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domenica 16 agosto 2015

I NURAGHI



I primi nuraghi furono edificati in un'epoca situata quasi certamente nella parte iniziale del II millennio a.C.. Di alcuni è stata effettuata una datazione che ha restituito dei risultati alquanto verosimili, indicanti un periodo iniziale di costruzione intorno al 1800 a.C. (per esempio Duos Nuraghes di Borore).

Secondo l'archeologo Giovanni Lilliu, durante la media Età del bronzo, attorno al 1500 a.C./1100 a.C., si ebbe presumibilmente il maggior sviluppo di questi edifici.

Nell'Età del ferro, ossia dal 900 a.C. in poi, non furono costruiti nuovi nuraghi, tuttavia non furono abbandonati ma anzi in alcuni casi vennero ristrutturati e riadattati, forse come luoghi di culto.

In base ad una classificazione ed alla divisione temporale elaborata dallo studioso Giovanni Lilliu (Nuragico I, II, III, IV, V) l'edificazione dei nuraghi e lo svilupparsi della civiltà nuragica ha seguito diverse fasi collocabili entro l'età del Bronzo e l'età del Ferro. Lo stesso studioso però sconsiglia di adattare schematicamente la sua classificazione alle suddivisioni cronologiche di queste età adoperate per l'Europa continentale, la Penisola italiana e l'Egeo, anche se non mancano parallelismi tra cultura nuragica con elementi delle regioni europee ed egeiche.

La prima fase, denominata Nuragico I, vede il formarsi dei caratteri principali di questa civiltà. Rispetto ai fenomeni megalitici precedenti (menhirs, dolmens, altare preistorico di Monte d'Accoddi, fortificazioni di Monte Baranta) cominciarono ad essere adottate tecniche e schemi costruttivi più specifici e tra la fine del Bronzo Antico e gli inizi del Bronzo Medio (XVIII-XV secolo a.C.) si ha l'edificazione dei primi protonuraghi, denominati anche pseudonuraghi o nuraghi a corridoio.

Si evidenzia nell'architettura funeraria la costruzione delle tombe dei giganti con stele centinata, gli ipogei con prospetto architettonico e le tombe di tipo misto. La cultura materiale utilizza ceramiche tipo Bonnanaro. Costruzioni tipiche di questo periodo sono quelle di Sa Korona di Villagreca e Bruncu Madugui di Gesturi.



Questa fase viene situata nella media Età del Bronzo, intorno al XVII-XIV secolo a.C.; fa la sua comparsa il nuraghe a thòlos, caratterizzato dal modulo ripetitivo della torre tronco-conica. All'interno ospita una o più camere sovrapposte, coperte a falsa volta, con la tecnica cosiddetta ad aggetto. Rispetto alla Fase I si nota una brusca svolta costruttiva nella civiltà nuragica. Un'ipotesi molto accreditata è quella che collega queste innovazioni a influssi esterni minoico-micenei, che hanno portato il tholos in tutta la Grecia e in Sicilia, seppur con funzioni sepolcrali che al nuraghe difficilmente possono essere riconosciute.

Nella fase II si ha la costruzione della maggior parte dei nuraghi, e probabilmente della loro quasi totalità. Le tombe dei giganti presentano una facciata con i caratteristici filari di pietre infisse a coltello, si scolpiscono betili aniconici e poi con segni schematici. Si notano nelle ceramiche le decorazioni a pettine, con nervature o con decorazioni metopale. Le armi sono di importazione orientale.

Il Nuragico III è la fase situata nel periodo del Bronzo Recente e Finale, fra il XII e il IX secolo a.C..

Al singolo nuraghe già esistente, si addossano altre torri e corpi di fabbrica, raccordate da cortine murarie per formare un vero e proprio bastione turrito, fino a realizzare delle strutture di notevole articolazione ed imponenza, con i bastioni provvisti di torri angolari, spesso in numero di tre, come il nuraghe Santu Antine a Torralba o il nuraghe Losa ad Abbasanta, ma anche di quattro torri, come Su Nuraxi a Barumini e il nuraghe Santa Barbara a Macomer, o addirittura anche cinque, come il nuraghe Arrubiu ad Orroli.

Nelle tombe dei giganti si notano fregi a dentelli, compaiono tempietti a cella rettangolare, tempietti a megaron, templi a pozzo. Compaiono inoltre i betili antropomorfi, le ceramiche micenee, i lingotti di rame a pelle di bue, le armi di tipo egeo.

Il Nuragico IV, ormai nell'Età del Ferro, copre un arco temporale che va dal IX secolo a.C. al V secolo a.C., i nuraghi complessi si evolvono ulteriormente e i villaggi aumentano di dimensioni. Nell'architettura funeraria si notano tombe individuali a fossa e a pozzetto.

Si osservano i villaggi santuario, le grotte sacre e i templi a pozzo di tipo isodomo. La cultura materiale utilizza ceramiche geometriche, ambre e bronzi di importazione tirrenica, importazioni fenicio-puniche. Si registra la comparsa della statuaria in pietra a tutto tondo, dei bronzi figurati e delle navicelle in bronzo.

Il Nuragico V va dal V secolo all'invasione romana e vede la nascita della resistenza sarda alla penetrazione cartaginese, e poi le battaglie e le attività di guerriglia contro i romani.

È generalmente a torre tronco-conica con porta architravata, corridoio di accesso e camera circolare interna coperta da pseudocupola. Tutto l’edificio è costruito con rocce sedimentarie o eruttive, sempre senza malta cementizia. Non sono, come si credette un tempo, tombe, bensì strutture abitative di carattere difensivo, presenti sia sulla fascia costiera sia all’interno dell’isola, specie sugli altipiani. Si hanno tipi semplici, a torre isolata, con camerette affiancate, e tipi più complessi, con camere sovrapposte a 2 e a 3 piani con scale a spirale e corpi addossati alla torre, celle a pseudocupola, gallerie. Talora sono parte di sistemi difensivi più articolati, inglobati entro cinte fortificate da numerose torri, a loro volta raccordate da cortine murarie rettilinee. Spesso attorno al nuraghe si sviluppano villaggi di capanne circolari con fondamenta in pietra. In epoca punica e romana è attestata un’utilizzazione dei nuraghi come luoghi di culto.Accanto ai nuraghi le più caratteristiche testimonianze archeologiche della civiltà nuraghe sono costituite dalle cosiddette tombe dei giganti (sepolcri monumentali a corridoio e piccola cella preceduti da una facciata a emiciclo e da una stele centrale) e dai templi a pozzo (strutture ipogee, talora comprese in recinti, con scale d’accesso al vero e proprio pozzo) che attestano un culto delle acque. Particolare sviluppo ebbe la lavorazione dei metalli (inizio 1° millennio a.C.), come dimostrano i numerosi bronzetti votivi, raffiguranti animali, mostri e guerrieri; la produzione ceramica è d’impasto, decorata a impressione o a incisione, con motivi geometrici.



Il quadro che emerge è quello di una società preurbana organizzata per piccoli nuclei territoriali, egemonizzata da una aristocrazia guerriera, fondata sulla pastorizia, sull’agricoltura e su forme di economia predatoria. Ebbe contatti con il mondo miceneo e, dagli inizi dell’età del Ferro, con quello etrusco; la colonizzazione fenicia, pur relegando le popolazioni indigene nelle aree interne dell’isola, la inserì dal 7° sec. a.C. nel circuito del commercio mediterraneo.
La radice Nur della parola nuraghe è di origine prelatina e dovrebbe significare "mucchio di pietre, mucchio cavo". Secondo quanto riferisce lo studioso Giovanni Lilliu:

« ... «preindoeuropeo, o di sostrato mediterraneo, è anche il nome del monumento: nuraghe, detto pure altrimenti, a seconda dei distretti e dialetti della Sardegna, nuràke, nuràxi, nuràcci, nuràgi, naràcu etc. Questo termine, specie nel secolo XIX, fu messo in relazione con la radice fenicia di nur, che vuol dire fuoco, e fu spiegato come fuoco nel senso di dimora o di tempio del fuoco, con riferimento a culti solari che si sarebbero praticati sulla terrazza delle torri nuragiche. Oggi, invece, i filologi propendono a considerare il vocabolo nuraghe come un reliquato della parlata primitiva paleomediterranea, da ricollegarsi col radicale nur e con le varianti nor, nul, nol, nar etc.: radicale largamente diffuso nei paesi del Mediterraneo, dall'Anatolia all'Africa, alle Baleari, alla Penisola iberica, alla Francia, col duplice significato, opposto ma unitario, di mucchio e di cavità. Il vocabolo stesso poi indicherebbe non la destinazione ma la speciale forma costruttiva del nuraghe, il quale vorrebbe dire appunto mucchio cavo, costruzione cava, torre cava, a causa della figura turrita del suo esterno, fatta per accumulo di grossi massi, e per la cavità cupoliforme dell'interno...» »
(Giovanni Lilliu, I Nuraghi. Torri preistoriche della Sardegna, Ilisso, 2005, pag. 57.)
Secondo l'archeologo Giovanni Ugas dell'Università di Cagliari, la parola nuraghe potrebbe derivare invece da Norax o Norace, eroe degli Iberi-Bàlari. È possibile infatti che la radice Nur- sia un adattamento ai timbri mediterranei della radice indoeuropea Nor- che si ritrova in alcuni toponimi della Sardegna (es. Nora, Noragugume), nel Lazio con Norba città dei Volsci o Noreia antica città del Norico.

Il linguista Massimo Pittau ritiene che la parola nuraghes, nelle sue varie forme, è sicuramente da riportare al sostrato linguistico pre-punico, pre-romano e quindi protosardo o nuragico


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lunedì 15 giugno 2015

LA TORRE DELLA PALLATA A BRESCIA

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La torre, uno degli emblemi della città, venne costruita nel 1248 e viene annoverata fra i principali monumenti del periodo medioevale. Eretta utilizzando molti resti di edifici romani lungo le preesistenti mura medievali, a difesa della porta detta di San Giovanni, si alza per 31 metri e presenta una pianta quadrata di 10,6 metri. Svolse la funzione di deposito del tesoro comunale, magazzino annonario e anche prigione. L’area campanaria venne aggiunta nel Quattrocento, mentre nel Cinquecento venne incastonata nel suo basamento la fontana su via Pace, eseguita nel 1596 da Antonio Carra su disegno di Pietro Maria Bagnatore. Le figure rappresentano le allegorie di Brescia, armata e con cornucopia, e i due fiumi Garza e Mella.

Il nome "pallata" proviene da una palizzata eretta come difesa.

Dopo l'assedio di Enrico VII di Lussemburgo (1311), la torre fu utilizzata per altre funzioni tra cui quella di contenere la cassa del Comune, come possono testimoniare fatti quali il saccheggio del Tesoro del Monte di Pietà, che era custodito all'interno della Pallata.

Nel XV secolo vengono aggiunti altri elementi ornamentali, quali l'orologio nel 1461, o nella parte superiore, i merli in cotto e la torricella, aggiunti tra il 1476 e il 1481.

Sul lato sud della torre è addossata la Fontana, posteriore all'epoca dell'erezione della torre stessa; fin dall'inizio ha avuto forme bizzarre, sullo stile barocco ed è formata da una nicchia nella quale è collocato un Tritone lanciante acqua nella vasca sottostante;ai due lati, vi sono due figure di uomini barbuti,che simboleggiano i due fiumi di Brescia,il Mella e il Garza. Sopra la nicchia è collocata una donna seduta:è armata e al tempo stesso porta la cornucopia dell'Abbondanza.E'stato ipotizzato che essa simboleggi Brescia,che ebbe sempre fama di città bellicosa e ricca,per la fertilità del suo territorio e l'industriosità dei suoi abitanti.Queste statue sono grossolanamente scolpite:hanno contorni duri,ineleganti;tuttavia,nell'insieme la fontana non è spiacevole a vedersi e fa un certo effetto.E'attribuita all'architetto bresciano Pier Maria Bagnadore,che visse nel XVI secolo e allo scultore Antonio Carra,bresciano.

Nel Volume "La Vita-La Grande Opera"dell'amico Ermando Danese, troviamo citato questo monumento (ne"La Fontana Sacra"),dove viene analizzata in chiave esoterica.

Elemento centrale della fontana,tipico di molte antiche fontane è Tritone, un dio marino della mitologia greca, che ha  la parte superiore di forma umana, e quella inferiore a forma di pesce. "Egli è rappresentato con due buccine in bocca, "la buccina cava e ritorta che dalla punta si allarga in su a spirale", come scrive Ovidio (ne  Metaformosi" libro I, vv. 335-336) parlando della conchiglia tradizionale di questo dio. Da queste buccine erutta due zampilli d’acqua che vanno a terminare la loro cascata all’interno di una grande conchiglia di San Giacomo posta su di un basamento. Questa conchiglia, traboccando a sua volta, rovescia l’acqua in una grande vasca sottostante che funge da base all’intero monumento".
Con la dea Atena al di sopra e i due personaggi barbuti,sono presenti anche altri simboli che certamente si devono ad aggiunte di varie epoche ma questo non distoglie dal concentrarsi sul significato più profondo che assume,agli occhi dell'ermetista,questa Fontana.

La testa del dio Tritone della fontana, con le sue buccine che zampillano le due acque,ovvero le due spiritualità, traduce perfettamente le proporzioni filosofiche.Al riguardo dei due zampilli spirituali esiste un altro segreto, essi sono anche definiti, prosegue il Saggio, "doppio mercurio dei saggi", o "zolfo duplice", o "duplice fuoco".

In questo modo, le due nature dell’Opera realizzano tre principi. I Filosofi, per spiegare questo fondamentale punto del Magistero, hanno inventato il simbolismo delle proporzioni. Il Maestro insegna che "la proporzione regolare e naturale, esige due parti di solvente per una di corpo fisso".

Per questo motivo il vaso dell’Opera contiene il compost, il crogiolo contiene il rebis ermetico, l’uovo filosofico i suoi due princìpi, ecc.

Così, nella simbologia dell’Arte sacra esiste sia la sacra famiglia, vale a dire le due nature o i genitori ermetici con il bambino, che le proporzioni filosofiche (2+1).

Fulcanelli rivela che "la testa umana è l’immagine del mercurio filosofico. I due zampilli, prosegue il Maestro, "è l’immagine del mercurio filosofico;acqua dalla duplice natura e proprietà, venuta dal latte della Vergine e dal sangue di Cristo; acqua ignea e fuoco acquoso, virtù dei due battesimi di cui si parla anche nei Vangeli".

Le due spiritualità, simboleggiate dagli zampilli del dio Tritone, o dal sangue di Cristo e dal latte della Vergine, si mescolano insieme; cosicché, aggiunge Fulcanelli, "il mercurio dei saggi è capolavoro della natura e dell'arte.La rivelazione, pertanto, possiede soltanto il potere di togliere il peccato originale e origine d’ogni male: la superficiale grossolanità. Ma sarà la seconda sorgente, il vero spirito risvegliato o fuoco segreto, che nel lunghissimo lavacro purificherà totalmente la psiche, personificato, appunto, da quel Cristo che "ha il potere in terra di rimettere i peccati".

Il Maestro insegna che "il pesce è il geroglifico della pietra dei filosofi al suo primo stato, perché la pietra, come il pesce, nasce dall’acqua e vive nell’acqua.

Per quanto riguarda la sirena originariamente era rappresentata in aspetto di donna giovane e bella nella parte superiore del corpo e di uccello nella parte inferiore, soltanto in questa era il simbolismo è stato modificato, ma il significato è rimasto immutato: la fanciulla è l’immagine della prima madre che genera il pesce.

"Ora la sirena — insegna il Maestro — mostro favoloso e simbolo ermetico, risultante dall’unione d’una donna e d’un pesce, serve a caratterizzare l’unione dello zolfo nascente, che è il nostro pesce, con il mercurio comune, chiamato vergine, nel mercurio filosofico o sale di saggezza. Il nome seirèn, termine contratto di Seír, Sole, e di Méne, Luna, indica anche la materia mercuriale lunare combinata con la sostanza solforosa solare". L' Adepto insegna che "le conchiglie di San Giacomo sono chiamate acquasantiere, queste grandi conchiglie, un tempo, servivano a contenere l’acqua benedetta, nome dato dagli Antichi all’acqua mercuriale; ancora oggi se ne trovano spesso in molte chiese rurali".

La conchiglia indica la mente nobilitata,aperta alla Rivelazione ed ha lo stesso significato della 'stella brillante'che compare nella seconda parte dell'Opera:indica la via giusta da seguire(il 'compost',l'acqua benedetta di Compostella"),il lavoro filosofale che condurrà alla realizzazione della Grande Opera Alchemica, che non è privo di insidie e di imprevisti e che verrà raggiunto solo dopo un paziente lavoro su se stessi.

La nostra fontana non svela solo la realizzazione della base del Magistero; essa va molto oltre, esprimendo proprio la Grande Opera realizzata. Infatti, sopra il gruppo marmoreo che ha richiamato tutta la nostra attenzione, si trova, assisa sul suo trono, la dea della Saggezza che sovrasta, con la sua maestà, tutta la struttura allegorica come segno di supremazia assoluta. La dea regge in mano, invece dell’arma simbolica, la famosa Cornucopia, colma di fiori e di frutta, che simboleggiamo, scrive il nostro Iniziatore, "il risultato dei due Magisteri, il piccolo e il grande, Medicina bianca e Pietra rossa".

Cioè s’intende la saggezza acquisita e la Pietra filosofale. Inoltre, il Maestro rivela che "il Corno dell’Abbondanza è sorgente inestinguibile delle felicità materiali del nostro mondo terreno".

San Paolo scrive a questo proposito:

"Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore d’uomo, questo ha preparato Dio per coloro che lo amano".




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giovedì 4 giugno 2015

LA TORRE DEI TAROCCHI



La Torre è la sedicesima carta degli arcani maggiori dei tarocchi; è conosciuta anche come Il Fulmine.
Nel mazzo Reader-Waite la carta raffigura una montagna con una torre, con una corona in cima, colpita dal fulmine. Due personaggi, di cui uno incoronato, cadono dalla torre.

Nella tradizione più antica, riconducibile ai tarocchi di Marsiglia, la carta viene definita come La Maison Dieu ("La casa di Dio") e raffigura una torre scoperchiata da cui esce una fiamma che sale al cielo.

La carta simboleggia la superbia e la presunzione, che vengono punite con il castigo. Secondo questa lettura rappresenterebbe la Torre di Babele, abbattuta dal fulmine divino.

L'energia accumulata nella carta precedente erompe e scarica il suo potenziale fecondatore: infatti la Casa di Dio in senso occulto significa eiaculazione, cioè fecondazione psichica, spirituale e materiale. Però qui la fecondazione non è ancora realizzata, ma solo annunciata e preparata dal prorompere delle forze esaltate al massimo grado: le sfere colorate cadono sulla terra per vivificare il piano materiale dell'esistenza. Quando il fuoco sotterraneo della carta precedente, acceso dalla commistione dei fluidi opposti, raggiunge il massimo dell'intensità, il fuoco celeste cade fulmineamente sulla torre e scoperchiandola permette la fuoriuscita dei fluidi trasformati e si annuncia la creazione di un nuovo essere che si realizzerà nella Stella (XVII). La trasmutazione avvenuta in basso accende per analogia il fuoco in alto, perché alto e basso sono entrambi nell'Uno: e, per questo, il fuoco del Cielo cade sulla Terra attratto da una forza irresistibile. Questo è anche il significato dei due personaggi che cadono a testa in giù, che potrebbero essere i due diavoletti della carta precedente ora umanizzati. I due personaggi, i cui capelli sono gialli, simbolo dell'illuminazione, con la mano sfiorano le piante verdi che crescono per terra: stanno rendendo onore alla potenza della Terra. Stanno a testa in giù, come L'Appeso dell'Arcano XII, perché guardano il mondo in un modo nuovo: l'intelletto, la mente, guarda in faccia la natura. Come nell’arcano dell’Appeso si opera un altro rovesciamento: a testa in giù si era penetrati nel mondo sotterraneo e a testa in giù si precipita sulla terra dopo aver attraversato il fuoco tellurico.
Come tutte le carte pari il Sedici è una porta, un passaggio che si compie bruscamente, è un’azione imprevista che rompe un equilibrio, rovina una costruzione faticosamente edificata, rompe una staticità e un'inerzia che come un alto muro imprigionavano le energie sufficientemente accumulate e ormai pronte a scaricarsi. La Torre è la presa di contatto con la realtà dopo essersi caricati di energie. L'importante è non fermarsi al Diavolo, credendo che lì tutto sia ormai compiuto e lo scopo raggiunto: in questo senso la torre folgorata è la perdita delle illusioni che è sempre dolorosa. Infatti, la Torre è color carne e perde proprio la cima, la testa coronata nel momento in cui si ergeva dritta e compiuta, quasi ad annunciare di aver terminato l'Opera intrapresa. Le tre finestre indicano i tre piani dell'essere nei quali deve operarsi questo sblocco di energie.
Questa carta ricorda il mito della Torre di Babele, costruita per arrivare fino a Dio e competere con la sua gloria, e mai terminata perché gli operai che vi lavoravano, colpiti da maledizione divina, presero a parlare in diverse lingue senza potersi più comprendere. È per questo che, tradizionalmente, la Torre viene associata alla punizione dell'orgoglio. Tuttavia, leggendo con attenzione il passaggio della Bibbia in cui si parla della Torre di Babele, ci si rende conto che il suo significato è lungi dall'essere catastrofico. Più che un castigo, la distruzione della Torre è la soluzione di un problema: il diluvio è terminato da poco, l'intero pianeta, copiosamente irrigato, è divenuto fertile. Sono sopravvissuti pochissimi esseri umani, i quali invece di disperdersi per coltivare i campi, si riuniscono per costruire una torre che, innalzandosi fino al cielo, arrivi a Dio. In un primo tempo questa costruzione intende essere un atto d'amore, il desiderio di conoscere il regno del Creatore. Ebbene, costui sapendo che è un progetto irrealizzabile, non colpisce la torre con un fulmine, non fa cascare giù nessuno dei suoi abitanti. Crea soltanto la diversità delle lingue per separarli. Si tratta di una benedizione più che di un castigo: gli uomini ripartono alla conquista della terra e tornano a lavorarla.
8 + 8 = 16: il Sedici è formato da due Otto, numero del passaggio durante il quale vengono pesati e misurati gli elementi che compongono l'insieme. Anche con la Torre si perde qualcosa e sembra che la spada della Giustizia raddoppiata diventi il fulmine che taglia via l'eccesso. La luce astrale che si è messa in circolazione all'interno deve fuoriuscire e circolare anche all'esterno per operare un passaggio di stato, un mutamento a livello più alto. Quando la trasformazione operata dalla morte è compiuta, gli effetti si vedono anche sul piano pratico perché la vecchia situazione esterna che permane ancora (è l'ultima a trasformarsi) è inadeguata alla mutata situazione interna e perciò è destinata a crollare per permettere che le nuove energie interne si possano tradurre sul piano pratico in modo adeguato, creando una situazione appropriata. Questo passaggio avviene in modo violento e improvviso.

La Torre rimanda ad un conflitto doloroso ma necessario, un mutamento drastico e improvviso.
Per uscire da una situazione critica, divenuta insostenibile, non rimane altro che distruggere l'equilibrio, ormai stagnante, e accettare il cambiamento, in qualsiasi ambito esistenziale si riveli necessario. Rimanda alla necessità di misurarsi con la realtà e ridimensionare, con buon senso, le pretese eccessive.
Dal punto di vista affettivo può indicare un colpo di fulmine per chi è solo, una crisi portatrice di chiarificazioni per chi è in coppia oppure, quando il rapporto è giunto alla fine e non soddisfa più nessuno dei partner, una rottura dolorosa ma salutare.
Dal punto di vista professionale rimanda ad una sconfitta che consente di valutare meglio le proprie possibilità ,un cambiamento di opinioni e di lavoro.
Può rappresentare, anche, una persona ribelle che sconvolgerà la vita del consultante determinandovi importanti cambiamenti.

Il mutamento che riguarda l’individuo avviene sempre in senso peggiorativo: cattive sorprese, imprevisti negativi, crisi, fallimenti, ostacoli insuperabili.
Il consultante si trova prigioniero in una sorta di vicolo cieco, in una crisi da cui si sente incapace di risollevarsi. Nonostante il crollo doloroso delle illusioni, il consultante rifiuta di accettare la realtà. Dal punto di vista affettivo indica una delusione sentimentale, un amore problematico e contrastato. Dal punto di vista professionale indica licenziamento, rottura di un contratto, una grossa delusione lavorativa.
Può rappresentare anche una persona materialista ed ambiziosa, collerica, un nemico deciso a fare del male.
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La Torre è veloce (fino a due settimane) ed altrettanto rapido è il periodo di decadimento della sua qualità (massimo tre mesi).
La pietra abbinata è l'Agata.



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