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mercoledì 8 giugno 2016

IL PUDORE



Il pudore è il sentimento di avversione verso cose che appaiono oscene e disoneste.

La contemporaneità ci rimanda una modalità comportamentale dove tutto sembra essere lecito, paradossalmente l'imperativo "Godi sempre e comunque" come palliativo all'utopico raggiungimento della felicità sembra essere diventata una condanna piuttosto che una soluzione.

La contemporaneità attraverso i vari mezzi di comunicazione ci rende edotti sull'aumento della violenza e della aggressività, ci rimanda immagini in cui si assiste ad uno sbandieramento pubblico di quanto dovrebbe essere più intimo e riservato rispetto alle proprie sofferenze alle proprie difficoltà.

L'illusoria idea che attimi di protagonismo al fine di avere un effimero riconoscimento siano gli strumenti per il raggiungimento di una utopica felicità ha comportato e comporta la perdita di ogni pudore fino all'alienazione di se stessi, con conseguenze devastanti sia sul corpo che sulla mente.
Si può a questo punto dedurre che a tutt'oggi sembra che ci si debba sentire in colpa non quando ci lasciamo andare a tutte le forme e le spinte pulsionali pretese dal godimento quanto piuttosto se non riusciamo a soddisfare tali spinte.

"Il tutto è lecito" in cui la contemporaneità ci ha catapultati, in cui siamo immersi e sommersi cancellando dunque ogni idea di limite e di conseguenza di vergogna e pudore sta portando il Soggetto, ogni Soggetto verso una nuova forma di schiavitù, la schiavitù nei confronti del Godimento. Il piacere allora non è più il risultato di una scelta rispettosa di un desiderio, una conquista che passa attraverso la consapevolezza del rispetto del limite , quanto piuttosto una qualche forma di dittatura a cui bisogna sottostare..

Il pudore varia col passare del tempo e cambia da società a società. Per conseguenza ciò che prima era considerato impudico, immorale, diventa tollerato.

Il pudore è ambivalente, oscilla tra la tutela della propria identità e la paura di “aprirsi” agli altri.

Il pudore si collega col “segreto”, anche con la propria sessualità, pone tra noi e gli altri il limite che non deve essere condiviso, anche se nella società contemporanea i mass media tendono a pubblicizzare il corpo, le emozioni ed i sentimenti, la parte “privata” di molte persone.

Nel rapporto d’amore il pudore si pone come barriera e segno di contraddizione, perché tra gli amanti c’è il desiderio di annullare le distanze, di condividere la propria intimità.



Il concetto del pudore sembra fare immediatamente riferimento a diverse dualità, o anche a diversi dualismi. In primo luogo, infatti, esso rimanda a una linea di demarcazione che attraversa il singolo essere umano: c’è qualcosa di me (sia del mio corpo, sia dei miei sentimenti) che posso – e magari devo – mostrare e qualcosa che invece non devo mostrare. A ben vedere, però, il divieto di mostrare un certo aspetto di me non è assoluto, e rimanda a una seconda dualità, cioè a quella di una sfera pubblica e di una sfera privata o intima della mia vita; il divieto di mostrare un certo aspetto di me si riferisce solamente alla sfera pubblica. Anzi, non è sufficiente affermare semplicemente che nella sfera dell’intimità questo divieto sia sospeso; la sfera dell’intimità, piuttosto, si costituisce proprio sulla base di tale sospensione: così non è sufficiente dire che a un amico intimo posso confidare i miei sentimenti senza pudore, ma è anzi proprio in ragione della possibilità o del realizzarsi di questa confidenza che egli è un amico intimo; similmente l’intimità erotica non sospende semplicemente il pudore del corpo, ma piuttosto non potrebbe crearsi senza questa sospensione.
Esiste un pudore del corpo e un pudore dei sentimenti (o dei pensieri, delle convinzioni, e magari anche delle decisioni che ne conseguono). Questa dualità si proietta su di una sfera pubblica e una privata o intima, dividendo in particolare la sfera dell’intimità in due ambiti principali: l’intimità di una profonda amicizia si basa infatti sulla sospensione del pudore dei sentimenti, non su quella del pudore del corpo, per quanto anche questa forma di pudore possa essere sospesa tra amici intimi; può capitare, per esempio negli spogliatoi di una palestra, che due amici si vedano reciprocamente nudi senza provare imbarazzo, ma per nessuno dei due il fatto di vedere l’altro nudo o di essere visto nudo dall’altro è l’oggetto di un desiderio, e comunque un rapporto di amicizia (o in generale un rapporto di amore o affettività senza erotismo, come può esserci tra fratelli o tra genitori e figli) non si basa su un desiderio di questo tipo. Il caso dell’intimità erotica è invece opposto: quest’intimità non potrebbe darsi senza la messa da parte del pudore del corpo, ma in essa la sospensione del pudore dei sentimenti rimane invece un obiettivo difficile, non sempre desiderato, mai garantito, e spesso realizzato soltanto in modo inferiore rispetto a quanto accade nei rapporti di amicizia.

Il pudore si può riferire sia a un sentimento, sia a una virtù. Nel primo caso si può dire che il pudore sia una forma di vergogna; nel secondo caso, invece, il pudore appare come la virtù della decenza, come il saper distinguere (comportandosi di conseguenza) che cosa sia giusto mostrare di sé e che cosa no, che cosa debba rimanere nel privato e che cosa possa invece essere mostrato in pubblico. Certamente, se il pudore come sentimento appare come una forma di vergogna, il rapporto del pudore come virtù con la vergogna è invece molto meno stretto: ciò che non deve essere mostrato in pubblico, ma può e magari deve essere svelato nell’intimità, non è nulla di vergognoso (il fatto di nascondere o di voler nascondere eventuali propri pensieri o azioni o sentimenti vergognosi fa infatti semplicemente parte della consapevolezza del carattere vergognoso di queste azioni o di questi pensieri, non deriva dal pudore inteso come virtù), anzi, può essere anche doveroso (l’espressione “doveri coniugali”, del resto, non è una metafora), e tuttavia deve essere serbato per la sfera privata. Max Scheler, a questo proposito, fa notare come spesso lo svelamento pubblico di una nostra qualità positiva provochi in noi un sentimento di pudore più profondo di quello causato dallo svelamento di un difetto.



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domenica 7 febbraio 2016

AMORE PLATONICO

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Amore platonico è un modo usuale di definire una forma di amore sublimata, che tuttavia non esclude la dimensione sessuale e passionale. Infatti Platone considera l'attrazione fra i corpi il primo dei vari livelli di "amore platonico", benché egli aggiunga che questo livello vada abbandonato per giungere a quelli superiori (amore per l'anima, per le leggi e le istituzioni, per le scienze, assoluto). Questa formula in realtà scaturisce da un contesto filosofico in cui l'amore, inteso come moto dell'animo e non come forma di relazione, viene interpretato come impulso al trascendimento della realtà sensibile, del mondo delle apparenze, capace di muovere la conoscenza verso l'assoluto, attuando cioè un processo di indiamento, come illustrato ad esempio nel pensiero di Giordano Bruno.

La locuzione prende il nome dalla teorizzazione dell'amore che Platone fa nei suoi dialoghi. Nel Simposio Socrate, ispirato da Diotima, parla di Eros come di un demone figlio di Poros e Penia. Pòros, l'espediente, aveva fatto innamorare Penìa, ossia la povertà che genera bisogno. Approfittando di un momento di ubriachezza di Pòros, Penìa giace con lui e dalla loro unione nasce Eros, l'amore. Il mito mette in luce come Eros, la forza che fa andare avanti il mondo, abbia una natura ambivalente, che partendo dall'amore delle forme, che porta alla procreazione e alla continuazione della specie umana, lo fa arrivare all'amore della conoscenza (letteralmente: "filosofia").

Il termine si diffuse nelle lingue moderne, come l'inglese, a partire dall'espressione latina amor platonicus usata nel XV secolo da Marsilio Ficino come sinonimo di amor socraticus, per denotare l'interesse nei giovani attribuito a Socrate nelle ultime pagine del Simposio. Entrambe le espressioni, in Ficino, indicano l'amore diretto alle qualità morali e intellettuali di una persona piuttosto che a quelle fisiche. I termini si riferiscono al legame affettivo molto speciale che intercorre tra due uomini, maestro e allievo, che Platone aveva descritto nei suoi Dialoghi ed esemplificato dal rapporto tra Socrate e i suoi giovani studenti, in particolare Alcibiade.

L’amore, come lo conosciamo, è un sentimento composto da sensazioni sia emotive, sia fisiche – è discutere dei problemi, sentirsi supportati o ridere di una battuta insieme, ma è anche fatto di baci, carezze, passione. Esistono, però, diverse sfaccettature dell’amore, e l’amore platonico è proprio una di queste.
L’amore platonico è sempre stato un tema affascinante nelle canzoni d’amore, per artisti e scrittori – proprio dalla letteratura classica, appunto, deriva la sua denominazione. L’aggettivo “platonico”, infatti, deriva dall’espressione latina amor platonicus, e venne per la prima volta utilizzato da Marsilio Ficino nell’XV secolo per descrivere l’amore intellettuale provato dagli allievi verso il maestro Platone. Similarmente, oggi, l’aggettivo indica un tipo di sentimento che trascende dalle qualità e sensazioni fisiche e carnali, per concentrarsi sulle bellezze morali ed intellettuali. Un sentimento che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo provato in una delle sue varianti – perché, attenzione, non tutti gli amori platonici sono uguali. L’amore platonico può essere…
…impossibile: l’esempio più classico di amore impossibile è la tipica infatuazione adolescenziale per una star del cinema o della musica – si passa tutto il proprio tempo a guardare giornali, a ritagliare foto e a cercare il proprio bello su Google ben sapendo che non ci sarà mai una relazione reale. Questo tipo di cotta è comune nelle adolescenti, ma non è disdegnata neanche dalle donne più adulte, che, magari, sostituiscono il vip di turno con quel bel tipo dell’Ufficio Acquisti, così carino e irraggiungibile… molti sogni, troppe fantasie, zero complicazioni – un amore puro e irreale, tanto perfetto quanto incompleto

 …epistolare: Partendo dalle lettere tra Eloisa e Abelardo fino ad arrivare alla declinazione tecnologica di chat, email e Facebook, l’amore epistolare è il più romantico – e il più straziante. Struggenti parole, lettere d’amore e frasi piene di tormenti amorosi e… niente di più. La distanza è quasi sempre la ragione di questo tipo di amore, che probabilmente verrebbe consumato, se solo se ne avesse la possibilità. Per questo è anche il più triste e sofferto – nonché il più frustrante.

…reciproco: l’amore platonico non è esclusivamente fantasticare su relazioni impossibili: può manifestarsi anche come una voglia di evasione più innocente, senza fisicità, tra due persone, magari impegnate e fedeli, che trovano una forte attrazione emotiva. Lo sguardo scambiato nell’ascensore con quel simpatico vicino, il sorriso alla macchinetta del caffè con quel collega così carismatico, la battuta scambiata con l’amico che ha sempre un occhio di riguardo nei vostri confronti – scambi senza malizia con una persona che non è il vostro partner e che, magari, trovate anche bruttina fisicamente, ma intellettualmente irresistibile. Resta da capire quanto innocente sia avere una cotta, seppur solo emotiva, per un’altra persona – può essere considerata come un tradimento vero e proprio?



Un amore di altri tempi, fatto di sguardi, sensazioni ed emozioni. Un sentimento sublime, elevato ad essenza spirituale, scevro di ogni sensualità, è quello che ispirava i grandi poeti: Dante, Petrarca, Leopardi. Ecco il significato dell’amore platonico: quel sentimento che occupa pensieri, mente e azioni. Un amore che Platone non definisce come eros ma esattamente quel primo stadio dell’innamoramento provocato dalla vista dell’amato, dalla sua bellezza fisica e dalla sua mente.Gli occhi sono la porta dell’amore, per il filosofo greco che fu il primo a parlare e descrivere minuziosamente il significato dell’amore platonico che lo innalza a emozione divina, specchio della bellezza e della verità. «Il primo bacio non viene baciato dalle labbra bensì dagli occhi», sono le parole di Bernhardt che meglio esprimono l’essenza di questo sentimento assoluto e vissuto  in maniera, appunto platonica, almeno inizialmente. Ma l’amore platonico non è solo quello fra due amanti bensì anche quello che regola rapporti familiari o storie passate e mai dimenticate. Un significato vero e sempre attuale, è quello del primo amore che non si scorda mai. L’amore puro, il primo, risulta essere per tutti vissuto inizialmente in maniera platonica e sono proprio quelle sensazioni, uniche ed inimitabili a rimanere nell’anima per sempre.


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giovedì 24 dicembre 2015

LA MENTE

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La filosofia della mente è lo studio filosofico della mente, degli atti, della coscienza e delle funzioni mentali e delle loro relazioni con il cervello, il corpo e il mondo. La filosofia della mente si addentra nelle questioni di fondo e nei problemi metodologici che stanno dietro la ricerca scientifica sulla mente, usando sia il metodo speculativo (attraverso esperimenti mentali), sia tenendo conto dei risultati ottenuti nella ricerca empirica e strumentale, che oggi può avvalersi della PET, la tomografia ad emissione di positroni, e della fMRI, la risonanza magnetica funzionale per immagini.

I problemi tradizionali nella filosofia della mente sono capire e definire Cos'è l'Io, il suo funzionamento (spesso in termini di concetti come percezione, appercezione, impressione, sensazione, intuizione, pensiero, rappresentazione, immaginazione, memoria, coscienza, autocoscienza, ragione, intelletto, volontà, istinto, inconscio, sentimento, emozione, passione ecc.) e il suo rapporto con il corpo: queste problematiche assieme al problema anima-corpo hanno coperto il dibattito filosofico fino al XX secolo, spesso indirettamente ricompreso all'interno di ambiti come la metafisica e la gnoseologia, originando a partire dal XIX secolo discipline interamente dedicate come la psicologia e la psicoanalisi.

Oggi, con le nuove scoperte della neurofisiologia e più in generale delle neuroscienze, tali problematiche si sono specificate nel dualismo mente-cervello ovvero la dicotomia tra una prospettiva soggettiva, intrapersonale relativa alla sfera della coscienza e autocoscienza ed una strettamente empirico-materialista tipica della scienza e del metodo sperimentale. Nella filosofia della mente si vorrebbe risolvere questo problema fondamentale ed arrivare ad una scienza efficace ed esauriente delle componenti funzionali della mente (soprattutto della coscienza) e della loro integrazione operativa.

Secondo il dualismo mente e corpo sono fatte di due sostanze differenti. Il primo e il più famoso fra i dualisti era il filosofo francese Descartes (diciassettesimo secolo), che è considerato l'iniziatore di tutto il dibattito mente-corpo. Egli osservò che la realtà è divisa in materia e spirito. Questi sono due mondi differenti composti da due differenti sostanze. Descartes ha definito che cosa è la materia e che cosa è la mente: la materia è qualsiasi cosa mostri la proprietà di "estensione" (proprietà geometriche come dimensione e forma) la mente è "cogito" cioè pensiero (una definizione più scientifica del pensiero verrà successivamente con Brentano). "Res extensa" (le cose che hanno un'estensione) e "Res cogitans" (sotanze pensanti) appartengono a due regni separati e non possono essere studiate con gli stessi strumenti. Questo dualismo ha avuto un'enorme influenza sulle generazioni future. La fisica di Newton, per esempio, è una diretta conseguenza di questo approccio: la fisica studia il regno della materia, e tratta solo di questo. E sarà così fino alla fine del ventesimo secolo.

I dualisti moderni hanno abbandonato la rigida dicotomia di Descartes. Oggi, ci sono due principali rami del dualismo: quello della "sostanza" (la mente è una sostanza diversa dal cervello), come l'interazionismo di Popper ed Eccles, e il dualismo della "proprietà" (la mente è la stessa sostanza del cervello, anche se proviene da una classe di proprietà che sono esclusive del cervello), così come la teoria della "supervenienza" (Kim, Chalmers).

Una variante del dualismo è l'"epifenomenalismo": mente e corpo sono fatte di sostanze differenti , ma la mente non ha alcuna influenza sul corpo. Il cervello causa la mente, ma la mente non ha alcuna autorità sul lavoro del cervello. Gli eventi mentali non hanno effetti materiali, mentre eventi materiali possono avere effetti mentali. Gli eventi mentali sono semplicemente una conseguenza degli eventi materiali (come il fumo è una conseguenza del fuoco, ma non ha nessun impatto sul fuoco).



Secondo il monismo invece il corpo e la mente sono fatti della stessa sostanza: gli "idealisti" pensano che tutto sia mentale, i "materialisti" che tutto sia materiale. Il monismo si divide così in idealismo e materialismo.

Il filosofo olandese Baruch Spinoza (diciassettesimo secolo) riteneva che esistesse una sola sostanza, e che la sostanza avesse due proprietà: cioè che fosse cosciente e che avesse estensione. Gli individui sono parte di quella sostanza, che è in fine Dio. Dio è tutto quello che esiste, (lui è ciò che è), non esiste nulla che non sia Dio.

Il filosofo inglese Bertrand Russel era anche una specie di monista, perché credeva che tutto nell'universo fosse fatto di eventi (spazio-temporali),e che gli eventi non fossero né mentali né fisici.

Secondo l'idealismo, l'unica realtà è la mente.

Il filosofo tedesco Gottfried Leibniz (diciassettesimo secolo) credeva che esistesse solo la mente. Gli esseri umani non sono gli unici ad avere una mente. Tutto ha una mente. Perfino la materia è fatta di mente. La mente ha dei gradi, cominciando con la materia (la cui mente è molto semplice) e finendo con Dio (la cui mente è infinita). La realtà è il luogo di tutte le menti finite o monadi che Dio ha creato. Tutto ha una mente. Questa estrema visione dell'idealismo è chiamata: "panpsichismo".

Il filosofo irlandese George Berkeley (diciottesimo secolo) pensava che tutto quello che noi conosciamo sono le nostre percezioni, e qualsiasi concetto noi lo costruiamo partendo da esse ("esse est percipi"): noi non possiamo sapere direttamente che c'è un mondo esterno. Noi conosciamo solamente il mondo interno delle nostre percezioni. Quando parliamo di un oggetto, noi parliamo di quello che vediamo, sentiamo, gustiamo, tocchiamo e odoriamo: noi parliamo di qualcosa che è dentro la nostra mente. Un oggetto è un'esperienza, tutto l'universo è un complesso di esperienze. Infine, l'unica cosa che esiste è l'esperienza della nostra mente.

Come gli studi sul cervello hanno dimostrato che i sensi ci presentano una visione fittizia dell'universo, così i fisici hanno dimostrato che la materia non è nient'altro che nuvole di particelle galleggianti, e gli studiosi della meccanica quantistica hanno dichiarato che la realtà è infine nella mente dell'osservatore, sembra diventato più incline ad abbracciare l'idealismo. Se tutto quello che vediamo e sentiamo non è altro che un'illusione, come possiamo dichiarare che ci sono realmente delle cose là fuori? L'unica cosa che percepiamo è ciò che i sensi producono per noi. Quella che noi chiamiamo realtà è il lavoro della nostra mente. Se perfino i fisici dichiarano che la realtà non può essere misurabile senza un osservatore, come possiamo dichiarare che la realtà esiste indipendentemente dal nostro pensiero?

Il problema dell'idealismo è che uno non può fare di piu' che asserire di essere un'idealista. Una volta che questo sia stato dichiarato, la realtà non può essere usata per provarlo, dal momento che la realtà è una mera illusione della nostra mente. Tutto è un'illusione, comprese le cose che uno può usare per provare a dimostrare che questa dichiarazione sia giusta o sbagliata.

La maggior parte degli scienziati crede in una forma leggera di idealismo: i sensi ingannano la realtà e la realtà ha bisogno di un osservatore per diventare ciò che è, però le sensazioni si riferiscono a un mondo esterno e le misurazioni sono destinate a tale mondo. I sensi e il cervello alterano semplicemente la realtà cosicché noi possiamo muoverci attraverso essa e sopravvivere. La fisica quantistica non proibisce alla realtà di esistere, ma impedisce a noi la sua completa percezione.

La realtà che noi percepiamo è indubbiamente una produzione della mente, che  corrisponde a una realtà là fuori, realtà che è indipendente dalla nostra mente.

Secondo il materialismo, invece, la mente e il corpo sono fatti della stessa sostanza e il mentale può essere spiegato dal fisico (oppure la mente può essere spiegata dalla materia). Questa posizione fu dal principio abbracciata con entusiasmo dal filosofo francese Julien Offroy de la Mettrie che concepì l'"homme machine", la mente come una macchina composta di materia e pensiero come un processo materiale. Differentemente rispetto al dualismo, al materialismo, in tutte le loro varianti, ammette unicamente un tipo di sostanza e una classe di proprietà.

Il materialismo ebbe la sua epoca d'oro in seguito alla pubblicazione di un documento di Herbert Feigl del 1958. Furono queste carte ha mettere il problema mente-corpo al centro della filosofia moderna, dopo così tanti decenni di noncuranza.

La filosofia raggiunse velocemente un vicolo cieco tra dualismo e materialismo. Entrambe le concezioni avevano i propri pro e contro,e non era possibile superare i contro attraverso una via plausibile. Il pro del dualismo era il fatto che riconoscesse la differenza tra materia conscia e inconscia; il suo contro consisteva nell'incapacità di spiegare come la mente fosse in connessione con il cervello. La principale caratteristica del dualismo era il fatto di non dover spiegare tale connessione, dal momento che la mente "è" il cervello; il suo vantaggio era il non dover spiegare come la coscienza scaturisse dalla materia inconscia.

Il comportamentismo ha un posizione intermedia, che concerne con i termini mentali (come "credere", "sperare", "temere") semplicemente nella dimensione in cui essi sono riferiti al comportamento. I comportamentisti rifiutano gli stati mentali definendoli non scientifici. Quello che conta è unicamente la relazione che intercorre tra la disposizione al comportamento e il comportamento vero e proprio. In particolare, alla fine degli anni 40', il filosofo inglese Gilbert Ryle discusse il fatto che la mente non fosse una parte del corpo ma appartenesse a un dominio differente.

Il vocabolario mentale non si riferisce alla struttura di qualcosa, ma al modo in cui qualcuno si comporta o si comporterà. Descartes inventò un mito, il mito della mente dentro il corpo, mito di cui Ryle fece una parodia grazie alla famosa espressione: "il fantasma nella macchina". Noi assumiamo di avere una mente, assegniamo una vita alla nostra mente, e quando non troviamo la mente in natura deduciamo che la mente è una sostanza o una proprietà differente.

Il comportamentismo non è interessato a discutere sulla mente, ma semplicemente si occupa di comportamento e di predisposizione al comportamento. Dichiarazioni che riguardano gli stati mentali diventano scientifiche e significative solo se sono tradotte in dichiarazioni sul comportamento attuale o possibile. Per un comportamentista, una persona che soffre è una persona che piange e fa altre cose per noi associate alla parola "sofferenza".

Il comportamentismo psicologico andò ancora più in profondità dichiarando che tutti i comportamenti possono essere spiegati secondo una relazione diretta di stimolo-risposta.

Il comportamentismo divenne presto popolare, ma fu presto eclissato dallo scontro riemerso tra dualisti e materialisti.

Il vicolo cieco a proposito della mente era dovuto a due fattori indipendenti. Uno era il dibattito storico che iniziò con Descartes, e che mal condusse i filosofi a cercare una soluzione a un paradosso che non era mai esistito. Il secondo fattore era la mancanza di dati riguardanti il cervello: non sappiamo ancora come fa e che cosa fa.



Al giorno d'oggi, il problema mente-corpo è diventato un problema mente-cervello, il materialismo generò il "fisicalismo", secondo il quale uno stato mentale "è" uno stato fisico del cervello. L'enfasi posta sul cervello non è completamente naturale: io sento il dolore nel mio piede, non nel mio cervello. Ma il progresso della neurofisiologia ha generato un fascino per il cervello, che molte persone descrivono come la cosa più complessa nell'universo. Per cui l'enfasi slittò dal corpo al cervello nonostante non c'è realmente nessuna prova per sostenere che il resto del corpo non influenzi la mente (c'è prova del contrario).

Per esempio, la "teoria dell'identità" (Feigl) dichiara che gli stati mentali sono stati fisici del cervello (così come il fulmine è identico ad una scia di elettroni). Siccome è poco plausibile supporre che per ogni stato mentale c'è un unico stato neuronale, una variante della teoria dell'identità rese più flessibile questo vincolo: la teoria dell'identità di Davidson pone che nessuno stato mentale è identico a uno stato fisico, ma lo stato fisico corrispondendo a un dato stato mentale non è necessariamente sempre lo stesso (questo permette a due persone di avere lo stesso sentimento o per la stessa persona di avere la stessa sensazione senza avere ogni singolo neurone nella posizione medesima in entrambi i casi).

Il problema più difficile per il materialismo è di spiegare come la mente, e in particolare i sentimenti, possano scaturire da processi materiali: come possono attività elettrochimiche nel mio cervello improvvisamente trasformarsi nel sentimento di dolore o paura? Il filosofo americano Searle ha riassunto il problema in un paradosso: se la teoria dell'identità lasciasse fuori la mente non sarebbe più plausibile, ma se non lo facesse non sarebbe più una teoria marerialistica.

La cosa principale in una teoria materialistica è come la mente possa essere spiegata da quello che noi sappiamo a proposito della materia. Se infine la mente è materia, allora di cosa è composta e come è strutturata? Come, in altre parole può essere il mentale ridotto al fisico?

Il filosofo Herbert Feigl è uno dei padri fondatori la teoria dell'identità, che divenne popolare nel 1950. Secondo il suo pensiero, gli stati mentali e gli stati fisici hanno la stessa "estensione" ma differente "intensità": descrivono gli stessi stati ma in un modo differente. Gli idiomi mentali e fisici sono descrizioni differenti degli stessi stati. Dal punto di vista dell'uomo comune, questa tesi è difficile da difendere, dal momento che stati mentali e fisici sono ovviamente diversi. Un vecchio trucco filosofico, la così detta "legge di Leibniz", sostiene che due cose sono identiche se e solo se tutte le proprietà che sono applicate a una possano esserlo anche all'altra. Ma le proprietà degli stati mentali e di quelli fisici sono ovviamente differenti.

Ci sono numerose varianti della teoria dell'identità.

Nella teoria causale della mente di David Malet Armstrong, uno stato mentale ha una connessione di causa con uno stato fisico. Essi sono identici, ma esiste anche una connessione causale fra di loro ("uno stato del cervello causa uno stato mentale"), così come noi percepiamo molti fenomeni naturali senza percepire i corrispondenti processi fisici microscopici. David Lewis discusse sul fatto che uno stato mentale può essere definito da uno stato fisico, che non è necessariamente lo stesso per tutte le specie, e da un ruolo "causale", che esprime un comportamento che lo stato induce nell'organismo.

Comunque essi ruotino intorno alla teoria dell'identità, tutti questi filosofi affrontarono lo stesso problema: come spiegare le sensazioni e le emozioni che noi percepiamo, che sono ovviamente molto differenti in natura da una parte di materia.

Una maniera elegante di risolvere il problema dell'irriducibilità venne proposta dal filosofo britannico Bertrand Russell. Egli era tendenzialmente consapevole dell'insondabilità della materia in generale e della materia cerebrale in particolare: noi non possiamo sapere la natura della materia (elettroni, onde gravitazionali e così via) se non attraverso teorie ed esperimenti, ma non possiamo mai percepirlo direttamente. In particolare, noi non possiamo conoscere i processi che avvengono nel nostro cervello. La mente ci permette di percepire al minimo alcuni di questi processi. Egli sottolineò che quello che un neurofisiologo vede realmente, mentre esamina il cervello di una persona, è una parte del proprio cervello. L'irriducibilità del mentale al fisico è semplicemente un'illusione: il mentale e il fisico sono vie differenti di conoscere la stessa cosa, il primo attraverso la coscienza, il secondo attraverso i sensi. La coscienza ci da una conoscenza diretta, immediata di quello che c'è nel cervello, mentre i sensi possono osservare (possibilmente supportati da strumenti) quello che è nel cervello.

Nella teoria di Russell il mentale non è riducibile al fisico, e la tradizionale preminenza del fisico sul mentale è capovolta: il mentale è un potere trasparente del carattere intrinseco del cervello. La coscienza è, principalmente, solo un altro senso, un senso che anziché percepire colori, odori, suoni, percepisce la vera natura del cervello. Molte altre variazioni su queste idee di base sono state discusse e introdotte da filosofi. Una è stata particolarmente influente e ha condotto allo studio dell'intelligenza artificiale.

Con il monismo anomalo Donald Davidson ha dimostrato che il mentale e il neuronale non sono la stessa cosa e ha promosso la teoria dell'identità. La teoria della mente di Davidson si basa su un semplice sillogismo:
Almeno alcuni eventi mentali interagiscono casualmente con eventi fisici
Eventi collegati da un rapporto di causa-effetto sono legati a leggi deterministiche
Non c'e nessuna severa legge deterministica per cui eventi mentali possano essere predetti e spiegati (questa è l'"anomalia" della mente).

Tutto ciò appare contraddittorio, a meno che noi non assumiamo che la mente sia qualcosa d'altro. Tutto ciò che questo significa è che il regno fisico e quello mentale hanno caratteristiche essenziali, che sono in qualche modo incompatibili: uno stato mentale non può essere semplicemente uno stato cerebrale. Non può esistere alcuna legge che colleghi il mentale con il fisico. In alti termini, non ci può essere nessuna teoria che connetta la psicologia e la neurofisiologia.

Nella teoria dell'identità Davidson dichiara che la stessa condizione dello stato mentale potrebbe corrispondere a differenti stati neuronali in tempi differenti; questo significa che, dato uno stato mentale, non è possibile relazionarlo a uno stato fisico specifico. Lo stesso evento potrebbe essere sia mentale che fisico, ma non c'è nessuna relazione tra le due descrizioni.

Davidson crede che ci sia una sola sostanza, una sostanza fisica, e che eventi "dati" siano fisici. Ogni evento mentale è un evento fisico, ma non è possibile ridurre proprietà mentali a proprietà fisiche (non ci sono leggi psicofisiche), e perciò,  per esempio, il linguaggio della psicologia non può essere ridotto al linguaggio fisico. Il mentale è infine fisico, ma non c'è nessun modo di spiegare eventi mentali in termini di eventi fisici. Il regno mentale non può essere oggetto di investigazione scientifica.

Il funzionalismo (Armstrong, Lewis) è in realtà un caso speciale della teoria materialistica dell'identità in cui uno stato mentale è definito unicamente dalla relazione causale che induce sul comportamento e su altri stati mentali. Gli stati mentali esprimono, infine, relazioni causali. In altre parole, essi hanno così una funzione. Non importa di che cosa siano fatti, gli stati mentali hanno una funzione ed è questo che conta. Noi definiamo qualche cosa "termometro" se misura la temperatura, senza attribuire importanza al fatto che sia di plastica o di metallo: è la sua funzione e non il materiale che determina che cosa esso sia. Una mente non ha necessariamente bisogno di un cervello: Qualsiasi cosa in grado di espletare la stessa funzione è essa stessa una mente. Allo stesso modo, gli stati mentali sono definiti dalle loro funzioni, e potrebbero essere situati su un computer o un cervello. Come dato di fatto, utilizzando una tecnica inventata da Frank Ramsey, è possibile tradurre ogni frase contenente termini psicologici"non scientifici" (come "credere", "desiderare") in una frase più formale che contiene unicamente relazioni causali. La mente è semplicemente il sito in cui queste relazioni causali sono attuate.

La differenza tra funzionalisti e comportamentisti non è così netta. Principalmente, i comportamentisti rifiutarono di trattare gli stati mentali e si focalizzarono sul comportamento, mentre i funzionalisti sostennero che gli stati mentali sono tali perché causano il comportamento. Il funzionalismo non nega l'esistenza della mente, infatti estende le possibili realizzazioni della mente nella natura.

Il funzionalismo ha un vantaggio sul materialismo: è provato che circuiti neuronali differenti provochino gli stessi stati mentali (persone diverse con diversi cervelli percepiscono le stesse emozioni, la stessa persona con un cervello che si modifica sente le stesse emozioni, un cervello danneggiato tende a ripararsi per attuare le stesse prestazioni che forniva precedentemente), ma il materialismo comporta che uno stato mentale sia una diretta conseguenza di uno stato fisico, che potrebbe significare come due differenti stati fisici possano indurre due differenti stati mentali. Il funzionalismo permette una "realizzazione multipla". Riassumendo, non è necessario che lo stato mentale si realizzi in un cervello: il funzionalismo si occupa esclusivamente della "funzione", non della cosa che attua la funzione. Siccome le funzioni devono essere attuate da un'entità fisica, il funzionalismo computazionale implica una sorta di materialismo. David Lewis sposò entrambe le teorie: ogni stato mentale è uno stato fisico, e ogni stato mentale è uno stato funzionale. L'adesione alle due teorie risolse due categorie di paradossi popolari, il paradosso del "dolore folle" (cosa accadrebbe se un essere umano fosse nato composto di carne come chiunque altro ma con una sensazione di percezione del dolore completamente differente?) e il paradosso del "dolore marziano" (cosa succederebbe se essendo composti da materie differenti si reagisse al dolore nello stesso modo?).



Secondo il funzionalismo computazionale la mente è un programma e il cervello è il suo hardware, e l'esecuzione di quel programma in quel hardware conduce a un risultato che è il comportamento esteriore dell'organismo. La mente è un processore di simboli (così come il computer) e gli stati mentali sono in relazione agli stati computazionali. Un altro caso speciale è il funzionalismo "homuncular" (Dennet, Lycan), che ha scisso la mente in menti sempre più piccole sino ad arrivare a uno stato fisico: un processo mentale è il prodotto di processi mentali di livello inferiore, e ognuno di questi processi è a sua volta il risultato di processi primitivi. Ogni livello più basso è sempre meno "mentale" del precedente. Alla base di questa gerarchia ci sono i processi neuronali del cervello.

La critica più comune al funzionalismo è il fatto che sia altamente poco plausibile che oggetti differenti da un cervello possano avere una mente, ma poi (come Chalmers ha sottolineato) il cervello stesso, quella brutta, caotica, appiccicosa massa grigio-biancastra, è un improbabile candidato per qualcosa di così speciale come la mente. Perché dovrebbe un computer essere più bizzarro di un cervello? La mente risiede nell'organizzazione o nella sostanza? O in entrambe?

Il problema con il dualismo della sostanza è come mente e cervello si influenzino reciprocamente e se siano composte di due sostanze differenti. Non c'è dubbio che la mente e il cervello comunichino in qualche modo fra di loro. Come può avvenire questo se sono fatte di materia diversa? Una via di uscita a questo problema è presupporre che esista un intermediario tra i due.

Eccles discute che l'interazione tra la mente e il cervello di un individuo è analoga al campo di probabilità di meccanica quantistica. L'energia mentale può provocare eventi neuronali attraverso un processo analogo al modo in cui il campo di probabilità genera azione. Egli chiama "psychon" l'unità mentale che trasmette intenzioni mentali alle unità neuronali.

Il fisico inglese Roger Penrose, uno dei leaders in "General Relavitiy", aderisce anche all'assunto che esista un mondo separato di stati di coscienza e che la mente possa accedere a tale mondo. Ma il mondo delle idee di Penrose è ancora un mondo fisico: le informazioni "protoconscious" sono codificate nella geometria spazio- temporale all'interno della scala Planck, e la nostra mente ha accesso ad esse (cioè è cosciente) quando un particolare processo di quanti avviene nel nostro cervello.

Il filosofo americano John Searle non andò così lontano, ma rifiutò anch'egli l'idea che l'universo fosse suddiviso in proprietà fisiche e mentali: le cose come le "sentenze sgrammaticate": la mia abilità a sciare, il governo e i punti segnati in una partita di calcio, non possono essere facilmente categorizzate come mentali o fisiche. La tradizionale dicotomia "mentale-fisico" appare essere spropositata.

Una formulazione più umile ci è data dal matematico americano Rudy Rucker, che credeva nell'esistenza di un paesaggio mentale separato. Rucker chiede:"Credi che quello che hai pensato ieri sia ancora parte della tua mente?". Non è facile rispondere a questa domanda se ritieni che le idee facciano parte della mente. La conclusione di Rucker è che esista un mondo di idee separato dal mondo mentale e fisico. La nostra mente può viaggiare nel paesaggio mentale che contiene tutti i pensieri possibili proprio come il nostro corpo può viaggiare attraverso lo spazio fisico che contiene tutti i possibili luoghi. Le menti dividono lo stesso paesaggio mentale allo stesso modo in cui i corpi dividono lo stesso spazio mentale. Dividiamo tutti lo stesso paesaggio mentale, così come dividiamo tutti lo stesso mondo. In particolare, il paesaggio mentale contiene tutti gli oggetti matematici e i matematici esplorano il paesaggio mentale così come gli astronauti esplorano lo spazio fisico. Lo stesso vale per le leggi naturali e per i fisici. Le formule matematiche e le leggi di natura hanno un'esistenza indipendente. Questo è ovviamente niente più che una nuova aggiunta al vecchio mondo delle idee di Platone.

Il termine "supervenience" è utilizzato per esprimere il fatto che un dominio è completamente determinato da un altro dominio. Per esempio, le proprietà biologiche "supervene" su proprietà fisiche, dal momento che le proprietà biologiche di un sistema sono determinate dalle sue proprietà fisiche. Le proprietà fisiche e biologiche di un organismo sono ambiti differenti di proprietà, ma quelle fisiche determinano quelle biologiche. Una persona può infatti studiare le proprietà biologiche senza dover trattare anche quelle fisiche.

Jaegwon Kim, estendendo il criticismo di Davidson a proposito della teoria dell'identità e generalizzando la dottrina del funzionalismo, applicò il concetto alla mente: le proprietà mentali sono "supervenient" su quelle fisiche (neuronali). Secondo Kim, quindi, il mentale è "supervenient" sul fisico così come le proprietà macroscopiche degli oggetti "supervine" sulle strutture microscopiche. Intuitivamente questo significa che la mente è per il cervello quello che il fulmine è per le particelle caricate elettricamente: lo stesso fenomeno che si manifesta in due modi diversi.

La "supervenience" di Kim definisce una relazione tra il mentale e il fisico e definisce anche alcuni limiti. Uno stato mentale non può corrispondere a due differenti stati fisici. Due cervelli non possono presentare lo stesso stato mentale se sono in stati fisici differenti. Nel dibattito sul materialismo, Kim si schiera con i "fisicalisti": gli stati mentali dipendono dai corrispondenti stati neuronali: ogni cambiamento negli stati mentali deve essere collegato a un corrispettivo cambiamento negli stati fisici. Gli stati mentali "sono" stati neuronali, allo stesso modo in cui l'elettricità "è" gli stessi elettroni. Naturalmente ci si chiede da dove provenga l'elettricità. Si può organizzare in natura una gerarchia cominciando da particelle elementari e terminando con la coscienza. A ciascun livello si applicano alcune proprietà, ma al livello immediatamente superiore se ne applicano delle altre. Per esempio, gli elettroni hanno massa e movimento, ma l'elettricità ha potenziale e intensità. Componenti chimici hanno densità e conduttività, mentre organismi biologici hanno crescita e riproduzione. Ad ogni livello una nuova serie di proprietà emerge: per esempio, la forza debole al livello elementare delle particelle, la viscosità al livello molecolare, il metabolismo al livello biologico, e la coscienza al livello cognitivo. Il filosofo inglese Charlie Dunbar Broad aveva già dimostrato nel 1920 che l'universo è stratificato e che ogni livello rimanda al livello successivo ma non è in grado di spiegare le nuove proprietà che emergono con esso.

La "supervenience" da per scontato che la natura lavori in questo modo, ma non offre alcuna spiegazione del perché a un livello superiore noi dovremmo trovare l'elettricità in luogo di, per dire, "huicity or flowixity" (proprietà immaginarie): perché e come le proprietà? Perché e come la mente emerge dal cervello? Ultimamente, questo è il dilemma della "causazione mentale": come fa il cervello a causare la mente? In generale, questo è il dilemma delle proprietà di "secondo ordine": come fanno proprietà di un livello a causare proprietà ad un altro livello? John Searle (che crede che le menti siano caratteristiche di alto livello dei cervelli) ammette questa "supervenience" a un'estensione che risulta causale: gli stessi stati neuronali sono anche gli stessi stati mentali, dal momento che i primi causano i secondi. La "supervenience" si rivela dunque essere un paradigma utile perché è ridotto alla causalità. Kim non impose alcuna relazione causale: la relazione tra il mentale e il neuronale è analoga alla relazione tra l'utilità di un oggetto e le caratteristiche che lo rendono utile: tali caratteristiche non "causano" la sua utilità, la "costituiscono".

Tutti i fatti dell'universo (e sono per cui supervenient) dipendono da fatti fisici, ma la natura di questa dipendenza non è casuale, almeno secondo il filosofo americano David Chalmers. Proprietà che sono "supervenient" sul mondo fisico possono normalmente essere ridotte ad esso (cioè spiegate nei suoi termini), anche se la coscienza non è veramente, completamente "supervenient" sul neuronale, e per questo non può essere ridotta al neuronale. Chalmers distingue tra "logical supervenience" (che può essere largamente interpretata come possibilità, come situazioni che potrebbero potenzialmente accadere perché sono conformi a qualche ipotetico mondo fisico) e "natural supervenience" (che invece esprime una necessità empirica, quando due serie di proprietà sono sistematicamente e precisamente correlate nel nostro mondo naturale). Situazioni logicamente possibili non sono necessariamente anche situazioni naturalmente possibili (per esempio, ogni situazione che viola la legge di natura). "Logical supervenience" implica "natural supervenience", ma non vale il contrario. La distinzione tra i due tipi di "supervenience" è importante, Chalmers dimostra che un fenomeno può essere ridotto a una serie di proprietà di livello inferiore solo se è "logicamente" supervenient su quelle proprietà; in particolare, può essere ridotto al fisico solo se è "logicamente" supervenient sul fisico. La maggior parte delle cose sono logicamente supervenient sul fisico, così che  si possa trovare una spiegazione fisica per esse, le proprietà mentali invece sono semplicemente supervenient in modo naturale (e non logico) sulle proprietà fisiche. Di conseguenza non possono essere ridotte al fisico.

Tutto questo sembra significare che l'universo potrebbe essere completamente differente da quello che è, ma funzionare comunque (avrebbe semplicemente leggi diverse della natura), mentre la nostra coscienza è la nostra coscienza e non può che essere così. Le cose che noi possiamo spiegare in termini di fatti fisici sono quelle del primo tipo.

La credenza fondamentale di Hilary Putnam era che lo stesso stato mentale possa essere completato da differenti stati fisici.

Per esempio, ciascuna persona ha un cervello differente, ma ogni persona ha gli stessi stati psicologici di "paura", "felicità", etc. Anche altri animali mostrano alcuni degli stessi stati. Putnam classificò stati mentali basati sulle loro funzioni, i.e. le loro funzioni causali senza il sistema mentale, non curante della loro struttura fisica. Stati fisici e mentali possono essere anche raggruppati in modi differenti.

Putnam suggerì che lo stato psicologico di un individuo fosse identificato con lo stato di una macchina (alla base, con un computer). Uno stato psicologico causerebbe altri stati psicologici in accordo con le operazioni della macchina. Credenza e desiderio corrisponderebbero a formule contenute in due registri di un computer. Algoritmi appropriati citerebbero quei contenuti per produrre azione.

Questa idea conduce a un caso speciale della teoria dell'identità, la teoria computazionale della mente.

La "teoria rappresentazionale della mente", sviluppata dal linguista americano Jerry Fodor, rappresenta un'evoluzione rispetto alle idee di Putnam. Fodor vuole dimostrare che la mente è un processore simbolico. La conoscenza del mondo è fissata in rappresentazioni mentali, e le rappresentazioni mentali sono simboli, che possiedono il loro ruolo causale in virtù delle loro proprietà sintattiche (i.e, in virtù del loro modo di essere utilizzati in operazioni di "computing"). La mente è dotata di un set di ruoli che operano su ciascuna rappresentazione. La vita cognitiva è la trasformazione di quei ruoli. La mente chiama in giudizio simboli in un modo puramente sintattico, senza essere a conoscenza di che cosa quei simboli significhino. Il comportamento è solo dovuto alle strutture sintattiche interne della mente. I simboli utilizzati per costruire rappresentazioni mentali appartengono al linguaggio del pensiero o "mentalese". Tali parole non possono far parte del linguaggio che noi parliamo, perché la vera abilità di parlare richiede l'esistenza di un linguaggio interno della rappresentazione. Tale linguaggio è una parte intrinseca del cervello ed è stato prodotto in qualche modo attraverso l'evoluzione. Una credenza, per esempio, è pronunciata come una sentenza nel linguaggio del pensiero, che risiede nell'area di credenza del cervello. ("io credo che il mio nome sia Piero" viene trasformato da una traslazione nel linguaggio del pensiero della frase inglese:"my name is Barbara").

Molti filosofi contemporanei, in particolare John Searle, sosterrebbero l'affermazione che i processi mentali sono causati dal cervello. E il concetto suona intuitivamente vero. Una più approfondita ricerca rivela quanto infondata sia questa visione e quanto ingannatrice possa essere per un ragionamento sulla coscienza. Il problema come spesso accade con i filosofi, è che l’affermazione è troppo informale per produrre una discussione formale e scientifica.

La mente è una fabbrica di illusioni. Essa crea la realtà più profonda in opposizione alla più esterna realtà del mondo. Noi vediamo colori e forme, percepiamo gli odori e i profumi, udiamo voci e suoni. Percepiamo lo scorrere del tempo. Ma l'universo è composto da particelle e onde. La mente traduce il mondo in sensazioni. Poi elabora le sensazioni per produrre pensieri, memoria , concetti, idee. Nessuno di questi è reale. È solo una gigantesca illusione. Non saremo mai sicuri se qualcosa esista davvero.

Poi la mente crea la coscienza, i.e. la consapevolezza di sentire quelle sensazioni e , soprattutto, la sensazione soggettiva di esistere. Può la coscienza essere la diretta conseguenza dell'esistenza di queste illusioni? Esiste  qualche essere vivente dotato di percezione sensoriale dotato anche di coscienza?

La scienza necessita di definizioni argute, attendibili, in special modo definizioni degli oggetti che studia. Sfortunatamente, la mente è una di quelle cose che noi intuitivamente, ovviamente conosciamo, ma, quando cerchiamo di formalizzare ci rendiamo conto di non conoscerla affatto. Il modo più comune per definire cosa sia la mente, è fare una lista delle facoltà cognitive: la mente è qualcosa che può imparare, ricordare, ragionare, ecc… La verità è che facendo così noi abbiamo solo spostato il livello: dobbiamo adesso definire la capacità di apprendere, la memoria, il ragionamento, ecc… Più scientifici cerchiamo  di essere più diamo definizioni che sono sempre più lontane da come vorremmo che fossero. Come abbiamo visto, molte cose (e certamente molti sistemi biologici ) possono essere definiti capaci di qualche capacità ci imparare, ricordare, ragionare, ecc… I cristalli mostrano potenti processi di organizzazione di se stessi.

La mente mortale è un sistema intellettuale temporaneo prestato agli esseri umani perché lo usino durante il periodo di una vita materiale, e secondo come impiegano questa mente essi accettano o respingono il potenziale dell’esistenza eterna. La mente è quasi tutto ciò che possedete della realtà universale che sia sottomesso alla vostra volontà, e l’anima – l’io morontiale – mostrerà fedelmente il frutto delle decisioni temporali che l’io mortale avrà preso. La coscienza umana riposa dolcemente sul meccanismo elettrochimico soggiacente e tocca delicatamente il sistema energetico morontiale-spirituale soprastante. Nel corso della sua vita mortale l’essere umano non è mai completamente cosciente di nessuno di questi due sistemi; perciò egli deve lavorare nella mente, di cui è cosciente. E non è tanto ciò che la mente comprende quanto ciò che la mente desidera comprendere che assicura la sopravvivenza; non è tanto ciò cui la mente assomiglia quanto ciò cui la mente si sforza di assomigliare che costituisce la sua identificazione con lo spirito. Non è tanto il fatto che l’uomo sia cosciente di Dio quanto che l’uomo aneli Dio che si traduce nell’ascensione dell’universo. Ciò che siete oggi non è così importante quanto ciò che state diventando giorno per giorno e nell’eternità.

La mente è lo strumento cosmico sul quale la volontà umana può suonare le dissonanze della distruzione, o dal quale questa stessa volontà può trarre le squisite melodie dell’identificazione con Dio e della conseguente sopravvivenza eterna. L’Aggiustatore conferito all’uomo è in ultima analisi impermeabile al male ed incapace di peccare, ma la mente mortale può essere effettivamente ingannata, distorta e resa malvagia e turpe dalle macchinazioni colpevoli di una volontà umana perversa ed egoista. Allo stesso modo questa mente può essere resa nobile, bella, vera e buona – effettivamente grande – in armonia con la volontà spiritualmente illuminata di un essere umano che conosce Dio.

La mente evoluzionaria è pienamente stabile e degna di fiducia solo quando si manifesta ai due estremi dell’intellettualità cosmica – quello totalmente meccanizzato e quello interamente spiritualizzato. Tra gli estremi intellettuali di puro controllo meccanico e di vera natura spirituale c’è quell’immenso gruppo di menti ascendenti in evoluzione la cui stabilità e tranquillità dipendono dalla scelta della personalità e dall’identificazione con lo spirito.

La mente è un fenomeno che connota la presenza e l’attività di un ministero vivente in aggiunta a vari sistemi d’energia; e ciò è vero a tutti I livelli dell’intelligenza. Nella personalità la mente interviene sempre tra lo spirito e la materia; per questo l’universo è illuminato da tre tipi di luce: luce materiale, perspicacia intellettuale e luminosità spirituale.



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venerdì 28 agosto 2015

VENDETTA o PERDONO



La persona che ha sofferto e vuole far provare la stessa sensazione a colui che l'ha fatto soffrire, in alcuni casi solo per regolare i conti (in genere se non intende avere più alcun rapporto con la persona per lui colpevole) in altri per far capire il dolore provato affinché non si ripeta più (generalmente in casi di interesse nel protrarsi del rapporto con l'altra persona ma appare evidente il danno che comunque una reazione del genere può produrre).
Quando ci si vendica siamo soddisfatti di esserci vendicati e  ci si sente gratificati da un senso di giustizia (che può essere vero o meno) oppure ci si pente di esserci vendicati rendendosi conto del male che ha creato e desidererebbe fare ammenda
In alcuni casi ci si rende conto che l'azione non ha cambiato la situazione e, se prima sentivamo il bisogno di vendicarsi, ora non proviamo più nemmeno quello e spesso si entra in una fase di depressione.
Da notare che non tutte le vendette sono finalizzate a fare del male, alcuni cercano di mandare un messaggio con la vendetta (nonostante l'ovvio errore di base e la difficoltà di comprensione da parte di chi la subisce) e che alcuni soggetti si vendicano solo se vedono l'intenzionalità nell'attacco dell'altra persona sorvolando gli "incidenti".

Vi sono delle persone che, quando hanno ricevuto un torto, lo ricordano a lungo e se, ci ripensano, il rancore si risveglia come fosse attuale. Quando ne parlano percepisci la loro collera e il loro desiderio di vendetta. Vi sono invece delle persone che hanno ricevuto torti anche più gravi, ingiustizie che hanno profondamente influenzato la loro vita, ma in loro a poco a poco il ricordo sbiadisce. Se gliene parlate ricordano i fatti ma non le emozioni provate e non sentono più il desiderio di giustizia, di rivalsa, di vendetta.

Coloro che ricordano i torti di solito sono personalità competitive e invidiose che stanno male se qualcuno li sopravanza o ha più successo, perché è come se lo togliesse a loro. Di solito sono critici, diffidenti, pronti all'accusa e allo scherno. Vedono dappertutto malvagità e complotti. Quando hanno un nemico provano un vero piacere a fargli del male, a farlo soffrire. Se qualcosa va loro male, se non hanno il successo che speravano, se non sono promossi alla carica che agognavano, trovano sempre un responsabile e se lo ricordano per tutta la vita. Non dimenticano e non perdonano.



Gli altri, quelli che non ricordano e non cercano la vendetta, possono essere ambiziosi, ma non sono mai competitivi e invidiosi. Non se la prendono con chi li sopravanza, con chi ha successo e se qualcuno li ostacola non gli viene neppure in mente di fargli del male. Quando non ottengono il risultato desiderato o quando perdono un lavoro o una carica non continuano a ripensarci e non cercano un colpevole. Così a poco a poco diluiscono il ricordo fra gli altri ricordi e dimenticano perfino le persone che hanno fatto loro intenzionalmente del male.

Coloro che dimenticano sono più numerosi di quelli che ricordano perché la mente umana spontaneamente tende a dimenticare. Chi ci fa ricordare gli odi, i rancori, le ingiustizie è la società. Il dovere della vendetta viene trasmesso ereditariamente nel clan e anche gli odi politici sono collettivi, rinnovati dalle commemorazioni, dalle manifestazioni. Poi alla fine anche su questi scende l'oblio, ma talvolta occorrono secoli.

La motivazione a vendicarsi è presente e radicata nell’animo umano da un punto di vista biologico, psicologico e culturale. Nel regno animale diversi studi condotti su primati hanno messo in evidenza il comportamento della vendetta tra scimpanzé dimostrando la primordialità del sentimento vendicativo (McCullough et al., 2009). Anche nella storia dell’uomo, anticamente, possiamo rintracciare il comportamento della vendetta codificato nella Legge del taglione secondo la quale chi subisce un danno ha il diritto di rispondere a sua volta con il medesimo comportamento che sia uguale all’offesa ricevuta.

A un’analisi più approfondita vediamo però che la vendetta e la volontà di rivalsa anche se sono sentimenti naturali e istintivi non portano ad un effettivo risarcimento dal torto subito: la vendetta, contrariamente a quanto si possa pensare non aiuta ad alleviare il dolore provato nell’aver subito un’ingiustizia in quanto la vittima si troverà a rimanere focalizzata sull’evento negativo accaduto, a pensare e ripensare continuamente a come potrebbe farla pagare al suo trasgressore, alimentando ulteriormente le emozioni negative sperimentate (rabbia, ostilità, risentimento). Inoltre se anche la vittima risponde a sua volta con un torto verso il trasgressore, per riparare e pareggiare i conti, difficilmente la vittima si sentirà ripagata come sperava ma si andrà invece ad innescare un circolo vizioso sena fine: con la vendetta il trasgressore iniziale si trasforma a sua volta in vittima che, a prescindere da quali sono state le azioni precedenti che possono avere in qualche modo giustificato la reazione vendicativa, sentirà la punizione come eccessiva, poiché il dolore soggettivo è sentito come maggiore rispetto al torto di cui si era reso responsabile inizialmente, innescando così in un circolo vizioso senza fine e inconcludente.




La vendetta quindi non determina una soluzione di un problema né comporta un sollievo ma acuisce ulteriormente la sofferenza psicologica. Un modo per uscire da questa spirale negativa potrebbe essere il perdono.

Definire il perdono non è semplice. Innanzitutto viene definito in relazione a ciò che non è: non si tratta di negare, minimizzare, scusare l’altro o dimenticare (Toussaint et al., 2012).  Si tratta di un costrutto complesso che implica aspetti emotivi, cognitivi e comportamentali (Worthington et al., 2007).

Il perdono è un complesso fenomeno affettivo, cognitivo e comportamentale, nel quale le emozioni negative e il giudizio verso il colpevole vengono ridotti, non negando il proprio diritto di sperimentarli, ma guardando al colpevole con compassione, benevolenza e amore (McCollough & Worthington, 1995).

Da questa definizione si può capire come il perdono è un processo che implica la consapevolezza da parte della vittima di aver subito un’ ingiustizia ma si sceglie volontariamente di superare la vendetta e di porsi in una posizione diversa.

Secondo Worthington (2007) due sono le tipologie di perdono: da un lato vi è il perdono decisionale ovvero la presa di decisione da parte del soggetto di controllare i propri comportamenti (aspetto cognitivo), dall’altro il perdono emotivo ovvero le emozioni che entrano in gioco durante il perdono in quanto nel perdonare si attiva una trasformazione delle emozioni: da negative come l’ostilità e la rabbia a positive quali compassione e empatia. Tutto ciò si ripercuote nel comportamento che verrà messo in atto.

La capacità di perdonare in ognuno di noi cambia nel corso della vita e non si mantiene stabile negli anni. Kohlberg (1976) distingue tre stadi di sviluppo del perdono in cui le ragioni per cui una persona è motivata a perdonare si diversificano a seconda del momento di vita (McCullough et al., 2009):

il perdono è possibile solo dopo che la vittima ha ottenuto vendetta, quindi ci deve essere prima una restituzione del torto subito che rende possibile il perdono;
il perdono è possibile in quanto ci sono delle regole morali, religiose e sociali che creano pressione e condizionano il soggetto nel modo di reagire a un’ingiustizia;
il perdono è utile in quanto permette di vivere in armonia nel contesto sociale e perdonare significa esprimere il proprio amore in modo incondizionato.
Quando si parla di capacità di perdonare non si fa riferimento solamente a quel comportamento, atteggiamento di compassione e benevolenza che la vittima di una ingiustizia decide volontariamente di riservare al trasgressore, ma riguarda anche il comportamento e l’atteggiamento che una persona può avere verso se stesso qualora sia il responsabile di un’azione dannosa verso altre persone. Bisogna distinguere infatti il perdono in relazione alla fonte della trasgressione: si può essere vittime di un torto e quindi in questo caso il perdono sarà rivolto verso terzi, ma si può anche essere i responsabili di un torto e sentirsi colpevoli del proprio comportamento, in questo caso il perdono deve essere rivolto a se stessi.



Non bisogna dimenticare che il responsabile di un comportamento dannoso per altri è una persona con emozioni e sentimenti, e spesso ci si può rendere responsabili di arrecare dolore ad altri in modo non intenzionale. In questi casi il trasgressore può sentirsi in colpa per quanto commesso e non perdonarsi di aver causato dolore. Esempi di questi casi si rintracciano proprio nei veterani di guerra i quali al rientro da una missione continuano a rimanere focalizzati sugli orrori della guerra di cui essi stessi sono i responsabili, anche se in maniera indiretta. L’incapacità di perdonare se stessi per aver commesso una trasgressione si associa a sentimenti molto dolorosi di colpa, vergogna, rammarico e imbarazzo mentre nella vittima che subisce un’ingiustizia le emozioni più frequenti sono rabbia e ostilità. Secondo alcuni studi queste due forme di perdono sarebbero connesse ovvero l’incapacità di perdonare gli altri sarebbe legata a una incapacità di perdonare se stessi (Berit et al., 2010).

A prescindere dalla fonte del perdono, diversi studi hanno messo in evidenza gli effetti del perdono e del non perdono sia sulla salute fisica che mentale.

L’interesse della psicologia per il perdono è andato aumentando negli ultimi decenni, in particolare a patire dagli anni ‘90 del secolo scorso quando diversi studi hanno iniziato a rilevare una stretta relazione tra perdono e benessere psicologico e per questo l’attenzione si è sempre più concentrata proprio sulla comprensione dei possibili benefici del perdono sulla salute psico-fisica. Saper perdonare potrebbe essere un mezzo per favorire il benessere psicologico, riducendo la spirale di emozioni negative che intervengono quando si subisce un torto, ovvero riducendo la ruminazione, il rancore, la rabbia e tutte quelle emozioni negative che non aiutano a superare positivamente un’ingiustizia subita ma al contrario ne peggiorano la salute psico-fisica.

Ovviamente non tutti sono disposti a perdonare. Perché ci sia vero perdono devono essere coinvolti tutti i sistemi: cognitivo, emotivo e comportamentale.

Dal punto di vista cognitivo ed emotivo, il perdono può avvenire solo dopo che vi sia stato un processo mentale capace di far tacere il risentimento, la rabbia, il desiderio di vendetta o di punizione della persona che ha perpetrato l’offesa. Il gesto del perdono è solo l’ultimo atto che riguarda questo lungo e complesso processo di elaborazione di un evento negativo accaduto.

Essere capaci di perdonare si associa a minori livelli di depressione e di ansia (Touissaint et al., 2012), di ideazione paranoide, di psicoticismo, di senso di inferiorità o di inadeguatezza. L’incapacità di perdonare se stessi si associa invece a un peggior benessere psicologico, disturbo da stress post-traumatico, depressione, ansia (Witvliet et al., 2004; Dixon et al., 2014).

Perdonare l’altro di quanto accaduto aiuterebbe la vittima a superare veramente la trasgressione e il dolore connesso, evitando la ruminazione ossessiva sull’evento accaduto (Thompson et al., 2012). La ruminazione infatti è una strategia di fronteggiamento dello stress maladattiva, che si associa negativamente al perdono, sia di sé che degli altri (Dixon et al., 2014).

Un interessante modello sulla relazione tra incapacità di perdonare, ruminazione e sintomi depressivi è stato avanzato da Touissant & Webb (2005) in cui si suggerisce una relazione indiretta tra non-perdono e scarsa salute psicologica, mediata appunto dalla ruminazione. La ruminazione, il pensare continuamente al passato e ai propri errori gioca quindi un ruolo centrale nel mediare il rapporto negativo tra capacità di auto-perdono e benessere psicologico (Touissaint et al., 2001).



Secondo il modello l’incapacità di perdonare se stessi si associa, in modo indiretto, a maggiori sintomi depressivi, alienazione sociale e mancanza di sostegno da altre persone (Berit et al., 2010) e aumenterebbe il rischio di mortalità (Hirsch et al.,2011).

Tra i meccanismi che sembrano mediare questo rapporto vi sarebbe il perfezionismo e l’incapacità di accettare le proprie imperfezioni. Due forme di perfezionismo, una maladattiva (autovalutazione di se negativa) e una invece adattiva (coscienziosità, scrupolosità), possono essere presenti e associarsi in modo diverso alla psicopatologia. La forma maladattiva si associa a depressione, mentre la seconda è una forma di perfezionismo più positiva e adattiva, ovvero quella che sostiene, ad esempio, la motivazione a raggiungere successi scolastici (Dixon et al., 2014). Il perfezionismo è un costrutto molto complesso che presenta diverse dimensioni e non può essere considerata in modo univoco come una caratteristica totalmente positiva o totalmente negativa.
Lo studio di Dixon (2014) ha indagato in modo particolare la possibile relazione tra perfezionismo, ruminazione e benessere/malessere psicologico rilevando che la forma di perfezionismo maladattiva correla in modo indiretto con la capacità di perdonarsi, mediato oltre che dalla ruminazione anche dalla accettazione di sé: maggiore è la tendenza al perfezionismo (nel senso di autovalutazione negativa), maggiori saranno i livelli di ruminazione, associato a una minore capacità di auto-accettarsi e auto-perdonarsi.
L’incapacità di perdonare se stessi è stata rilevata in diversi studi su soggetti reduci di guerra, veterani che non riuscivano a perdonarsi di aver commesso delle violenze verso altre persone legate al loro impegno in scenari di guerra. Tra i soldati che avevano sviluppato un Disturbo Post Traumatico da Stress si sono riscontrati infatti livelli molto bassi di auto-perdono (Berit et al., 2010), oltre a livelli elevati di depressione e ansia (Witvliet et al., 2004).

La capacità di perdonare oltre a mostrare benefici sul benessere psicologico, sembra avere effetti positivi anche sulla salute fisica. Diversi studi hanno infatti dimostrato come lo sperimentare per lungo tempo emozioni negative quali rabbia, ostilità, risentimento aumenti l’incidenza di disturbi cardiovascolari (Friedberg et al., 2009). Friedman e Rosenman (1974) furono i primi a notare come le persone con un disturbo cardiovascolare fossero accomunate da un aspetto caratteriale, ovvero una ostilità liberamente fluttuante, ostilità pervasiva e duratura che si attiva in risposta anche a stimoli banali in diverse situazioni quotidiane (Grandi et al., 2011). Il modo in cui il perdono potrebbe promuovere la salute psicologica è proprio attraverso la riduzione di rabbia e ostilità favorendo emozioni positive quali compassione, benevolenza e amore.

Se da un lato pensare continuamente la possibile vendetta, rimanendo per lungo tempo focalizzati sull’evento negativo può aiutare il soggetto a nascondere il sentimento di perdita e di depressione che possono emergere quando si viene lesi moralmente, nel lungo termine non aiuta il soggetto a superare il trauma (Stoia-Caraballo et al., 2008).

La depressione infatti può emergere proprio in conseguenza dei sentimenti di perdita e di tristezza provati successivamente la trasgressione, come risultato di valutazioni cognitive negative sull’evento.

La rabbia e l’ostilità rappresentano importanti fattori di rischio per la mortalità a causa dell’aumento della pressione sanguigna che si registra durante tali emozioni negative, aumentando la probabilità di sviluppare, nel lungo termine ipertensione e malattie coronariche. In uno studio sperimentale condotto da Witvliet et al. (2001) sono stati messi a confronto due gruppi di soggetti e a entrambi è stato chiesto di immaginare quale sarebbe stata la loro reazione, la loro risposta ad un torto subito. Nello specifico è stato chiesto loro se avrebbero perdonato o meno il trasgressore: coloro che immaginavano di perdonare colui che li aveva offesi mostravano livelli di stress fisiologici più bassi (frequenza cardiaca e pressione arteriosa) rispetto a chi invece non perdonava il torto subito (Worthington et al., 2007).

La ruminazione continua su un evento in cui si è sperimentato rabbia comporta anche un cambiamento nella qualità del sonno: diversi studi hanno messo in evidenze come tra le persone con disturbi del sonno vi fossero livelli di ruminazione alti (Stoia-Caraballo et al., 2008). Anche una qualità del sonno scarsa va ad incidere negativamente sullo stato di salute generale del soggetto.

Dagli studi analizzati emerge coma la capacità di perdonare rappresenta una modalità positiva e adattiva di affrontare situazioni di vita dolorose ed evitare che tali situazioni intrappolino il soggetto in un vortice di emozioni negative che compromettono poi la salute e il benessere della persona.

Attraverso un percorso di psicoterapia il soggetto può essere aiutato nel modo di affrontare le situazioni e di reagire ad esse: non necessariamente di fronte a un torto subito si deve reagire con la vendetta, così come non necessariamente il soggetto colpevole di avere arrecato dolore deve continuare a colpevolizzarsi e autocriticarsi continuamente. E’ possibile prendere un’altra strada: da un lato cercare di empatizzare e di essere benevoli con il trasgressore, così da superare l’ingiustizia subita e interrompere il circolo vizioso della ruminazione rabbiosa. Dall’altro accettare di essere imperfetti e che nella vita si possono commettere degli errori. Non si può tornare indietro ed evitare quanto accaduto, è possibile solo accettarsi nella propria vulnerabilità e perdonarsi.

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