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giovedì 23 luglio 2015

SPOSA BAGNATA......

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E' sicuramente una magra consolazione quando la pioggia fa capolino in un giorno così speciale, ma il suo significato profondo è di fortuna e di abbondanza. Con la pioggia i campi diventano fertili e rigogliosi.

Il proverbio, panitaliano, potrebbe essere nato come formula di risarcimento e augurio per sgombrare l’orizzonte emotivo dei novelli sposi dall’infausta impressione destata dalla pioggia caduta il giorno dello sposalizio.

Secondo un’arcaica identificazione analogica, tipica della civiltà agricola, che vede nella donna una forza creatrice naturale, in grado di dare frutti (figli) come la terra, la sposa venga ritenuta fortunata se irrorata dalla pioggia, nel giorno del matrimonio, come se fosse terra bisognosa di acqua. La pioggia potrebbe avere un valore simbolico sessuale piuttosto trasparente, rimandando al seme maschile dello sposo.



Si dice che la sposa bagnata è una sposa fortunata. In effetti apparentemente non c’è nessun elemento che possa farci comprendere quale sia la correlazione tra la fortuna e una sposa che venga bagnata dalla pioggia nel giorno del suo matrimonio.

In realtà un motivo che sta alla base di questa credenza può essere rintracciato facendo riferimento alla vita contadina e ai ritmi agricoli che la caratterizzano. Basti pensare a come la pioggia rappresentava soprattutto in passato un elemento fondamentale per l’irrigazione dei campi e per permettere in questo modo la crescita dei raccolti. La pioggia era quell’elemento che garantiva l’abbondanza. Per una sorta di applicazione del concetto della fertilità dalla terra – madre alla donna – madre la pioggia è in grado di assicurare fecondità, abbondanza e fortuna a chi si prepara alla vita matrimoniale.




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venerdì 10 luglio 2015

LUCIA MONDELLA

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«e lei s'andava schermendo, con quella modestia un po' guerresca delle contadine, facendosi scudo alla faccia col gomito, chinandola sul busto, e aggrottando i lunghi e neri sopraccigli, mentre però la bocca s'apriva a sorriso. »


È la protagonista femminile della vicenda, la promessa sposa di Renzo che subisce le molestie di don Rodrigo e le cui nozze vengono impedite dal signorotto: compare per la prima volta alla fine del cap. II, quando Renzo la raggiunge e la informa del mancato matrimonio, dopo aver costretto don Abbondio a parlare circa le minacce ricevute dai bravi. È una giovane di circa vent'anni, unica figlia di una vedova (Agnese) con la quale vive in una casa posta in fondo al paese: ha lunghi capelli bruni ed è dotata di una bellezza modesta, che non giustifica una passione morbosa da parte di don Rodrigo (il quale infatti ha deciso di sedurla per una sciocca scommessa col cugino Attilio) e che spiegherà la delusione dei nuovi compaesani quando i due sposi si trasferiranno nel Bergamasco, alla fine del romanzo. Viene descritta come una ragazza molto pia e devota, ma anche assai timida e pudica sino all'eccesso, tanto che si imbarazza e arrossisce nelle più diverse occasioni: passiva e alquanto priva di spirito di iniziativa, viene trascinata nel tentativo di "matrimonio a sorpresa" dalle minacce di Renzo, che promette in caso contrario di fare una pazzia; in seguito, quando si trova prigioniera nel castello dell'innominato, pronuncia il voto di castità che costituirà un grave ostacolo al ricongiungimento dei due promessi e che verrà sciolto alla fine del romanzo da padre Cristoforo. Lucia è il personaggio che forse più di ogni altro ha fede nella Provvidenza divina e anche per questo sembra incapace di serbare ogni minimo rancore, persino nei confronti del suo odioso persecutore (è dunque un personaggio statico, a differenza di Renzo che compie un percorso di maturazione all'interno della vicenda). È anche il personaggio che interagisce con figure di potenti, quali Gertrude, l'innominato, il cardinal Borromeo, don Ferrante e donna Prassede. Il suo nome allude al candore della persona, nonché alla martire siracusana che preferì farsi accecare piuttosto che darsi alla prostituzione, così come il cognome (Mondella) rimanda alla sua purezza e castità. Curiosamente, nel Fermo e Lucia era dapprima indicata col nome di Lucia Zarella (I, 1), quando i bravi intimavano a don Abbondio di non celebrare le nozze, poi la giovane viene chiamata Mondella come nella redazione definitiva (II, 8).

Ma Lucia, saprà anche adoperare delle piccole astuzie, che spesso favoriranno alcuni momenti del romanzo: ad esempio fornirà una gran quantità di noci a fra Galdino in cambio della sua solerzia nel chiamare padre Cristoforo; è inoltre importante il suo ruolo nel dialogo con la monaca di Monza la quale, prendendola in simpatia, le offrirà la propria protezione. Ma fondamentale sarà l'atteggiamento della protagonista nel momento in cui l'Innominato sarà più propenso ad ascoltare la sua coscienza; Lucia saprà trovare le parole necessarie per ammorbidire il cuore di quell'uomo ormai già pentito. Nel colloquio nel castello dell'Innominato dimostra come la vittima, nell'atto stesso di arrendersi disarmata, afferma la sua sicurezza e vigoria spirituale.

Parla il suo linguaggio consueto, che è il linguaggio della fede: "Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia". Accennando alla possibile fraternità del suo destino e di quello dell'Innominato, attua la riconciliazione del suo carnefice, che cede, ma combattendo. Le vicissitudini della giovane non finiranno però con la sua liberazione e il ricongiungimento a Renzo, Lucia infatti non vorrà più sposarlo a causa di un voto fatto precedentemente e solo il provvidenziale aiuto di fra Cristoforo sbloccherà la situazione.



LEGGI ANCHE : http://popovina.blogspot.it/2015/07/i-promessi-sposi.html






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lunedì 15 giugno 2015

ERMENGARDA

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Sparsa le trecce morbide
sull’affannoso petto,
lenta le palme, e rorida
di morte il bianco aspetto,
giace la pia, col tremolo
sguardo cercando il ciel.
(…)
Te, dalla rea progenie
degli oppressor discesa,
cui fu prodezza il numero,
cui fu ragion l’offesa,
e dritto il sangue, e gloria
il non aver pietà,
te collocò la provvida
sventura in fra gli oppressi:
muori compianta e placida;
scendi a dormir con essi:
alle incolpate ceneri
nessuno insulterà.


Ermengarda (o Desiderata), figlia di Desiderio re dei Longobardi (sec. VIII). Di lei si hanno scarse e confuse testimonianze: il nome stesso è alquanto discusso e si deve, più che agli storici medievali, all'Adelchi del Manzoni. Da un oscuro passo di Pascasio Radberto (sec. IX) si ricaverebbe il nome Desiderata. Sappiamo comunque che Ermengarda, per volontà della regina Berta (o Bertrada), sposò nel 770 Carlo Magno, malgrado l'opposizione di papa Stefano III, ostile a un'alleanza matrimoniale tra la corte dei Franchi e quella dei Longobardi. Un anno dopo, quando già le relazioni tra Carlo e Desiderio erano tese, Ermengarda venne ripudiata e il papa non fu estraneo alla vicenda. L'innocenza di Ermengarda appare chiaramente dalla disapprovazione di Berta per l'operato del figlio; essa fu vittima della fluttuante politica del suo tempo. Dopo il ripudio, Ermengarda tornò a Pavia: secondo lo storico tedesco Aventinus sarebbe morta dando alla luce un figlio. Manzoni (Adelchi, atto IV) immagina che Ermengarda muoia nel monastero di S. Salvatore a Brescia, combattuta tra l'anelito alla pace in Dio e il sempre risorgente amore per Carlo, e fa di lei la vittima innocente, destinata dalla Provvidenza a espiare i soprusi e le violenze della sua gente e dello stesso Carlo, per mano del quale finiva il regno di suo padre.

Quella di Ermengarda non era una sorte rara: i matrimoni rispondevano spesso a logiche politiche e diplomatiche che nulla avevano a che fare con l’amore romantico. Ermengarda, però, ci è descritta da Manzoni come una donna innamorata, disperata per essere stata abbandonata dallo sposo tanto amato che, entrato in guerra con i Longobardi, l’aveva ripudiata e si era unito in matrimonio con un’altra donna.

Nel coro , che inizia con i versi divenuti famosi:

« Sparsa le trecce morbide
su l’affannoso petto,
lenta le palme, e rorida
di morte il bianco aspetto,
giace la pia, col tremolo
sguardo cercando il ciel »

Manzoni descrive la tragica fine della dolce e fragile Ermengarda che - incapace di sopportare le sue pene e il suo destino avverso -, mentre Desiderio e Adelchi combattono disperatamente contro Carlo, cade in un delirio che la porta alla morte.

Una lotta durissima con i propri affetti redime nella sofferenza la principessa longobarda (la provida sventura, la sventura dono della Provvidenza). Ermengarda, per poter morire serenamente, deve innalzarsi dall'amore terreno all'amore celeste, offrendo a Dio il proprio tormento. Luigi Russo scrive: "in questo secondo Coro poi è già visibile (ma non manca neanche nel primo), lo schema, caro alla musa manzoniana, dove la rappresentazione lirica si alterna con la meditazione morale (le riflessioni sulla provida sventura) e la fede parenetica finale ("Dalle squarciate nuvole.....): preannunzio sistematico della complessa ispirazione del poeta nel romanzo, e che già ha avuto notevoli presentimenti nell'opera dell'innografo e del tragediografo". 









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