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domenica 10 luglio 2016

IL GENE DELLA CRIMINALITA'

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Da diversi gruppi di ricercatori e neuroscienziati è emerso che il gene della criminalità sembra essere il responsabile della produzione di sostanze chimiche che influenzano le persone a commettere atti criminali. Questo gene si chiama MAO-A ed è in grado di produrre un enzima che agisce sulle sostanze chimiche dell’encefalo facendole funzionare negativamente e di conseguenza scatenando aggressività.

Bisogna tener presente, però, che non tutte le persone influenzate da questo gene sono dei potenziali serial killer: il gene MAO-A è più o meno attivo a seconda del soggetto. Infatti, analizzando le personalità criminali si deve tener conto maggiormente di quella che è stata un’infanzia caratterizzata da traumi e anomalie; fattori determinanti i comportamenti aggressivi e criminali delle persone.

I ricercatori affermano che la bassa attività del gene in questione aumenterebbe il livello di eccitazione e reattività nei minori, ma non è questa la causa di omicidi poiché, come detto sopra, i fatti avvenuti nel passato sono molto più rilevanti di un livello di attività alto o basso del gene MAO-A.

Teoria ormai abbandonata che ha trovato ben pochi riscontri, spiegava la criminalità come la conseguenza di un particolare gene presente in alcune persone che lo hanno ereditato fin dall'era primitiva di generazione in generazione. Questi uomini sono spesso riconoscibili in quanto hanno anche le sembianze degli uomini primitivi.

Nel modello del somatotipo, Sheldon sostenne che esistono tre tipologie fisiche di persone:

endomorfo (grosso, socievole...);
mesomorfo (robusto, muscoloso, attivo, irrequieto...);
ectomorfo (magro, fragile, delicato, introverso, nervoso...).
Gli individui mesomorfi sarebbero quelli con più probabilità d'essere criminali.

Un'innovazione a questa teoria è la componente cromosomica: gli individui biologicamente predisposti agli atti criminosi, hanno la sindrome XYY. Ovvero un cromosoma in più e che sia ereditato dal padre.

Robert K. Merton ha riformulato un concetto di Durkheim, sostenendo che la devianza è provocata dalle situazioni di anomia, che a loro volta nascono da un contrasto fra la struttura culturale e quella sociale. La prima definisce le mete verso quali tendere e i mezzi con i quali raggiungerle. La seconda consiste nella distribuzione effettiva delle opportunità necessarie per arrivare a tali mete con quei mezzi.

Per raggiungere le proprie mete, gli individui possono adottare cinque forme di comportamento: il primo è la conformità (quindi l'accettazione delle regole); il secondo è l'innovazione (rubando, imbrogliando, truffando); la terza è il ritualismo (l'abbandono della meta e l'attaccamento alle norme); la quarta è la rinuncia (mendicare o vivere di espedienti); infine la ribellione (il rifiuto delle mete e dei mezzi e sostituzione con nuove mete e mezzi). Ad eccezione del primo, gli altri sono tutti comportamenti devianti.

La teoria del controllo sociale si basa su una concezione pessimistica della natura umana, considerata moralmente debole. Essendo l'uomo portato più a violare che a rispettare le norme.



I controlli sociali possono essere:
esterni (le varie forme di sorveglianza esercitata dagli altri per scoraggiare e impedire i comportamenti devianti);
interni diretti (che si manifestano nei sentimenti di imbarazzo. di vergogna... );
interni indiretti (l'attaccamento psicologico ed emotivo sentito per gli altri ed il desiderio di non perdere la loro stima ed il loro affetto).
Secondo Travis Hirschi, un individuo compie un reato quanto più il legame con la società è debole. Invece diventa improbabile che un uomo compia un reato quando manifesta:
attaccamento ai genitori o agli insegnanti (elemento affettivo);
impegno nel perseguimento di obiettivi convenzionali (elemento materiale);
coinvolgimento nelle attività convenzionali (elemento temporale);
credenze religiose molto forti (elemento morale).
La teoria della subcultura è stata sviluppata dalla scuola di Chicago, nel 1929. Su quella città condussero allora un'imponente ricerca. Dividendo la città in 5 zone concentriche, essi calcolarono il "Tasso di delinquenza" e videro che il valore di tale tasso diminuiva man mano che ci si allontanava dal centro della città. Scoprirono inoltre che a distanza di tempo le differenze nel tasso di delinquenza erano rimaste immutate, nonostante la popolazione si fosse rinnovata. Secondo Edwin Sutherland, chi commette un reato lo fa perché si conforma alle aspettative del suo ambiente (periferie ecc...). In questo senso, le motivazioni del suo comportamento non sono diverse da quelle di chi rispetta le leggi. A essere deviante, infatti, non è l'individuo ma il gruppo a cui egli appartiene. Gli uomini quindi non violano le norme del proprio gruppo, ma solo quelle della società generale.

Secondo la teoria dell'etichettamento fra coloro che commettono atti devianti e gli altri, non vi sono differenze profonde, né dal punto di vista dei bisogni, né da quello dei valori. Infatti la stragrande maggioranza degli individui nella propria vita commette atti di devianza, ma solo alcuni suscitano una reazione sociale per cui si viene etichettati.

Qui si può distinguere la devianza primaria (che comprende quelle infrazioni che sono presto dimenticate da chi le compie e da chi le giudica) e la devianza secondaria (quando l'atto di un individuo suscita una reazione da parte della collettività che da quel momento in poi lo giudicherà in base a quel comportamento, per cui l'individuo si adatterà al suo nuovo ruolo).

La teoria della scelta razionale tiene conto della razionalità umana per cui afferma che l'individuo che assume un comportamento deviante altro non è che normale. Esso infatti probabilmente avrà giudicato razionale adoperare quel comportamento per giungere al suo fine.

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Molecular Psychiatry, su quasi 800 finlandesi, in carcere per crimini violenti e reati non violenti, rispetto alla popolazione generale, due geni mutati, chiamati MAOA e CDH13, sarebbero associati al loro comportamento estremamente violento.
I ricercatori provenienti da Europa e Stati Uniti, autori di questa ricerca, riferiscono di aver preso in considerazione alcuni fattori ambientali, storie di abuso di sostanze stupefacenti (droghe, alcool …), disturbi antisociali di personalità e abusi durante l’infanzia, senza che questi cambiassero il risultato. Lo studio non è stato progettato per spiegare l’impatto delle imputazioni genetiche e, secondo gli autori, molti altri geni possono svolgere un ruolo, direttamente o indirettamente. E, fanno notare gli autori, le due versioni dei geni sono “abbastanza comuni” ad una persona su cinque, per mezzo dei quali la stragrande maggioranza non commetterà comunque mai un stupro, un’aggressione o un’omicidio…

Per i ricercatori questi risultati non dovrebbero cambiare la valutazione che si concentra sulla responsabilità penale. La statistica non può essere precisa a causa della mancanza di sensibilità e specificità per consentire uno screening preventivo.

I risultati dello studio finlandese possono essere simili in altri paesi sviluppati, ma non nei paesi poveri, dove i problemi sociali, come ad esempio la povertà, potrebbero essere i fattori più importanti nello scatenare atti criminali o delitti… In parole povere parlare di gene criminale é un’enorme esagerazione.



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giovedì 24 marzo 2016

PROSTITUZIONE LEGALE?

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Il trattamento legale della prostituzione in Europa varia nei diversi Paesi. In alcuni Stati il compiere prestazioni sessuali a pagamento è illegale, mentre in altri la prostituzione in sé è lecita, mentre sono punite varie forme di favoreggiamento (come l'agire come protettore, il prestare favoreggiamento, ogni attività che porti ad ottenere profitto dalla prostituzione, l'induzione, etc.) nel tentativo di rendere più difficile il prostituirsi.

L'atto del prostituirsi (effettuare prestazioni sessuali a pagamento): è legale nella maggioranza dei Paesi dell'Europa occidentale, mentre è tendenzialmente illegale nell'Europa orientale.
Fruire della prostituzione (ricevere prestazioni sessuali dietro pagamento): è legale nella gran parte dei Paesi europei. Solamente in Svezia, Norvegia e Islanda si è recentemente affermato un nuovo modello legislativo nel quale viene punito il "cliente".
adescamento (l'invito a fruire di prostituzione in luogo pubblico o aperto al pubblico): la gran parte dei Paesi nei quali la prostituzione è lecita hanno leggi o disposizioni amministrative che puniscono questo tipo di condotte. Talvolta sono istituite delle "zone di tolleranza" (ufficiali o non) nelle quali l'adescamento è consentito.
Lo sfruttamento, favoreggiamento, reclutamento o induzione: queste attività sono illegali in gran parte d'Europa.
La prostituzione minorile e la costrizione alla prostituzione ed attività similari: sono attività illegali in ogni parte d'Europa tranne che in Svizzera dove la sola prostituzione minorile (se praticata da soggetti maggiori di sedici anni) è invece permessa.

Il trattamento legale della prostituzione nei diversi Paesi europei segue tre modelli giuridici dominanti.

Il Modello proibizionista consiste nel vietare la prostituzione e nel punire la prostituta con pene pecuniarie o detentive. In taluni Paesi in cui è adottato questo modello, oltre alla prostituta viene punito anche il cliente. Questo modello è seguito dalla gran parte dei Paesi dell'Est Europa: Albania, Azerbaigian, Bielorussia, Bosnia ed Erzegovina, Croazia, Georgia, Kazakistan, Lituania, Macedonia, Moldavia, Montenegro, Romania, Russia, Serbia, Ucraina.
Il modello proibizionista vede una variante nel cosiddetto modello Modello neo-proibizionista o "modello svedese", adottato in Svezia dal 1999 e successivamente in Islanda e dal gennaio 2009 in Norvegia. Questo modello si fonda sulla criminalizzazione del cliente, con la punizione dell'acquisto di prestazioni sessuali. Questo modello si basa sull'assunto che la prostituzione è una violenza dell'uomo contro la donna, sempre: anche quando la prostituta afferma di svolgere l'attività per scelta, consapevolmente.
Il Modello abolizionista consiste nel non punire la prostituzione né l'acquisto di prestazioni sessuali, ma al tempo stesso nel non regolamentarli, mentre si puniscono tutta una serie di condotte collaterali alla prostituzione (favoreggiamento, induzione, reclutamento, sfruttamento, gestione di case chiuse, etc.). Il sistema chiama lo Stato fuori dalla disputa, senza proibire o regolamentare l'esercizio della prostituzione, ma la vorrebbe scoraggiare attraverso la punizione di tutte le attività collaterali e la mancata regolamentazione. Questo modello è seguito dalla gran parte dei Paesi dell'Europa occidentale e orientale: Andorra, Armenia, Belgio, Bulgaria, Città del Vaticano, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Irlanda, Italia, Liechtenstein, Lussemburgo, Malta, Monaco, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, San Marino, Slovacchia, Spagna.
Il Modello regolamentarista è un sistema teso alla legalizzazione e regolamentazione della prostituzione che può avvenire con modalità differenti (come la statalizzazione dei bordelli, i quartieri a luci rosse). In otto Paesi europei (Paesi Bassi, Germania, Turchia, Austria, Svizzera, Grecia, Ungheria e Lettonia) la prostituzione è legale e regolamentata. La legalizzazione sovente include l'imposizione di tasse e restrizioni, più o meno ampie, nell'esercizio della prostituzione anche con l'individuazione di luoghi preposti all'esercizio dell'attività e la prescrizione di controlli sanitari obbligatori per prostitute e prostituti per la prevenzione e il contenimento delle malattie veneree e l'obbligo di segnalare attività e residenza.
Una variante del modello regolamentarista è il cosiddetto Modello neo-regolamentarista è teso alla rimozione di leggi al fine di depenalizzare l'attività sessuale fra adulti consenzienti nei contesti commerciali.

Lina Merlin, la senatrice socialista che diede il nome alla legge del 1958 contro i bordelli di Stato, era mossa dalle migliori intenzioni: lei pensava, o meglio s'illudeva, che con il divieto per legge la prostituzione sarebbe scomparsa dalla faccia della terra. Le cose andarono diversamente, le prostitute si riversarono in strada e l'Italia si trasformò in breve tempo in un bordello unico a cielo aperto. È sotto gli occhi di tutti: l'attività è viva e vegeta, le cifre più accreditate stimano 70mila prostitute per circa nove milioni di clienti e un giro d'affari annuo non inferiore ai due miliardi di euro. È la prostituzione «sregolata» che invade i quartieri residenziali, insiste sui marciapiedi nei pressi di una chiesa o di un asilo, con l'aggravante che nella zona grigia in cui oggi sono relegati sex worker e clienti i rischi per la sicurezza e per la salute personale sono immensi. Né tantomeno si può dire che il divieto abbia aiutato le cosiddette «schiave del sesso», vittime della tratta, private anzitutto della propria autonomia. 

L'Autobahn, l'autostrada intorno al centro di Berlino, è un unico ingorgo. Anche l' Artemis , alle 18,30, è pieno come un uovo. Nel cortile, col solito orsetto in plastica color fucsia davanti alle porte, una fila di taxi attende i clienti del bordello più grande e gettonato di Berlino.  

In questa “Oasi del sesso“, come recita il depliant del locale, lavorano a turni da un minimo di 60 sino a 100 ragazze, “dipende dalle giornate e dagli eventi della Fiera di Berlino qui di fronte a noi“, spiega la direttrice. Quanti 'freier', come si dice in tedesco il cliente della prostituta, entrino ogni giorno in un club come questo difficile dirlo: sicuro è che l'ingresso costa 80 euro, somma che include i drink non alcolici, la piscina e le saune (finlandese, Bio o bagno turco). Più l'accappatoio beige e le ciabatte con cui gli uomini gironzolano per i tre piani del bordello tra un mare di ragazze di poco vestite, o nude. 

“Siamo un centro multiculturale”, aggiunge sorridendo la simpatica direttrice,“da noi le ragazze vengono da tutto il mondo e dalle più diverse culture, ma tutte pagano i loro 80 euro giornalieri”. Tanto costa alle 'imprenditrici del sesso' l'affitto di una delle 50 camere dell'Artemis, arredate nei più sgargianti stili. 

Oltre a pagare la stanza, le ragazze - i cui “servizi” all'Artemis partono dai 60 euro per trenta minuti - versano le loro belle tasse al Finanz Amt: “Qui a Berlino”, spiega la manager del locale, “abbiamo pattuito di versare una tassa forfait di 30 euro al giorno a ragazza. È il prezzo che versiamo allo Stato per togliere le donne dalla  strada e dalle grinfie di sfruttatori e dei racket criminali”. 

Benvenuti in Germania, dove dal lontano 2001, dai tempi del governo di Gerhard Schröder, la prostituzione è un'attività (quasi) del tutto legale. Quelle che da noi in Italia ci ostiniamo a chiamare 'lucciole', visto che operano col favore delle tenebre, nel paese della Merkel sono già da 15 anni delle vere e proprie lavoratrici autonome, “riconosciute dallo Stato con paragrafi di legge e tanto di assicurazione e cassa malattie”, aggiunge orgogliosa la manager dell'Artemis. Ma cosa vuol dire in pratica per le prostitute esercitare un'attività legale? 

“Per prima cosa vuol dire che in Germania una prostituta può sempre chiamare un agente di polizia”, risponde Stephanie Klein dell'Associazione Hydra, che ne difende i diritti, “ad esempio se un cliente prova a non pagare la prestazione”. Certo, in locali di lusso come l'Artemis (in cui sono stati investiti ben 5,5 milioni di euro) è raro che si verifichino casi del genere. “I clienti pagano 80 euro di ingresso anche per godersi un'atmosfera di relax”, racconta la manager. Se poi qualche energumeno perde la testa o accampa chissà che pretese “abbiamo il nostro personale di security sempre pronto ad intervenire. Abbiamo anche un medico interno a disposizione delle ragazze e della loro salute”. 



I paragrafi della 'Prostitution Gesetz', varati il primo gennaio del 2001, hanno “rivoluzionato il lavoro più antico del mondo”, afferma la sociologa  Emilya Mitrovic, “e cambiato profondamente la società tedesca. Da allora non solo la prostituzione non è più tabù in Germania, ma le prostitute sono uscite dall'anonimato in cui da sempre sono state costrette”. Oggi possono esercitare il mestiere alla luce del sole (solo a Berlino pare ci siano 600 bordelli), o in uno dei giganteschi  'centri erotici' come per l'appunto l'Artemis nella capitale, i 12 piani del “Pascha“ a Colonia o l'iperbordello “Paradise Island“, seimila metri quadrati aperti di recente presso Saarbrücken, ai confini con la Francia (dove la prostituzione è vietata). 

“La situazione da voi in Italia al confronto è un dramma”, sorride la manager nelle stanze dell'Artemis, “mentre qui la prostituzione è un lavoro come un altro”. E non solo è legale, ma è considerato soprattutto “un servizio che le ragazze offrono, potendo sempre decidere se andare con quel cliente o no e quali prestazioni offrirgli. A condizione certo che lo facciano sempre con il preservativo, che da noi è obbligatorio per la salute della donna e del cliente”. Non per niente la pubblicità del club sugli autobus di Berlino, a caratteri cubitali e su sfondo rosa confetto, dice: “Artemis, aperti ogni giorno per il Vostro relax dalle alle 5 del mattino”. 

Ma non tutti la pensano allo stesso modo. La norma dell'era-Schöder ha trasformato l'intera Germania “nel Bordello più grande e per molti aspetti oggi fuori controllo al centro d'Europa”, tuona indignato Markus Weinberg, responsabile delle politiche familiari della Cdu. Uno studio dell'università di Heidelberg ha evidenziato come la legalizzazione abbia portato in Germania ad un significativo aumento dello sfruttamento di prostitute, sempre più giovani, e a una triste, lunga serie di 'tratte' delle nuove schiave del sesso. 

I dati del Bka, la polizia criminale, sono chiari: nel 2001 - primo anno dell'entrata in vigore della legge - i casi individuati in Germania di traffico umano “a scopo di sfruttamento sessuale” riguardavano 987 persone. Dieci anni dopo, nel 2011, la 'tratta' delle prostitute, per lo più da Polonia, Romania o Bulgaria, era solo leggermente diminuita, ma riguardava pur sempre 640 donne vittime dei racket della prostituzione (e questi sono solo i casi affiorati). I più recenti dati segnalano in ogni caso che oggi sul mercato della prostituzione in Germania solo il 20 per cento delle Sexworkers siano tedesche; la stragrande maggioranza proviene dai serbatoi di povertà del sud-est Europa. 

Altro trend inquietante nelle metropoli tedesche è l'apertura di bordelli low cost, come quelli tristemente famosi della catena “Pussy Club”, che offrono umilianti offerte “all-inclusive” o “tariffe Flat” per adescare nei club a luci rosse clienti da mezza Europa. Per questo ora Manuela Schwesig, la giovane ministra della Famiglia del governo di Berlino (40enne della Spd, il partito che fu di Schröder) ha detto stop almeno alle forme più selvagge di prostituzione e ai bordelli da far west, formulando norme più restrittive e rivedendo punti essenziali della legge del 2001.  

La nuova legge tedesca “punta soprattutto - sottolinea la ministra Schwesig - alla protezione delle donne nell'esercizio del loro mestiere”. A proibire il mestiere più antico del mondo al governo di Berlino non ci pensano affatto. I tedeschi non sono idealisti ma pragmatici, e sanno che vietare la prostituzione comporterebbe il rischio d'incrementare gli affari della criminalità organizzata. Più realistico - ed è il primo punto della nuova legge - è chiedere alle prostitute la 'Anmeldung', l'iscrizione cioè nel registro dei comuni in cui esercitano la professione. Quindi, per i gestori di bordelli, l'obbligo di rispettare alcuni standard di sicurezza ed igiene nei locali, e il divieto assoluto delle pratiche più ignobili. 

Occorre inoltre che il gestore, prima di aprire il suo bordello, esibisca una fedina penale pulita; il che vuol dire che chiuderanno i battenti i locali in mano ai criminali. 

Che i bordelli siano strappati alle grinfie di cosche mafiose è ovviamente un bene: “Nella società esistono regole per tutti”, ricorda la manager dell'Artemis, “anche per chi come noi gestisce un centro erotico”. Già, ma che fare con la prostituzione minorile o con ragazze appena maggiorenni? La Cdu e la Spd, i due partiti della Grosse Koalition al governo di Berlino, hanno dibattuto a lungo se vietare in Germania, come insisteva più che altro la Cdu della Merkel, la prostituzione al di sotto dei 21 anni. Alla fine anche su questo delicatissimo punto si è optato per il compromesso: d'ora in avanti tutte le prostitute in Germania dovranno sottoporsi, una volta l'anno, a controlli medici. Mentre le più giovani al di sotto dei 21 anni dovranno recarsi ogni sei mesi ad un consultorio medico. La pioggia di controlli più severi non riguarda solo le Sex Workers o i gestori di locali: d'ora in poi anche i clienti usufruiranno della prestazione solo con il 'Kondom'. Ovviamente, nessuno in Germania sa bene quali saranno gli effetti delle nuove norme né, per quanto concerne il 'Kondom', come praticare i controlli. 

Bastano pochi dati per intuire le dimensioni della galassia Prostitution in Germania: se a Berlino questi tipi di locali sono numerosi,  non lo sono in relazione al numero degli abitanti di altre città tedesche a "luci rosse": ad Augsburg, infatti, su 100mila abitanti, di prostitute ne risultano 244; a Trevi 237 e a Norimberga 225; mentre Berlino e Monaco si fermano a quota 200, e la famosa Amburgo ne ha 122 su 100mila abitanti. Neanche all'Ufficio statistiche di Wiesbaden sanno in realtà con esattezza quanti siano le Sex-Workers in Germania: da tempo gira la cifra più o meno consolidata di 400mila prostitute (ma femministe come Alice Schwarzer arrivano a contarne oltre 700mila). 

In genere si considera che 90mila esercitino il mestiere nei classici bordelli, ed altre 72mila per strada. Si aggiungano poi circa 60mila professionisti che lavorano tramite le agenzie di Hostess, Callgirls & Callboys; ed altri 170mila saltuariamente tra hotel, Table-Dance o Swingerclubs. Tirate le somme, ci si spalanca un mercato della prostituzione che ogni anno fattura in Germania tra i 14 ed i 15 miliardi di euro, ed ogni giorno soddisfa le esigenze di almeno 1,2 milioni di clienti. Per tornare alla capitale, il rapporto offerta/domanda è articolato come segue: a Berlino un esercito di 10mila prostitute fa fronte ogni giorno a circa 30mila clienti. Il Senato della metropoli sulla Sprea ha confermato che, nel 2012, dal giro della prostituzione sono piovute nelle casse di Berlino entrate fiscali per  679mila euro. Si tratta ovviamente di una minima parte dei reali introiti di tutte le 'massaggiatrici', 'danzatrici' o escort girls dei vari Wellness o Agenzie non dichiarate come bordelli o Erotic center.



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sabato 17 ottobre 2015

PIZZO E PIZZINI

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Il pizzo, nel gergo della criminalità mafiosa italiana, è una forma di estorsione praticata da Cosa nostra che consiste nel pretendere il versamento di una percentuale o di una parte dell'incasso, dei guadagni o di una quota fissa dei proventi, da parte di esercenti di attività commerciali ed imprenditoriali, in cambio di una supposta "protezione" (termine generale identificativo di tale tipo di estorsione) dell'attività.

Il termine viene utilizzato correntemente nel gergo di Cosa nostra, ma il medesimo concetto viene reso in contesti più generici con il termine protezione.

L'utilizzo del termine nel senso criminale di tangente estorta, nasce nell'ultima metà del  XIX secolo ed è probabilmente un'espressione giornalistica, riportata nelle cronache del tempo.

In particolare, la parola pizzo viene direttamente dal siciliano “u pizzu” in riferimento al becco degli uccelli. Un antico detto siciliano recitava “vagnari un pizzu”, far bagnare il becco, cioè dare un bicchiere di vino a persona da cui si fosse ricevuto un favore in segno di ringraziamento. Da questa espressione gentile è venuto poi l’uso – ben più sgraziato – di far bagnare il becco, in senso metaforico, cioè il “pizzo”, ai mafiosi, ai danni di commercianti, artigiani e professionisti e tutti gli esercenti di attività economica.

I soggetti presi di mira costretti al pagamento attraverso intimidazione e minaccia di danni fisici, economici ed anche morali, che vengono effettivamente cagionati in caso di mancato o ritardato pagamento, e che possono, in alcuni casi, arrivare alla distruzione fisica dell'attività o addirittura all'uccisione dell'imprenditore o di uno dei suoi familiari.

Il fenomeno è ampiamente diffuso, e si calcola che colpisca circa 160.000 imprese con un movimento di più di 10 miliardi di euro. A Palermo l'80% delle attività commerciali o imprenditoriali paga il pizzo. Secondo dati della Fondazione Rocco Chinnici, in Sicilia il pizzo ha un giro d'affari che supera il miliardo di euro, pari cioè a 1,3 punti percentuali del PIL regionale.



Tuttavia a partire dagli anni 2000 si è rafforzato un movimento di lotta al racket, che spesso hanno dato luogo a numerose iniziative, anche di consumo critico. Basti ricordare la nascita del movimento Comitato Addiopizzo, che si batte contro questo fenomeno, oppure le altre associazioni come Federazione Antiracket Italiana, facente parte della rete di Civicrazia, e soprattutto Libera.Associazioni, nomi e numeri contro le mafie.

Voi non sapete. Gli amici, i nemici, la mafia, il mondo nei pizzini di Bernardo Provenzano è un'opera di Andrea Camilleri pubblicata dall'editore Arnoldo Mondadori Editore nel 2007.

Un vero e proprio dizionario di sessanta termini della mafiosità che, usando come fonte i cosiddetti "pizzini", elenca le consuetudini, la "filosofia" e la vita di Bernardo Provenzano e dei suoi fiancheggiatori, prima della cattura, avvenuta l'11 aprile del 2006, dopo una lunghissima latitanza di quarantatré anni.

In lingua siciliana i "pizzini" sono dei semplici pezzetti di carta su cui si scrivono delle annotazioni.

Quello dei pizzini rappresentava l'unico geniale sistema con cui Provenzano, diffidando, dal suo punto di vista, a ragione delle tecnologie della comunicazioni spesso identificabili, e usando per sovrappiù un codice numerico, vanificando tutti i più moderni sistemi di controllo delle telecomunicazioni adottati dalla polizia, riusciva a comunicare, in modo del tutto anonimo e irrintracciabile, con i vari mafiosi locali.

Con i pizzini Provenzano riusciva a manovrare le fila degli "affari" e degli interessi di Cosa Nostra. Molti i nomi di "illustri" capi mandamento che compaiono come destinatari di quei pizzini che raccontano una sorta di storia mafiosa del "regno" criminale di Provenzano che deve ancora essere letta del tutto.

Non è un caso che nel dizionario di Provenzano il termine mafia non compare, poiché egli è il creatore di una nuova struttura che non ha più nulla a che fare con l'organizzazione mafiosa precedente, quella di Totò Riina, quella della lupara, quella delle imprese clamorose a sfida dello Stato. Quella mafia non rende: alla lunga le istituzioni, se attaccate frontalmente, reagiscono e a nulla valgono più le complicità politiche.

Provenzano ha conservato della mafia lo spirito, ma la sua è un'organizzazione che lavora sott'acqua dove continuano ad avere efficacia le intimidazioni, gli attentati per riscuotere il pizzo e, se proprio è inevitabile, con un razionale calcolo dei vantaggi e dei danni, gli omicidi se quando chi si astuta (spegne, uccide) è troppo pericoloso per rimanere in vita.

Ma il tutto deve avvenire sempre sotto traccia, senza clamore, senza dare troppo fastidio di modo che s'impari a convivere con la mafia, che tutti sanno non esistere, e che al più è un fastidio da sopportare in cambio di quella protezione che lo Stato non dà.

Questo agire discretamente darà modo agli spiriti caritatevoli, opportunamente stimolati, di proporre l’abrogazione dell’ergastolo e dell'articolo 41 bis del codice penale, il carcere duro, di cercare di eliminare quella mina vagante che sono gli infami, i pentiti e rendere illegale la confisca dei beni mafiosi.

Una nuova mafia dunque, completamente diversa da quella praticata dal giovane animalesco Provenzano, che come Caino aveva ucciso a colpi di pietra un suo compaesano, e che poi fu soprannominato Binnu ‘u tratturi (Bernardo il trattore), da quando nel 1969 aveva falciato
con la sua mitraglietta un picciotto che aveva sgarrato: ora il capo dei capi ha subito una palingenesi, una conversione totale:

« Io con il volere di Dio voglio essere un servitore, comandatemi, e sé possibile con calma e riservatezza vediamo di andare avandi, e spero tando, per voi nella vostra collaborazione. ... Il mio fine è pregarvi...... sono nato per servire... »
(La Stampa, 5.10.2007)
è diventato un umile servitore; questo nuovo pontefice mafioso sembra quasi assumerne lo stesso titolo servus servorum Dei, servo dei servi di Dio. Ma chi è al suo servizio sa bene che sotto la pelle dell'agnello c'è un lupo e nulla deve esser fatto senza i suoi consigli. Nel suo covo di Montagna dei Cavalli, l'ormai vecchio Provenzano uno stile di vita appartato, quasi ascetico: si nutre di verdure e minestrine si accontenta di essere un consigliere disinteressato, un uomo di pace. Veramente egli incarna il rozzo detto degli uomini d'onore: «Comannari è megghiu chi futteri».



Egli si considera il profeta di una buona novella mafiosa e ne assume un linguaggio evangelico quando dirà ai poliziotti che lo arrestano: «Voi non sapete cosa state facendo»
rifacendo il verso alle parole di Cristo in croce: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Luca 23:34).

Il termine pizzino è una derivazione del termine siciliano pizzinu che indica un piccolo pezzo (pezzettino) di carta o un bigliettino. Il termine pizzino è anche un cognome usato in Sicilia.

Questa parola continua ad essere un termine comunemente utilizzato nell'italiano regionale di Sicilia. Per esempio, a volte viene usato il termine "pizzino" per indicare un pezzetto di carta con sopra scritte delle mansioni da compiere in famiglia, "il pizzino della spesa" per esempio, oppure tra colleghi di lavoro ci si può scambiare un "pizzino" contenente delle mansioni da espletare.
Il termine "pizzino", nella lingua italiana corrente, di pari passo alle indagini in merito ai recenti arresti di capimafia siciliani, va acquisendo il significato negativo di foglietto di carta con il quale boss mafiosi fanno pervenire agli affiliati ordini o comunicati in genere.

Tra 2006 e 2007 la parola pizzino è entrata nel linguaggio giornalistico, allargando il proprio campo d'utilizzo. Sono stati definiti tali anche i messaggi scambiati tra deputati e senatori in Parlamento.

I pizzini hanno avuto improvvisa notorietà in occasione dell'arresto di Bernardo Provenzano nel cui ultimo rifugio ne sono stati rinvenuti molti. Questi sono stati utilizzati per lungo tempo dai mafiosi con lo scopo di prevenire eventuali intercettazioni da parte delle forze dell'ordine, che si potrebbero avere con i mezzi di comunicazione tradizionali. Sembra sia d'uso farli passare attraverso molte mani per rendere difficile il collegamento tra il mittente e il destinatario.

Dai pizzini si ricava una chiara panoramica dei rapporti tra i differenti livelli gerarchici dell'organizzazione mafiosa (padrini, capifamiglia, picciotti). Spesso è lo stesso padrino a definirsi tale all'interno del pizzino e a rivolgersi al sottoposto chiamandolo figlioccio, riferendosi ai propri affari illeciti col termine cosa nostra.

I pizzini possono essere:

manoscritti
dattiloscritti
Anche in occasione dell'arresto di Salvatore Lo Piccolo, del figlio e dei suoi complici il 5 novembre 2007, sono stati intercettati pizzini da parte delle forze dell'ordine.



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