Visualizzazione post con etichetta manzoni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta manzoni. Mostra tutti i post

venerdì 10 luglio 2015

I PROMESSI SPOSI



I promessi sposi è il celebre romanzo storico di Alessandro Manzoni ed è stato preceduto dal Fermo e Lucia, spesso considerato romanzo a sé, fu edito in una prima versione nel 1827 (detta edizione ventisettana); rivisto in seguito dallo stesso autore, soprattutto nel linguaggio, fu ripubblicato nella versione definitiva fra il 1840 e il 1841-42 (edizione quarantana).

Ambientato dal 1628 al 1630 in Lombardia durante il dominio spagnolo, fu il primo esempio di romanzo storico della letteratura italiana. Secondo un'interpretazione risorgimentista, il periodo storico era stato scelto da Manzoni con l'intento di alludere al dominio austriaco sul nord Italia. Quella che Manzoni vuole descrivere è la società italiana di ogni tempo, con tutti i suoi difetti che tuttora mantiene.

Il romanzo si basa su una rigorosa ricerca storica e gli episodi del XVII secolo, come ad esempio le vicende della Monaca di Monza e la grande peste del 1629-1631, si fondano tutti su documenti d'archivio e cronache dell'epoca. Manzoni per il suo romanzo prende come base la religione cattolica, infatti, uno dei "personaggi" principali che viene nominato raramente all'interno della vicenda (anche se importantissimo, se si vuole capire l'aspetto religioso) è la Provvidenza, la mano di Dio che tutto volge verso il bene. Si sbaglia quando si considerano Renzo e Lucia (i personaggi principali del romanzo) unici protagonisti.

L'interesse per la storia e per i problemi morali ad essa collegati ha sempre animato l'attività letteraria di Manzoni, diventandone l'elemento fondamentale almeno fin dall'abbandono delle poetiche neoclassiche: ciò è connesso con l'inclinazione ad una letteratura impegnata, volta ad affrontare delicate tematiche sociali, nel solco della tradizione dell'Illuminismo lombardo in cui lo scrittore si era formato e alla quale rimase fedele per tutta la vita. Inizialmente gli scritti di argomento storico o morale affiancano la stesura delle opere letterarie che mescolano storia e invenzione, come la nota che precede il Conte di Carmagnola in cui Manzoni traccia in sintesi la biografia del Bussone e ne sostiene con convinzione l'innocenza (studi recenti hanno però sollevato dubbi su questo aspetto); funzione analoga ha anche il Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia (1822), che ovviamente è parallelo alla pubblicazione dell'Adelchi e documenta lo scenario storico in cui è ambientata la tragedia. In questo trattato Manzoni prende le distanze dalla storiografia tradizionale che, a suo dire, si è interessata esclusivamente dei grandi e dei potenti, mentre compito dello storico dovrebbe essere scrivere le vicende degli umili e degli oppressi; egli riafferma inoltre il ruolo positivo avuto dalla Chiesa e dal Papato nel prendersi cura, durante i secoli bui del Medioevo, delle masse popolari che hanno subìto la tirannia di dominatori quali Longobardi e Franchi, la cui posizione è drasticamente ridimensionata in polemica con una certa storiografia che invece ne sottolineava i meriti politici. Punto di vista assai simile era espresso anche nel saggio Osservazioni sulla morale cattolica (1819), in cui Manzoni contestava l'opinione dello storico ginevrino Sismondi (espressa nell'opera Histoire des Républiques italiennes du Moyen-Âge, edita nel 1818) secondo cui la decadenza politica dell'Italia nell'età della Controriforma era causa della Chiesa cattolica, il cui ruolo viene invece rivalutato dallo scrittore.
L'opera storiografica più interessante dell'autore resta comunque (dopo la Storia della colonna infame, pubblicata in appendice all'edizione 1840-42 del romanzo) il Saggio incompiuto sulla Rivoluzione francese, abbozzato fra 1860-1864 e rielaborato negli ultimi mesi di vita, per essere pubblicato postumo nel 1889. L'opera (il cui titolo completo doveva essere La rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859. Osservazioni comparative) parte dal presupposto che nessun popolo ha il diritto di rovesciare con un atto violento il governo di un sovrano legittimamente in carica, quand'anche esso si sia macchiato di gravi colpe, dunque il fine dell'autore è condannare la Rivoluzione francese come atto illegale e foriero di gravissime violenze e delitti, in contrapposizione al processo legale e relativamente pacifico che portò nel 1859-60 all'unificazione nazionale italiana. Tale paragone è ovviamente molto forzato e inverosimile (il che spiega, forse, perché l'opera sia stata abbandonata dall'autore prima di affrontare la seconda parte), tuttavia lo scritto è interessante per la condanna senz'appello delle violenze giacobine durante il Terrore e perché esprime bene il pensiero politico dello scrittore che, peraltro, è visibile anche nel romanzo, ovvero quello di un conservatore che nutre grande sfiducia per il popolo e le rivolte violente, mentre l'unica soluzione è un processo riformatore dall'alto che agisca in modo "illuminato" (è evidente la matrice settecentesca delle idee manzoniane sotto questo aspetto).

La prima idea del romanzo risale al 24 aprile 1821, quando Manzoni cominciò la stesura del Fermo e Lucia, componendo in circa un mese e mezzo i primi due capitoli e la prima stesura dell'Introduzione. Interruppe però il lavoro per dedicarsi al compimento dell'Adelchi, al progetto poi accantonato della tragedia Spartaco, e alla scrittura dell'ode Il cinque maggio. Dall'aprile del 1822 il Fermo e Lucia fu ripreso con maggiore lena e portato a termine il 17 settembre 1823 (sarebbe stato pubblicato nel 1915 da Giuseppe Lesca col titolo Gli sposi promessi). In questa prima redazione è presente, in nuce, la trama del romanzo.
Tuttavia, il Fermo e Lucia non va considerato come laboratorio di scrittura utile a preparare il terreno al futuro romanzo, ma come opera autonoma, dotata di una struttura interna coesa e del tutto indipendente dalle successive elaborazioni dell'autore. Rimasto per molti anni inedito, il Fermo e Lucia viene oggi guardato con grande interesse. Anche se la tessitura dell'opera è meno elaborata di quella de I promessi sposi, nei quattro tomi del Fermo e Lucia si ravvisa un romanzo irrisolto a causa delle scelte linguistiche dell'autore che, ancora lontano dalle preoccupazioni che preludono alla terza ed ultima scrittura dell'opera, crea un tessuto verbale ricco, dove s'intrecciano e si alternano tracce di lingua letteraria, elementi dialettali, latinismi e prestiti di lingue straniere.
Anche i personaggi appaiono meno edulcorati e forse più pittoreschi di quella che sarà la versione definitiva. Sullo sfondo la Lombardia del XVII secolo è dipinta come scenario non pacificato, il cui potere politico coincide con l'arbitrio del più forte, la cui ragione (come insegna La Fontaine) è sempre la migliore. Romanzo dell'arbitrio e della violenza, mostra l'eterna oppressione dei potenti nei confronti degli "umili", riprendendo il tema già presente nell'Adelchi dei "due popoli", quello degli oppressi e quello degli oppressori, vicenda eterna di ogni tempo.

Una seconda stesura dell'opera (la cosiddetta ventisettana, che è la prima edizione a stampa) fu pubblicata da Manzoni nel 1827, con il titolo I promessi sposi, storia milanese del sec. XVII, scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni, e riscosse notevole successo. La struttura più equilibrata (quattro sezioni di estensione pressoché uguale), la decisa riduzione di quello che appariva un "romanzo nel romanzo", ovvero la storia della Monaca di Monza, la scelta di evitare il pittoresco e le tinte più fosche a favore di una rappresentazione più aderente al vero sono i caratteri di questo che è in realtà un romanzo diverso da Fermo e Lucia.

Manzoni non era, tuttavia, soddisfatto del risultato ottenuto, poiché il linguaggio dell'opera era ancora troppo legato alle sue origini lombarde. Nello stesso 1827 egli si recò, perciò, a Firenze, per "risciacquare - come disse - i panni in Arno", e sottoporre il suo romanzo ad un'ulteriore e più accurata revisione linguistica, ispirata al dialetto fiorentino considerato lingua unificatrice.

Tra il 1840 e il 1842, Manzoni pubblicò quindi la terza ed ultima redazione de I promessi sposi, la cosiddetta Quarantana, cui oggi si fa normalmente riferimento. Il proliferare di edizioni abusive, dovuto al grande successo dell'opera, spinse Manzoni a dotare l'edizione di alcune attrattive in più: un corredo di illustrazioni, l'utilizzo della carta e dell'inchiostro migliori e l'aggiunta, in allegato, di un romanzo del tutto nuovo, Storia della colonna infame. Per le illustrazioni, Manzoni pensò dapprima a Francesco Hayez, che ne inviò due a Parigi, «ove vennero incise nel bosso da Lacoste, e, per parere concorde, furono scartate. In seguito l'Hayez declinò l'offerta adducendo come scusa che un simile lavoro gli avrebbe rovinata la vista». Lo scrittore chiese quindi aiuto in Francia all'amica Bianca Milesi Mojon, che si rivolse al pittore francese Louis Boulanger. Nemmeno questo tentativo, testimoniato da un solo disegno, si rivelò fruttuoso. Quando Francesco Gonin, giovane e promettente pittore piemontese, fu ospitato a Milano da Massimo d'Azeglio, il Manzoni riconobbe in lui la persona giusta. Concluso l'accordo, Gonin si mise all'opera.

Il suo lavoro convinse pienamente l'autore, che con il Gonin intrattenne nei primi mesi del 1840 una fitta corrispondenza. Il rapporto fra i due è di grande intesa, lo scrittore guida la mano del pittore nella composizione di questi quadretti. La forza espressiva delle litografie è notevole, al lettore si rivela un mondo vastissimo di volti e fisionomie sempre diverse; personaggi che passano dal solenne al grottesco, dall'ascetico al torbido, in una composizione che non trascura mai una certa accattivante ironia. Su quest'ultimo punto si consideri, ad esempio, la vignetta che chiude l'introduzione, dove è di scena lo stesso scrittore, in camicione da notte e pantofole, mentre sfoglia davanti ad un rassicurante camino un librone, che potrebbe essere tanto il resoconto secentesco della vicenda, quanto il romanzo che chi legge ha sotto gli occhi in quel momento.

La più recente critica manzoniana, si pensi solamente a Ezio Raimondi o a Salvatore Silvano Nigro, ha lungamente sottolineato il valore esegetico di questo apparato di immagini, vero e proprio paratesto alla narrazione delle vicende matrimoniali dei due protagonisti. Le moderne edizioni, che non si rifanno ai criteri della stampa anastatica, privano i lettori di uno strumento essenziale alla comprensione del testo. Oggi sfugge anche ai più colti fruitori dell'opera di Manzoni che uno dei nodi principali de I promessi sposi consiste proprio nel rapporto che intercorre fra lettera e immagine.

Aver trovato l'illustratore non era tuttavia sufficiente: era necessario anche un buon incisore. Per tramite del pittore e incisore Giuseppe Sacchi, Manzoni riuscì a far venire dalla Francia i transalpini Bernard e Pollet e l'inglese Sheeres. La direzione del lavoro fu affidata al Gonin, incaricato di valutare e approvare le incisioni. Siccome queste ultime andavano a rilento, l'autore fece pressione sul Sacchi perché venissero inviati d'oltralpe altri collaboratori, e fu accontentato con l'arrivo dei francesi Victor e Loyseau. A questo punto Manzoni poté pensare al contratto con gli stampatori Redaelli e Guglielmini, firmato il 13 giugno 1840.

Secondo un tipico cliché della narrativa europea fra Settecento e Ottocento che l'influenza de I promessi sposi avrebbe rilanciato, il narratore prende le mosse da un manoscritto anonimo del XVII secolo, che racconta la storia di Renzo e Lucia. Nulla sappiamo dell'autore di questo manoscritto, salvo che ha conosciuto da vicino i protagonisti della vicenda, e non si esclude che lo stesso Renzo possa aver reso edotto questo curioso secentista lombardo della sua storia. Il tòpos della trascrizione della vicenda narrata da un testo o trascritta dalla voce diretta di uno dei protagonisti permette all'autore di giocare sull'ambiguità stessa che sta alla base del moderno romanzo realistico-borghese, ovvero il suo essere un componimento di fantasia che, spesso, non disdegna di proporsi ai suoi lettori come documento storico reale ed affidabile.

Conclude il testo la Storia della colonna infame, in cui Manzoni ricostruisce il clima di intolleranza e ferocia in cui si svolgevano gli assurdi processi contro gli untori, al tempo della peste raccontata del romanzo. Secondo alcuni studiosi, non sarebbe un'appendice ma il vero finale del romanzo, come dimostrerebbe l'impaginazione stessa, stesa dallo stesso Manzoni. Interessante anche l'analisi narratologica dell'opera manzoniana, da cui si comprende la distanza esistente fra narratore ed autore.

Nella narrazione l'intreccio si discosta poco dalla fabula e solo quando la trama lo richiede. Ciò accade per esempio quando l'autore tratta parallelamente le vicende di Renzo e Lucia, le vicende storico-sociali (carestia, guerra, peste) o quando compie delle analessi per le biografie di fra Cristoforo (capitolo IV), della monaca di Monza (cap. IX-X), dell'Innominato (Cap. XIX) e del cardinale Federigo Borromeo (Cap. XXII). L'Autore poi, per narrare le vicende, si affida ad un "narratore eterodiegetico" (esterno) e "onnisciente" il quale conosce tutto della storia.

Il narratore partecipa ai fatti, li spiega, li commenta, inserendovi proprie considerazioni e riflessioni, usando spesso anche l'ironia. Alcune volte sono presenti altre voci narranti di secondario grado, in particolare quella dell'ipotetico autore del manoscritto seicentesco. Il ritmo narrativo è costituito da rallentamenti e accelerazioni con l'uso di diverse tipologie di sequenze (narrative, dialogiche, espositive, descrittive, riflessive).

La genesi interna del romanzo I promessi sposi è costituita dalle idee di partenza, dall'ideologia di base che la poetica di Manzoni doveva propagandare. È stata evinta soprattutto grazie alle lettere che lo stesso scrisse mentre stava preparando le diverse edizioni. Il romanzo era fondato, infatti, su tre perni principali:

Il vero per soggetto: l'autore mette al centro la ricostruzione storica degli eventi che caratterizzarono quei luoghi a quel tempo.
L'utile per scopo: l'opera deve mirare ad educare l'uomo ai valori che Manzoni vuole diffondere.
L'interessante per mezzo: l'argomento del romanzo deve essere moderno, popolare, e quindi avere forti legami con la realtà contadina ed operaia.
La genesi esterna, invece, comprende tutte le letture e gli autori che hanno ispirato Manzoni. Tra le principali abbiamo l'Ivanhoe di Walter Scott da cui l'autore prende l'ispirazione per la tipologia del romanzo che sarà a sfondo storico, la Storia Milanese (del 1600) di Giuseppe Ripamonti, da cui l'autore prende, appunto, la maggior parte degli avvenimenti storici che verranno intrecciati con le vicende dei personaggi. Altre fonti sono le opere dell'economista Melchiorre Gioia e del cardinale Federico Borromeo al cui scritto De Pestilentia Manzoni si ispirò per l'episodio della madre di Cecilia.

Secondo il critico Giovanni Getto una fonte per l'opera manzoniana potrebbe essere stata anche la Historia del Cavalier Perduto, romanzo erotico - cavalleresco del XVII secolo scritto dal vicentino Pace Pasini. Il prof. Claudio Povolo dell'Università di Venezia con recenti documentati studi ha dimostrato che una ulteriore fonte del romanzo potrebbe essere la storia di Paolo Orgiano, signorotto di Orgiano (Vicenza), violento, rapitore di donne, condannato al carcere a vita nel processo del 1607. Molte sono le analogie con la vicenda descritta nei Promessi sposi.

Molti personaggi e situazioni del romanzo manzoniano presentano analogie con precedenti opere della letteratura europea. L'argomento è trattato molto esaurientemente anche dal critico Giovanni Getto nel suo libro Manzoni europeo. Per limitarsi ad alcuni cenni, c'è da rilevare una evidente analogia fra il capolavoro manzoniano e i romanzi dello scozzese Walter Scott iniziatore del romanzo storico. Manzoni però elimina gli aspetti favolosi presenti nelle opere di Scott (per esempio, in Ivanhoe nel primo capitolo si parla del "favoloso dragone Wantley" e di "riti della superstizione druidica" ).

Esistono rapporti con il gusto inglese del “quotidiano”, tipico del romanzo borghese dell'Inghilterra sette-ottocentesca, gusto trasferito dal Manzoni sul mondo popolare. Riguardo all'Innominato, sono state notate analogie col mito satanico del "grande ribelle", personaggio titanico e individualista presente in certi poeti romantici inglesi e tedeschi come Schiller e Byron (ad esempio ne I Masnadieri di Schiller e ne Il Corsaro di Byron).

Egidio e, in minor misura, don Rodrigo richiamano gli eroi libertini del Settecento francese, moralmente anticonformisti, dissacratori della tradizione e rinnegatori della virtù nell'esaltazione del desiderio, degli istinti naturali, come i protagonisti dei romanzi del Marchese De Sade (Storia di Juliette, Justine o le disavventure della virtù). Lucia è la giovane innocente e virtuosa, perseguitata come Clarissa Harlowe dell'omonimo romanzo di Samuel Richardson, inoltre il suo rapimento si può avvicinare a quello di lady Rowena descritto da Walter Scott in Ivanhoe. Il rapimento di Lucia e la sua prigionia nel tetro castello dell'Innominato nonché la descrizione del castello e del suo ambiente (capitolo XX) richiamano analogie con il romanzo gotico, il genere “nero” inglese del Settecento: The monk di Matthew Gregory Lewis, The castle of Otranto di Horace Walpole, The Mysteriers of Udolpho di Ann Radcliffe.

Per la storia di Gertrude si è trovato un riferimento nel romanzo La monaca di Diderot: è la storia della monacazione forzata di una figlia della ricca borghesia. Nel romanzo di Diderot c'è però una avversione contro le istituzioni ecclesiastiche, risalente all'Illuminismo, che è assente in Manzoni. Inoltre si rileva una descrizione più positiva in Diderot in cui manca la cupezza tragica di Manzoni. Sono riscontrabili echi dal romanzo epistolare Giulia o la nuova Eloisa di Jean-Jacques Rousseau: la descrizione del paesaggio del lago di Ginevra (v. il lago di Como nel romanzo manzoniano), la figura di Giulia (lettera XVIII, III parte) che richiama quella di Lucia. Le avventure di Renzo sono accostabili a quelle del picaro dei romanzi picareschi spagnoli del XVI e XVII secolo.

I Promessi Sposi sono una vicenda di umili. Si attua un capovolgimento della storia: gli umili sono i veri protagonisti. Lucia Mondella è una contadina umile, riservata e dotata di grande fede religiosa. Renzo Tramaglino ha le doti di un uomo di popolo: bontà, giustizia, religiosità, liberalità, ingenuità. Gli umili sono i protagonisti della storia, non come eserciti o gruppi sociali, ma ciascuno per sé, con il suo gruzzolo di sentimenti e di idee e le sue opere buone. Intorno ai due protagonisti, Renzo e Lucia, è presente un mondo di esseri semplici, contadini, artigiani, barcaioli, barrocciai, sempre pronti al bene nei pensieri e nelle opere.

C'è, nel romanzo, la vita del villaggio, con i suoi interni squallidi e le campagne, bruciate dalla siccità. Ogni vicenda storica è vista in quanto aderisce alla vita degli umili, li agita, procura loro sofferenza. È questa novità di un giudizio morale che esce da tutte le norme e le convenzioni ed attua il paradosso del Vangelo, che dà al romanzo la sua sostanza religiosa e rivoluzionaria. Il romanzo ha uno sfondo popolano dove gli umili sono solidali nella sventura. La stessa pietà per gli oppressi vi è contenuta, dissimulata dal sorriso con cui sono contemplate le loro debolezze ed errori. Non vi sono solenni quadri storici, ma è presente la fisionomia varia e minuta di un'epoca.

I grandi personaggi sono in funzione subordinata: protettori dei deboli (Federigo Borromeo, fra Cristoforo) o incarnano gli aspetti negativi di un secolo (don Rodrigo, Azzeccagarbugli, conte Attilio, conte Zio, padre provinciale). I reggitori del destino dei popoli sono macchiette insignificanti: capitani di ventura, sovrani, ministri, il conte duca d'Olivares, Ferrer, il vicario di provvisione. Il romanzo manzoniano è stato sempre considerato dalla critica tradizionale il romanzo della Provvidenza divina. L'intervento di Dio è vivo in tutto il romanzo, ma avvertito con la fede semplice degli umili: "quel che Dio vuole, Lui sa quel che fa; c'è anche per noi"; "lasciamo fare a Quel lassù"; "tiriamo avanti con fede, Dio ci aiuterà".

In quanto romanzo storico e "sociale", i Promessi sposi delineano un quadro completo delle gerarchie tra le diverse classi sociali nella società lombarda del Seicento e delle attività che le caratterizzano. L'autore scrive (cap. I, 303-304): «Il clero vegliava a sostenere e ad estendere le sue immunità, la nobiltà i suoi privilegi, il militare le sue esenzioni. I mercanti, gli artigiani erano arrolati in maestranze e in confraternite, i giurisperiti formavano una lega, i medici una corporazione». Dato che il romanzo ha un carattere volutamente popolare, Manzoni è attento a figure della piccola borghesia (mercanti e artigiani) e degli strati più umili della società (contadini e operai).

Il Manzoni ha la facoltà sovrana del poeta di vedere e suggerire, senza guastarle esprimendole, le segrete affinità tra l'anima e il mondo e le misteriose influenze dell'uno sull'altra, è tra i nostri poeti uno di quelli che ebbero più profondo e religioso il sentimento della natura e che in questa sentirono meglio Dio. Domina nello sfondo del romanzo il paesaggio familiare di Lombardia, con i suoi cieli, i suoi monti, le sue acque, la sua mite luce autunnale: «Quel cielo di Lombardia così bello quand'è bello, così splendido, così in pace» (Cap. XVII, 209). Il paesaggio è calato nella realtà storica ed umana del romanzo. La sobrietà delle descrizioni è il risultato di uno scarnimento ricco di possibilità liriche ed evocative; i passi descrittivi sono trascrizioni di un momento di vita interiore. Il paesaggio è sempre smorzato e triste, in armonia con il tono del racconto.

L'autore non si diffonde in descrizioni paesistiche, tuttavia l'aria del paese natìo circola in tutti i capitoli, evocata dalle azioni degli uomini. Nei riquadri paesistici spesso s'insinua una musica elegiaca, che nasce dalla riverenza con cui il poeta si accosta agli aspetti della natura. In effetti, l'intero incipit dell'opera è una dettagliata descrizione del paesaggio del Lecchese, fino poi a inquadrare la figura di Don Abbondio, e quindi dei due bravi, puntando finalmente sulle persone anziché sui luoghi.

Manzoni segue la concezione, propria del Romanticismo, di un paesaggio proiezione di emozioni, sensazioni, stati d'animo dei personaggi.

Il romanzo si apre con una finzione letteraria: la trascrizione dell'inizio di un manoscritto (una Historia) di un romanzo del Seicento, nello stile altisonante e ampolloso proprio della lingua del tempo ("questo dilavato e graffiato autografo"). In esso è scritto che, mentre la Storia ufficiale si occupa solo dei grandi avvenimenti e dei personaggi famosi, il nostro Autore vuole raccontare la storia di umili persone del popolo. Tale finzione o "falso" letterario serve a inquadrare le vicende narrate in uno sfondo storico. Si crea così una duplice prospettiva nella quale vengono visti gli avvenimenti: una secondo i fatti narrati, attribuiti all'autore del manoscritto; l'altra secondo i commenti e le riflessioni del romanziere sulle vicende trattate.

L'intonazione del passo iniziale è sentimentale e nostalgica, pur nella sua concretezza descrittiva. L'atteggiamento psicologico ed artistico di Manzoni è di chi rivede i luoghi cari della sua infanzia e li ricostruisce amorosamente in tutti i loro particolari. L'aggettivo dimostrativo iniziale ("Quel") esprime con efficace evidenza il senso del ricordo. Nella descrizione c'è una pittoricità a larghe tinte, che si fa via via sempre più minuziosa; nella solitudine dei luoghi è come il vagheggiamento dell'anima. Lo scrittore passa, con tecnica che si può dire cinematografica, dall'ampiezza ed indeterminatezza delle prime immagini (il ramo del lago "che volge a mezzogiorno", le "due catene non interrotte di monti") ad un successivo articolarsi di particolari, resi con immediatezza e freschezza quasi fotografiche.

C'è freschezza di acquerello nel quadro del lago e domina sempre il gusto dello spettacolo panoramico, un'atmosfera idillica di silenzio e di solitudine alpestre («Dove un pezzo, dove un altro, dove una lunga distesa di quel vasto e variato specchio dell'acqua, di qua lago....di là braccio di fiume, poi lago, poi fiume ancora...»). Il gusto dello spettacolo panoramico è per esempio ben evidente quando Manzoni scrive: «Il luogo stesso da dove contemplate que' vari spettacoli, vi fa spettacolo d'ogni parte...». Lo scenario della natura si restringe poi per mostrarci il mondo irrequieto e travagliato degli uomini («Per una di queste stradicciole tornava bel bello...»).

La vicenda è ambientata in Lombardia tra il 1628 e il 1630, al tempo della dominazione spagnola. I protagonisti sono Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, due giovani operai tessili che vivono in una località del lecchese, nei pressi del lago di Como, allo sbocco del fiume Adda. Il romanzo ebbe un impatto tanto forte sull'immaginario collettivo italiano che si volle per forza identificare il "paesello" dei Promessi Sposi e così, dopo i più capziosi ragionamenti, si scelsero due quartieri di Lecco, Olate ed Acquate che, ancora oggi, si contendono questo ruolo. Di fatto Manzoni non si riferiva a luoghi precisi e nel romanzo gli unici indicati chiaramente sono il quartiere lecchese di Pescarenico, dove si trovava il convento di Padre Cristoforo, e il castello della guarnigione spagnola, posto in riva al lago.

Ogni cosa è pronta per il matrimonio di Renzo e Lucia quando un signore del luogo, Don Rodrigo, scommette con il cugino Attilio che riuscirà a concupire Lucia. Perciò il curato del paese, don Abbondio, incaricato di celebrare il matrimonio, viene minacciato durante la sua solita passeggiata serale da due bravi di don Rodrigo, affinché non sposi i giovani. In preda al panico, don Abbondio cede subito. Il giorno dopo imbastisce delle scuse a Renzo per prendere tempo e rinviare il matrimonio, non esitando ad approfittare della sua ignoranza per utilizzare come spiegazione frasi in latino.

Renzo però, parlando con Perpetua, la domestica di don Abbondio, capisce che qualcosa non va e la costringe a rivelare la verità. Si consulta così con Lucia e con sua madre, Agnese, e insieme decidono di chiedere consiglio a un avvocato, detto Azzecca-garbugli; questi, inizialmente, crede che Renzo sia un bravo, e come tale è disposto ad aiutarlo, ma appena capisce la situazione scaccia precipitosamente il giovane. Così i tre si rivolgono a padre Cristoforo, loro "padre spirituale", cappuccino di un convento poco distante. Il frate decide di affrontare don Rodrigo e si reca al suo palazzo, ma quegli accoglie con malumore il frate, intuendo il motivo della visita; Cristoforo tenta di farlo recedere dal suo proposito, ma viene cacciato via in malo modo.

La forza evangelica di fra Cristoforo, straordinariamente accresciuta dalla provocazione, la sua semplice e terribile minaccia determinano nella coscienza addormentata di don Rodrigo un segno visibile di un remoto risveglio. La sua violenza persuasiva ed ispirata spalanca per un istante all'atterrito antagonista le porte della vera, autentica vita.

Intanto Agnese propone ai due promessi un matrimonio a sorpresa, pronunciando davanti al curato le frasi rituali alla presenza di due testimoni. Con molte riserve da parte di Lucia, il piano viene accettato, quando fra Cristoforo annuncia il fallimento del suo tentativo di convincere don Rodrigo. Intanto don Rodrigo medita il rapimento di Lucia e una sera alcuni bravi irrompono nella casa delle donne, che però trovano deserta: Lucia, Agnese e Renzo sono infatti a casa di don Abbondio per tentare di ingannarlo, ma falliscono, e devono riparare al convento di fra' Cristoforo, perché frattanto sono venuti a sapere del tentato rapimento. Contemporaneamente fallisce anche il rapimento di Lucia da parte dei bravi, che sono messi in fuga dal trambusto scoppiato nel villaggio a seguito dell'allarme dato dallo scampanio, che don Abbondio genera per chiedere aiuto contro il tentativo di "nozze irregolari". Il Manzoni, maestro di psicologia collettiva, ha schizzato qui alcuni temi che svolgerà nel grande affresco della sommossa milanese.

Renzo, Lucia e Agnese giungono al convento di Pescarenico dove padre Cristoforo espone loro i suoi progetti: Renzo si rifugerà presso il convento dei cappuccini a Milano dove cercherà padre Bonaventura, mentre Lucia troverà aiuto dal padre guardiano del convento nei pressi di Monza. Il religioso ha già scritto una lettera per ognuno dei confratelli e le consegna ai due.

Secondo quanto padre Cristoforo ha preordinato, Renzo, Lucia e Agnese scendono alle rive dell'Adda e salgono su una piccola barca. Lucia medita sull'addio ai monti. È una pagina permeata di spiritualità ed elegia. Domina fin dalle prime note un movimento verticale, che va dal cielo alla terra, per risalire di nuovo al cielo, e che è come un preludio all'ascensione spirituale contenuta nella chiusa.

Il pianto segreto di Lucia sulle cose più care che deve abbandonare si compone di un gesto che è tra i più belli che la poesia italiana ha saputo attribuire alle creature femminili. È la grande notte di Lucia, il suo paesaggio trepido e segreto: senza l'"Addio" Lucia non avrebbe mai rivelato la parte più gelosamente custodita del proprio cuore. Il notturno vigilante del lago è uno dei più belli di malinconia e serenità della poesia italiana.

Giunta al convento "pochi passi distante da Monza", Lucia viene accompagnata dal padre guardiano al convento di Monza dove vive Gertrude, la "signora" (la cui storia è ispirata a quella di suor Maria Virginia de Leyva), che prende la giovane sotto la sua protezione. Dopo l'incontro con Lucia, Manzoni racconta la biografia della monaca di Monza. Gertrude è figlia di un principe feudatario di Monza di cui il narratore, seguendo l'"Anonimo", tralascia il nome. Per conservare intatto il patrimonio del primogenito si era deciso prima ancora che nascesse che sarebbe entrata in convento. L'educazione della bambina è continuamente orientata a convincerla che il suo destino di monaca sia il più desiderabile.

Divenuta adolescente però, Gertrude comincia a dubitare di tale scelta. Tuttavia, un po' per timore, un po' per riconquistare l'affetto dei genitori, compie i vari passi previsti per diventare monaca. In convento soggiace alle attenzioni di Egidio, uno "scellerato di professione", in una relazione che avviluppa la "sventurata", colpevole non meno che vittima, in un gorgo di menzogne, intimidazioni, ricatti - proferiti e subiti - e complicità, anche nell'omicidio di una conversa che minacciava di far scoppiare lo scandalo rivelando la tresca.

Renzo, a Milano, non potendo subito ricoverarsi nel convento indicatogli da fra' Cristoforo, dato che padre Bonaventura è in quel momento assente, rimane coinvolto nei tumulti scoppiati in quel giorno per il rincaro del pane. Renzo si fa trascinare dalla folla e pronuncia un discorso in cui critica la giustizia, che sta sempre dalla parte dei potenti. È tra i suoi ascoltatori un "birro" in borghese, che cerca di condurlo in carcere ma Renzo, stanco, si ferma in un'osteria, dove il poliziotto viene a conoscenza, con uno stratagemma, del suo nome. Andato via costui, Renzo si ubriaca e rivolge nuovi appelli alla giustizia agli altri avventori.

L'oste lo mette a letto e corre a denunciarlo per proteggere i propri interessi. Il mattino dopo Renzo viene arrestato ma riesce a fuggire e si ripara nella zona di Bergamo, nella Repubblica di Venezia, da suo cugino Bortolo, che lo ospita e gli procura un lavoro sotto falso nome. Intanto la sua casa viene perquisita e viene fatto credere che sia uno dei capi della rivolta. Nel frattempo il conte Attilio, cugino di don Rodrigo, chiede a suo zio, membro del Consiglio Segreto, di far allontanare fra' Cristoforo, cosa che il conte ottiene dal padre provinciale dei cappuccini. In questo modo padre Cristoforo viene trasferito a Rimini.

Don Rodrigo chiede aiuto all'Innominato, potentissimo e sanguinario signore, che però da qualche tempo riflette sulle proprie responsabilità, sulle vessazioni di cui si è reso autore o complice per attestare la propria autorità sui signorotti e al di là della legge, e sul senso della propria vita. Costui fa rapire Lucia dal Nibbio, con l'aiuto di Egidio e la complicità di Gertrude, e Lucia viene portata al castello dell'Innominato. Lucia, terrorizzata, supplica l'Innominato di lasciarla libera e lo esorta a redimersi dicendo che «Dio perdona molte cose per un atto di misericordia». La notte che segue è per Lucia e per l'Innominato molto intensa. La prima fa un voto di castità alla Madonna perché la salvi e quindi rinuncia al suo amore per Renzo. Il secondo trascorre una notte orribile, piena di rimorsi, e sta per uccidersi quando scopre, quasi per volere divino (le campane suonano a festa in tutta la vallata), che il cardinale Federigo Borromeo è in visita pastorale nel paese.

Spinto dall'inquietudine che lo tormenta, la mattina si presenta in canonica per parlare con il cardinale. Il colloquio, giungendo al culmine di una tormentata crisi di coscienza che egli maturava da tempo, sconvolge l'Innominato, che si converte impegnandosi a cambiare vita e per prima cosa libera Lucia, che viene ospitata presso la casa di don Ferrante e donna Prassede, coppia di signori milanesi amici del Borromeo. Intanto il cardinale rimprovera duramente don Abbondio per non aver celebrato il matrimonio. Poco dopo scendono in Italia i Lanzichenecchi, mercenari tedeschi che combattono nella guerra di successione al Ducato di Mantova, i quali mettono a sacco il paese di Renzo e Lucia e diffondono il morbo della peste. Molti, tra i quali don Abbondio, Perpetua e Agnese, trovano rifugio nel castello dell'Innominato, che si è fatto fervido campione di carità.

Con i Lanzichenecchi entra nella penisola la peste: se ne ammalano Renzo, che guarisce, e don Rodrigo, che viene tradito e derubato dal Griso, il capo dei suoi bravi (che, contagiato anch'egli dalla peste, non godrà dei frutti del suo tradimento). Don Rodrigo viene portato dai monatti al lazzaretto in mezzo agli altri appestati e vi muore. Renzo, guarito, torna al paese per cercare Lucia, preoccupato dagli accenni fatti da lei per lettera a un suo voto di castità fatto quando era dall'Innominato, ma non la trova, e viene indirizzato a Milano, dove apprende che si trova nel lazzaretto. Qui trova anche padre Cristoforo, indomito nel servizio sebbene segnato dalla malattia, che scioglie il voto di Lucia e invita Renzo a perdonare don Rodrigo, ormai morente.

La peste viene descritta in maniera scrupolosa e nei minimi particolari nelle sue prime manifestazioni, nelle reazioni suscitate, negli interventi positivi e negativi degli uomini chiamati a occuparsene (dai medici, ai politici, alla chiesa). Agli errori delle autorità, alla voluta disinformazione si somma l'ignoranza superstiziosa della popolazione. Ne deriva uno sconvolgimento drammatico della città intera, attraversata da Renzo, ormai guarito, come un luogo infernale pieno di pericoli e di insidie mortali.

La parte più drammatica di questa descrizione si trova nel capitolo XXXIV (340 - 341), con una delle più celebri frasi della letteratura italiana: «Come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l'erbe del prato». In tale capitolo si parla anche di Cecilia, "di forse nov'anni", che, ormai morta, è posta sul carro dei monatti dalla madre, che li implora di non toccare il piccolo corpo composto con tanto amore, e chiede poi di tornare dopo a «...prendere anche me e non me sola» (cap. XXXIV, 310-338; per questo episodio Manzoni trasse ispirazione dal De pestilentia di Federigo Borromeo).

La peste descritta nel romanzo ha il carattere della necessità: superflua perciò ogni nota storica. Il prologo del dramma è nella descrizione di don Rodrigo preso dal contagio. La peste appare nel suo vario orrore quando Renzo viene al suo paese e poi a Milano. Nella descrizione della città colpita dal morbo è una spaventevole verosimiglianza: non più la luce dell'alba cara al Manzoni ma la spietata intensità del sole a picco. La descrizione dei carri dei monatti è pagina potente e sinistra. Un'immagine di follia è nella corsa del cavallaccio spinto dal frenetico cavaliere. L'accordo dei vari temi dell'episodio si rivela però nelle note soavi della scena della madre di Cecilia, nell'umoristico contrasto tra l'angoscia dell'ambiente e il comico errore dei monatti su Renzo scambiato per untore, nell'idillica visione dell'ospedale degli innocenti, dove i bimbi allattati da donne e da capre suggeriscono il senso di una società favolosa come l'età dell'oro. Le principali fonti storiche utilizzate dal Manzoni furono: De peste quae fuit anno 1630 ("La peste del 1630") di Giuseppe Ripamonti; Ragguaglio dell'origine et giornali successi della gran peste di Alessandro Tadino.

Infine i due promessi s'incontrano nel Lazzaretto di Milano, dove Renzo era andato alla ricerca di Lucia. Con l'aiuto di padre Cristoforo superano lo scoglio rappresentato dal voto di Lucia e tornano al loro paese dove don Abbondio prima tentenna, poi acconsente a celebrare le nozze (avuta conferma della morte di Don Rodrigo). Si trasferiscono infine nella bergamasca; Renzo acquista con il cugino una piccola azienda tessile e Lucia, aiutata dalla madre, si occupa dei figli. Hanno una prima figlia che chiamano Maria, come segno di gratitudine alla Madonna, e poi ne arriveranno altri. Il "sugo di tutta la storia" esplicitato da Manzoni è che con la fede in Dio tutti i problemi e le disgrazie si possono superare.

Il romanzo è ambientato in Lombardia, più precisamente in una zona che comprende il ramo lecchese del Lago di Como, l'Adda, Monza, Milano e Bergamo. Questa scelta non è casuale dato che Manzoni scrive di luoghi a lui familiari.



LEGGI ANCHE : asiamicky.blogspot.it/2015/07/turista-lecco.html






.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



I LUOGHI MANZONIANI



Addio monti sorgenti dall'acque ed elevati al cielo cime inuguali note a chi è cresciuto tra voi e impresse nella sua mente non meno che l’aspetto de' suoi familiari torrenti de' quali si distingue lo scroscio come il suono delle voci domestiche ville sparse e biancheggianti sul pendìo come branchi di pecore pascenti addio! Quanto è tristo il passo di chi cresciuto tra voi se ne allontana!

I paesaggi manzoniani sono sempre accostati alla spiritualità dei personaggi con cui ne viene aperta la descrizione: così fra’ Cristoforo per il convento di Pescarenico e la casetta dove viene aspettato, Lucia con il suo animo spiega l’Addio ai Monti, la turbolenza dell’animo dell’innominato fotografa il luogo della sua dimora.
La famiglia Manzoni si trasferì nella villa nel 1620 apportando nel contempo modifiche  fino alla ricostruzione dello stabile ad opera dell’arch. Abate Giuseppe Zanoja. Venne ceduta nel 1818 alla famiglia Scola e successivamente al comune di Lecco. Nella villa è compresa una cappella dell’Assunta, di opera neoclassica, ove riposano le spoglie del padre del romanziere morto nel 1807.

I luoghi manzoniani sono siti, edifici, quartieri, serviti da ispirazione e citati da Alessandro Manzoni nel romanzo I promessi sposi. Per alcuni le citazioni sono precise, per altri la corrispondenza è determinata dalla tradizione, come nella presunta casa di Lucia, a volte con più di una assegnazione per lo stesso luogo. Presenti principalmente nella Brianza, a Lecco e Milano.
Nella città di Lecco sono segnalati da targhe esposte all'esterno dei siti e indicati in percorsi turistici. Nella sala III del civico museo manzoniano è illustrata l’iconografia classica dei luoghi attraverso una serie di stampe del territorio di Lecco del XVIII e XIX secolo.
Si considera lago di Lecco quella parte del Lago di Como orientale che fa capo a Lecco. Si tratta del ramo orientale meridionale che Lecco conduce a Varenna (sponda est) e a Pescallo, frazione di Bellagio (sponda ovest).
Oltre all'evidente forma in sé, il lago di Lecco, come nel resto del lago, presenta particolari caratteristiche: la profondità del fondale molto elevata (il punto più profondo è però situato nel ramo occidentale, quello che termina a Como) la presenza di alte montagne e di numerosi paesi di piccole dimensioni. In passato il lago di Lecco si estendeva molto più a sud dell'attuale ubicazione, seguendo il percorso del fiume Adda fino a raggiungere Villa d'Adda, dove, grazie a una conca naturale, formava un ampio bacino detto Vecchio Lago di Sartirana, che in realtà era un vero e proprio prolungamento del lago di Lecco. Il vecchio lago di Sartirana raggiungeva il centro dell'attuale città di Merate, e nel '900 vi si creò una situazione di ristagno idrico, causata da molti detriti gettati nel lago durante l'epoca di guerra. Ciò lo fece diventare una palude più che un lago, inducendo il regime fascista ad avviare opere di bonifica dei luoghi divenuti insalubri. In seguito alle bonifiche il perimetro del lago si restrinse fino a separarsi in due parti: il fiume Adda e l'attuale lago di Sartirana.

« La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l'uno detto di san Martino, l'altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega: talché non è chi, al primo vederlo, purché sia di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune. »
(I Promessi Sposi, Alessandro Manzoni).

Il batell (detto anche Lucia) è un'imbarcazione storica a remi e/o a vela di piccole dimensioni adoperata dai pescatori del Lago di Como per il trasporto del pescato, ma anche di passeggeri. È la più famosa tra le imbarcazioni lariane, tanto da divenire il simbolo stesso del lago.
È una delle più antiche barche del lago, di dimensioni leggermente inferiori a quelle del navett: la lunghezza di solito non superava i 6 m, mentre la larghezza era circa di 2 m. Le sponde erano piuttosto alte (non meno di 50 cm) e inclinate.
Lo scafo ed i cerchi erano in legno di castagno; in abete i remi ed in rovere gli scalmi che, come per il navett, erano quattro o sei. Simile al navett sia nella vela sia nella manovra dei remi: la vela aveva dimensioni pari a quelle dello scafo ed era rettangolare.
Era utilizzato da non più di due pescatori. Lo scafo disponeva di uno spazio minore per il carico di reti o di pescato, ma offriva in cambio una maggiore disponibilità nell'ospitare passeggeri.
Nata come barca da lavoro, per pesca o trasporto di merci poco ingombranti, nell'Ottocento fu molto apprezzata per la navigazione da diporto che muoveva i primi passi: lo spazio per il carico fu ridotto rispetto alla versione da lavoro e furono aggiunte lunghe panche longitudinali (lungo i fianchi) per i passeggeri. Fu introdotto anche il timone e furono migliorate le finiture: i terminali delle travi sporgenti e dei frangiflutti di prua erano più curate e i colori più utilizzati erano bianco e celeste su fondo nero e rosso.
Nell'Ottocento i batèj erano utilizzati anche per servizi ausiliari ai piroscafi a vapore, per sbarco o imbarco di passeggeri o corrispondenza in località prive di pontili per l'attracco.
Non è raro vedere nei moli vecchi batèj, anche se molti hanno subito pesanti rimaneggiamenti (soprattutto vetroresina), perdendo le caratteristiche tradizionali.

Nel quartiere di Pescarenico poco resta del convento di fra' Cristoforo ma  si può visitare la chiesa dei Santi Materno e Lucia con le sue rarissime composizioni plastiche in cera e cartapesta del Seicento e la " Trinità" del Cerano e nella parte a nord nei rioni di Olate, ritenuto il paesello natale di Lucia dove i due promessi si sarebbero sposati e di Acquate. I due rioni si contendono la presunta o tradizionale "Casa di Lucia". Sopra, sul promontorio dello Zucco, sarebbe stato individuato il palazzotto di Don Rodrigo, ora edificio razionalista, mentre una strada campestre che porta a Germanedo vuole indicare il luogo del famoso "appostamento". E ancora nel rione di Chiuso, dove avrebbe dimorato il sarto che accoglie Lucia liberata e sarebbe avvenuta la celebre conversione dell'Innominato, il cui castello sarebbe più lontano, verso sud a Somasca, frazione di Vercurago. D'obbligo la visita alla dimora che appartenne alla famiglia Manzoni e che lo stesso vendette a malincuore, come si desume dal carteggio dello scrittore; l'edificio ospita attualmente il Museo Manzoniano che espone manoscritti, prime edizioni, cimeli relativi alla vita ed alle opere dello scrittore.

La presunta Casa di Lucia è sita nella frazione di Olate, destinata da vari studiosi come il paese degli Sposi. Attraverso un portale, decorato da un'Annunciazione cinquecentesca, si passa nel rustico cortiletto, dominato da una vecchia torre "colombera". La tradizione ricorda un'altra casa di Lucia in via Resegone, nella frazione di Acquate, dove si trova un'antica trattoria e dal cui cortile si osserva chiaramente la collina del Palazzotto di Don Rodrigo

Il palazzotto di don Rodrigo fu edificato durante il XVI secolo dai nobili Arrigoni di Introbio. Tra i vecchi proprietari vi fu un conte Salazar, di origine spagnola. Il Palazzotto appariva nella identica descrizione dei "Promessi sposi" fino al 1938, data dei rifacimenti come da progetto dell'architetto Mario Cereghini, che ampliarono la torretta, ricostruendola più bassa, e le finestre come appaiono tutt'ora. Fu luogo di raduni dei patrioti del 1848.
Il palazzotto di Don Rodrigo è situato sul promontorio dello Zucco nei pressi dei rioni di Acquate e Olate. Vi si arriva imboccando una "viuzza a chiocciola" che porta fino alla piccola spianata antistante.
Il palazzo non è visitabile in quanto ospita ad oggi la sede del CONI.
Il Museo Manzoniano ha sede nella rinomata Villa Manzoni. La villa fu residenza della famiglia Manzoni per due secoli fino a quando venne venduta nel 1818 dallo scrittore alla famiglia Scola, che la mantenne inalterata fino agli anni '60, quando fu ceduta al Comune di Lecco. In questa villa, Alessandro Manzoni trascorse quasi tutta l'infanzia e l'adolescenza.

Per quanto riguarda il luogo in cui Don Abbondio ricevette le minacce dei bravi, i topografi sono abbastanza concordi nell'identificarlo nell'attuale Cappella di via Croce, sotto il poggio di Acquate.

A Chiuso si troverebbe invece la casa del sarto dove Lucia fu ospitata dopo il rapimento. Sempre a Chiuso avvenne l'incontro tra il cardinale Federico Borromeo e l'Innominato. Del suo Castello rimane soltanto un rudere turrito, nei pressi dell'eremo di S. Girolamo a Vercurago, su uno sperone del monte da cui si domina il lago di Olginate e tutta la zona sottostante.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/turista-lecco.html





FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



lunedì 15 giugno 2015

ERMENGARDA

.

Sparsa le trecce morbide
sull’affannoso petto,
lenta le palme, e rorida
di morte il bianco aspetto,
giace la pia, col tremolo
sguardo cercando il ciel.
(…)
Te, dalla rea progenie
degli oppressor discesa,
cui fu prodezza il numero,
cui fu ragion l’offesa,
e dritto il sangue, e gloria
il non aver pietà,
te collocò la provvida
sventura in fra gli oppressi:
muori compianta e placida;
scendi a dormir con essi:
alle incolpate ceneri
nessuno insulterà.


Ermengarda (o Desiderata), figlia di Desiderio re dei Longobardi (sec. VIII). Di lei si hanno scarse e confuse testimonianze: il nome stesso è alquanto discusso e si deve, più che agli storici medievali, all'Adelchi del Manzoni. Da un oscuro passo di Pascasio Radberto (sec. IX) si ricaverebbe il nome Desiderata. Sappiamo comunque che Ermengarda, per volontà della regina Berta (o Bertrada), sposò nel 770 Carlo Magno, malgrado l'opposizione di papa Stefano III, ostile a un'alleanza matrimoniale tra la corte dei Franchi e quella dei Longobardi. Un anno dopo, quando già le relazioni tra Carlo e Desiderio erano tese, Ermengarda venne ripudiata e il papa non fu estraneo alla vicenda. L'innocenza di Ermengarda appare chiaramente dalla disapprovazione di Berta per l'operato del figlio; essa fu vittima della fluttuante politica del suo tempo. Dopo il ripudio, Ermengarda tornò a Pavia: secondo lo storico tedesco Aventinus sarebbe morta dando alla luce un figlio. Manzoni (Adelchi, atto IV) immagina che Ermengarda muoia nel monastero di S. Salvatore a Brescia, combattuta tra l'anelito alla pace in Dio e il sempre risorgente amore per Carlo, e fa di lei la vittima innocente, destinata dalla Provvidenza a espiare i soprusi e le violenze della sua gente e dello stesso Carlo, per mano del quale finiva il regno di suo padre.

Quella di Ermengarda non era una sorte rara: i matrimoni rispondevano spesso a logiche politiche e diplomatiche che nulla avevano a che fare con l’amore romantico. Ermengarda, però, ci è descritta da Manzoni come una donna innamorata, disperata per essere stata abbandonata dallo sposo tanto amato che, entrato in guerra con i Longobardi, l’aveva ripudiata e si era unito in matrimonio con un’altra donna.

Nel coro , che inizia con i versi divenuti famosi:

« Sparsa le trecce morbide
su l’affannoso petto,
lenta le palme, e rorida
di morte il bianco aspetto,
giace la pia, col tremolo
sguardo cercando il ciel »

Manzoni descrive la tragica fine della dolce e fragile Ermengarda che - incapace di sopportare le sue pene e il suo destino avverso -, mentre Desiderio e Adelchi combattono disperatamente contro Carlo, cade in un delirio che la porta alla morte.

Una lotta durissima con i propri affetti redime nella sofferenza la principessa longobarda (la provida sventura, la sventura dono della Provvidenza). Ermengarda, per poter morire serenamente, deve innalzarsi dall'amore terreno all'amore celeste, offrendo a Dio il proprio tormento. Luigi Russo scrive: "in questo secondo Coro poi è già visibile (ma non manca neanche nel primo), lo schema, caro alla musa manzoniana, dove la rappresentazione lirica si alterna con la meditazione morale (le riflessioni sulla provida sventura) e la fede parenetica finale ("Dalle squarciate nuvole.....): preannunzio sistematico della complessa ispirazione del poeta nel romanzo, e che già ha avuto notevoli presentimenti nell'opera dell'innografo e del tragediografo". 









FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://mundimago.org/



giovedì 28 maggio 2015

PERSONE DI CREMA : FRANCESCO BERNARDINO VISCONTI

.

Il vero nome dell’Innominato è Francesco Bernardino Visconti, uno dei feudatari di Brignano Ghiaradadda, contro il quale l’allora governatore di Milano emise una grida indicandolo come capo di una folta schiera di delinquenti e condannandolo quindi all’esilio insieme al suo seguito di bravi. Bernardino Visconti era noto alle cronache come il conte del sagrato per la sua usanza di fare uccidere sul sagrato delle chiese, nei giorni festivi, coloro che non ubbidivano alle sue intimidazioni. Alessandro Manzoni evita questo nomignolo, preferendo avvolgere il personaggio in un atmosfera di mistero: lo chiama semplicemente Innominato.
L'Innominato è una delle figure psicologicamente più complesse e interessanti del romanzo. Figura malvagia la cui cattiveria più che ripugnanza forse incute rispetto, è il potente a cui don Rodrigo si rivolge per attuare il piano di rapire Lucia Mondella. In preda a una profonda crisi spirituale, che lo porta a non riconoscersi più nelle sue malefatte, l'Innominato coglie nell'incontro con Lucia un segno, una luce che lo porta alla conversione; solo in un animo simile, senza vie di mezzo, una crisi interiore può portare a una trasformazione completa.

Durante la notte in cui Lucia è prigioniera nel castello, la disperazione dell'Innominato giunge a un punto critico, tanto da fargli desiderare il suicidio; ma ecco che la Divina Provvidenza e le parole di Lucia lo salvano e gli mostrano la via della misericordia e del perdono. La sua conversione giunge dopo la notte angosciosa, infatti quel giorno arriva nel suo paese il cardinale Federigo Borromeo, personaggio storico. La scelta di Manzoni del personaggio per attuare la conversione non è certamente casuale: infatti solo un uomo di una grandissima bontà come il cardinale può redimere l'Innominato.

Inoltre, come dichiarato dall'autore stesso al termine del capitolo 24, le fonti storiche del Ripamonti stesso riferiscono che l'uomo si sia convertito dopo un lungo colloquio con il cardinale arcivescovo. Nel romanzo, i due personaggi si possono descrivere, per certi aspetti, come opposti. Dopo la conversione l'Innominato cambia completamente e coglie al volo l'occasione per far del bene in maniera proporzionata al male che aveva fatto. Il personaggio dell'Innominato e il suo "castello a cavaliere di una valle angusta e uggiosa" con la relativa ambientazione (capitolo XX) richiamano le tetre, cupe immagini del romanzo gotico del Settecento in cui era solitamente presente la figura della giovane innocente perseguitata da un tiranno malvagio, eroe del male.

Presenta volontà indomabile, desiderio e ricerca di solitudine, orgoglio e amore d'indipendenza, malvagità dovuta ad arroganza e fierezza, ma nata dallo sdegno e dall'invidia verso le tante prepotenze a cui assiste. Non si compiace della scelleratezza e tiranneggia per non essere tiranneggiato. Il Castello dell'Innominato presenta una solitudine eccelsa di paesaggio e d'anima. Il paesaggio è singolare e fa da sfondo alla vicenda eccezionale: si tratta di un paesaggio d'arte e fantasia. La personalità dell'Innominato impronta di sé tutta la realtà circostante e il paesaggio è un'introduzione psicologica alla vicenda.

L'atmosfera del castello è mitica e all'altezza dei luoghi corrisponde un'altezza d'animo. L'alba che precede la conversione mostra una liberazione vicina, "un colore di travaglio e di mortificazione che è il colore stesso della natura e della vita.  Presenza silenziosa e operosa di un Dio che non è solo testimone ma artefice". Attilio Momigliano evidenzia bene l'evoluzione dell'animo del personaggio, la solitudine dell'anima nelle tenebre della notte ed il travaglio del rinnovamento. Nel contrasto fra io antico e nuovo egli prova una "non so qual rabbia di pentimento" e Lucia Mondella è un'immagine presente di condanna e di perdono. Luigi Russo sottolinea che nella non resistenza di Lucia l'Innominato vede come l'immagine temuta della morte che viene sola e disarmata, senza che le si possa opporre nulla. Dinanzi alla fanciulla il più debole è lui. Ad un certo punto egli non discorre più con Lucia ma con il suo fantasma interno di Dio. Egli attua una ricerca sgomenta di un nuovo sentiero di vita, prova orrore delle memorie di una vita scellerata. Lucia Mondella è immagine presente di condanna e di perdono.

Il pensiero della morte ed il confuso presentimento dell'oltretomba scavano nel suo animo in cui gli pare di sentire una voce che dice "Io sono però" (cap. XX). Avverte una misteriosa presenza e diviene consapevole della propria effimera potenza. Poi inizia l'ascensione dello spirito dell'Innominato: il terrore nella notte della conversione, a mano a mano che la sua coscienza si profonda, la sua angoscia si fa opprimente. Il ricordo delle parole di Lucia ("Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia") è un avvertimento di cui l'anima non sa precisamente l'origine. Nella sua mente si accalcano il pensiero del futuro e la memoria insopprimibile dell'io di un tempo, l'orrore delle memorie di una vita scellerata.

Dopo gli ultimi ondeggiamenti dell'anima, l'Innominato giunge all'alba di redenzione, alla palingenesi spirituale e al rischiararsi dell'anima corrisponde un rischiararsi del paesaggio in un profondo sentimento religioso della natura. Il cielo, i monti, gli uomini, accompagnati dalla musica d'indeterminata speranza del suono delle campane, partecipano alla redenzione di un'anima. La crisi spirituale dell'Innominato, descritta alla fine del XXI capitolo, passa attraverso fasi progressive:

la comprensione della vanità del continuo agire nel male ("non che riuscisse a trovar ragioni che in quel momento gli paressero buone a scusare il fatto, non sapeva quasi spiegare a se stesso come ci si fosse indotto.");
l'esame di coscienza ("si trovò ingolfato nell'esame di tutta la sua vita");
la disperazione e la tentazione del suicidio ("S'alzò in furia a sedere, gettò in furia le mani alla parete accanto al letto, afferrò una pistola, la staccò, e....al momento di finire una vita divenuta insopportabile, il suo pensiero sorpreso da un terrore, da un'inquietudine, per dir così, superstite, si slanciò nel tempo che pure continuerebbe a scorrere dopo la sua fine");
il pensiero di Dio ("Se quell'altra vita di cui m'hanno parlato quand'ero ragazzo, di cui parlano sempre, come se fosse cosa sicura; se quella vita non c'è, se è un'invenzione de' preti; che fo io? perché morire? cos'importa quello che ho fatto? cos'importa? è una pazzia la mia....E se c'è quest'altra vita.....!").


Il personaggio che Manzoni fa rivivere nel suo romanzo con l'appellativo di Innominato sembra essere Alberto da Salvirola, che visse tra il 1500 e il 1600, e del quale si narra fosse un brigante. Altre fonti fanno invece risalire la figura dell'Innominato a Francesco Bernardino Visconti, personaggio storico del quale Manzoni è discendente da parte di madre, Giulia Beccaria.

Quest'ultima infatti discendeva dalla famiglia Visconti, che aveva la propria dimora estiva presso Palazzo Pignano. Il Visconti razziava le campagne cremasche della Repubblica di Venezia, per poi rifugiarsi nelle terre del Milanese. Visconti era il feudatario di Brignano Gera d'Adda, come Manzoni stesso afferma in una lettera a Cesare Cantù. Soccorre la testimonianza della marchesa Margherita Provana Di Collegno, la quale frequentò assai il Manzoni sul Lago Maggiore, e poi nella propria tenuta di Cassolo: nel diario, in data 18 ottobre, annota: "sentii da Manzoni che l'Innominato è un Visconti, ed è personaggio verissimo".

Nel Fermo e Lucia (1ªedizione), l'Innominato veniva chiamato "Il Conte del Sagrato", in riferimento ad uno dei suoi tanti omicidi, avvenuto appunto sul sagrato di una chiesa. In seguito pare che Manzoni ne cambiò il nome poiché questo in un certo senso ne immiseriva la condizione titanica e ribelle, rimandando allo squallore di un omicidio.

Nei luoghi manzoniani vengono indicati come castello dell'Innominato i resti di una fortificazione posta nel comune di Vercurago in località Somasca. Del castello, costruito su di un dirupo in una posizione che domina la strada che collega Bergamo a Lecco e il sottostante lago di Garlate, rimangono un torrione e parti delle due cerchie di mura.

L’unico rapimento messo in atto e storicamente accertato sarebbe quello della madre Paola Benzoni, quando l’Innominato aveva 11 anni. Ecco i fatti: la contessa, vedova da otto anni, aveva già sofferto le licenziose amoralità del consorte, disordini morali di tipo familiare, avendo avuto tre figli naturali, e finanziario, era un giocatore d’azzardo. Alla fine si era ritirata in campagna, a Bagnolo Cremasco… ove aveva dei possedimenti. Secondo alcune fonti a Crema, nel Palazzo Avito. Una solitudine insopportabile. E lì pensava ad un nuovo matrimonio. Nel 1590, alla vigilia del matrimonio con un nobile della Valcuvia, Cottino Cotta, nel castello di Brignano, Paola Benzoni venne rapita da Galeazzo Maria, quindicenne, Bernardino, undicenne, Benedetto Cagnola, e Sagramoro Visconti, nipote della rapita. Il tutto venne tenuto sotto traccia e messo a tacere, come fosse stata una ragazzata da punire con una leggera reprimenda, dato il lignaggio dei discoli.

Nel 1593, a Bagnolo Cremasco venne fatta una bravata dall’Innominato quattordicenne. Erano ventisette bravi, armati di archibugi, entrarono nella casa di tale Schiavino, forzando la porta e scalando le finestre. Assalirono il malcapitato devastando l’abitazione, ammazzando i polli e operando molti altri atti disonesti che per modestia tacemo. Ancor’oggi a Bagnolo esiste la casa dei bravi. Il 22 dicembre del 1593 il consiglio dei Dieci di Crema condannò al bando dalla città e dal territorio cremasco per tre anni l’Innominato e i suoi sodali.

Nel 1596 le strade dei due fratelli si divisero, l’Innominato aveva 17 anni e andò a vivere nella in una cascina chiamata Sangiorgino. Nell’agosto del 1597 fu commesso un omicidio, la documentazione, pur corposa, è ambigua e non chiarisce i fatti; pare che a quel primo omicidio possa esserne seguito un secondo nel 1599. Dopo aver passato una vita scellerata, a Treviglio nel 1619 incontrò il cardinal Federico Borromeo , per due ore il cardinale rimane con Bernardino Visconti. Si dice che Federico gli andò incontro con il volto sereno, trasparente di premure e con le braccia aperte, fece cenno al cappellano di uscire e rimasero a lungo in silenzio, non trovavano le parole, probabilmente non le cercavano.
Francesco Bernardino Visconti (Brignano Gera d'Adda, 16 settembre 1579 – Crema, 1647 circa) era figlio di Giovanni Battista Visconti e Paola Benzoni, di un'importante famiglia di Crema.

Aveva cinque fratelli: Maddalena, Giulia, Ercole, Caterina, Galeazzo Maria (1575-1648).

A Milano i Visconti vivono in una casa in via Teodoro Crescia in un palazzo presso San Giovanni in Conca. Alla morte del padre nel 1584 i fratelli vivono nel palazzo Visconti di via Lanzone. I tutori decidono di mettere i due maschi nel Collegio dei Nobili. Nel 1590 i due fratelli con altri parenti rapiscono la madre Paola Benzoni per impedirle di sposare in seconde nozze Cottino Cotta di Valcuvia. Ne segue un processo senza conseguenze perché il giudice ritiene che siano affari di famiglia.

Nel 1596 i due fratelli si dividono i beni. Francesco Bernardino si ritira in una sua tenuta e costituisce una banda e inizia la sua attività criminale. Dal 1600 al 1602, Bernardino commette una serie di crimini. Nel 1602 i suoi beni sono confiscati e incomincia una lunga controversia con i creditori.

Nel maggio e giugno 1615 c'è la visita pastorale del cardinale Federico Borromeo nel lecchese. È forse il momento della conversione. Si ipotizza che l’incontro tra il Borromeo e il Visconti sia stato preparato dai parenti del Visconti (molti erano religiosi) e stabilito con le autorità.

Le vicende relative al resto dell'esistenza di Francesco Bernardino Visconti sono tuttora avvolte nel mistero: l'ultima traccia compare in un documento datato 1647, all'interno del quale risulta essere ancora in vita, domiciliato in un paese vicino a Crema, luogo d'origine della madre. Di sicuro egli trascorse gli ultimi anni della sua esistenza pregando nei conventi cremaschi, fra i quali quello dei Cappuccini dei Sabbioni.




LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.com/2015/05/le-citta-della-pianura-padana-crema.html



FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://mundimago.org/



mercoledì 13 maggio 2015

LA MONACA DI MONZA



Alessandro Manzoni riprende la figura della "monaca di Monza", tuttavia cambia i nomi ai personaggi (suor Virginia è chiamata nel romanzo Gertrude, il suo amante è chiamato Egidio) e oltre a cambiarne alcuni dei particolari - la monacazione è una suggestione imposta direttamente dal padre; presenti e complici sia la madre che il fratello maggiore, sono modificate altre circostanze -, ne trasporta la vicenda in avanti nel tempo di alcuni anni (l'azione del romanzo si svolge tra il 1628 e il 1630, oltre vent'anni dopo i fatti reali). La storia aveva uno spazio maggiore ne Gli sposi promessi.

È la figlia del secolo (il Seicento), che obbedisce in tutto e per tutto ai precetti della religione adottata e alle cieche leggi dell'orgoglio del casato. Il principe-padre le aveva detto: "Il sangue si porta per tutto dove si va"; "comanderai a bacchetta"; "farai alto e basso" (capitolo IX). Manzoni scrive ancora nel IX capitolo: "Ma la religione, come l'avevano insegnata alla nostra poveretta, e come essa l'aveva ricevuta, non bandiva l'orgoglio, anzi lo santificava e lo proponeva come un mezzo per ottenere una felicità terrena. Privata così della sua essenza, non era più la religione, ma una larva come l'altre". È condotta fatalmente a sentire e accettare la logica dei suoi torturatori; antagonista del padre, cresce formata della stessa sostanza spirituale di lui. Non sogna l'amore, ma, come scrisse il critico Eugenio Donadoni, l'amore-pompa, l'amore-vassallaggio. In convento si sente la figlia del principe; educanda, gode di distinzioni e privilegi; monaca, è "la signora".

Educata alla religione dell'orgoglio di casta e di famiglia, Gertrude è una creatura debole: "per decidere della sua sorte non occorreva il suo consenso, ma solo la sua presenza" (cap. IX). Non essa agisce, ma gli altri per lei. Indice di fiacchezza morale sono sia il suo orgoglio, frutto dell'educazione familiare, sia il suo ritiro interiore dove le è piacevole ritirarsi dalle lotte che non sa affrontare per vivere le sue illusioni ed idolatrare le sue passioni.Tornare alla vita è per lei tornare in balìa degli altri. Non ha neppure la forza della malvagità, non ha coscienza del delitto, ma mancanza di coscienza. Non ha l'energia necessaria per operare la propria salvazione. Manzoni ha pietà per lei (la chiama "Gertrudina", "poveretta", "innocentina") ma come giudice è inesorabile: La sventurata rispose (cap. X).

Nella concisione di questa celebre frase si coglie la gravità del gesto, tanto per la trasgressione di Gertrude ai voti monacali, quanto per le conseguenze drammatiche che ne deriveranno. Ella è "sventurata" poiché non ha saputo cogliere le occasioni di ravvedimento e di espiazione. Nella vicenda di Gertrude diventa essenziale il rapporto con il principe-padre (padre della Monaca di Monza) che con la sua autorità e volontà impone una monacazione forzata. Gertrude vive con soggezione e paura questo rapporto, incapace di reagire e subendone l'egoistica violenza, al punto di trovare un attimo di pace solo quando vede nel padre la soddisfazione per la sua scelta monacale: allora, finalmente, fu, per un istante, tutta contenta (cap. X).

L'atteggiamento di timore e di sudditanza psicologica di Gertrude viene espressa soprattutto attraverso lo sguardo, per la sua incapacità a parlare (per esempio, nel capitolo X: senza alzare gli occhi in viso al padre, gli si buttò in ginocchioni davanti; alzò essa verso il padre uno sguardo tra atterrito e supplichevole; quegli occhi governavano le sue mosse e il suo volto, come per mezzo di redini invisibili). A causa della sua monacazione forzata e, di conseguenza, della fede che le è stata imposta, è portata a creare in sé stessa due personalità. Una che la porta a peccare, e l’altra che la fa sentire in colpa del peccato appena commesso. Possiamo riscontrare questa cosa anche nel fatto che una parte della sua personalità la spinge ad aiutare Lucia, un'altra a fare il contrario, in quanto provava invidia per Lucia, che si stava per sposare, mentre lei non avrebbe mai potuto.

La vera monaca di Monza:
I nonni paterni di Marianna erano Luigi de Leyva e Marianna de la Cueva, principi d’Ascoli. Luigi apparteneva a un’illustre famiglia spagnola salita a grande fama grazie a suo padre Antonio de Leyva, grande comandante militare al seguito di Carlo V e primo governatore di Milano dopo la morte del duca Francesco II Sforza nel 1535.

Il padre di Marianna, Martino de Leyva, secondogenito di Luigi, era nato nel 1548 o 49. Come figlio cadetto aveva dedicato la sua vita alla carriera militare. Lo troviamo a combattere a Granada, a Lepanto e alla Goletta. A poco più di vent’anni è nominato comandante di una compagnia di lance a Milano. Nel 1574 è ad Alessandria con le sue truppe. E’ ora ormai di puntare a nomine di prestigio, ma per questo ci vogliono parecchi soldi e così, il 15 dicembre 1574, a 26 anni, sposa Virginia Marino, la figlia ed erede dell’uomo più ricco di Milano, il banchiere Tommaso Marino, per una dote (promessa) di 50.000 scudi. Virginia era vedova del primo marito dal 1572, data di morte anche del padre. Alla morte del marito era tornata a Milano a curare l’eredità lasciando i suoi cinque figli a Sassuolo in cura ad uno zio.

Marianna, la prima ed unica figlia della coppia, nasce dopo circa un anno. Non esistono documenti che certifichino il giorno esatto della nascita, ma solo elementi indiretti. In particolare, nell’interrogatorio del processo avvenuto il giorno 22 dicembre 1607 lei dice: “Io havrò 32 anni.” Da ciò si è desunta una data approssimativa che va dalla fine del 1575 all’inizio del 1576. La bambina prende il nome dalla nonna o più probabilmente dalla madrina Marianna, sorella di Martino, che aveva sposato Massimiliano Stampa, marchese di Soncino.

La coppia con la bambina abita in Palazzo Marino. L’atto del 2 settembre 1592 del notaio Pietro Cicereio dice che abitavano “quella cantonata verso S. Fedele pigliando da detta cantonata sino a tutto il netto dell’andito della porta che resguarda S. Simplicianino nel quale apartamento interviene esso andito, una saletta et tre camere et un porteghetto con due vasi necessari et un poco di giardino in larghezza di braccia cinque onze tre e mezza in larghezza braccia 27 e mezza in circa, con un pozzo et due torriole, le quali vanno a servire ad  uno apartamento superiore simile a questo et sotto le sue cantine con il medesimo riparto, il tutto è in volta.” (Archivio di Stato - Palazzo Marino)

Dopo la morte del banchiere infatti il palazzo era stato diviso in quartieri e Virginia aveva avuto in uso quello all’angolo tra piazza san Fedele e via Caserotte. Il 29 agosto 1576 Martino de Leyva riceve l’appartamento al posto della dote non ancora versata. A questa data la moglie sta ancora bene, ma un mese dopo, il 1 ottobre 1576, quando fa testamento, la malattia - probabilmente la peste che infuriava a Milano in quell’anno - è già allo stadio finale.

Il testamento di Virginia è all’origine di una lunga vicenda giudiziaria che si risolverà a danno di Marianna. Le volontà della madre erano quelle di lasciare eredi la figlia Marianna e il primogenito del suo primo matrimonio Marco Pio, ciascuno dei due al 50%. Il marito doveva ricevere “l’usufrutto della dote e un anello con gemma di valore” (forse l’anello nuziale). Il testamento viene subito impugnato dalle sorelle di Marco Pio escluse che chiedono immediatamente un inventario dei beni.

Da questo inventario, eseguito dal notaio Giovanni Mazza il 10 ottobre 1576, sappiamo che nell’appartamento di palazzo Marino c’era una culla con “copertura di grogran goernito di un pasaman di setta biancha foderata di sandal biancho”. Il corredo della bambina comprendeva anche “tre patelli di panno rosso, tre lanzoletti, tre orletti, sei patelli, e più doi lanzoletti di cambraja goerniti di un lavor di refo fatto a osso”. E’ la prova del soggiorno di Marianna nel palazzo, che, dopo la morte della madre, viene lasciato quasi subito anche dal padre che nell’agosto-settembre del 1577 va a combattere nelle Fiandre dove rimane per tre anni, fino al 1580. Marianna vive con la zia paterna Marianna Stampa o con la zia materna Clara Torniello che stava nell’appartamento adiacente di Palazzo Marino. Chi l’assiste è la balia Vittoria alla quale Virginia ha lasciato un legato di 25 scudi d’oro forse perché continui a curare la bambina.

La causa intanto va avanti. Nel 1580 Martino de Leyva torna apposta a Milano per siglare un compromesso con le sorelle che snatura il testamento di Virginia: di 12 parti dell’eredità, 5 vanno a Martino e alla figlia, 7 ai figli di primo letto. E’ chiaramente un furto nei confronti della bambina. Lo storico Ripamonti, fonte primaria di tutta la storia della Monaca di Monza, dice che Martino agiva “sotto gli stimoli dell’avarizia”. Il compromesso in perdita era dovuto probabilmente anche alla fretta che questi aveva di lasciare Milano per seguire altre campagne militari.

La famiglia de Leyva comunque non era certo in ristrettezze. Il bilancio delle entrate milanesi di Martino (e figlia) quale risulta da un documento del 25 luglio 1580 ammontava a L. 9.382 l’anno corrispondenti alle rendite milanesi derivanti dalla dogana e dalla mercanzia. C’erano poi le tenute di Mirabello e della Torrazza, le rendite della contea di Monza, il dazio dell’imbottato. La contea di Monza era un’entrata dei de Leyva che turnavano tra loro fratelli ogni due anni.

Secondo il racconto del Manzoni, Marianna appare destinata al chiostro fin dalla nascita, ma ciò non sembra corrisponda alla verità storica. In una lettera del padre del 26 giugno 1586 si parla delle prospettive matrimoniali di Marianna e di una dote di 7000 ducati. La svolta in questo senso deve essersi verificata poco dopo, e precisamente nel carnevale 1588 quando il padre si risposa a Valenza in Spagna con donna Anna Viquez de Moncada allontanandosi così definitivamente da Milano. Grazie a questo importante matrimonio Martino ottiene la carica di Maestro di Campo generale della cavalleria e della gente d’armi del regno di Napoli. Avrà inoltre dalla seconda moglie i suoi veri figli: Luigi, Antonio e Gerolamo, che lo seguiranno nella carriera militare. La tendenza a monacare le figlie viene attuata comunque anche nei confronti dell’unica figlia spagnola Adriana. Le altre due figlie nate dalla seconda moglie, Maddalena e Giovanna, muoiono all’età di 11 e 8 anni.

Nello stesso anno 1588 Marianna, che fino a quel momento era vissuta sotto la tutela delle zie, entra nel monastero di Santa Margherita a Monza e compie la Vestizione. Aveva 13 anni e tre mesi, un’età sufficiente per quest’atto che secondo le norme doveva essere compiuto dopo i 12 anni. Il monastero di Santa Margherita si allungava lungo lo Spalto di Porta de’ Grandi (oggi via Azzone Visconti) che costeggia il Lambretto e vi si accedeva da un vicolo che oggi si chiama appunto “Via della Signora”. Era stato un tempo delle Umiliate per passare poi all’ordine benedettino. A quest’epoca ospitava 20 monache.

Il 15 marzo 1589 don Martino de Leyva compare per l’ultima volta accanto alla figlia. Lo troviamo a Monza per promettere la dote di Marianna consistente in un deposito di 6.000 lire imperiali che fruttavano una rendita annua di L. 300. Secondo l’atto la somma doveva essere depositata subito a Giuseppe Limiato, che infatti dice di averla ricevuta, il quale poi l’avrebbe versata al monastero all’atto della professione. In realtà  Giuseppe Limiato non ha ricevuto proprio niente. Sono presenti come testimoni l’agente Giuseppe Molteno e il farmacista Rainerio Roncino, e un certo Giuseppe Panzulio. Secondo i calcoli di Luigi Zerbi, lo studioso che per primo ha compiuto una seria analisi dei documenti riguardanti la monaca di Monza, con quest’atto in realtà il padre rubava alla figlia 27.860 lire delle 39.861 che le spettavano.

Il 26 agosto 1591, trascorso il giusto periodo di noviziato, l’arcivescovo autorizza la richiesta delle novizie di ricevere la professione. Le tre novizie sono suor Virginia Maria, suor Benedetta Felice, suor Teodora e suor Ottavia.

Il 12 settembre 1591 Marianna compie la Professione e diventa Suor Virginia Maria. Sappiamo che a questa data le suore non avevano ancora visto il deposito di 6.000 lire promesso due anni prima. Durante un incontro avvenuto due giorni prima con il Limiato avevano concesso due anni di dilazione. In realtà da una causa del 1626 sappiamo che a quell’epoca non era ancora stato versato. Vengono invece versate regolarmente le rendite annue. Il 20 maggio 1594 il letterato monzese Bartolomeo Zucchi le invia una lettera molto ampollosa nella quale si loda la sua scelta di farsi monaca. A vent’anni suor Virginia diventa “La Signora” perché esercita per mandato del padre il biennio di sovranità a Monza, consistente nell’emettere gride, ordinare arresti, rimettere le pene, ecc. Esiste un’ordinanza del 26 dicembre 1596 riguardante la pesca sul Lambro a sua firma. In questo periodo riscuote l’ammirazione di tutti per il suo contegno.

Giovanni Paolo Osio, la cui casa confinava con il monastero, sale su un albero del suo orto e scambia saluti con Isabella, che viene sgridata da Marianna, tolta dal collegio e maritata. L’episodio è raccontato anche da suor Virginia durante il processo in questi termini:

“Detto Gio. Paolo Osio faceva l’amore con la signorina Isabella Ortensia secolare la quale era nel monastero in dezena et havendo io trovato che stavano guardandosi l’uno e l’altro alla cortina delle galline gli feci un gran rebuffo che portasse così poco rispetto al monastero massime che detta giovane era data in mia custodia, et esso se n’andò via bassando la testa senza dire altro”.

Poco tempo dopo, nell’ottobre 1597, viene ucciso l’ex soprastante a Monza dei de Leyva, il Molteno, che aveva circa 60 anni. L’uccisione è addebitata all’Osio. Le cause non sono chiare: forse una vendetta contro suor Virginia per lo sgarbo ricevuto oppure poteva anche essere un omicidio concordato con il Limiato per questioni di interesse. Entrambi i soprastanti erano dei furfanti che cercavano in tutti i modi di arricchirsi a spese dei signori assenti. La seconda ipotesi sembra più probabile tanto è vero che poco dopo - il 24 novembre 1597 - i De Leyva da Napoli sostituiscono il Limiato con Luigi Trezzo detto Perruccone.

Suor Virginia comunque è in questo periodo la Signora di Monza ed amministra la giustizia. Il giovane Osio da una finestra che guardava nel monastero cerca di contattare suor Virginia e le fa cenno di volerle mandare una lettera, forse per giustificarsi, ma la Signora, in collera con lui per l’omicidio, ne ordina l’arresto. L’Osio allora fugge da Monza e resta bandito per un anno. Poi, per intercessione di molti e su pressioni della superiora, ottiene la grazia.

L’Osio a quell’epoca, secondo alcuni indizi, doveva avere circa 25 anni. Il Ripamonti lo definisce “ricco e ozioso”. Il padre Giovan Paolo e il fratello Cesare erano molto noti a Monza per le loro ribalderie e i numerosi ferimenti. Anche il fratello Teodoro ucciderà lo zio per affrettare l’eredità. Fino a quest’anno non c’è traccia invece di reati di Giovan Paolo, che frequenta personaggi altolocati come i de Leyva, Francesco D’Adda, Giovanni Borromeo, Ludovico Taverna ed Ermes Visconti. Non è del tutto ignorante: conosce il latino e utilizza un manuale per comporre le lettere. Secondo il prete Arrigone possedeva “qualche libro”. E’ amico del convento e della superiora suor Francesca Imbresaga.

In un’epoca imprecisata del 1598, l’Osio fa ritorno nella sua casa di Monza. L’ira di suor Virginia è ormai spenta, anzi la giovane monaca scopre improvvisamente di sentire una grande attrazione per lui e lo spia non vista ogni volta che scende in giardino. La suora Ottavia Ricci racconterà in seguito della frase famosa - “si potria mai vedere la più bella cosa?” - pronunciata da suor Virginia in sua presenza alla vista del giovane.

L’Osio, forse per ringraziarla della grazia ricevuta o perché si era accorto di queste attenzioni, si avvicina a Marianna. Inizia uno scambio di lettere, recapitate in giardino tramite un filo calato dal finestrino, seguito poi da alcuni regali. L’Osio però all’inizio sbaglia strategia scrivendo una lettera molto audace; viene subito corretto dal prete Arrigone che scrive lui stesso le altre lettere ispirate ad un’ipocrita devozione. Ad un certo punto lo squallido “Cirano” confessa addirittura alla monaca l’equivoco, professandole il suo amore, ma viene scacciato in malo modo. Nell’agosto del 1599, forse liberata dagli scrupoli in seguito alla morte del padre, la suora accetta di avere un primo incontro con l’Osio sulla porta del convento. L’emozione è talmente forte da provocare nella giovane una forte malattia. A Natale l’Osio entra per la prima volta nel monastero ed ha un rapporto sessuale con Virginia. Nel processo, che si svolgerà al termine della vicenda, suor Virginia sosterrà di aver ceduto perché era stata stregata d’amore dall’Osio da quando aveva baciato una calamita nera legata in oro, che era stata battezzata dal prete Arrigone complice dell’Osio. L’episodio della calamita è raccontato da suor Candida Colomba Brancolina in questi termini:

“... una volta cavandosi dal seno calamita battezzata che havea legata in oro dicendo che era una reliquia la basciò toccandola con la lengua, et poi la volse dare a basciare a suor Virginia Maria, ma lei stava renitente et esso gli soggiunse che lo faceva perché havea schivio di lui, et fece tanto che gli la fece toccare con la lingua ...”

Gli incontri tra i due, organizzati con la complicità di altre quattro suore amiche e succubi della Signora, si susseguono frequentemente. I vicini di casa avvertono la superiora di questo andirivieni, ma all’inizio senza creare troppo allarme perché si sparge la voce che l’Osio aveva una relazione spirituale con suor Virginia e che voleva farsi cappuccino.

Nel 1602 Marianna partorisce il “putto morto” che le complici Benedetta e Ottavia consegnano all’Osio. Dopo il primo “incidente” però suor Virginia è molto turbata. Nel vano tentativo di dimenticare l’Osio getta nel pozzo più di 50 chiavi che l’Osio continua a far rifare dal fabbro; è tentata di gettarsi per disperazione nel pozzo del monastero ma è trattenuta da un’immagine della Madonna che si trovava nel giardino; fa voti alla Madonna di Loreto inviandole ricchi doni. E’ sempre più convinta che si tratti di “mal d’amore” provocato da malefici. Infatti dice che si trovavano nel suo letto “osse dei morti ratti morti corde di ferro uncini...”. Ricorre allora anche lei a sortilegi per combattere la magia. Le consigliano di diventare “coprofaga” dell’amante, un rimedio considerato molto efficace contro il mal d’amore. Procuratasi gli escrementi dell’amante, li fa seccare e li beve per tre volte alla mattina dentro un brodo fatto con fegato e cipolle.

Malgrado tutti questi tentativi, i rapporti riprendono, anche se più saltuariamente anche perché per alcuni mesi l’Osio è a Roma e a Loreto, e nell’autunno del 1603 suor Virginia resta nuovamente incinta di una bambina che verrà partorita l’8 agosto 1604. Questa figlia che sarà chiamata Alma Francesca Margherita vive con l’Osio che la legittimerà il 17 aprile 1606 dicendo di averla avuta da una certa Isabella da Meda. Nel suo primo anno di vita viene allattata da diverse balie, una di queste è la figlia di Susanna, la serva del monastero. In corrispondenza a queste due gravidanze, Marianna chiede alla matrigna una rendita maggiorata di 20 ducati, forse per pagare chi la assisteva. Complici dei due parti sono suor Benedetta e suor Ottavia. Nel secondo parto anche suor Silvia Casati e suor Candida Colomba. Dopo il secondo parto,  suor Virginia esce varie volte dal convento per vedere la bambina in casa dell’Osio. Altre volte invece gliela portano dentro il convento. Suor Virginia la accarezza e prepara dei vestiti per lei anche se la giudica brutta e non le sembra la bambina che lei ha partorito. Durante la gravidanza, per giustificare l’ingrossamento, si dice che è ammalata alla milza e che è idropica.

In questo periodo, poco dopo il secondo parto, qualcosa si fa per tappare la falla: vengono murate le finestre che guardano verso la casa dell’Osio e suor Virginia viene trasportata con tutto il letto (era spesso ammalata) in un’altra parte del monastero.

Il 6 giugno 1605 l’arcivescovo di Milano Federico Borromeo visita il monastero senza avere alcun sospetto delle gravi irregolarità che turbavano quella comunità religiosa. Assegna diverse penitenze a suor Virginia: i digiuni e le flagellazioni sembra che abbiano fatto cessare la relazione dimostrandosi più efficaci della ripugnante pozione magica.

Nell’estate del 1606 la situazione, che sino ad allora era rimasta miracolosamente in equilibrio, inizia a precipitare. La conversa Caterina da Meda, in occasione della visita al convento di Mons. Pietro Barca, canonico di S. Ambrogio, vuole rivelare la relazione di suor Virginia. Caterina non era professa e era considerata inadatta a diventare monaca per il suo cattivo carattere e forse anche perché rubava nel monastero. Il 23 luglio, pochi giorni prima della temuta visita, Caterina viene chiusa per punizione nella legnaia su istanza di suor Virginia perché aveva sporcato il letto di suor Degnamerita che piaceva molto a suor Virginia perché suonava bene l’organo e cantava. La sera prima suor Virginia e le sue complici (suor Benedetta, suor Candida Colomba, suor Ottavia e suor Silvia) vanno da lei per imporle di non parlare ma lei non accetta. L’Osio allora è costretto ad ucciderla con tre colpi in testa. Viene nascosta nel pollaio mentre si apre un buco nel muro per far credere a una sua fuga. Il giorno dopo si svolgono le elezioni che vedono la vittoria del partito avverso alla Signora guidato da suor Angela Sacchi e dall’Imbersaga. L’Imbersaga sostituisce suor Virginia nella carica di vicaria, suor Angela sostituisce la precedente superiora Bianca Caterina Homati in carica dal 1603. Il giorno dopo l’Osio seppellisce il corpo di suor Caterina nella sua “neviera” mentre la testa è gettata più tardi nel pozzo di Velate. Suor Virginia minaccia le monache complici (“mi bravò su la vita”) di fare la stessa fine se avessero parlato.

Questo omicidio resta segreto perché tutti sono convinti che la conversa sia fuggita. Nell’autunno del 1606 però le voci sulle irregolarità del convento si fanno più frequenti anche se pronunciate con “trepidazione, esitazione e perplessità”, ma anche con un tono “più franco” e “più afflitto”.Il fabbro  aveva contraffatto le chiavi (forse un certo Cesare Ferrari) e parla in giro dei fatti del convento e viene ucciso dall’Osio, che tenta anche di uccidere Rainerio Roncino, il farmacista, ma quest’ultimo si salva perché il colpo di archibugio non va a segno. L’Osio avrebbe voluto uccidere anche il prete Arrigoni per far smettere tutte le chiacchiere con il terrore, ma suor Virginia glielo impedisce.

Tutto questo trambusto arriva alle orecchie del governatore di Milano. Nel carnevale del 1607 l’Osio è arrestato dal Fuentes e incarcerato a Pavia. L’operazione è condotta con discrezione per non sollevare scandalo, e non si sa se si riferisce agli omicidi o alla relazione con la monaca. Il 4 luglio l’Osio commette comunque un grave errore: scrive una supplica all’arcivescovo proclamandosi innocente di tutto e allega una dichiarazione medica del 5 maggio dove si afferma falsamente che il soggiorno in carcere avrebbe potuto aggravare la malattia del recluso mettendo in pericolo la sua vita.

Anche suor Virginia si muove spedendo al Fuentes una lettera sottoscritta da altre monache per dire che tra l’Osio e il monastero i rapporti sono corretti.

Il Borromeo, che non sapeva nulla, si mette in allarme e inizia ad informarsi sull’Osio e su eventuali suoi reati legati alla vita religiosa di Monza. Lo mettono quindi al corrente delle voci che circolavano sul monastero di S. Margherita e perciò, tra fine luglio e inizio agosto 1607, eccolo a Monza dove finge di compiere una normale visita pastorale mentre in realtà esplora la situazione. Nel monastero conversa con le monache invitando a sistemarsi i capelli quelle che le avevano in disordine. Finalmente si arriva al colloquio riservato con la Signora:

 “ con calma al problema che doveva trattare, sonda l’animo della donna, lo rigira da ogni parte più per ottenere la confessione di una colpa - qualora ce ne sia qualcuna - che per biasimarla e accusarla. La ammonisce a ricordarsi della casata e dei propri natali e anche dei doni che le sono stati dati per grazia di Dio, come pure a comportarsi veramente come si addice a che è primo quanto a pietà, modestia e modello di ogni virtù; le ricorda che non solo le suore e le vergini che risiedono nel suo stesso monastero, ma anche tutto il popolo della città è attento, tiene gli occhi rivolti al luogo ove essa vive, osserva ed esamina quanto si può non per malignità o livore, ma perché in realtà è la condizione di ogni principe a comportare simile attenzione. Egli è abbastanza convinto che fino a quel giorno tutte le sue azioni sono state innocenti, pure e senza colpa; del resto, se per caso fossero sorte in seguito delle chiacchiere e delle voci meno convenienti, sarebbe stata la santità della sua vita a confutarle. Disse questo e altre cose. L’esito del colloquio fu il seguente: che da un lato la donna rimase più sospettosa di quanto fosse in precedenza; dall’altro il Cardinale se ne partì più inquieto e preoccupato di quanto fosse prima di giungervi”.

Durante questo colloquio, suor Virginia dice al cardinale che la prigionia dell’Osio potrebbe mettere a rischio il suo onore, ma capisce che le cose si stanno mettendo male e fa avvertire la famiglia dell’Osio che se Giovan Paolo fosse tornato a infastidirla sarebbe “stata sforzata farlo sapere alle mie genti acciò gli facessero una burla”.

Il 28 settembre il fratellastro Luys de Leyva risponde affermativamente al cardinale che aveva chiesto di alzare il muro del convento.

Nello stesso mese l’Osio fugge dal castello di Pavia e torna segretamente a Monza e il 6 ottobre Camillo il Rosso, uno dei suoi bravi, uccide Rainerio Roncino che aveva parlato in giro di strane porcherie che avvenivano nel convento e che era scampato al precedente attentato. Mettendo una pistola a casa sua, viene fatto incolpare dell’omicidio il prete Paolo Arrigone, che è tradotto nell’arcivescovado di Milano. Inizia così il famoso processo, i cui Atti sono stati recentemente pubblicati dopo molti decenni di titubanze da parte della Curia milanese.

Al processo contro il prete Arrigone il portinaio del monastero, Domenico Ferrari, testimonia a metà ottobre che il vero omicida è il Rosso su mandato dell’Osio, furioso perché  il Roncino aveva detto in giro che la bambina che viveva con lui era figlia di suor Virginia. Subito dopo il portinaio e la moglie vengono licenziati dal monastero per averlo diffamato.

Venuto a conoscenza di queste accuse, l’Osio prima si nasconde di notte nella vicina chiesa di S. Maurizio, poi dal 1° novembre si nasconde in convento, prima nella stanza di suor Ottavia e poi in quella di suor Benedetta. A metà novembre manda fuori dallo Stato (a Verona o a Bergamo) il suo fedele servitore e “bravo” Giuseppe Pesseno perché non venisse preso e costretto a confessare.

Le altre suore, vedendo le due complici girare per il convento con il cibo, si accorgono dell’”ospite” e avvisano subito il cardinale che il 25 novembre 1607 manda a prendere suor Virginia con la forza trasportandola di notte a Milano, nel monastero di S. Ulderico al Bocchetto. La cosa non risultò molto semplice perché, come racconta il Ripamonti, suor Virginia rompe i legami, elude la sorveglianza e afferrata una spada la brandisce minacciosa e furibonda e tenta di fuggire. Ripresa, “sbatté il capo contro la parete e, se non fosse stata disarmata e trattenuta da alcune mani, si sarebbe colpita da sè”.

E’ forse in questa occasione che si verifica il drammatico incontro col cardinale che deve aver profondamente colpito il Manzoni.

“E’ facile comprendere come da quel corpo, da quella bocca e da quell’animo, insieme alla verginità, se ne fosse andato anche ogni pudore, e come essa, non più vergine, non fosse degna di stare più a lungo nel novero delle vergini; e infatti osò dire di essere stata iniziata agli ordini sacri in modo non conforme alle regole e alle disposizioni; di essere stata chiusa in un monastero dai suoi contro la propria volontà; di non aver avuta l’età prescritta quando vi entrò; di non avere avuto gli anni richiesti per la cerimonia della professione; e quindi che non poteva pronunciare i voti. E sospinta dalla propria audacia e da una grande arroganza pronunciò in particolare queste parole: che lei si doveva sposare, e che dovevano darle colui che essa aveva già prescelto”

Il giorno seguente l’Osio scappa del convento e si rifugia nei dintorni di Monza. Il 27 novembre iniziano gli interrogatori con quello della superiora. Il 28 parla il portinaio, la moglie e la vicaria suor Francesca Imbersaga, nemica di suor Virginia. Il 29 novembre, suor Benedetta riceve la visita in parlatorio di un certo fattore Damiano (da parte dell’Osio) che chiede notizie di Virginia. Spaventata dagli interrogatori delle suore avviati nel monastero, suor Benedetta fa chiedere all’Osio di farla fuggire dal convento assieme a suor Ottavia. Escono la sera stessa da un buco aperto nel muro, incontrano l’Osio e si avviano fuori città. Arrivati al ponte sul Lambro l’Osio tenta di uccidere suor Ottavia buttandola nel fiume e colpendola ripetutamente con l’archibugio sulla testa. La suora tuttavia riesce a salvarsi, viene soccorsa e trasportata nel monastero di S. Orsola in Monza dove però morirà per le ferite il 26 dicembre dopo aver confessato i delitti commessi. La sera del giorno dopo l’Osio tenta di uccidere anche suor Benedetta Felice Homata buttandola nel pozzone di Velate presso Vimercate dove si rompe due costole e il femore. Anche lei viene soccorsa e trasportata al monastero dove inizia a confessare. Questo duplice tentato omicidio, travisato dal tempo, si è trasformato in una leggenda secondo la quale l’Osio avrebbe gettato la monaca o addirittura la Signora nel cosiddetto “pozzo della Spagnola” che oggi è murato nella cinta del Regio Parco, presso al ponte sul Lambro, nella via per andare dalla città al convento delle Grazie.

Il 9 dicembre un’ispezione del pozzo di Velate fa saltare fuori la testa di Caterina da Meda. L’11 dicembre suor Ottavia confessa il delitto. Il 13 dicembre si scoprono nella neviera dell’Osio gli altri resti di Caterina, che vengono sepolti a Milano a S. Stefano in Brolo. Lo stesso giorno vengono carcerate nel monastero anche le altre due complici: suor Candida Colomba e suor Silvia Casati. L’Osio si rifugia nei territori di Venezia per sfuggire all’ira del governatore Fuentes che vuole a tutti i costi la sua testa. Su sentenza del Senato del 19 dicembre la sua casa a Monza viene prima devastata e poi demolita.

Il 20 dicembre l’Osio scrive una seconda lettera al cardinale Borromeo, lo ringrazia per l’aiuto prestato quand’era prigioniero a Pavia, dice che lui e suor Virginia sono innocenti e che la colpa di tutto è delle due “bestie” - suor Ottavia e suor Benedetta -  che lui ha provveduto a “castigare” per conto di Dio, ma dalle deposizioni raccolte nel processo contro le suore emerge una verità ben diversa. Il 22 dicembre a conclusione della prima fase dell’inchiesta è interrogata a Milano suor Virginia che ammette la relazione e l’omicidio incolpando di tutto l’Osio e il prete Arrigone. Il 2 gennaio 1608 Gian Paolo Osio è citato per i due tentati omicidi e l’omicidio di Caterina e anche per aver tentato di incolpare il prete Arrigoni dell’omicidio Roncino. Il 25 febbraio è condannato in contumacia alla forca e alla confisca dei beni.

Camillo il Rosso, Nicolò Pessina detto Panzulio e Aloisio Panzulio, servi dell’Osio, sono condannati alla decapitazione e alla confisca dei beni per l’uccisione di Rainerio Roncino. Già scappati oltre il confine, questi figurano ancora tra i ricercati nel 1614. Una grida del 5 aprile 1608 promette 1000 scudi e la liberazione di quattro banditi se l’Osio è preso vivo, la metà se è preso morto.

La sentenza prevede inoltre che al posto della casa sia innalzata una Colonna infame, con base e capitello e sopra una statua della Giustizia in ceppo gentile. La statua verrà danneggiata da ignoti pochi mesi dopo sollevando le ire del Fuentes (grida del 23 maggio 1609).

Il 20 giugno 1608 la madre dell’Osio, Sofia Bernareggi, di 84 anni, chiede al Senato di ricevere una sovvenzione pari agli interessi sui beni confiscati. Le danno invece una fideiussione per 50 scudi.

L’Osio sarebbe stato ucciso a tradimento nei sotterranei del palazzo del suo amico Taverna che lo aveva ospitato, oggi palazzo Isimbardi. Secondo un altro racconto sarebbe stato decapitato a Monza. Il messaggero che portava la testa a Milano si sarebbe imbattuto nel Fuentes che l’avrebbe buttata a terra e calpestata. In base a questo episodio sarebbe morto nel 1609. Sappiamo dai documenti che nella primavera del 1609 era ancora vivo mentre nel 1613 è ricordato come defunto.

La Colonna venne tolta il 13 maggio 1613. Il campo era diventato un ritrovo di giocatori di “ballone, palla e pallamaglio” che infastidivano le monache scavalcando spesso il muro per recuperare palle e palloni.

Il processo di Suor Virginia inizia il 27 novembre 1607 con l’interrogatorio della superiora Angela Sacchi da parte del vicario criminale Gerolamo Saracino. E’ il primo atto del processo In Causa violationis clausurae deflorationis et homicidii Monialis in Monasterio Sanctae Margaritae Modoetiae patratorum a Io. Paulo Osio.

Il 22 dicembre suor Virginia compare davanti a Gerolamo Saracino per il primo dei suoi due “costituti”. Marianna si difende con la tesi della nullità dei voti e sostenendo che forze diaboliche avevano esercitato su di lei una forza irresistibile.

Una lettera del 23 febbraio 1608 annuncia che arriverà a Milano un valente giurista: Marmurio Lancillotti da Spoleto. Era stato richiesto dal Borromeo forse per poter avere la sentenza da una persona non influenzabile dalle famiglie milanesi coinvolte nel processo. Più probabilmente viene chiamato perché era emerso un sospetto di eresia da parte del prete Arrigone per la storia della calamita e ciò comportava un intervento del Sant’Uffizio. Il nuovo giudice poteva cumulare sia il processo ordinario di competenza vescovile sia quello di competenza dell’inquisizione.

Dal 19 febbraio al 27 marzo 1608 si svolgono gli interrogatori del prete Paolo Arrigone dal parte di Gerolamo Saracino che poi passa l’incarico al Lancillotto che riprende gli interrogatori il 22 maggio con suor Candida Colomba che conferma le accuse anche sotto la tortura dei sibilli (per 15 minuti). Il 31 maggio chiede di interrogare suor Virginia al Bocchetto ed eventualmente di sottoporla per un periodo di due Miserere alla tortura dei sibilli, legnetti sistemati tra le dita delle mani giunte. L’interrogatorio è del 14 giugno. L’imputata in questo caso deve solo confermare sotto tortura le dichiarazioni già rese contro il prete. Interroga nuovamente e ripetutamente Paolo Arrigone, sottoponendo alla tortura anche il portinaio (12 giugno, tortura della corda) e la moglie (23 giugno, sibilli per tre Miserere e più) che devono soltanto confermare anch’essi le accuse già pronunciate contro il prete.

La sentenza viene ponderata da luglio fino al 18 ottobre 1608. Il 18 ottobre, letta la sentenza, Virginia è condotta nel ricovero delle convertite di S. Valeria per essere murata in una cella. Nella sentenza le colpe di Virginia non sono esplicitate, ma vengono sintetizzate come “plurima gravia, et enormia, et atrocissima delicta, de quibus omnibus in processu contra eam.” Il Ripamonti dice che suor Virginia accoglie questa decisione “come un graditissimo dono”.

Il 18 ottobre 1608 è emessa la condanna di Paolo Arrigone a tre anni di triremi  condanna mite per via della prigione già scontata dall’imputato. Al suo ritorno dovrà risiedere almeno 15 miglia lontano da Monza. La sentenza viene notificata il 27 gennaio 1609.

Il 27 luglio 1609, a conclusione del processo è emessa la sentenza contro le altre suore (Benedetta, Candida e Silvia) condannate ad  essere murate vive a vita nel convento di S. Margherita. Nei giorni precedenti (23 e 24 luglio) erano state interrogate altre suore alla ricerca di eventuali complici.

Il 25 settembre 1622, dopo 14 anni di segregazione, suor Virginia esprime il suo pentimento e può uscire dalla cella dov’era stata murata. Probabilmente anche le sue compagne prigioniere nel monastero di Monza sono liberate in questo stesso periodo.

Appena uscita, resta muta e solitaria. Chiede solo di parlare con il Borromeo, che dopo molte insistenze da parte delle suore di S. Valeria, acconsente a vederla e incontrandola la apostrofa con queste durissime parole:

“E così dunque, femmina spudorata, non ti vergogni di presentarti al tuo pastore? E così dunque tu, infame, osi anche stare davanti ad un presule? Tu, del tutto indegna di stare sulla terra, degna piuttosto di ogni supplizio, degna di essere rinchiusa tra due pareti, finché sei viva, come pure di essere sepolta all’inferno, una volta morta. Di’ sù, di’ chiaramente una buona volta se sei proprio quella stessa che in passato era tanto potente! Non sei stata abbastanza punita sino ad ora? Desideri ancora che si faccia ricorso a carceri più strette, che ti siano comminati supplizi più severi? Che vuoi, femmina miserabile? E stai attenta a non alzare gli occhi impudichi, indegni di fruire e di godere la luce”. (Carlo Marcora, La biografia del cardinal Federico Borromeo scritta dal suo medico personale G.B. Mongilardi, Memorie storiche della Diocesi di Milano, vol. XV, Milano 1968, pp. 190-191)

Il racconto di Giovanni Battista Mongilardi, medico biografo del Borromeo, dice che suor Virginia pronunciò poche parole di pentimento, il Borromeo la stava scacciando quando vide le sue vesti lacere e allora cambiò tono e la consolò.
E’ interessante ciò che Virginia dice al cardinale sulle sue esperienze spirituali:

“... avvertiva di essere sospinta dalla grazia divina e vedeva alcune cose divine, ed era indubbiamente preda di quei moti e delle agitazioni che sono soliti verificarsi quando l’anima si è sciolta dalla comunanza col corpo e si innalza al cielo in atto contemplativo. Diceva di aver visto le specie celesti, di aver spesso udito voci superiori alle umane e aggiungeva altre cose simili, certamente vere, ma che egli sospettava trattarsi di scherni, arti e inganni dei demoni.”

Il Borromeo, prima molto sospettoso, dopo frequenti visite a suor Virginia, le commissiona lettere edificanti ad alcune suore pericolanti. Ci restano due di queste lettere assieme ad un certo numero di biglietti spediti dalla penitente al cardinale. Nella lettera del 9 dicembre 1625 che si dice fosse indirizzata a una suora del Lentasio, suor Virginia ci parla della sua prigionia come “la caritativa et santa medicina delle mie piaghe” e così la descrive “io sono delle maggiori peccatrici del mondo, cloaca veramente puzzolente alle nari de Iddio, et per li miei peccati ha voluto la giustizia del Signore che sia stata posta in un carcere di braccia tre larga, et di lunghezza de cinque et murata la porta et finestra in tale modo che non vedeva se non tanto spiracolo bastante appena per dire l’offitio. Priva di ogni conforto humano colma di calamità, et disagi et anco infirmità insieme, de quali anche in quel stato, senza alcun mezzo de homini, la bontà d’Iddio incomprensibile mi ha de molto risanata, che se potessi narrarle a viva voce il tutto, si stupirebbe et farebbe grandissimo cuore in Dio. In questo carcere sono vissuta anni tredici.”

I tredici, anzi quattordici, durissimi anni di segregazione la resero soggetta a forti emicranie delle quali così si lamenta nella chiusa dell’altra lettera del 19 dicembre 1626: “Prego V.S. raccomandarmi al Signore in particolare per il gran male che patischo nel cervello, che in estremo mi afflige.”

La conversione della penitente alla fine viene ritenuta autentica dal cardinale che pensa di scrivere la sua biografia.

Negli ultimi anni della sua vita - l’8 novembre 1646 -, durante le trattative da parte della città di riscattare la contea di Monza in vista dell’estinzione della famiglia de Leyva, Marianna scrive su richiesta questa nota sui membri della sua famiglia:

“Don Antonio de Leyva fu governatore di questa città ebbe un figliolo chiamato don Luis che sucese principe d’Ascolli il quale ebbe cinque figli maschi don Antonio don Martino mio padre don Giovanni don Francesco e don Filipo con una figlia maritata nel marchese Masimiliano di Soncino che si fece poi capucino.

Don Antonio sudetto come magiore sucese principe et ebbe un sol figlio che fu nominato per nome d’ Luiso il quale è statto padre dil Principe se pur vive chiamato il dilatando e Don Pietro e don Luis mio fratello. Don Luis, Conte di Mora è castellano de Lovo in Napoli già sta in ciello l’altro fratello Don Hieronimo dicono esser Vicere in Sicilia se pur vive.”

L’operazione della città tuttavia non va in porto e così nel 1648 la contea di Monza viene acquistata dai Durini che la terranno fino all’epoca napoleonica.

L’epilogo di tutta la vicenda è davvero gelido.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/05/le-citta-della-pianura-padana-monza.html

Elenco blog Amici