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lunedì 15 giugno 2015

LE STATUE PARLANTI DI BRESCIA

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La più nota è la cinquecentesca Lodoiga, situata sotto il porticato della Loggia, a cui rispondono i "Macc dèle ure", le figure meccaniche in cima alla Torre dell'Orologio e il Montasù dèle Cosére, il faccione delle Cossere dal naso mozzato. Quando nel 1311 l'imperatore Arrigo VII espugnò la città guelfa, giurò di distruggerne le mura e di mozzare il naso ai cittadini. Grazie all'intervento del Legato Pontificio e al pagamento di una pesante taglia, il furioso imperatore ridimensionò le proprie ambizioni di vendetta accontentandosi di mozzare il naso alle statue. Il povero Montasù fu una delle sculture colpite dallo sfregio imperiale.

La Lodoiga fu scolpita da Giovanni Battista Bonometti o Cesare Federico da Bagno o altri nella seconda metà del Cinquecento.

Di origine molto controversa e storia altrettanto dibattuta, era posta originariamente davanti all'ultimo pilone sinistro della facciata del Palazzo della Loggia e rappresentò un elemento tradizionale popolaresco della piazza fino alla fine dell'Ottocento, quando fu rimossa e portata in nuova sede. Dopo varie vicissitudini e trasferimenti, nel novembre del 2011 è stata definitivamente ricollocata sotto il porticato della Loggia.

Da dove venga esattamente, così come il motivo per il quale fu scolpita, sono fatti indubbi: durante la seconda metà del Cinquecento il cantiere della Loggia era giunto alla sommità e entro poco tempo si sarebbe eretta la copertura a carena di nave. Il progetto di Jacopo Sansovino, ormai giunto al completamento, prevedeva come coronamento della facciata sulla piazza una spessa fascia decorativa costituita da un alto fregio, una balaustra e una doppia fila di statue, quattro doccioni e quattro figure di altro tipo, in asse gli uni rispetto alle altre.

Le due esterne, ai lati della balaustra, rappresentavano i Santi Faustino e Giovita, i patroni della città, mentre le due interne dovevano rifarsi al motto di Brescia, scolpito anche in un'epigrafe pochi metri più in basso, Fidelis Brixia fidei et iusticiae consecravit (Brescia fedele consacrò alla Fede e alla Giustizia), cioè Giustizia, Fedeltà (in senso civico) e Fede (in senso religioso). Di fatto, solo le prime due finirono sulla sommità della Loggia, mentre la terza, la Fede, rimase ai suoi piedi. È questo l'unico passo della storia della Lodoiga ancora oggi oscuro, cioè il motivo per cui fu scartata.

Il fatto che doveva essere una delle statue di coronamento è fuori discussione, visto che presenta la stessa altezza, le stesse proporzioni e lo stesso tipo di basamento. È anche ormai confermato, dopo vari dibattiti, che si tratti di una rappresentazione della Fede. Decine di rappresentazioni del tema, anche pittoriche, sono tutte affini: una figura femminile coperta pudicamente da un velo con in mano un calice contenente un'ostia. Quest'ultimo particolare, oggigiorno, non è più completamente visibile sulla statua poiché asportato in seguito, ma la base del calice e la sua sagoma contro il corpo della figura sono ancora chiaramente leggibili. Impossibile anche che sia una delle altre due virtù in questione, cioè Giustizia o Fedeltà, poiché esse sono correttamente rappresentate secondo tradizione, l'una con spada e bilancia e l'altra in compagnia di un cane, dalle due statue poste a coronamento del palazzo.

Anche circa la concreta esecuzione della statua vi sono alcune lacune: un contratto del 1557 commissiona al toscano Francesco Bonaiuti la produzione sia delle quattro statue (segnalando come virtù da rappresentare la Fede e la Giustizia) sia di quattro "acquari", cioè i doccioni. Nel novembre dello stesso anno, dopo aver realizzato solo tre "acquari", il Bonaiuti muore e la commessa viene in parte ereditata dal giovane e ancora poco conosciuto Giovanni Battista Bonometti, bresciano, che si impegna a realizzare il doccione mancante. Il lavoro riesce bene e gli viene affidata anche la realizzazione delle statue dei due Patroni, mentre le due virtù vengono commissionate al ferrarese Lodovico Ranzi nel 1558. L'ordine non cambia: le statue devono raffigurare la Fede e la Giustizia. Per motivi non noti, nemmeno il Ranzi riesce a portare a termine l'incarico e si ricorre nuovamente al Bonometti, al quale viene affidata la statua della Giustizia.

Inspiegabilmente, per la statua rimanente viene chiamato il fiorentino Cesare Federico da Bagno, completamente estraneo al cantiere della Loggia: la scelta appare improvvisa, dovuta come ad una improvvisa decisione di ripiego. È probabile che avesse già comunque lavorato a Brescia per la realizzazione del portale del palazzo del deputato Ottaviano Martinengo in via Trieste, oggi sede dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, e quindi forse già conosciuto dall'amministrazione. La Lodoiga potrebbe anche essere di questo autore, come evidenzierebbero alcune affinità con le statue del suddetto portale.

In ogni caso, sul coronamento della Loggia viene issata una virtù estranea ai contratti, la Fedeltà. L'ipotesi più probabile, quindi, sul come la questione terminò è che il Bonometti realizzò di fatto entrambe le virtù, ma quella della Fede, per qualche motivo ignoto, non piacque e restò alla base, a causa del troppo oneroso ritiro della scultura da parte dell'autore. A quel punto l'amministrazione si sarebbe rivolta in extremis al da Bagno, che forse fraintese la virtù da scolpire (vari documenti dell'epoca dimostrano come, al tempo, la distinzione fra Fede e Fedeltà non era spesso rispettata). Troppo brutta la statua del Bonometti e sbagliata quella del da Bagno: i deputati alla fabbrica avrebbero quindi elevato la statua migliore, anche se errata, confidando che la lontananza dall'osservatore avrebbe mascherato l'esito della sfortunata vicenda.

Tutto ciò potrebbe essere accettabile, ma in tal caso resterebbero inspiegabili le affinità fra la Lodoiga e le statue del portale del da Bagno, come se anche la misteriosa statua fosse stata scolpita da lui e non dal Bonometti, e poi scartata, come vuole la prima ipotesi. Se si vuol seguire questa strada, allora bisogna credere che la statua fu subito affidata al da Bagno, e non in un momento successivo come ripiego all'errore del Bonometti, e che a questo punto fu la sua statua a non piacere e ad essere abbandonata a terra. Il da Bagno ne avrebbe quindi scolpita un'altra per rimediare, ma perché allora scolpire la Fedeltà e non rifare, migliorata, la Fede? La questione resta ancora oggi molto intricata e, vista la scarsità di documenti al riguardo, praticamente insolubile.

In un modo o nell'altro, comunque, la statua viene trascinata in un angolo, davanti all'ultimo pilone di sinistra della facciata, e lì rimase nei secoli. Il portico della Loggia, per sua natura cardine fra l'interno e l'esterno, fra le cariche pubbliche e il popolo, rappresentò da sempre il luogo dove forse maggiormente si esplicavano i rapporti fra i due. Nell'angolo nord-est, opposto quindi alla Lodoiga, si trovava il congegno per le punizioni corporali; più a est, alla base della colonna con il Leone di San Marco, venivano compiute le esecuzioni capitali e le torture. Accanto alla statua, poi, era posta la "pietra del bando", dove salivano i banditori o gli oratori per parlare alla folla e sotto il porticato il commercio fioriva. Quel porticato, quasi una sorta di anticamera popolare e, per così dire, "democratica" della sede del governo, non ebbe difficoltà a trovare la sua voce proprio nella Lodoiga, che fu assunta come "statua parlante" della città, similmente alle più famose statue parlanti romane come Madama Lucrezia e il Pasquino.

Non sempre era possibile, ovviamente, commentare ad alta voce i bandi o il comportamento degli amministratori: interveniva quindi la Lodoiga attraverso biglietti e fogli incollati anonimamente sul pilone adiacente o sul muro interno. In realtà, il fenomeno delle statue parlanti si ebbe soprattutto a Roma e nelle città della zona, mentre a Brescia fu favorito dallo scontro di idee e pensieri coincidente con la fase napoleonica e giacobina, dunque verso la fine del Settecento, arrivando addirittura a pubblicare "dibattiti" fra le due statue che battono le ore sull'orologio astronomico della piazza, i "macc dèle ure", popolarmente chiamati "Tone" e "Batista" e visti come parteggianti il governo (data anche l'altitudine e la lontananza dal popolo) e la Lodoiga, sempre invece dalla parte del popolo (posta infatti sulla piazza, vicina a tutti, senza nemmeno un piedistallo che la elevasse). Una sorte simile riguardò anche il Mostasù dèle Cosére in corso Goffredo Mameli, analoga scultura dalle dubbie origini fissata nei secoli nell'immaginario popolare.

Lo stesso nomignolo, "Lodovica" o "Lodoiga" in dialetto bresciano, è da far risalire a questo periodo e la prima citazione in questo senso è proprio del 1799: il termine deriverebbe dal nome della poetessa Lodovica Fè d'Ostiani (1736-1814), autrice nota per i suoi facili versi di maniera diffusi fra i salotti aristocratici. Il nobile Carlo Girelli le dedicò un sonetto in dialetto, che forse ebbe fama popolare, dove si cantava la sua voce femminile in versi, schietta bocca della verità. È chiaro, dunque, come il capitolo più consistente del suo ruolo di statua parlante si possa circoscrivere al solo periodo napoleonico, tanto che, prima di questo, essa non aveva nemmeno un nome o, comunque, "parlava" al posto del popolo con meno forza e più sporadicamente.

Nuovamente in questi anni, oltretutto, si può collocare l'atto vandalico che rimuove il calice con l'ostia, gesto assimilabile ad una lunga serie di piccoli delitti all'arte, in Brescia e in molte altre città, commessi dai giacobini che appunto in questi anni danneggiarono o rimossero gran parte dei simboli religiosi immediatamente accessibili su piazze e strade, quali croci, affreschi e iscrizioni. Il volto della statua viene anche deturpato da una secchiata di vernice nera, lanciata sempre in questo periodo.

Il 21 marzo 1874, nell'ambito dei lavori di restauro e di recupero della qualità originaria della piazza sotto la direzione di Giuseppe Conti, la statua viene rimossa, vista come "deformità innanzi alla facciata", e portata nel Palazzo Martinengo Avogadro in corsetto Sant'Agata, al tempo carcere e sede della Pretura. È solo l'inizio di una lunga serie di trasferimenti: nel 1877 ha già cambiato sede e viene sistemata nel cortile d'ingresso al museo dell'Età Cristiana, aperto in alcuni locali dell'ex monastero di Santa Giulia, in occasione dell'inaugurazione del museo avvenuta nel 1882.

Ma l'ironia che ormai circondava la statua, radicata nell'immagine popolare, non doveva abbandonarla e fa riconoscere alla statua il ruolo di "portinaia" del museo, poiché collocata prima della biglietteria e quindi visibile da tutti, anche da chi non avesse ancora pagato il biglietto o da chi semplicemente passava davanti all'ingresso. Ulteriori motti di celia accompagnavano il suo fantasioso sodalizio con la statua del profeta Elia che le stava accanto, una delle due statue del sagrato della Chiesa di Santa Maria del Carmine (l'altra era del profeta Eliseo) rimosse anch'esse nell'Ottocento.

Trasferita in seguito sotto un porticato del monastero, negli anni ottanta del Novecento la Lodoiga diventa nuovamente oggetto di discussione: il progetto di riforma storica della piazza, pensato dall'architetto Giorgio Lombardi, la voleva ricollocare nella sua posizione originaria, ma il piano non trova applicazione e la statua rimane al suo posto. Con l'apertura del museo di Santa Giulia nel 1998, viene trasferita nel primo cortile est della chiesa di San Salvatore, presso una fontana. E l'ironia, sebbene fossero passati più di cento anni, torna a farsi sentire: la Lodoiga rischiava di passare come lavandaia del museo.

Si propongono quindi altre sistemazioni: nel 2001 un accordo fra il sindaco dell'epoca Paolo Corsini e il Rettore dell'Università statale porta la statua all'interno del cortile del monastero di Santa Chiara, sede della Facoltà di Economia e Commercio dell'Università degli Studi di Brescia, presso la scalinata barocca. La statua, nell'occasione, viene anche ripulita, asportando la colorazione nerastra della vernice gettatale addosso duecento anni prima. Per via della prescrizione della direzione museale, che richiedevano la protezione alle intemperie, la Lodoiga viene sistemata in uno stretto angolo coperto, vicino al parcheggio dei motorini.

A inizio novembre 2011 viene finalmente annunciato il definitivo trasferimento della statua nella sua collocazione originale, sotto il porticato della Loggia. A una sistemazione provvisoria, entro materiale di imballaggio, è seguita la cerimonia di svelamento il 14 novembre 2011. La statua non è però stata ricollocata nella posizione originale, a fianco del primo pilastro sinistro della facciata, bensì nell'ultima campata destra del portico interno: l'assessore al Centro storico Mario Labolani, al riguardo, ha spiegato che "qui è più riparata da vento e intemperie, è l'attenta osservatrice di chi entra a palazzo Loggia e guarda dritta verso la sua posizione originaria, con un occhio rivolto al presente e l'altro fermo al passato". La definitiva ricollocazione, avvenuta dopo più di un secolo, è stata promossa dalla giunta di Adriano Paroli con lo scopo di "ripristinare il legame di dialogo che i cittadini bresciani hanno sempre mantenuto con i loro amministratori".

La scultura, come conseguenza ultima delle ipotesi sulla sua origine, è da attribuire al bresciano Giovanni Battista Bonometti o, anche se più improbabile, al fiorentino Cesare Federico da Bagno e collocabile al 1558-1559. Si tratta di una figura massiccia in marmo di Botticino, alta due metri e trenta centimetri, con base larga novanta centimetri e profonda settanta. Rappresenta una figura femminile, forse nuda, coperta da una tunica leggera con maniche a metà braccio e scolpita con una lieve pieghettatura. La veste presenta una scollatura rettangolare sul petto e i piedi, che sporgono con le sole dita, calzano dei lievi sandali.

La donna indossa anche un mantello che copre parzialmente spalle e braccia, annodato e sorretto dalla mano sinistra sul pube, che ricade a terra con ampi panneggi coprendo le gambe. Un velo, inoltre, copre la testa della figura, arrivando alla fronte e ricadendo poi sulle spalle. La mano destra, libera, è appoggiata sulla vita, in un gesto apparentemente generico ma che, invece, è una delle chiavi per comprendere ciò che la statua rappresenta. Fra le dita, infatti, è ancora ben visibile il basamento di un calice e, contro il seno della figura, il contorno della parte superiore dello stesso e dell'ostia che conteneva, portando a identificare la scultura, praticamente senza ombra di dubbio, una tradizionale raffigurazione della Fede. Oltretutto, fra il corpo della figura e il braccio sinistro, prima della mano che sorregge il nodo del mantello, è presente uno spazio vuoto che porta il braccio sinistro ad assumere una posizione non del tutto naturale, forse pensato per l'inserimento di una croce che, assieme al calice, accompagna frequentemente le allegorie di questa virtù.

La statua appare evidentemente sproporzionata ad una vista frontale e segue difatti le regole prospettiche e anamorfiche da applicarsi a sculture che devono essere viste dal basso, cioè accorciamento delle gambe e stiramento dell'addome e dei lineamenti del volto. Il retro, oltretutto, è praticamente sbozzato, appena accennato, ulteriore segno che l'opera si sarebbe dovuta vedere sì dal basso, ma anche solo da davanti, come lo sono appunto le statue del coronamento della Loggia, il cui retro è invisibile a causa della copertura a carena di nave.










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ERMENGARDA

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Sparsa le trecce morbide
sull’affannoso petto,
lenta le palme, e rorida
di morte il bianco aspetto,
giace la pia, col tremolo
sguardo cercando il ciel.
(…)
Te, dalla rea progenie
degli oppressor discesa,
cui fu prodezza il numero,
cui fu ragion l’offesa,
e dritto il sangue, e gloria
il non aver pietà,
te collocò la provvida
sventura in fra gli oppressi:
muori compianta e placida;
scendi a dormir con essi:
alle incolpate ceneri
nessuno insulterà.


Ermengarda (o Desiderata), figlia di Desiderio re dei Longobardi (sec. VIII). Di lei si hanno scarse e confuse testimonianze: il nome stesso è alquanto discusso e si deve, più che agli storici medievali, all'Adelchi del Manzoni. Da un oscuro passo di Pascasio Radberto (sec. IX) si ricaverebbe il nome Desiderata. Sappiamo comunque che Ermengarda, per volontà della regina Berta (o Bertrada), sposò nel 770 Carlo Magno, malgrado l'opposizione di papa Stefano III, ostile a un'alleanza matrimoniale tra la corte dei Franchi e quella dei Longobardi. Un anno dopo, quando già le relazioni tra Carlo e Desiderio erano tese, Ermengarda venne ripudiata e il papa non fu estraneo alla vicenda. L'innocenza di Ermengarda appare chiaramente dalla disapprovazione di Berta per l'operato del figlio; essa fu vittima della fluttuante politica del suo tempo. Dopo il ripudio, Ermengarda tornò a Pavia: secondo lo storico tedesco Aventinus sarebbe morta dando alla luce un figlio. Manzoni (Adelchi, atto IV) immagina che Ermengarda muoia nel monastero di S. Salvatore a Brescia, combattuta tra l'anelito alla pace in Dio e il sempre risorgente amore per Carlo, e fa di lei la vittima innocente, destinata dalla Provvidenza a espiare i soprusi e le violenze della sua gente e dello stesso Carlo, per mano del quale finiva il regno di suo padre.

Quella di Ermengarda non era una sorte rara: i matrimoni rispondevano spesso a logiche politiche e diplomatiche che nulla avevano a che fare con l’amore romantico. Ermengarda, però, ci è descritta da Manzoni come una donna innamorata, disperata per essere stata abbandonata dallo sposo tanto amato che, entrato in guerra con i Longobardi, l’aveva ripudiata e si era unito in matrimonio con un’altra donna.

Nel coro , che inizia con i versi divenuti famosi:

« Sparsa le trecce morbide
su l’affannoso petto,
lenta le palme, e rorida
di morte il bianco aspetto,
giace la pia, col tremolo
sguardo cercando il ciel »

Manzoni descrive la tragica fine della dolce e fragile Ermengarda che - incapace di sopportare le sue pene e il suo destino avverso -, mentre Desiderio e Adelchi combattono disperatamente contro Carlo, cade in un delirio che la porta alla morte.

Una lotta durissima con i propri affetti redime nella sofferenza la principessa longobarda (la provida sventura, la sventura dono della Provvidenza). Ermengarda, per poter morire serenamente, deve innalzarsi dall'amore terreno all'amore celeste, offrendo a Dio il proprio tormento. Luigi Russo scrive: "in questo secondo Coro poi è già visibile (ma non manca neanche nel primo), lo schema, caro alla musa manzoniana, dove la rappresentazione lirica si alterna con la meditazione morale (le riflessioni sulla provida sventura) e la fede parenetica finale ("Dalle squarciate nuvole.....): preannunzio sistematico della complessa ispirazione del poeta nel romanzo, e che già ha avuto notevoli presentimenti nell'opera dell'innografo e del tragediografo". 









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IL DIALETTO BRESCIANO

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                                           Gioanì pipètå,                                          
lü ‘l sa stémå
con_dè le scàrpe biànche,
ma sènså sölå.
Al sércå la murùšå,
ma nó’ ‘lla tróå,
è quànt che ‘lla troàdå
la ghè scapàdå.
La ghè scapàdå ‘n piàså,
co’ la chitàrå,
e lü col mandulì
e grì, e grì, e grì.

Giovannino pipetta,
si pavoneggia
con le scarpe bianche,
ma senza suola.
Cerca la morosa,
ma non la trova,
e quando l'ebbe trovata
gli è scappata.
Gli è scappata in piazza,
con la chitarra,
e lui col mandolino
e grì, e grì, e grì.

Il dialetto bresciano è, insieme al bergamasco, al cremasco, ai dialetti delle zone confinanti delle province di Cremona e Mantova, un idioma del gruppo orientale della lingua lombarda, appartenente al ceppo delle lingue gallo-italiche. Il bresciano è parlato, nelle sue diverse varietà, nel territorio della provincia di Brescia, nella parte nord-occidentale della provincia di Mantova (Castiglione delle Stiviere, Solferino, Medole, Castel Goffredo, Casalmoro), in quella sud-occidentale della provincia di Trento, nella valle del Chiese, valli Giudicarie e val Rendena.

La maggior parte del lessico del bresciano ha origini latine, esattamente come nella lingua italiana: infatti, i dialetti del lombardo sono nati dal latino volgare parlato in quei territori abitati al tempo della colonizzazione romana da popolazioni di stirpi varie. Il territorio bresciano in particolare fu sede dei Galli Cenomani che si insediarono a loro volta sovrapponendosi alle popolazioni preesistenti, probabilmente di stirpe affine ai Liguri e agli Euganei nelle valli e da genti di origine etrusca nelle pianure.

Più tardi il territorio bresciano fu invaso dai Longobardi, popolazione germanica originaria della Scandinavia meridionale, che hanno lasciato numerose tracce nel lessico.

Nell'evoluzione successiva, il bresciano ha accolto termini provenienti da altre lingue, quali principalmente l'italiano che è ormai conosciuto e parlato dalla totalità della popolazione bresciana e dal quale provengono quasi tutti i neologismi, ma anche il francese (per esempio: söför da chauffeur, conduttore di vettura) e in tempi recenti l'inglese (per esempio: fóbal da football, pallone da calcio, gioco del calcio; compiùter da computer, calcolatore elettronico eccetera).

Il dialetto bresciano, come gran parte dei dialetti italiani e delle lingue minoritarie regionali italiane, fino a sessant'anni fa era il linguaggio di ogni giorno e conosciuto da tutti nella provincia di Brescia, poiché poche persone conoscevano un italiano corretto. In particolare modo in provincia, dove fino agli anni sessanta il 70% dell'economia girava attorno all'agricoltura e all'allevamento, il bresciano era l'unico idioma conosciuto. Oggi, seppure permanga in larga misura accanto a un'ampia conoscenza dell'italiano, ha perso quella vasta varietà di vocaboli, chiaramente diversi dall'italiano, che soprattutto in ambito agricolo rendevano classificabile ogni singolo utensile. È possibile sentire vocaboli ormai desueti, in particolare relativi all'ambito agricolo, solo da persone di età avanzata. Tra le generazioni più giovani è in uso un dialetto fortemente contaminato dall'italiano.

La distribuzione del bresciano è con buona approssimazione assimilabile con i confini provinciali. Poiché la provincia di Brescia è molto estesa, anche le varietà dialettali sono numerose e risentono delle influenze degli idiomi parlati nelle province confinanti. Nella zona occidentale si risente molto del confinante e affine dialetto bergamasco. Nelle parlate della bassa (territorio pianeggiante a sud della città) è possibile riconoscere l'influsso del cremonese e del mantovano, sebbene siano proprio le parlate dell'alto cremonese e dell'alto mantovano a essere influenzate dal dialetto bresciano. Particolari inflessioni, gerghi, detti e modalità espressive le si possono riconoscere già passando nei diversi comuni come Manerbio, Leno, Ghedi, Verolavecchia, Quinzano d'Oglio e Orzinuovi in cui certi vocaboli o espressioni comuni al dialetto bresciano vengono spesso riconvertite e fatte proprie; per esempio gnaro/matèl, sòc/s-cèpol, fasòl/mantilì eccetera.

Il bresciano appartiene al gruppo delle lingue romanze, e in particolare, essendo un dialetto lombardo, appartiene al ceppo galloitalico. All'interno dei dialetti del lombardo, il bresciano si colloca insieme al bergamasco, al cremasco, al soresinese e alle parlate dell'alto mantovano, fra i dialetti lombardi orientali.

Le varianti del dialetto bresciano sono molto numerose. In alcuni casi si tratta di semplici variazioni nella pronuncia, ma alcune parlate, come per esempio il lumezzanese, i dialetti della Valle Camonica e il gardesano mostrano differenze molto marcate a tal punto da ridurre considerevolmente la mutua comprensibilità. Oltre a queste già elencate, si possono incontrare altre importanti varianti del dialetto bresciano nelle zone della Bassa Bresciana, della Franciacorta, dell'Alto Mantovano ed a Monte Isola (lago d'Iseo).

I principi generali sono validi anche per le altre varietà del bresciano benché si possano incontrare differenze locali anche notevoli.

Il bresciano ha 9 vocali e 20 consonanti.

Il sistema vocalico per le vocali non accentate è ridotto in confronto a quello delle vocali accentate.
Nella varietà urbana del bresciano per esempio e non contrastano. Ciò significa che la parola robà (rubare) può essere pronunciata sia ro'ba che r?'ba senza che ciò venga percepito come errore. Inoltre, un'ulteriore variante ru'ba è possibile ma in questo caso la differenza verrebbe percepita come una variante locale e l'intelligibilità non sarebbe in alcun modo compromessa.
Inoltre, il suono u sostituisce il suono o/? quando la vocale accentata è una /i/ o una /u/.
Anche i suoni e e ? non sono contrastivi nelle sillabe non accentate, per cui la parola vedèl (vitello) può essere pronunciata indifferentemente ve'd?l oppure v?'d?l. Anche in questo caso, e/? viene sostituita da i in caso di armonizzazione vocalica. In altri contesti lo scambio fra e/? e i non è tollerato nella stessa misura in cui viene tollerato lo scambio fra o/? e u: un'ipotetica variante vi'd?l sarebbe percepita come una pronuncia errata anche se non completamente contrastiva (non esistono coppie minime).
Anche il contrasto fra i suoni y e ø decade e y sostituisce ø in caso di armonizzazione vocalica.

In conclusione, è possibile affermare che esistono solo 5 qualità vocaliche contrastive nelle sillabe non accentate invece delle 9 per le vocali accentate: o/?,(u), ø,(y), a, e/?, i (ma con i non completamente separata da e/?).

Il Bresciano mostra un fenomeno di armonizzazione vocalica regressiva che coinvolge il grado di apertura dell'articolazione. Quando l'accento cade su una vocale chiusa (/i/ o /u/) la vocale che precede subisce una variazione del grado di apertura che viene portato a sua volta al più alto grado di chiusura.
La vocale /a/ non è coinvolta da questo processo ma al contrario agisce da vocale opaca bloccando il fenomeno di armonizzazione.
Questo fenomento colpisce tutte le parole indipendentemente dalla loro funzione grammaticale. Per cui possiamo trovare armonizzazione sia nei nomi che negli aggettivi che nei verbi, ecc.





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LA TORRE DELLA PALLATA A BRESCIA

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La torre, uno degli emblemi della città, venne costruita nel 1248 e viene annoverata fra i principali monumenti del periodo medioevale. Eretta utilizzando molti resti di edifici romani lungo le preesistenti mura medievali, a difesa della porta detta di San Giovanni, si alza per 31 metri e presenta una pianta quadrata di 10,6 metri. Svolse la funzione di deposito del tesoro comunale, magazzino annonario e anche prigione. L’area campanaria venne aggiunta nel Quattrocento, mentre nel Cinquecento venne incastonata nel suo basamento la fontana su via Pace, eseguita nel 1596 da Antonio Carra su disegno di Pietro Maria Bagnatore. Le figure rappresentano le allegorie di Brescia, armata e con cornucopia, e i due fiumi Garza e Mella.

Il nome "pallata" proviene da una palizzata eretta come difesa.

Dopo l'assedio di Enrico VII di Lussemburgo (1311), la torre fu utilizzata per altre funzioni tra cui quella di contenere la cassa del Comune, come possono testimoniare fatti quali il saccheggio del Tesoro del Monte di Pietà, che era custodito all'interno della Pallata.

Nel XV secolo vengono aggiunti altri elementi ornamentali, quali l'orologio nel 1461, o nella parte superiore, i merli in cotto e la torricella, aggiunti tra il 1476 e il 1481.

Sul lato sud della torre è addossata la Fontana, posteriore all'epoca dell'erezione della torre stessa; fin dall'inizio ha avuto forme bizzarre, sullo stile barocco ed è formata da una nicchia nella quale è collocato un Tritone lanciante acqua nella vasca sottostante;ai due lati, vi sono due figure di uomini barbuti,che simboleggiano i due fiumi di Brescia,il Mella e il Garza. Sopra la nicchia è collocata una donna seduta:è armata e al tempo stesso porta la cornucopia dell'Abbondanza.E'stato ipotizzato che essa simboleggi Brescia,che ebbe sempre fama di città bellicosa e ricca,per la fertilità del suo territorio e l'industriosità dei suoi abitanti.Queste statue sono grossolanamente scolpite:hanno contorni duri,ineleganti;tuttavia,nell'insieme la fontana non è spiacevole a vedersi e fa un certo effetto.E'attribuita all'architetto bresciano Pier Maria Bagnadore,che visse nel XVI secolo e allo scultore Antonio Carra,bresciano.

Nel Volume "La Vita-La Grande Opera"dell'amico Ermando Danese, troviamo citato questo monumento (ne"La Fontana Sacra"),dove viene analizzata in chiave esoterica.

Elemento centrale della fontana,tipico di molte antiche fontane è Tritone, un dio marino della mitologia greca, che ha  la parte superiore di forma umana, e quella inferiore a forma di pesce. "Egli è rappresentato con due buccine in bocca, "la buccina cava e ritorta che dalla punta si allarga in su a spirale", come scrive Ovidio (ne  Metaformosi" libro I, vv. 335-336) parlando della conchiglia tradizionale di questo dio. Da queste buccine erutta due zampilli d’acqua che vanno a terminare la loro cascata all’interno di una grande conchiglia di San Giacomo posta su di un basamento. Questa conchiglia, traboccando a sua volta, rovescia l’acqua in una grande vasca sottostante che funge da base all’intero monumento".
Con la dea Atena al di sopra e i due personaggi barbuti,sono presenti anche altri simboli che certamente si devono ad aggiunte di varie epoche ma questo non distoglie dal concentrarsi sul significato più profondo che assume,agli occhi dell'ermetista,questa Fontana.

La testa del dio Tritone della fontana, con le sue buccine che zampillano le due acque,ovvero le due spiritualità, traduce perfettamente le proporzioni filosofiche.Al riguardo dei due zampilli spirituali esiste un altro segreto, essi sono anche definiti, prosegue il Saggio, "doppio mercurio dei saggi", o "zolfo duplice", o "duplice fuoco".

In questo modo, le due nature dell’Opera realizzano tre principi. I Filosofi, per spiegare questo fondamentale punto del Magistero, hanno inventato il simbolismo delle proporzioni. Il Maestro insegna che "la proporzione regolare e naturale, esige due parti di solvente per una di corpo fisso".

Per questo motivo il vaso dell’Opera contiene il compost, il crogiolo contiene il rebis ermetico, l’uovo filosofico i suoi due princìpi, ecc.

Così, nella simbologia dell’Arte sacra esiste sia la sacra famiglia, vale a dire le due nature o i genitori ermetici con il bambino, che le proporzioni filosofiche (2+1).

Fulcanelli rivela che "la testa umana è l’immagine del mercurio filosofico. I due zampilli, prosegue il Maestro, "è l’immagine del mercurio filosofico;acqua dalla duplice natura e proprietà, venuta dal latte della Vergine e dal sangue di Cristo; acqua ignea e fuoco acquoso, virtù dei due battesimi di cui si parla anche nei Vangeli".

Le due spiritualità, simboleggiate dagli zampilli del dio Tritone, o dal sangue di Cristo e dal latte della Vergine, si mescolano insieme; cosicché, aggiunge Fulcanelli, "il mercurio dei saggi è capolavoro della natura e dell'arte.La rivelazione, pertanto, possiede soltanto il potere di togliere il peccato originale e origine d’ogni male: la superficiale grossolanità. Ma sarà la seconda sorgente, il vero spirito risvegliato o fuoco segreto, che nel lunghissimo lavacro purificherà totalmente la psiche, personificato, appunto, da quel Cristo che "ha il potere in terra di rimettere i peccati".

Il Maestro insegna che "il pesce è il geroglifico della pietra dei filosofi al suo primo stato, perché la pietra, come il pesce, nasce dall’acqua e vive nell’acqua.

Per quanto riguarda la sirena originariamente era rappresentata in aspetto di donna giovane e bella nella parte superiore del corpo e di uccello nella parte inferiore, soltanto in questa era il simbolismo è stato modificato, ma il significato è rimasto immutato: la fanciulla è l’immagine della prima madre che genera il pesce.

"Ora la sirena — insegna il Maestro — mostro favoloso e simbolo ermetico, risultante dall’unione d’una donna e d’un pesce, serve a caratterizzare l’unione dello zolfo nascente, che è il nostro pesce, con il mercurio comune, chiamato vergine, nel mercurio filosofico o sale di saggezza. Il nome seirèn, termine contratto di Seír, Sole, e di Méne, Luna, indica anche la materia mercuriale lunare combinata con la sostanza solforosa solare". L' Adepto insegna che "le conchiglie di San Giacomo sono chiamate acquasantiere, queste grandi conchiglie, un tempo, servivano a contenere l’acqua benedetta, nome dato dagli Antichi all’acqua mercuriale; ancora oggi se ne trovano spesso in molte chiese rurali".

La conchiglia indica la mente nobilitata,aperta alla Rivelazione ed ha lo stesso significato della 'stella brillante'che compare nella seconda parte dell'Opera:indica la via giusta da seguire(il 'compost',l'acqua benedetta di Compostella"),il lavoro filosofale che condurrà alla realizzazione della Grande Opera Alchemica, che non è privo di insidie e di imprevisti e che verrà raggiunto solo dopo un paziente lavoro su se stessi.

La nostra fontana non svela solo la realizzazione della base del Magistero; essa va molto oltre, esprimendo proprio la Grande Opera realizzata. Infatti, sopra il gruppo marmoreo che ha richiamato tutta la nostra attenzione, si trova, assisa sul suo trono, la dea della Saggezza che sovrasta, con la sua maestà, tutta la struttura allegorica come segno di supremazia assoluta. La dea regge in mano, invece dell’arma simbolica, la famosa Cornucopia, colma di fiori e di frutta, che simboleggiamo, scrive il nostro Iniziatore, "il risultato dei due Magisteri, il piccolo e il grande, Medicina bianca e Pietra rossa".

Cioè s’intende la saggezza acquisita e la Pietra filosofale. Inoltre, il Maestro rivela che "il Corno dell’Abbondanza è sorgente inestinguibile delle felicità materiali del nostro mondo terreno".

San Paolo scrive a questo proposito:

"Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore d’uomo, questo ha preparato Dio per coloro che lo amano".




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domenica 14 giugno 2015

LA TOMBA DEL CANE A BRESCIA

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Le leggende metropolitane sono molte e dalle colorate sfaccettature. Alcuni narrano che in essa vi sia sepolto il cane di una giovane fanciulla che insidiata da un ufficiale austriaco sia stata difesa dal suo fido compagno, ucciso a colpi di pistola dal male intenzionato e che lì abbia trovato riposo. Altri sostengono che non essendo potuto essere sepolto Bonomini sia stato sepolto il suo cane. Forse la versione più credibile che non si intrecci con molte favole e leggende è che la tomba prese questo nome perché non fu sepolto neppure un cane. Ma al di là di questo per il viandante o il viaggiatore che arriva a Brescia o per gli stessi abitanti è sempre un’emozione intensa vedere tra il verde del monte Maddalena le guglie eleganti e slanciate della Tomba del cane che con il loro algido candore si stagliano uniche tra il verde durante giorno e il nero durante la notte. Soprattutto quando il cielo si fa scuro la luce che la illumina crea magici giochi di riflessi e riverberi rendendola imperitura nel tempo, punto di rifermento fisso e costante.

La tomba Bonomini, in quanto ultima opera del Vantini, è una tappa importante per la ricostruzione del percorso stilistico dell'architetto. Il tempietto neogotico testimonia infatti l'avvenuto passaggio dal rigido e marcato neoclassicismo, che aveva sempre caratterizzato l'opera del Vantini, a un più libero eclettismo, proprio dell'Ottocento inoltrato, al quale l'architetto aveva ormai ceduto.

L’architetto aveva disegnato un monumento sepolcrale di chiare forme neogotiche, ispirandosi alle trecentesche Arche Scaligere veronesi, nel quale confluivano, oltre a scelte ancora neoclassiche, anche le forme e il fascino dell’architettura egizia e l’inedito utilizzo della ghisa per le cuspidi delle guglie. L’opera  si componeva di un alto basamento cubico su cui erano posti, al primo piano, i sarcofagi, protetti da una copertura piramidale, con i quattro vertici della base nel centro di ogni lato, con uno spostamento di 45°, riprendendo le soluzioni presenti nelle torri campanarie delle chiese alto – medioevali del nord della Francia e della Renania, visitate nel 1847 personalmente dal Vantini. Tale copertura trovava sostegno in quattro pilastri angolari a tabernacolo posti ai lati, in cui erano alloggiate le statue raffiguranti l’Agricoltura, le Belle Arti, le Arti Industriali e il Commercio, con evidente rimando a come le immagini delle arti visive seguivano il rinnovamento dell’idee, mutando con esse le loro tematiche e simbologie rappresentative. Al piano terra erano posti i  busti del committente Angelo Bonomini e del socio ed amico Giuseppe Simoni, come dalle richieste testamentarie del Bonomini stesso: “ un Monumento Marmoreo in continuata memoria della Ditta Angelo Bonomini e Compagno, fregiato di iscrizioni ed emblemi che ricordino, ed  ornato dei busti dei due proprietari e rappresentanti la stessa, il rapitomi con dolore Giuseppe Simoni e me sottoscritto testatore ”.

Con il testamento del 23 dicembre 1837 il commerciante Angelo Bonomini lasciava unico erede l’Ospedale Maggiore di Brescia. Inseriva tra le clausole che fosse eretta una tomba, nel ronco di S. Fiorano di sua proprietà, in ricordo suo e del caro amico Giuseppe Simoni, da poco scomparso. Il 3 luglio 1847, a seguito della morte di Bonomini, avvenuta il 1° dicembre 1841, l’amministratore degli Spedali e Pii Luoghi Riuniti, Antonio Pitozzi, bandiva un concorso pubblico per la realizzazione del monumento sepolcrale ed eleggeva una commissione formata dal conte Luigi Lechi (1786-1867), dal pittore Luigi Basiletti (1788-1859) e dall’architetto Luigi Donegani (1793-1855).
Con ordinanza del 31 ottobre 1855 fu reso noto che era stato scelto, con delle piccole modifiche, il progetto contrassegnato dall’epigrafe tratta dal primo canto dell’Inferno dantesco: “ Ch’io fui per ritornar più volte volto”, ritenendo “l’insieme elegante e leggero  tanto per le sue dimensioni che per le sue forme, adatte al luogo ove andrebbe collocato”. Il progetto portava la firma prestigiosa di Rodolfo Vantini (1792-1856) che, purtroppo, non ebbe il tempo di vedere conclusa l’opera, terminata successivamente dall’allievo, ing. Giuseppe Cassa (1820-1861).

L’esecuzione e la messa in opera del monumento, in candido Botticino, fu affidata alla Ditta Gaffuri di Rezzato (Bs), mentre Giovanni Battista Lombardi fu interpellato, su consiglio di Simone Gaffuri, dell’omonima impresa, per la parte scultorea. Con contratto del 22 novembre 1856 l’artista si impegnava a consegnare  per l’inizio del 1858 e non oltre il mese di marzo, alla cifra pattuita di £ Aus. 2247.48, quattro statue raffiguranti il Commercio, l’Agricoltura, le Belle Arti e le Arti Industriali, in pietra di Viggiù, per i tabernacoli esterni, e due busti, in marmo di Botticino, raffiguranti Angelo Bonomini e Giuseppe Simoni, da porsi  nella cella a piano terra. In data 10 ottobre 1857 Lombardi scriveva da Roma per chiedere una proroga fino all’autunno dell’anno successivo.  L’amministratore dell’ospedale, Antonio Pitozzi, con lettera del 22 ottobre, informava lo scultore dell’impossibilità di assecondare la richiesta perché il collaudo del monumento era stato fissato per il 19 maggio 1858. Lombardi rispondeva il 2 novembre che se non avessero accettato “ con grande dispiacere trattandosi di opera del suo paese”  si sarebbe ritenuto, come da clausola di contratto, sciolto dall’impegno. A seguito della determinazione dello scultore l’amministratore Pitozzi decideva di acconsentire al ritardo e così si esprimeva il 13 gennaio 1858 nella lettera indirizzata all’Imperiale Regia Delegazione Provinciale in Brescia per informare dello stato dei lavori del monumento: " E’ dovere però dello scrivente di riferire che non trovandosi in misura il così encomiato Scultore Illustre Giambattista Lombardi, Concittadino, di poter consegnare nel mese di Marzo prossimo le assegnatagli quattro statuette, e i due Busti, siccome è convenuto, l’Amministratore scrivente per non perdere il vantaggio di avere un lavoro statuario di tanto autore e a mercede così misurata, reputò concedergli la chiesta dilazione a tutto 8bre prossimo ”.
Il 22 settembre 1858 Lombardi scriveva all’Amministrazione per comunicare di trovarsi a Brescia e per  informare che le quattro statue erano già a Viggiù (Va) per essere “sgrossate”, mentre i gessi dei due busti erano nell’officina di famiglia di Rezzato (Bs).
Nella lettera inviata il 4 dicembre 1858 allo scultore,  Pitozzi, a seguito della perizia di due artisti, di cui non è riportato il nome, riferiva che i due busti richiedevano una “ maggior finitezza” di lavoro per meritare il prezzo pattuito.
All’interno del Monumento Bonomini, in cui il ricco committente e l’amico carissimo Giuseppe Simoni non furono mai sepolti, nonostante ciò fosse condizione imposta nel lascito; l’amministrazione dell’Ospedale, decise comunque di dar corso all’impresa sia per coerenza che per vincoli testamentari che avrebbero esposto il testamento al rischio d’impugnazione; la mancata traslazione dei feretri dal cimitero alla tomba sul Ronco non avvenne perché il Comune, responsabile dell polizia mortuaria, non rilasciò permesso di sepoltura in un luogo esterno alle aree cimiteriali, nonostante, in altri casi, qualche deroga fosse concessa.

L’ultima, e iconograficamente fra tutte la più interessante, è l’assorta e interrogativa immagine del  Commercio che con una pesante borsa poggiata a terra e con il dito indice puntato al mento si rivolge pensierosa verso l’osservatore.

L’attenzione dello scultore si pone particolarmente sulla figura che meglio raffigura e incarna l’occupazione dei dedicatari che nella prima metà dell’Ottocento avevano avviato, in contrada del Palazzo Vecchio, attuale via Dante, il redditizio commercio di spezie, caffè, cacao, pepe, provenienti dalle colonie, di sete e di  prodotti agricoli.




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