Visualizzazione post con etichetta psichiatria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta psichiatria. Mostra tutti i post

mercoledì 20 gennaio 2016

LA MALATTIA DEI SOLDI

.


Arpagone L' Avaro di Molière Scritta nel 1668, è una delle commedie più famose di Molière. Narra la storia di Arpagone, uomo dedito solo ad accumulare ricchezze, famoso per la sua insopportabile avarizia e per il regime austero cui sottopone tutta la famiglia, Perseo Re macedone Re macedone fece uccidere il fratello per salire al trono. Fu sconfitto dai romani nella terza guerra macedonica, nel 171 a.c. Si dice fosse molto avaro e ossessionato dalla possibilità di perdere ciò che aveva conquistato, Michelangelo Artista Scultore, pittore, architetto e poeta del tardo Rinascimento, le cronache lo descrivono come avaro fino all'ossessione, con se stesso anzitutto, diffidente e collerico e spesso incapace di giudizi obiettivi. A volte ingrato.

La pulsione del possedere è dilagata in grandissima parte della nostra società. La nostra stessa cultura è fondata sulla competizione per accumulare mentre la storia occidentale è la storia della violenza per depredare.
Ciò non va delegato esclusivamente a lontane civiltà guerriere, ma va osservato anche nella cultura di casa nostra, dove la smania di possedere è ben descritta ad esempio nei romanzi di Verga, per la proprietà, per la roba.
L’avarizia non fa parte di nessun manuale psicodiagnostico, eppure da sempre è considerata un male, un vizio capitale. Più che un male della psiche è un male dello spirito, un’incapacità di ampio respiro da parte dell’anima.
Il cuore dell’avaro è freddo e difficilmente viene scaldato dagli eventi della vita, i quali vengono affrontati esclusivamente attraverso una loro contabilizzazione in termini economici.
Così ogni elemento viene monetizzato e trasformato nel suo equivalente in denaro: quanto costa avere un figlio ? Quanto costa sposarsi ? Quanto costa ammalarsi ? Quanto costa – in definitiva – vivere ?
L’avaro è una figura ormai consolidata della cultura, pensiamo all’Avaro di Moliere o al Sig. Scrooge di Dickens. Ma sarebbe ingenuo cercare di individuare questi personaggi nella società di oggi, così come la fantasia dei loro autori ce li ha consegnati. Essi non sono altro che rappresentazioni metaforiche, estremizzate e rese caricaturali, di aspetti ed elementi presenti in ogni persona.
Per cercare l’avarizia quindi non dobbiamo imprudentemente ricercare un Paperon de Paperoni, ma osservare dentro di noi quei pensieri in cui associamo felicità e benessere materiale.
L’avarizia ci aiuta ad osservare un errore frequente, ormai diventato un luogo comune: quello di ritenere che la felicità possa essere acquistata o posseduta per sempre. L’illusione del denaro è quella che esso possa fornire o acquistare ciò di cui più profondamente abbiamo bisogno. La maggior parte delle persone sanno bene che l’equazione denaro=felicità è sbagliata, ma nondimeno difficilmente sfuggono dal metterla in pratica. Nel film “Gandhi”, mentre egli realizza autonomamente i propri abiti ruotando lentamente un telaio, il Mahatma afferma: “i miei collaboratori non fanno altro che ripetermi quanto costa loro la mia vita di povertà”.



Se l’universo è composto insieme da materia e spirito, l’avarizia dilata ed espande il mondo della materia rendendolo assoluto, illimitato, dominante. La spiritualità finisce così per non avere più alcun posto, alcuna forza e l’unico assioma che sembra possibile è: “io sono ciò che ho, ciò che posseggo”. L’avarizia è quindi il peccato della potenza assoluta, dell’onnipotente supremazia della materia sullo spirito. Il denaro è tanto onnipotente da prendere letteralmente il posto dell’Onnipotente dei cieli.
 
In questa sorta di neopaganesimo, il denaro è quindi fatto Dio: come tale è adorato e su di esso viene spostato e trasferito il culto verso la divinità.
Ma poiché in questo caso non si tratta di un dio lontano e sfuggente, ma di un dio prigioniero e posseduto un po’ come il genio della lampada di Aladino, l’illusione è che esso possa offrire il piacere più alto e sublime: l’immortalità. La paura del vuoto, del freddo, dell’isolamento affettivo, la paura della morte e l’illusione di esorcizzarla si trasformano in atteggiamenti di cinismo, mancanza di respiro, trasformano il nostro cuore in un cuore angusto e materialistico.

Il possesso del denaro diventa l’illusione del possesso del potere assoluto: per questo esso va accuratamente protetto, non sprecato, e amministrato con la massima cura. Esso è quindi trasformato da mezzo per realizzare qualcosa, in una finalità in sé. Non è più lo strumento che aiuta nei progetti importanti, ma diventa un valore in se stesso, il fine ultimo.
La paura ci suggerisce che il denaro non va speso perché il suo potere risiede nella sua potenzialità inespressa, in ciò che potrebbe fare ma che invece non va fatto perché in questo caso il suo potere svanirebbe. Il denaro speso ha infatti perduto il suo potere di acquisto.
È come se il bisogno di accumulare denaro fosse una preziosa carta da gioco che però non va mai giocata, che immobilizza il gioco in una sospesa promessa di vittoria che però non va mai completata.
E in questo gioco paralizzato e soffocato, ciò che vanno sacrificati sono i desideri e i progetti che si sarebbe potuto realizzare, immolati sull’altare della conservazione del potere. E tanto più grande è il potere del denaro, tanto più grande è l’illusione di incorporare quel potere.

Dice Marx, a proposito del potere del denaro di modificare il pensiero: “Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne.
E quindi io non sono brutto, perché l'effetto della bruttezza, la sua repulsivita', è annullata dal denaro. Io, considerato come individuo, sono storpio, ma il denaro mi procura ventiquattro gambe; quindi non sono storpio. Io sono uno stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di tutte le cose; e allora come potrebbe essere stupido chi lo possiede ?
Inoltre costui potrà sempre comperarsi le persone intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti non è forse più intelligente delle persone intelligenti ?”.

Il materialismo (e l’avarizia) è quindi quella parte di noi che ha bisogno di conservare e accumulare, perché ha l’illusione di poter immagazzinare tutta la potenza che potrebbe essergli necessaria per vincere tutte le paure: la paura dei ladri, dei mutamenti economici, delle rivoluzioni, delle malattie.
In realtà l’avarizia – e tutto il sistema di pensiero utilitarista che l’ha generata – ci difende da un’altra paura ancora più grande: quella della morte.

In verità, l’accumulo e l’immobilizzazione delle potenzialità inespresse non fanno altro che avvicinare paradossalmente la morte-in-vita, condurre all’isolamento affettivo, facendo semmai da stimolo a competizione, continua ricerca del vantaggio, interesse, generando a catena nei macrosistemi le condizioni per le ingiustizie, se non addirittura per la criminalità.
La conservazione e l’immobilità rappresentano infatti nel nostro Universo, l’entropia e la morte termica del Cosmo.
La vita è invece determinata dal fluire continuo dell’energia, dalla diversità e dalla ricerca di nuove forme di equilibrio armonico. In questo senso, l’avarizia è tutt’altro che confinata alle figure caratteriali del teatro, ma rappresenta invece una malattia diffusissima e molto poco trattata. Ogni volta che le ragioni della vita e le spinte al cambiamento ci costringono allo scoperto, essa si difende con pensieri del tipo: “l’accumulo e la conservazione ancorche' coatta, l’immobilizzazione dell’energia sono una forma di protezione verso le minacce del mondo”. La nostra parte ‘avara’ vorrebbe quindi svolgere – almeno nei suoi proponimenti – una funzione apparentemente del tutto positiva.

Ovvero quella di essere una sorta di istinto di sopravvivenza, un baluardo difensivo nei confronti dei pericoli esterni. E difatti non è raro trovare nelle persone affette da avarizia, anche altre forme di immobilizzazione che si manifestano con stipsi, costipazione, eccessive forme di paura nei confronti della sporcizia, del disordine, talvolta anche della sessualità (vissuta come sconvolgente, caotica, esageratamente liberatoria e poco controllabile).
La guarigione dal materialismo dell’avarizia è tutt’altro che semplice, anche se alla portata di tutti. Il primo passo fondamentale è quello di rendersi conto che le modalità di pensiero materialista non sono circoscritte a pochi e buffi personaggi, ma sono piuttosto un patrimonio culturale diffuso, intimamente radicato nei nostri pensieri più reconditi e sconosciuti.
Soltanto dopo esserci resi consapevoli di quanto profondamente queste modalità di pensiero sono parte di noi, allora è possibile intraprendere un percorso di rivoluzione personale dei propri modelli di pensiero.
Dice Erich Fromm: “La funzione della nuova società è di incoraggiare il sorgere di un uomo nuovo, la cui struttura caratteriale abbia le seguenti qualità: disponibilità a rinunciare a tutte le forme di Avere, per Essere senza residui..."

Per realizzare questa seconda nascita è necessario anche riconoscere tutte le forme di paura che sono nascoste dietro modelli di pensiero materialisti e apparentemente logici e razionali. La paura che porta a possedere, ad accumulare, ad immobilizzare l’energia conduce all’inattività spirituale. È necessario comprendere che questa paura è il lontano eco dei millenni di evoluzione umana dove il possesso del cibo era il discriminante che segnava il confine tra la vita e la morte.
Nella società moderna invece questa paura, se non viene contrastata, porta ad una diffusa cultura del possesso materiale, la quale – piuttosto che avvicinarci alla felicità – ce ne allontana definitivamente. Dal punto di vista esistenziale, noi possediamo realmente soltanto il nostro nome, il nostro corpo e le nostre qualità.



Ma se le nostre paure ci minacciano in questi possessi fondamentali, ci sentiamo minacciati nella nostra identità, ci sentiamo minacciati dalle malattie e dalla morte, ci sentiamo minacciati dal non riuscire a realizzare i nostri progetti esistenziali. Talvolta, invece di lavorare e combattere in maniera diretta queste paure, adottiamo soluzioni illusorie che spesso vengono proposte dalla società.

Queste pseudo-soluzioni si riducono al possesso delle cose e degli altri, dei loro sentimenti, del loro corpo e delle loro azioni. Se invece riusciamo a combattere efficacemente questi modelli di pensiero ingannevoli, potremo renderci conto che più che possedere finiamo invece per essere posseduti: dai mass media, dai governi, dai bisogni consumistici delle industrie.
L’ideale dell’abbondanza materiale dell’umanità, finisce per essere in realtà un’abbondanza limitata esclusivamente ai paesi ricchi, e fondata sullo sfruttamento di quelli poveri. L’ideale del superpotere dell’uomo sulla natura è in realtà fonte di conflitti e di disastri ecologici. E infine l’ideale della felicità intesa come soddisfacimento di tutti i bisogni narcisistici è in verità la causa dell’alienazione, basata non sul valore esistenziale (ovvero la capacità di dare senso alla vita), ma sul valore d’uso di una cosa o una persona.
Una buona igiene mentale e un’esistenza ricca di serenità e appagamento sono invece il risultato del vivere bene.
E vivere bene non è dato dal possesso degli oggetti o dal soddisfacimento compulsivo di tutti i piaceri.

Vivere bene è invece facilitato dal conoscere se stessi, dal sviluppare la propria creatività, dal pensiero cooperativo, dalla capacità di vivere nella coralità. Gli stessi eroi della mitologia e delle religioni sono individui che abbandonano i loro possessi, che si distaccano dalla vita materiale, per conquistare beni spirituali da condividere nella collettività.
Se la nostra società ha smesso di domandarsi cosa è bene per l’uomo, per orientarsi piuttosto a domandarsi cosa è bene per il profitto e per lo sviluppo del sistema economico, è importante invece che torniamo a domandarci cosa ci serve veramente per vivere bene.
Nella maggioranza dei casi, ho potuto osservare che le persone sono felici quando rinunciano alle illusioni e agli idoli per fare della crescita di sé e degli altri lo scopo supremo dell’esistenza, quando rinunciano al perfezionismo e agiscono come artisti della vita, usando l’arte di superare le difficoltà della vita.
Questa rivoluzione del pensiero è il risultato della liberazione dell’energia: essa fluisce dall’alto verso il basso, e dal basso verso l’alto, dal Maschile verso il Femminile e dal Femminile verso il Maschile.

In questo modo la vita è profondamente ricca, di una ricchezza fondata sulla gratitudine di poter crescere, espandersi, dare, trascendere il proprio egocentrismo, vincere efficacemente le proprie paure, amare.
La guarigione e la felicità sono quindi nel dono e nella realizzazione dei bisogni più profondi dell’uomo: esse hanno come presupposto la libertà e l’autonomia che finalizza gli sforzi alla crescita e all’arricchimento della propria interiorità.

Suicidi indotti dal denaro. Cronaca quotidiana. Segno inquietante dei tempi.

Sta avvenendo quello che in forma sociale non era mai accaduto prima nella storia dell’umanità: darsi la morte per i soldi! . Episodi quasi quotidiani di suicidi di persone sull’orlo del fallimento economico, ci inducono ad una seria riflessione.

Negli ultimi anni, sempre più spesso molte persone  stanno male proprio per colpa del denaro. Un fenomeno nuovo anche per la stessa  psichiatria.

La perdita di denaro, lascia un senso di abbandono, come se ci trovassimo soli in un deserto.

In realtà, più che in testa il denaro bisognerebbe tenerlo in tasca, perché  questo mantenga la funzione di strumento che facilita la vita. Diversamente, quando il denaro ci conquista, , diventa un demone, un tarlo che altera pensieri e sentimenti, portandoci a comportamenti inaccettabili e irreparabili. Perfino l’amore è diventato denaro-dipendente. Allora, in questa visione generale i soldi diventano non solo il prezzo delle cose, ma soprattutto il prezzo dell’uomo.

Oggi si sta consolidando la spaventosa tendenza che porta a misurare tutto in denaro. Non c’è più un’etica. Se poi a questo principio si arriva a dire che “tutto è possibile,  basta avere denaro”.

Oggi con il denaro si compra la bellezza, la stessa Legge nazionale e come conseguenza, la corruzione dilaga.

La cosa strana è che le malattie da denaro non sono solo nei ricchi, ma ci sono anche nei poveri. Il denaro come potere, significa avere la dimensione della ricchezza come misura di tutte le cose. Cosa che  alla fine ci rende infelici.

I soldi non daranno la felicità, ma è pur vero che oggi senza soldi puoi morire. Ha mai visto un povero felice? Su questo non ne sono sicuro. Non sappiamo se il greco Diogene fosse felice o meno, standosene dentro una botte nudo e senza denaro, cercando l’uomo. Il saggio non vuole il potere, cerca la gioia. Cristo stesso non aveva il portafoglio. Gandhi non volle diventare un Capo di Stato, così come non lo fu Socrate o Thomas Moore (San Tommaso Moro). La povertà è un dramma. Così come la ricchezza non è la porta della felicità.

La storia del caso Maso, il giovane veronese che sterminò la famiglia per l’eredità più di diedi anni fa, ne è la palese dimostrazione. L’assassino aveva fatto bene i calcoli: sperava di ereditare oltre un miliardo di lire con  la morte dei suoi genitori. Ma questo è solo uno dei tanti casi che continuano a ripetersi con la stessa finalità.

Le famiglie da sempre vengono smembrate dal denaro: oggi il 75% del tempo speso per parlare in casa, è sempre direttamente o indirettamente, legato ai soldi. Ancora, ci sono genitori che danno la “paghetta” ai figli, inibendo che un bambino bisognoso si riferisca alla mamma o al papà in maniera diretta. Si preferisce offrire denaro (paghetta) perdendo così una delle rare occasione di ascoltare e analizzare il desiderio dei figli. I genitori si giustificano dicendo che “lo fanno per educare alla autonomia”, mentre invece è per l’autonomia stessa dei genitori che così si occupano ancora meno dei figli .

Dopo duemila anni di cristianesimo il denaro resta il desiderio assoluto di molta gente. Per il ricco i peccati sono sempre discutibili.

Tirchieria gran brutto vizio, o addirittura «malattia» perché dal soldo l’ avaro si sposta sempre sui sentimenti: non dà materia, né affetto, il pitocco. E si è pure evoluto, ultimamente, nobilitando il vizio alla voce «valori»: «risparmio sul riscaldamento perché inquina» o «mangio poco ma sano». La salute prima di tutto, la malattia è di quelle «vere». Dalla quale però è possibile uscirne, riconoscendone i sintomi, riflettendo: «Pensi che gli altri si godano la vita più di te?»; «Menti per non offrire?»; «Provi dolore nell’ invitare a casa gli amici?». «L’ avarizia è diffusissima - spiega il professore Alberto Maria Comazzi, psichiatra e psicoanalista -. E non ha nulla a che fare con la mancanza di soldi e con la necessità di risparmiare». Così è difficile che un taccagno sia povero ed è invece facile che un avaro sia ricco o quantomeno benestante. Più uomini, che donne. E’ uomo Arpagone nell’ Avaro di Molière che coccola la sua cassetta piena di denaro. E’ un papero Paperon de Paperoni che è felice solo quando nuota nei suoi cent. E’ un attore Tobey Maguire che coltiva le rose per risparmiare sui bouquet da regalare alle «fidanzate». E’ un cantante Paul McCartney che alla festa data in onore di sua moglie fece pagare agli ospiti i drink. Era un comico Charlie Chaplin che non dava mai un party ma s’ imbucava sempre a quelli degli altri. E poi ancora ometti «beccati» sulle mance: da Sean Connery, Bruce Willis, Mike Jagger e Matt Damon e Ben Affleck, mai un cent da loro ai camerieri che stufi li hanno segnalati su Internet nella top «tirchi e famosi». Per giustizia non senza divine pitocchiose: la regina Elisabetta, ma anche sua sorella Anna che pranzava con i ticket sconto del Times, e poi Barbara Streisand, Jennifer Lopez, Sharon Stone, Julia Roberts a Valeria Mazza, Madonna, Elisabeth Hurley. Ok salute fa un centinaio di nomi, certi, presunti e per sentito dire. Fra i «parsimoniosi», molti italiani. C’ è a sorpresa Barbara D’ Urso («Forse perché semplicemente non butto via i miei soldi in pellicce e auto e lavoro perché mi piace, ma anche perché ho due figli da mantenere); Matteo Marzotto («Sarà perché qualcuno in famiglia era di braccine corte, io personalmente no. Non sperpero, ma neppure mi considero un avaro); Emanuele di Savoia («Dissi che ero tirchio una volta raccontando che non mi piace spendere più di quello che guadagno») e Enrica Bonaccorti («Origini genovesi e radici ebree e me ne vanto. Ma al contrario in famiglia mi hanno sempre detto che ho le mani bucate»). «L’ avaro comunque sia - dice Ines Staletti, psicoterapeuta di scuola Adleriana - non ammetterà mai di esserlo, non riconosce il suo atteggiamento che è soltanto, per lui, di difesa di quello che possiede. Anzi si sente "vittima" di continue aggressioni a ciò che gli appartiene, sentimenti o denaro. E le rare volte che chiede aiuto è perché si sente solo, isolato dal mondo e non ne capisce il motivo».


FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



martedì 22 dicembre 2015

I VAMPIRI



I vampiri esistono davvero, se così vogliamo definirli e ci sono delle motivazioni scientifiche che portano ad affermare ciò. Ognuno è libero di crederci o meno, ma ciò non toglie che effettivamente ci sono delle certezze che riportano a ciò che siamo abituati a vedere nei i film.
Nei film si  è appreso che i vampiri vogliono bere il sangue umano, necessario per la loro sopravvivenza. Questa necessità ovviamente non è reale, se non in un raro caso che riconduce a delle somiglianza con la vita del vampiro. Si tratta di una malattia davvero rarissima ed ereditaria del sangue, cioè il Morbo di Gunther. L’alterazione enzimatica impedisce l’ossigenazione corretta del sangue e porta ad avere una colorazione rossastra dei denti, gli occhi neri e macchiati di sangue, provoca anemia ed allergia all’aglio. Pare che la sua cura sia quella di bere del sangue.

Il vampiro sappiamo che è il re delle tenebre, ma nella vita reale anche questa necessità di vivere al buio è riconducibile ad un’altra malattia genetica. Si tratta della Xenoderma Pigmentoso che colpisce una persona su un milione ed è nota anche come allergia alla luce. Un solo attimo al sole può provocare gravi ustioni e profonde ferite.

La sete di sangue è una fantasia cinematografica ricorrente, ma ultimamente sono molti i giovani affascinati da questa cultura vampiresca che si spingono a bere sangue umano. Giuseppe Bisetto, responsabile del GRIS, il gruppo italiano di ricerca sulle sette, ha affermato che ogni mese ricevono decine di segnalazioni su locali che offrono il sangue umano corretto con l’alcool.

I vampiri, rappresentanti con poteri sovrumani, poi si annientano alla semplice visione di una croce o di uno spicchio d’aglio. In realtà, nella vita reale, questa fobia si chiama staurofobia, ed è cioè una nevrosi che scaturisce attacchi di panico estremo e un’ansia enorme alla vista di una croce o di simboli analoghi.  Chi soffre di questa nevrosi è spesso un cristiano molto fedele, che alla visione di una croce, ripensa al Cristo crocefisso e comincia a sentire quella stessa sensazione di dolore, sofferenza e agonia.

Sull’esistenza dei vampiri può testimoniare  di persona Vedat Sar, medico del Dipartimento di Psichiatria dell’università di Istanbul, che ha scritto sul tema un articolo sulla rivista "Psychoterapy and Psychosomatics".

Ebbene, lo psichiatra riferisce il caso di un ventitreenne arrivato in clinica che da due anni soffriva di un particolare tipo di dipendenza: quello dal sangue umano. Il ragazzo soffriva di crisi durante le quali sentiva l’irrefrenabile bisogno di bere sangue. "Questo benché consideri tale comportamento assurdo", specifica lo psichiatra.

"Casi analoghi di pazienti che bevono sangue umano sono riferiti in psichiatria fin dagli anni ’60, di solito associati a schizofrenia, psicopatie, ritardo mentale", chiarisce Sar, per chi ancora non credesse ai vampiri. "Nel ragazzo, invece, abbiamo potuto verificare che il vampirismo è correlato a un disturbo post-traumatico da stress associato a un disturbo dissociativo dell’identità".

Certo, sia chiaro, non un tizio che si trasforma in pipistrello o che è condannato alla “non morte” eterna. Ma si tratta comunque di un ragazzo di 23 anni costretto ad andare in clinica per la “dipendenza” da sangue umano, che beveva ormai da due anni. Una storia che inquieta non poco, se si pensa che il giovane aveva iniziato col proprio, raccolto in un bicchiere dopo essersi tagliato braccia e torace. Ma presto era passato al sangue altrui, finendo incriminato più volte per aver morso o ferito a coltellate diverse persone. Attaccando anche i parenti e costringendo il padre a procurargli liquidi alla banca del sangue. Il dottor Sar, nell’analizzare il caso, lo ha definito un caso di “disturbo post-traumatico da stress” dovuto ad un passato difficile, fatto di lavori saltuari, povertà, un’espulsione dall’esercito per comportamenti poco ortodossi e dai flashback continui della morte della figlia di quattro mesi, dello zio che gli avevano ucciso e spirato tra le sue braccia, e di un delitto commesso da un amico, cui aveva assistito. Era nato così il “piacere” per il sangue, e dall’idea di vedere spesso un immaginario bambino di sei anni che lo incitava alla violenza. Un ricovero non è bastato, ne sono serviti due per altrettanti di cure, almeno per disintossicarlo dalla “sete di sangue”.

In Florida, settembre 2011, Stephanie Pistley, 18 anni, aveva partecipato al delitto di un amico di due anni più giovane, Jacob Hendershot, pestato a morte e sepolto nel cemento. Interrogata, non si è scomposta: «Sono metà vampiro e metà lupo mannaro. Lo so con assoluta certezza con ogni fibra del mio corpo, con ogni cellula del mio organismo. Da quando avevo 12 anni ho capito di essere vampiro». E così, in una corsa al delirio, aveva raccontato di come bevesse regolarmente il sangue del proprio fidanzato, William Chase, accusato con lei dell’omicidio.

Di più, un sondaggio svolto tra i teenager americani, forse troppo cinedipendenti dalle tante saghe dedicate ai discendenti di Dracula, rivelò come un adolescente su cinque si ritenesse un vampiro. Follie americane? Mica tanto. Soltanto due mesi prima a diverse migliaia di chilometri di distanza, nello Stato del Madhya Pradesh, India, una donna si presentava alla polizia per denunciare il marito contadino che le beveva ogni giorno il sangue, ritenendo così di diventare più forte e virile. «Dopo aver prelevato con una siringa il sangue dal mio braccio, lo versava in un bicchiere e lo beveva» dichiarò Deepa Ahirwar, 22 anni, del villaggio di Shikarpura. E se lei si rifiutava, erano botte.



E non c’è bisogno di andare lontano per trovare episodi simili. Il 14 marzo 2011, a Ravenna Nataliya Shynyan, badante ucraina, fu trovata dai vigili del fuoco in piena notte a cavalcioni sulla donna che doveva accudire, Elsa Morigi, 88 anni, mentre rideva istericamente dopo averla uccisa a coltellate. Disse che a ordinarle il delitto era stato un demone-vampiro. Considerata incapace di intendere e di volere, dopo un anno e mezzo all’Opg di Castiglione delle Stiviere, è tornata in Ucraina.

Una vera e propria caccia al vampiro fu organizzata in Svezia nel 2003, quando fu trovata una testa mozzata in un canale e di un piede umano nella lavanderia di un ospedale. La testa apparteneva al ventiduenne Marcus Noren, scomparso dopo aver partecipato ad un particolare “gioco di ruolo” sui vampiri, vestito da Dracula. Alla fine i poliziotti arrestarono un uomo e un ragazzo, che in casa avevano altri pezzi della vittima.

Un anno più tardi toccò alla Serbia, villaggio di Lopusnik, dove fu raccolta una petizione popolare per riesumare un cadavere che davvero credevano essere un vampiro. Anzi, una vampira, che, dopo il proprio funerale, testimoniarono marito e figlio, aveva chiamato a casa per dirle di andarla a prendere.  «Due anni fa- dichiarò una vicina – anche il nonno di lei era stato sepolto ed è stato visto girare nel Cimitero». Furono chiamate le streghe locali per allontanare il vampiro, vicende che rievocano le ossessioni del Medioevo.

Allan Menzies, ventiduenne tossicodipendente scozzese, era ossessionato dal film “La regina dei dannati”, tratto dal romanzo sui vampiri di Anne Rice. Lo vide 100 volte in un mese. Poi uccise l’amico Thomas McKendrick convinto di diventare immortale se ne avesse bevuto il sangue. Era il 2002. Morì suicida nel carcere di Shotts il 15 novembre 2004.

Altri uomini “vampiro” sono entrati invece nella storia del crimine. Come l’inglese John Haigh, inizi del secolo scorso. Dopo un incidente stradale, avendo sentito il sapore del sangue, la sua vita cambiò. Lui, che rifiutava lavori pesanti per non sporcarsi le mani, divenne vampiro, nel senso che beveva il sangue delle vittime che uccideva. E che eliminava poi nell’acido muriatico. Prima di essere impiccato nella prigione di Wandsworth, in Inghilterra, si dichiarò un incompreso come Gesù, Confucio e Hitler.

Più noto come  “Il Vampiro di Düsseldorf”, prendendo il nome dalla città in cui colpì, fu invece Peter Kurten, che seminò il terrore uccidendo almeno nove volte e tentando di farlo altre sette, tra il 13 febbraio 1913 e il 7 novembre 1929. Nessun altro ammazzerà così tanto nel giro di così poco tempo e in una sola città. Caratteristica dei delitti il sangue, che beveva ad ogni occasione. Ammazza indifferentemente uomini, donne, bambini, animali. Quando capisce di avere il fiato sul collo della polizia, confessa alla moglie di essere il Vampiro che tutti cercano e a denunciarlo per farle incassare la ricompensa prevista, cosa che effettivamente accadrà. Finisce ghigliottinato dopo aver ucciso 36 volte.

In Italia il “vampiro” più noto fu invece Vincenzo Verzeni, noto come “il vampiro della bergamasca”. Il caso risale all’ ‘800 e fu studiato da Cesare Lombroso come primo serial killer ufficiale italiano. Tra il 1867 e il 1872 aggredì otto donne uccidendone due: e dopo averle addentate al collo ne bevve il sangue e ne mangiò i resti.

Il vampirismo non è però prerogativa solo dei serial killer. L’esempio più lampante è il necrofago Nicolas Claux, che dopo essersi cibato a lungo del sangue e dei muscoli dei cadaveri di cimiteri in cui era entrato e dell’ospedale in cui lavorava, passò al delitto ammazzando un uomo che aveva conosciuto come appassionato di sadomaso in una sorta di Videotel, antesignano di internet, nel 1994. Nel 2002 è stato rilasciato. Oggi dipinge, fa tatuaggi e lo si trova su internet. Anche i vampiri, alla fine, hanno accettato la globalizzazione.


.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



mercoledì 16 settembre 2015

L'Erba Grama Non Crepa Mai

.


L'erba cattiva è la gente cattiva che anche se fa del male, continua ad avere successo nella vita, mentre chi fa del bene, fatica ad andare avanti, viene messo da parte.

Non muore mai perchè è talmente radicata al terreno che risulta impossibile farla essiccare anche artificiosamente.

La scienza ora lo conferma: la cattiveria probabilmente giova alla salute. Sembra infatti che leader politici e capi di stato, quando non cadono vittima di attentati, agguati o suicidi, abbiano la “pelle dura” e si dimostrino particolarmente longevi.  Il segreto che li fa durare fino a età decisamente ragguardevoli, spesso fino a sfiorare il secolo di vita, risiede in una particolare vivacità della loro attività cerebrale, che secondo il parere dei neurologi, è da mettere in diretta correlazione con un sistema immunitario molto agguerrito.

Gli esempi sono numerosi. L’ultimo in ordine di tempo ha per protagonista l'ex presidente indonesiano Suharto, leader ricordato come un uomo di ferro: e passato a miglior vita qualche mese fa alla veneranda età di 84 anni. Il cinese Mao Tse-Tung si è spento a 86 anni, il Generalissimo Francisco Franco, è arrivato a 83 candeline, il cileno Augusto Pinochet è morto a 91 anni.  Buon ultimo il tiranno zimbabwese Robert Gabriel Mugabe, solito ripetere il motto “solo Dio può destituirmi”, è nato nel '24 e ancor oggi gode di ottima salute.

Il potere, insomma, sembra essere un vero e proprio elisir di lunga vita e, per nostra sfortuna, non ci sono ragioni per non pensare che lo stesso valga, fatte le debite proporzioni, anche per il nostro capo ufficio o per il manager autoritario con cui ci troviamo a dover fare i conti tutti i giorni. L'interesse degli scienziati si è focalizzato, naturalmente, solo sui personaggi di rilievo storico e ha portato a queste conclusioni, come spiega il neuropsichiatra Stefano Pallanti dell'università degli studi di Firenze: “Pare che la cattiveria metta a riparo da molte malattie, soprattutto in personalità come quelle dei tiranni, o più in generale dei leader autoritari, che sfiorano o tendono alla paranoia, intesa come percezione di grandiosità e senso di persecuzione: la necessità di guardarsi sempre alle spalle rende più attivo il cervello, con ripercussioni positive sul sistema immunitario".

La necessità di essere guardinghi per garantirsi la sopravvivenza "rende il cervello ipervigile - aggiunge Pallanti - e il sistema immunitario più battagliero e pronto a difendersi da invasori dannosi per la salute". Dittatori e tiranni sembrano perciò meno soggetti a varie malattie, tra cui i tumori e, più in generale, a tutto ciò che colpisce le difese dell'organismo. Ma chi si avvale di metodi autoritari deve però fare i conti con un rovescio della medaglia. "La forte motivazione, la determinazione eccessiva e focalizzata su obiettivi univoci - precisa Pallanti - accende il sistema dopaminergico con qualche rischio in più sul fronte dei disturbi neuropsichiatrici. E' noto, ad esempio, che Hitler soffrisse del morbo di Parkinson".

“Senz'altro - fa notare Antonio Lo Iacono, presidente della Società italiana di psicologia (Sips) - la follia o la perfidia sembrano rappresentare delle ottime corazze per il nostro sistema immunitario. Non è un caso che spesso le persone con un carattere psicopatico, dunque manipolatrici, prepotenti, tendenti a sedurre ma in modo subdolo, tendono ad ammalarsi proprio quando riusciamo a guarirle e finalmente cambiarle. E' come se le loro difese ne risentissero, rendendole più fragili fisicamente". Quando invece hanno in mano le redini del potere mostrano una capacità di gestire lo stress superiore alla media. Alberto Albanese, docente di psichiatria all'università Cattolica di Milano – spiega che questo accade “anche perché tengono bene a bada il senso di colpa, non rimuginano troppo sui loro errori o su decisioni impopolari".

I “cattivi”, insomma, vanno dritti alla meta senza porsi troppi problemi, anche se le loro decisioni generano malessere e sofferenze, mentre le personalità ossessive, che tornano continuamente sui propri passi, tendono ad ammalarsi di più. Il cervello dei tiranni, insomma, sembra in grado di gestire meglio il carico di stress, altissimo nel loro caso. E l'iperattività cerebrale che contraddistingue le loro menti – si trasforma in un toccasana per la salute. "Di tiranni vissuti a lungo è piena la Storia - fa notare ancora Lo Iacono – anche se molti abbiano visto le loro vite stroncate da morti violente. Saddam Hussein, ad esempio, è morto a 69 anni, ma godeva di ottima salute, mostrava molti anni in meno e se non fosse stato giustiziato probabilmente sarebbe vissuto a lungo".



FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



Elenco blog Amici