, del diavolo tentatore che tende la sua rete per catturare l’anima degli uomini attratti da ogni tipo di vizio.
Un ragno e un calice sono gli attributi di San Norberto,vissuto nell’ XI sec.e fondatore dei Premonstratensi:secondo una leggenda,avrebbe trangugiato un ragno velenoso caduto nel suo calice,assieme al contenuto del calice stesso,senza riportarne alcuna conseguenza.
Nell’icnografia delle Arti Liberali,a volte la Dialettica può essere raffigurata come una giovane donna intenta a tessere una tela.
In alcune culture,il ragno assume una valenza positiva e simboleggia la Grande Madre che determina il destino attraverso la tessitura.
Nell’Antico Egitto,Neth è la dea tessitrice del mondo,fortemente legata alla figura del ragno.
Nella Grecia Classica,le Parche presiedevano al corso della vita umana concepita come un filo che Cloto, la più giovane,filava, Lachesi misurava e Atropo recideva.
Nella mitologia degli Indiani d’America,la Spider Woman (donna ragno) diventa la fonte e l’origine di tute le cose,tesse un filo per dare forma all’oriente,all’occidente,al settentrione e al meridione.La Donna Ragno utilizza l’argilla tratta dalla terra nelle sue varie tonalità –rossa,gialla,bianca e nera-per creare l’umanità. A ciascuno applica un filo della tela,il cui bandolo risiede in cima al suo capo.
Un mito simile si ritrova in Africa collegato alla figura di Anansi,un uomo ragno.
La natura misteriosa e la profonda simbologia del ragno, ha ispirato molti artisti del Simbolismo.
In alcuni oggetti d’uso quotidiano possiamo ritrovare l’inconfondibile ‘silhouette’del ragno,con le sue lunghe e sottili zampe.
Nelle cosiddette ‘nature morte’possiamo,aguzzando la vista, scoprire qualche ragno che si cala con il suo filo di seta da una foglia o che avanza tra i fiori.Questi dipinti raffigurano con impressionante precisione fiori e frutti e anche gli animali sono ritratti a grandezza naturale.



Il Ragno assume un ruolo ambivalente, se si considerano il significato e le metafore che esprime nelle differenti culture ed epoche. E' principalmente considerato un segno di buon auspicio, una figura positiva, con qualche piccola accezione negativa o neutra.

Il filo della sua opera, la ragnatela, lo collega all'ordine cosmico ed universale. Diviene dunque il simbolo dell'ordinamento in diretta contrapposizione al caos: la tela, nella sua minuziosa perfezione, rappresenta le forze che contrastano il caotico. Ho pensato che, non a caso, anche gli Acchiappasogni hanno nel cerchio centrale un disegno di filo che ricorda straordinariamente una ragnatela, e la sua funzione è per l'appunto quella di acchiappare i sogni e discriminarli a seconda che siano buoni o cattivi (ecco la funzione ordinatrice, ancora una volta).
 
Per chi come noi, a livello di cultura, è abituato a riconoscere in Prometeo (e quindi in una figura antropomorfa) il portatore del fuoco, suonerà strano e a dir poco assurdo pensare che in alcune culture è invece proprio un essere a forma di ragno a condurre la fiamma (considerata sempre sacra) fino alla popolazione umana. Il Ragno diviene dunque il simbolo di un'entità che porta luce, verità, conoscenza, gettando le ombre e l'ignoranza lontano dalla mente.

Nella tradizione sciamanica il ragno è considerato un animale in grado di divenire un maestro per l'uomo: ciò che è necessario, come la sua ragnatela (che è al contempo l'unico modo che conosce per cacciare, e per vivere), può essere al contempo utile ma artisticamente apprezzabile, bello per gli occhi. E' uno Spirito guida che ci insegna che la linea di demarcazione tra dovere e piacere non sempre deve essere enorme: il ragno si ciba e si mantiene in vita attraverso un 'oggetto' che è in grado di suscitare piacere e meraviglia; inoltre ci insegna ad essere autosufficienti, dimostrando che anche da soli si è in grado di sostentarsi come debito. la pazienza del ragno, infine, è proverbiale: si tratta di un'ulteriore lezione che il Ragno ci trasmette attraverso il suo comportamento istintivo, ovverosia di osservare, pensare, pazientare in merito ad azioni o pensieri solo astratti e che vorremmo far divenire reali. Come il ragno, che aspetta il momento giusto per poter intervenire sulla preda, a nostra volta dobbiamo attendere che il momento sia maturo prima di lasciare che i nostri progetti vengano in essere; e al contempo, così come il ragno pazientemente ricompone gli strappi nella propria tela rovinata, senza curarsi troppo del danno e pensando solo alla indispensabile ricostruzione, anche noi dobbiamo imparare a rimboccarci le maniche dopo una difficoltà che ha distrutto le nostre certezze, prendendo di buona lena a ricostruirne di nuove.

Esso è fortemente legato alla psiche e all'animo umano (tanto che è credenza che l'anima possa, durante il riposo notturno, fuoriuscire dalla bocca sotto forma di ragno). La mente umana è intricata e meravigliosa proprio come una ragnatela: i nostri pensieri possono essere sia il ragno, ma al contempo anche i poveri insetti intrappolati nella sua tela. Quando la nostra mente è rappresentata dal ragno, essa è forte e decisa: è invasa da forza creatrice, dalla conoscenza e dalla luminosità della chiarezza e della comprensione; quando essa è invece l'insetto-preda, è debole e in grado di cadere nei tranelli di altre 'menti-ragno' più forti. Sta a noi decidere in che porzione della 'catena alimentale mentale' posizionare il nostro spirito. Cambiare il proprio atteggiamento in situazioni di grande difficoltà e sconforto non è certo semplice ed è, anzi, molto spesso considerato impossibile da sé stessi in primis. La visualizzazione e la meditazione con, al centro e come soggetto, la ragnatela ed il ragno può in questo caso aiutare moltissimo.

Nell’attività di tessitura del ragno si possono intravedere i due significati simbolici più caratteristici di questo animale: da un lato tra lui e la sua tela si instaura un legame di dipendenza reciproca, dall’altro proprio in quanto artefice della sua opera, il ragno è anche simbolo di autorealizzazione, di indipendenza, di potenzialità creativa.

Spesso la comparsa del ragno nella scena onirica si accompagna a una sensazione di disgusto, al desiderio di prendere le distanze da questo animale che simboleggia l’oggetto della propria dipendenza.

È come se chi sogna si trovasse a fare i conti con la necessità di rompere un legame affettivo (il più delle volte con la figura materna) che lo soffoca, ma al tempo stesso Io rassicura e Io protegge.
 
Quando, invece, il sogno di un ragno che tesse la propria tela è accompagnato da sensazioni piacevoli è tempo di fare progetti concreti: in questo caso infatti, le energie psichiche dell’individuo sono attivate e tese alla propria realizzazione.








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martedì 11 agosto 2015

BACCO

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Bacco nasce da Giove, Re di tutti gli Dei e padrone del mondo. E da Semele, donna col dono di sorridere sempre. Il suo maestro fu Sileno, grande bevitore dedito ai divertimenti e con la propensione a scatenare litigi. Bacco, in sintonia con i doveri di quei tempi, accettò di darsi alla vita militare a patto che il suo esercito non ricorresse mai alle armi. Difatti così fu e diede vita alla così chiamata “guerra del fracasso” a cui nessuno, nelle sue battaglie, riuscì a resistere.

Bacco è il Dio del vino e della gioia, dai Romani detto anche Libero, Iacco e Leneo, identificabile con il greco Dioniso; era figlio di Giove e di Semele. La madre morì nel darlo alla luce e il bambino fu allevato da Ino a Orcomeno, e poi dalle Iadi, ninfe della valle boscosa di Nisa. Ebbe come maestri le Muse e il sapiente Sileno. Avendo scoperto che dalla pianta della vite si poteva ricavare il vino, Bacco volle far conoscere a tutti gli uomini la sua benefica scoperta: pertanto viaggiò a lungo attraverso la Grecia e l’Asia, giungendo sino in India, accompagnato dal suo corteo di Satiri e di Baccanti, detto «tiaso». Durante i suoi viaggi approdò all’isola di Nasso, dove incontrò Arianna e si unì a lei in matrimonio. Per l’importanza del dono fatto agli uomini Bacco fu messo in relazione con Cerere, dea delle messi, e con Apollo per la facoltà della divinazione e per l’ispirazione poetica. Il suo culto, dapprima osteggiato, si diffuse ovunque e si espresse in feste di carattere orgiastico. A Roma tali feste, che si chiamavano Liberalia o Baccanalia, furono proibite dal Senato nel 186 a.C.

Un giorno Bacco si accorse che una guerra senza sangue non era abbastanza gloriosa e consultando Sileno rimediò presto. Una certa pianta dava frutti buffi, raggruppati tutti insieme attorno ad un gambo. Strizzando questi frutti ne veniva fuori un liquido rosso che aveva la stessa energia, vigore ed impeti che da il sangue. Come se nell’individuo entrasse una nuova vita. Proprio per questo motivo Sileno gli diede il nome di “vite”.

Bacco fu felicissimo di trovare quanto occorreva alle proprie guerre, procurandosi molti rami della pianta. Conquistò diverse terre, tra cui l’Egitto e l’India, sempre favorito dal fracasso che provocavano i suoi “guerrieri”. Sempre grazie al fracasso provocato dal suo esercito, in ogni territorio assoggettato piantò delle viti, obbligando i sudditi a cibarsene in gran quantità. Soddisfatto della cosa, quando li osservava con il viso sporco di rosso, Bacco era felice: finalmente anche di lui si poteva pensare di aver fatto versare del sangue.

Arrivò anche a sottomettere i nemici soltanto facendoli ubriacare e mai legandoli in catene strette. Ma non fu tutto così facile, soprattutto quando alcuni uomini illustri si indignarono per le strategie usate dal dio. Tra i più noti Licurgo, re della Tracia, che con una grossa scure abbatté molti vigneti. Bacco infuriato non esitò a vendicarsi, ma come suo solito senza usare alcuna violenza. Così, lo fece addormentare e poi gli soffiò sopra un alito caldissimo. Lucurgo si sentì ardere la gola dalla sete e, poiché vicino a lui c’era soltanto una bisaccia con del vino, iniziò a bere con avidità finché non ebbe visto il fondo.

Le conseguenze furono tragiche. L’uomo si ubriacò a tal punto che non riusciva a distinguere le cose che lo circondavano e neppur suo figlio. Poi, vedendo le sue gambe tremolanti e simili a due intrecciati tronchi di vite, cominciò a battersi qualche colpetto qua e la per verificare funzionalità e consistenza. Ma così facendo si ridusse in pezzi.

Bacco insomma rideva, scherzava e faceva un gran casino. Ma non era poi un così gran tenerone.

Bacco appartiene alla mitologia romana ed arrivò nella penisola Italica intorno al II secolo a.C.
Il “Baccanale” è un’antica festa romana e consisteva in celebrazioni all’insegna della sfrenatezza.
San Bacco viene festeggiato il 7 ottobre.
Il nome deriva dal latino “bacchius”, tratto dal greco “bàkchos” e significa gridare, strepitare.
Per i greci è Dionisio.



Bacco è un dipinto realizzato tra il 1596 ed il 1597 dal pittore italiano Caravaggio. È conservato nella Galleria degli Uffizi di Firenze.

L'opera rappresenta Bacco, dio del vino e dell'ebbrezza. Secondo l'iconografia tradizionale è nudo, con una corona di foglie di vite o di edera, con in mano il tirso e un grappolo d'uva o una coppa di vino. In due disegni e in una tavoletta di Domenico Veneziano, Bacco in trionfo porta un cesto di frutti (i doni pagani del dio). Questa immagine è presente anche in una illustrazione del romanzo mitologico di Francesco Colonna, Hypnerotomachia Poliphili, un'opera molto diffusa negli ambienti colti del nord e del Centro Italia, le cui illustrazioni erano spesso replicate e diffuse nelle botteghe degli artisti. Il Bacco del Caravaggio si presenta seduto su di una specie di triclinio, coperto da un lenzuolo in forma di tunica che scopre parte del torso. Il dio offre la coppa di vino appena versato (se ne vedono le bollicine) con la mano sinistra, per cui si pensa che il pittore abbia usato uno specchio in cui si riflette la propria immagine (il volto è più paffuto e colorito, offrendo un'immagine di salute e abbondanza (rispetto invece al dimagrimento patologico del cosiddetto "Bacchino malato"). La mano che versa il vino non sembra sicura, ma incerta, ed è probabile che il pittore volesse inserire un indizio di ubriachezza.

Non si conosce il modello dell'opera: alcuni sostengono che si tratti dello stesso Caravaggio (seppur molto trasformato) che avrebbe lavorato alla stesura dell'opera con un sistema di specchi; altri, invece, notano la somiglianza di questo Bacco con Mario Minniti, compagno e amico di Caravaggio, che probabilmente aveva posato in altre opere del pittore lombardo.
Le interpretazioni del dipinto sono diverse. Il Posner dà un significato omosessuale all'opera notando delle somiglianze con il ritratto di Antinoo, l'amato di Adriano; su questa linea Frommel ritiene che Caravaggio volesse rifarsi al rapporto che c'era tra lui e il modello, Mario Minniti; per Röttengen il Bacco vuole rappresentare un tema caro a Caravaggio, quello dell'eterna giovinezza. L'ipotesi formulata da Maurizio Calvesi, invece, è portata a vedere in Bacco Cristo redentore che offre il vino (il sangue di Dio) come simbolo di sacrificio e redenzione. Ed' possibile, sempre secondo Calvesi, che Caravaggio, inoltre, conoscesse il testo del Comanini, Gli effetti della mistica theologia, del 1590 che parla di Gesù come di un "grappolo d'uva" che viene "torchiato" e rinasce come vino. Ma Bacco, secondo un'allegoria nota anche al cardinal Del Monte, è anche lo Sposo del Cantico dei Cantici , dai capelli ricci e negri e la frutta rappresentata nel cesto allude anch'essa al Cantico (l'uva, le mele, la melograna, i fichi).



La mano destra del Bacco tiene un fiocco, posto in corrispondenza dell'ombelico "onfale del mondo". Esso sarebbe da interpretarsi come il nodo che unisce Dio all'uomo, è quindi un Homo copula mundi tipico della filosofia neoplatonica di Marsilio Ficino, che unitamente all'alchimia era ben nota al cardinale.

Nel corso di una fase di restauro, le sofisticate analisi utilizzate hanno permesso di scoprire, all'interno della citata caraffa di vino, un volto di uomo, che i ricercatori ritengono essere l'autoritratto dello stesso Caravaggio.

In Svizzera, di recente, è stato rinvenuto un altro Bacco ad olio su tela (cm 98x95) che a detta degli studiosi dovrebbe essere una copia realizzata da un seguace o collaboratore del Caravaggio, forse Prospero Orsi, con interventi e supervisione del maestro. Prospero avrebbe realizzato la copia del Bacco, commissionata dallo stesso Del Monte e realizzata contemporaneamente al dipinto degli Uffizi.




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domenica 9 agosto 2015

LA DEA CERERE



Cerere era una divinità materna della terra e della fertilità, nella religione romana, nume tutelare dei raccolti, ma anche dea della nascita, poiché tutti i fiori, la frutta e le cose erano ritenuti suoi doni, tanto è che si pensava avesse insegnato agli uomini la coltivazione dei campi. Veniva rappresentata come una matrona severa e maestosa, tuttavia bella e affabile, con una corona di spighe sul capo, una fiaccola in una mano e un canestro di grano e di frutta nell’altra.

Quando l’uomo cercò di spiegare gli eventi straordinari, i misteri che accompagnavano le cose della natura e che hanno portato alla formazione del mondo, la fantasia intervenne e così Cerere e Proserpina spiegarono il mistero dell’avvicendarsi delle stagioni.
Cerere-Demetra, era dea del grano e della fertilità, era figlia di Saturno-Crono e Rea. Sorella di Giove-Zeus.
La tradizione vuole che ad introdurre per prima la coltivazione del grano, sia stata proprio Cerere in Sicilia, l’isola rappresentava infatti la sede principale del culto della dea Cerere-Demetra, in particolare le era sacra la città di Enna, dove sorgeva un tempio a lei dedicato.
Ancora giovane e spensierata Demetra-Cerere generò a Zeus-Giove, suo fratello, due figli: Iacco e la bella Core-Persefone o per i latini Proserpina.
Cerere è legata anche al mondo dei morti attraverso il Caereris mundus, una fossa veniva aperta soltanto in tre giorni particolari 24 agosto, 5 ottobre, 8 novembre. Questi giorni sono dies religiosi, vale a dire che ogni attività pubblica veniva sospesa perché l’apertura della fossa metteva idealmente in comunicazione il mondo dei vivi con quello sotterraneo dei morti, in quei giorni non si attaccava battaglia con il nemico, non si arruolava l’esercito e non si tenevano i comizi. L’apertura del mundus era un momento delicato e pericoloso, non tanto per paura che i morti uscissero in massa invadendo il mondo dei vivi, ma al contrario perché il mundus avrebbe attratto i vivi nel mondo dei morti, specialmente in occasione di scontri e battaglie.



I Cerealia erano una festa religiosa dell'antica Roma, celebrata il 12 aprile e seguita da giochi che duravano fino al 19 aprile, e dedicati a Cerere.
La cerimonia prevedeva il ricordo del mito di Cerere e Proserpina: la ricerca della figlia da parte della madre era rappresentata dal vagabondare delle devote per la città, reggendo una torcia  e vestite rigorosamente di bianco.
I giorni successivi erano celebrati i Ludi Cerealici, giochi che si tenevano al Circo Massimo, e ai quali gli spettatori assistevano vestiti di bianco.
Alla spettacolare processione partecipavano persone che sfilavano in silenzio tenendo in mano tante fiaccole accese.
Una folla di fedeli osannanti, si recava in processione, ed alcune giovinette portavano ghirlande di spighe mature e operavano culti segreti e misteriosi. All’approssimarsi delle feste in onore di Cerere era prescritto a tutti l’osservanza delle più severa castità.



Il mito narra che la dea dell’agricoltura, Cerere, aveva una bellissima figlia, il cui nome era Proserpina. Plutone, il dio degli Inferi, la vide un giorno, mentre coglieva fiori selvatici nei campi, e rimase colpito dalla sua bellezza e dalla sua grazia. Innamoratosi di lei, la rapì sul suo cocchio e scomparve in una voragine, portandola con sè nel regno degli Inferi.
Cerere la aspettava nel suo palazzo d’oro e non vedendola tornare cominciò a cercarla nei boschi, nei campi, in ogni foresta, chiamandola sempre più disperatamente. Per quanto la chiamasse, Proserpina, dal profondo degli Inferi, non la sentiva e piangeva. Pianse finchè il Sole, che aveva assistito al rapimento, decise di rivelarle l’accaduto: "Invano cerchi tua figlia, Cerere, perchè è stata rapita dal dio Plutone, che ha deciso di farne la regina degli Inferi." Cerere corse da Giove, per supplicare lui e gli altri dei di aiutarla a liberare Proserpina. Ma nessuno era disposto a darle aiuto. Disperata, lasciò l’Olimpo e prese a peregrinare tra i campi, poiché non si rassegnava. Le sue lacrime non cessavano di scendere e appena toccavano il terreno, seccavano gli alberi e tutta la vegetazione. Gli uomini, privati dei frutti della terra, cominciarono a soffrire la fame.
Niente più germogliava, e gli animali morivano perché non c’era più vegetazione. Alla fine Giove ebbe pietà degli uomini e inviò Mercurio, il messaggero degli Dei, all’inferno, con l’ordine di lasciare libera Proserpina e restituirla a sua madre. Mercurio, indossati i calzari magici che gli permettevano di volare, si recò da Plutone e gli comunicò il messaggio di Giove. "La volontà di Giove verrà rispettata", gli rispose Plutone." Lascerò libera Proserpina perché ritorni da sua madre." Chiamata la fanciulla, le disse che era libera di andarsene, ma le diede da mangiare alcuni chicchi di una melagrana magica: chi la assaggiava era preso dalla nostalgia di tornare. Proserpina lasciò l’oscurità degli Inferi per risalire alla luce del sole. Cerere le corse incontro per riabbracciarla e improvvisamente la terra ridivenne verde, fiori e gemme spuntarono dappertutto e animali e uomini poterono di nuovo sfamarsi e vivere felici. Passarono alcuni mesi. Un giorno Proserpina, colta da nostalgia disse alla madre: " Sto bene qui con te, ma qualcosa mi spinge a ritornare agli Inferi, dove mio marito mi aspetta."
Cerere capì che Plutone le aveva fatto assaggiare la melagrana magica. Per quanto tentasse di convincerla a rimanere non potette trattenerla. Proserpina tornò da Plutone e rimase con lui alcuni mesi. Durante questo periodo, gli alberi persero le loro foglie e i loro frutti, la neve ricoprì la terra e i venti del Nord presero a soffiare, portando il gelo e le tempeste. Quando, dopo alcuni mesi, Proserpina tornò dalla madre, la terra ridivenne verde, e si coprì di fiori e foglie. "Proserpina", stabilì Giove, "passerà parte dell’anno con Cerere, sua madre, e parte con suo marito, Plutone. Così tutti saranno soddisfatti". Ecco spiegata l'origine delle stagioni: quando Proserpina scende agli Inferi, la terra è in lutto; e questo alternarsi, nella tradizione antica, non avrebbe mai dovuto avere fine.



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sabato 8 agosto 2015

IL DIO PAN



Pan era il dio pastore, il dio della campagna, delle selve e dei pascoli.In alcuni miti è descritto come il più antico degli Olimpi, se è vero che aveva bevuto con Zeus il latte da Amaltea, allevato i cani di Artemide e insegnato l'arte divinatoria ad Apollo. Venne inoltre notoriamente associato a Fauno, versione maschile (poi figlio, fratello o marito, a seconda del mito) di Fauna, e come tale era lo spirito di tutte le creature naturali, più tardi legato anche alla foresta (della quale invece il dio era Silvanus), all'abisso, al profondo.

Dal suo nome deriva il termine timor panico, poiché il dio si adirava con chi lo disturbasse emettendo urla terrificanti, provocando così una incontrollata paura, il panico, appunto. Alcuni racconti ci dicono che lo stesso Pan venne visto fuggire per la paura da lui stesso provocata. Ma il mito più famoso legato a questa caratteristica è la titanomachia, durante la quale Pan salva gli Olimpi emettendo un urlo e facendo fuggire Delfine.

Plutarco nel suo De defectu oraculorum racconta di come Pan sia stato l'unico dio a morire. Durante il regno di Tiberio (14–37), la notizia della sua morte venne rivelata a tale Tamo (Thamus), un mercante fenicio che sulla sua nave diretta in Italia sentì gridare, dalle rive di Paxos: "Tamo, quando arrivi a Palodes annuncia a tutti che il grande dio Pan è morto!". Gli studiosi si dividono tra il significato storico e quello allegorico. Secondo Robert Graves, per esempio, il grido non fu Thamous, Pan ho megas tethneke, "Tamo, il grande dio Pan è morto", ma Tammuz Panmegas tethneke, "L'onnipresente Tammuz è morto", cioè il dio babilonese della natura, a indicare così la fine di un'oscura era politeista, di cui aver "timor panico", e l'inizio di un nuovo mondo sotto la luce di Cristo, morto appunto sotto l'impero di Tiberio (così Eusebio di Cesarea nel suo Praeparatio Evangelica).

La genealogia di Pan è controversa. La più accreditata è quella dell'Inno omerico, in cui vengono indicati quali genitori il dio Ermes e la ninfa Driope, ninfa della quercia.

È un dio potente e selvaggio, esteriormente è raffigurato con gambe e corna caprine, con zampe irsute e zoccoli, mentre il busto è umano, il volto barbuto e dall'espressione terribile. Vaga per i boschi, spesso per inseguire le ninfe, mentre suona e danza. È molto agile, rapido nella corsa ed imbattibile nel salto.
È principalmente indicato come dio Signore dei campi e delle selve nell'ora meridiana, protegge le greggi e gli armenti, gli sono sacre le cime dei monti. Tradizionalmente, indossa una nebris, una pelle di cerbiatto.



La leggenda vuole che la ninfa Driope sia fuggita terrorizzata dall'aspetto deforme del figlio, mentre il dio Ermes lo raccolse e, avvoltolo amorevolmente in una pelle di lepre, lo portò sull'Olimpo per far divertire gli dei, causando così l'ilarità di Dioniso.
Un altro mito lo vuole figlio di Penelope e di tutti i suoi pretendenti, con cui avrebbe avuto rapporti in attesa del marito.
Secondo altre fonti era figlio di un amorazzo tra Zeus e la ninfa Callisto dal quale vennero alla luce Pan ed Arcade. In un'altra fonte lo si ritiene nato da Zeus ed Ybris, pura astrazione. Un'altra versione, sostenuta da Igino, afferma che Zeus, dopo essersi unito ad una capra di nome Beroe, le diede un figlio, il dio Egipan, ovvero la forma caprina di Pan.

Un suo mito narra del suo amore per la ninfa Eco dal quale nacquero due figlie, Iambe e Iunce.
Pan non viveva sull'Olimpo: era un dio terrestre amante delle selve, dei prati e delle montagne. Preferiva vagare per i monti d'Arcadia, dove pascolava le greggi e allevava le api.
Pan era un dio perennemente allegro, venerato ma anche temuto. Legato in modo viscerale alla natura ed ai piaceri della carne, Pan è l'unico dio con un mito sulla sua morte. La notizia fu diffusa da Tamo, un navigatore, e portò angoscia e disperazione nel mondo.

Solo Atena non si nascose, e denigrando gli altri dei convinse il padre Zeus a scendere in battaglia contro il mostro. Nonostante il dio fosse armato, il mostro riuscì ad avere la meglio su di lui, e lo rinchiuse nella grotta dove Gea lo aveva generato. Con le sue Spire Tifone gli aveva reciso i tendini di mani e piedi, che aveva poi affidato a sua sorella Delfine, il cui corpo terminava con la coda di un serpente.
Il dio Pan spaventò questa creatura con un tremendo urlo, ed Ermes le sottrasse i tendini di Zeus.
Zeus recuperate le forze, ed i tendini, si lanciò su un carro trainato da cavalli alati contro Tifone, bersagliandolo di fulmini.
Zeus riuscì ad uccidere il mostro, e lo seppellì sotto il monte Etna, che da allora emette il fuoco causato da tutti i fulmini usati in battaglia, così come racconta lo Pseudo-Apollodoro.
Per ringraziare Pan, Zeus fece in modo che il suo aspetto fosse visibile in cielo. Così creò il Capricorno.

Dio dalle forti connotazioni sessuali - anche Pan infatti come Dionisio e Priapo era generalmente rappresentato con un grande fallo - recentemente Pan è stato indicato come il dio della masturbazione, da James Hillman, noto psicologo americano, che sostiene essere Pan l'inventore della sessualità non procreativa.
Infatti Pan, trovando difficoltà di accoppiamento a causa del suo aspetto, era solito esercitare la sua forza generatrice mediante la masturbazione, oltre che con la violenza sessuale.

Come dio legato alla terra ed alla fertilità dei campi è legato alla Luna, ed alle forze della grande Madre. Fra i miti che lo accompagnano uno che lo vede seduttore di Selene, cui si è presentato nascondendo il pelo caprino sotto un vello bianco. La Dea non lo riconobbe e acconsentì all'unione. Pan è un dio generoso e bonario, sempre pronto ad aiutare quanti chiedono il suo aiuto.

Questo dio pagano sarebbe stato ripreso in seguito dalla Chiesa Cristiana per utilizzare la sua immagine come iconografica di Satana.
Narra una leggenda che nell'età dell'Oro Pan giunse nel Lazio, dove venne ospitato dal dio Saturno.
In Grecia la presenza del dio viene collocata in Arcadia.

In Italia esiste una divinità che ha molte similitudini con la raffigurazione di Pan, è il dio Silvano.

La forma dei pani è metà umana e metà caprina, e non meno irsuta. Sono famosissimi perché Pan, la personificazione del loro spirito di gruppo, divenne il Dio della Vegetazione.
Figlio di una Ninfa e di Hermes, dunque, il grande essere cornuto accompagnava le danze delle Ninfe dei Boschi con il suo flauto di canne di bambù, da lui stesso inventato: quando diede la caccia alla Ninfa Siringa, la sorella di costei la trasformò in un letto di canne, che l’essere cornuto ritagliò in varie lunghezze per costruire il “Flauto di Pan”.
Pan è generalmente amichevole nei confronti degli uomini, ed era benvoluto dai pastori come protettore delle greggi. Tuttavia non ha perso mai il suo lato selvaggio originario, e può infestare il sonno con incubi, o con Spiriti che inducono sogni a sfondo sessuale.
I Satiri hanno una forma più rozza, e spesso una lunga barba. Sono il gruppo in assoluto più selvaggio, sensuale, infido, astuto e scaltro. Il loro capo è Dioniso, signore degli Spiriti della vegetazione.
Distinguere chiaramente fra questi girovaghi selvaggi è ancor meno possibile che fra i vari gruppi di Ninfe, infatti, le differenze fra loro sono perlopiù di natura cronologica e geografica: i Centauri inizialmente si trovavano nel Pelio ricco di boschi, Pan ebbe origine in Arcadia, i Satiri venivano da Argo, ed i Sileni sono la versione Frigia dei Satiri.
Pan era venerato, ma anche temuto dai pastori; la sua presenza, comunque, era pericolosa per tutti, specie nelle ore meridiane: era indizio di crisi che si traduceva in “timore”, quella grande paura che da Pan prende il nome di timor panico.
Il mito narra del suo amore per diverse Ninfe: Eco, Eufemie, Pitis, tuttavia il suo amore più celebre fu per la Naiade Siringa: un giorno Pan vide la figlia della divinità fluviale Ladone, Siringa, e se ne innamorò. La fanciulla però come lo vide, fuggì terrorizzata tanto da pregare il proprio padre, secondo un’altra versione del mito, di mutarle l’aspetto in modo da non farla riconoscere da Pan. Così Ladone, impietosito dalle preghiera della figlia, presso lo specchio d’acqua dove sorgeva una grande palude in cui ella si gettò per sfuggire al Dio, la trasformò in una canna, che in mezzo ad altre in una palude era indistinguibile.
Il vento sibilava attraverso il canneto, e Pan fu incantato da quel suono, cercò di distinguere la fanciulla fra i diversi giunchi e, alla fine, essendo la sua ricerca vana, tagliò una canna in sette (o nove) pezzi di lunghezze diverse che unì tra loro con cera e spago, a formare quello strumento che tutt’oggi si chiama “Flauto di Pan” od, originariamente, “Siringa”, dal nome della sventurata fanciulla.
Da allora il Dio tornò a vagare nei boschi, correndo e danzando con le Ninfe e spaventando i viandanti che attraversavano le selve. A Pan infatti si attribuivano i rumori di origine inesplicabile che si sentivano la notte.



Miti e tradizioni legati a Pan possono essere tra quelli che hanno dato origini alla Stregoneria, giacché il Dio è connesso alla fertilità dei campi, i cui rituali potevano essere anche orgiastici, oltre che essere connesso alla Luna e alla Grande Madre. Pan rappresenta la Natura in toto, nel bene e nel male, senza nessuna connotazione di stampo manicheistico; è in definitiva una forza grezza della Natura, un essere neutrale che può originare creazione come distruzione, al pari di molte altre divinità primordiali come l’indiana Kali Ma, ad esempio.
È interessante notare che la fonte omerica ci dice che appena nato fu avvolto dal padre Hermes in una pelle di lepre e portato sull’Olimpo, dove Dioniso lo accolse con gioia: la lepre è un animale sacro ad Afrodite, ad Eros, alla Luna, e facente parte del mondo dionisiaco; l’avvolgere Pan con una sua pelle significa che egli stesso era pienamente parte di questo Universo; la paternità di Hermes, e la sua protezione (è lui che lo avvolge nella pelle), danno alle azioni di Pan la connotazione di azioni ermetiche, simboliche, dai messaggi nascosti insomma; la reazione di Dioniso quando lo vede testimonia la grande simpatia tra questi due Dèi, e con essi forma una sorta di triade ideale.
Il collegamento con la Luna diventa evidente nel mito della seduzione di Selene, seduzione che egli operò con l’inganno (tratto caratteriale tipico di Hermes), poiché la Dea lo rifiutava. Pan usò un trucco, e nascose il suo ispido pelo caprino sotto un velo candido, oppure sotto il vello di un agnello: così mascherato la Dea non lo riconobbe, ed acconsentì a salirgli in groppa, e il Dio poté finalmente possederla (sembra un chiaro riferimento ai riti orgiastici ed ai Sabba pagani celebrati a Beltane).
Sempre in tema di rito orgiastico, si narra che Pan si accoppiasse con le Menadi (probabilmente con tutte), le quali erano le sacerdotesse del Dio, cosa che ci riconduce a quanto appena detto: Pan è quindi il Dio Capro delle Streghe, la personificazione di ciò che è completamente naturale, di quell’istinto che è l’urgere della Natura, e ben si abbina con Dioniso che impersona il potere della forza produttiva della Natura.
Pausania scrive che i Galli, saccheggiando la Grecia, videro nel tempio di Delfo la statua del Dio Pan, e ne furono talmente spaventati che fuggirono. Un altro tratto caratteristico di Pan è che non sopportava di essere disturbato durante il suo riposo pomeridiano, e se ciò accadeva emetteva urla terrificanti che scatenavano appunto il timor panico.

C’è un aspetto di Pan su cui può essere interessante soffermarsi: la solitudine. Fin dall’inizio, da quando viene abbandonato dalla madre, Pan è solo. Hermes lo porta in cielo, ma lo presenta come una cosa buffa, e gli chiede di non far sapere troppo in giro che è suo figlio. Solo Dioniso, anche lui è stato privato della madre (addirittura fin da prima della nascita) ed esule ramingo, lo prende realmente a benvolere: in questo contesto le connotazioni di fertilità e lascivia passano in secondo piano per dare rilievo ad un destino che, pur dando occasione a Pan di avere innumerevoli accoppiamenti con altrettante donne, non gli consente mai di formare una coppia. Pan avrà sempre una natura solitaria, rimarrà sempre un bambino abbandonato.
In netto contrasto con figura del Cristo, Pan morì quando quest’ultimo divenne sovrano assoluto, cosicché, il Diavolo non è altro che Pan visto attraverso l’immaginario cristiano, colui che tenta l’individuo con il peccato della lussuria. Ma perché in epoca cristiana all’immagine di un Dio benevolo e generoso, è stata progressivamente sovrapposta quella di un Demone, della quintessenza del principio del Male?
La morte dell’uno significò la vita dell’altro, in un’opposizione chiaramente espressa nelle iconografie: Pan nella grotta, Cristo sul Monte; l’uno ha la musica (anche se rozza e primitiva dal momento che riproduce il suono dell’istinto), l’altro la Parola.
Racconta Plutarco che, sotto il regno di Tiberio, un vascello romano si trovò a passare nei paraggi di un’isola del Mar Egeo, quando il vento cessò improvvisamente e nel silenzio si udì una voce gridare: “Il Grande Pan è morto”. A quella notizia da ogni parte dell’isola scoppiarono pianti, gemiti e singhiozzi di cui non si seppe mai la provenienza.
Pan è l’unico Dio che morì, secondo Plutarco: una morte purtroppo inevitabile, sospinta dall’avanzare del cristianesimo e di fronte al rifiuto della sessualità e degli istinti, anche se diversi commentatori di Plutarco sono concordi nell’affermare che Pan non sia morto, ma che giaccia soltanto addormentato, ovvero rimosso. E quando l’umano perde la connessione personale con la Natura e l’istinto personificati, l’immagine di Pan muore per lasciare spazio all’immagine del Diavolo: l’operazione compiuta dal cristianesimo fu quella di evocare dalle ceneri di Pan il Diavolo, che nella cultura cristiana è l’avversario dell’uomo e della Creazione (quindi anche della Natura stessa).
Tuttavia Pan non è morto, ma dorme dentro di noi: può risvegliarsi se si recupera la connessione personale con la Natura e con l’istinto…


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