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domenica 1 novembre 2015

IL LUPO

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La forza e l'ardore in combattimento fanno del lupo un'allegoria guerriera per molti popoli: "Io sono il lupo solitario, mi aggiro in paesi diversi" recita un canto di guerra degli indiani d'America.
Simili metafore abbondano nelle mitologie orientali: il lupo celeste è il compagno della cerva bianca, che rappresenta la terra da cui nascono eroi e capi di alto lignaggio, tra cui, in Mongolia, il famoso Gengis Khan.
Nella nostra cultura il lupo è noto soprattutto per la sua ferocia e la voracitá aggressiva. Quasi tutti i bambini hanno vissuto l'emozione di una favola in cui compare il lupo cattivo, basti pensare alla nota "Cappuccetto Rosso", ma ce ne sono infinite altre, perché il lupo, già a partire dall'antichità, compare in molti miti e leggende.
Il terrore che incute questo splendido animale è atavico e universale: è associato al buio della caverna, all'abisso delle sue fauci fameliche, alle fitte pericolose foreste.
Nella nostra tradizione culturale ci sono tanti "detti popolari" che lo vedono protagonista, sempre nella sua veste spaventosa ("tempo da lupi", "fame da lupi"), oppure ne sottolineano l'aspetto pericoloso ("In bocca al lupo!"), o per la sua istintuale aggressività ("Il lupo perde il pelo ma non il vizio") e molti altri ancora che sembrano metterne in luce la selvatichezza e l'indomabilità quali caratteristiche solo negative.
Ma come tutti i simboli, anche il lupo ha una natura ambivalente: la sua gola è la caverna, l'inferno, la notte, l'antro pericoloso il cui passaggio, tuttavia, è necessario poichè porta alla liberazione.
Allora diventa l'aurora, come la luce iniziatica si rivela dopo la discesa agli inferi.
E' il babau con cui si minacciano i bambini, nonché la temibile bestia che nei secoli passati seminava il terrore e la distruzione nelle campagne; eppure, se lo conoscessimo meglio, sapremmo che è un animale molto più vicino all'uomo di quanto, ancora oggi, non si creda. Vive solo o nel branco, e quando si accoppia è un tenero "capo-famiglia" che alleva con dedizione la prole; monogamo, sta fedelmente accanto alla compagna fino alla sua morte.



Il lupo incarna la doppia veste di bestia selvaggia portatrice di morte e distruzione, e al tempo stesso iniziatore e portatore di conoscenza.
Quanto alla sua similarità con il cane che, anche geneticamente è suo antenato, il lupo è anch'esso psicopompo e sorveglia l'entrata del regno dei defunti.
Nei musei di Perugia e Volterra sono conservati dei vasi funerari etruschi raffiguranti il lupo che si affaccia dalla caverna in comunicazione con l'altro mondo. Le sue stesse fauci sono simbolo di quell'antro da cui non si fa ritorno… Spirito minaccioso, dunque, ma dotato di grande fascinazione per la potenza che, nel bene e nel male, suscita nella coscienza: come la luce esce dall'ombra, il lupo esce dalla tana e dal bosco.
Nella mitologia greca, come incarnazione di Marte, rappresentava il lato distruttore, mentre gli era attribuito un ruolo solare quando era simbolo di Apollo. Il bosco sacro che circondava il suo tempio era chiamato lukaion o regno del lupo; Aristotele vi teneva le sue lezioni: ecco l'origine della parola liceo.
Il lupo è dunque tramite e portatore di una conoscenza che viene dalle tenebre e dal regno delle ombre, per questo è pericoloso: evoca un'idea di forza a stento contenuta, è forse simbolo dell'esperienza archetipica con il numen, che, per definizione, è fuori dal tempo e non è assimilabile ad alcuna altra esperienza precedente.
Ed è così profondamente radicato all'inconscio da costituire il ruolo di iniziatore, riscontrabile anche nelle aree dell'Europa del Nord che hanno sviluppato dei miti in proposito.
In molte civiltà appare come genitore e fondatore e, in quanto tale, è associato all'idea di fecondità.
Una delle leggende a noi più vicine è quella di Romolo e Remo, i gemelli fondatori della città che diverrà il cuore stesso di tutta la Cristianità. Anche i Turchi affermavano di essere stati allevati da lupe e Aristotele racconta che la lupa Leto partorì i gemelli Apollo e Artemide. Anche Rea Silvia, prendendo la forma di una lupa, generò e allattò una coppia di gemelli.
Sono numerose le leggende che ruotano attorno al ruolo salvifico del lupo, tutt'uno con l'edificazione di una nuova città e la rinascita della coscienza.

Altre leggende particolari, anch'esse molto antiche, sono quelle che riguardano la licantropia, ovvero la metamorfosi, nelle notti di plenilunio, degli esseri umani in lupi.
L'esistenza di tali mostri ha ossessionato l'umanità per tutto il Medio Evo, e si cominciò a dubitare di essi solo nel XVIII secolo. Anche nella Bibbia c'è un esempio famoso: "la follia del lupo" prese anche il re Nabucodonosor.
In Spagna è la cavalcatura dello stregone, mentre le streghe, per recarsi al Sabba, portavano dei lacci di pelle di lupo.
Sempre nella tradizione popolare medioevale, al lupo appartiene la voracità, l'ingordigia, mentre la lupa diviene il simbolo della lussuria e della passionalità sfrenata.
La parola romana lupanaro, o bordello, proviene appunto dalle lupe, le prostitute. In ultima analisi, il lupo svolge, in Europa, lo stesso ruolo del giaguaro in Sud America: è la gola mostruosa (il buio) che inghiotte il sole (la coscienza), dinamica che, tuttavia può essere ribaltata se pensiamo al viaggio iniziatico che prevede l'inderogabile necessità per l'uomo di attraversare, per la sua stessa salvezza, il mondo degli inferi, per riportare la luce nella comunità umana.



Secondo i nativi americani i lupi non possono essere avvelenati poiché il loro sistema digerente espelle le sostanze nocive: il simbolo del lupo rappresenta quindi la capacità di saper discernere il pericolo, di operare per il bene della comunità di appartenenza e della tribù, l'abilità di trovare la strada giusta nella vita, per questo motivo compare spesso nei mandala curativi, sia come simbolo stilizzato che attraverso la raffigurazione delle sue impronte, presenta la stessa simbologia anche presso i Celti.

Tra i celti esisteva il lupo Fenrir figlio di Loki e della gigantessa Angrboda, fratello di Hel e del serpente Jormungandr, esso verrà incatenato strettamente sull'isola Lyngi, dove è condannato a latrare furiosamente fino alla fine dei tempi quando inghiottirà Odino, e verrà ucciso da Vidar figlio di Odino.

Il Lupo il pioniere, il precursore di nuove idee, che ritorna nel clan per insegnare e condividere la medicina.

Il Lupo prende una sola compagna per la vita, ed leale come il Cane.

Nella Nazione della Grande Stella, il Lupo viene rappresentato dalla Stella Cane, Sirio, la cui leggenda narra che fu la casa originaria dei nostri maestri nei tempi antichi. Secondo gli antichi egizi Sirio era la casa degli dei, e viene ancora considerata come tale dalle tribù dei Dogan in Africa. Era ovvio che i Nativi Americani esprimessero esattamente questo stesso collegamento ed adottassero le persone-Lupo come il clan dei maestri.

I sensi del Lupo sono molto acuti, e la luna il suo Potere Alleato: la luna il simbolo della energia psichica, o del inconscio che ha in s i segreti della conoscenza e della saggezza, e ululare alla luna potrebbe essere un’indicazione del desiderio del Lupo di mettersi in contatto con nuove idee che si trovano appena sotto la superficie della coscienza.

La medicina del Lupo da al maestro che in ognuno di noi, la forza di venire fuori, ad aiutare i figli della Terra a comprendere il Grande Mistero e la Vita…





sabato 17 ottobre 2015

PIZZO E PIZZINI

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Il pizzo, nel gergo della criminalità mafiosa italiana, è una forma di estorsione praticata da Cosa nostra che consiste nel pretendere il versamento di una percentuale o di una parte dell'incasso, dei guadagni o di una quota fissa dei proventi, da parte di esercenti di attività commerciali ed imprenditoriali, in cambio di una supposta "protezione" (termine generale identificativo di tale tipo di estorsione) dell'attività.

Il termine viene utilizzato correntemente nel gergo di Cosa nostra, ma il medesimo concetto viene reso in contesti più generici con il termine protezione.

L'utilizzo del termine nel senso criminale di tangente estorta, nasce nell'ultima metà del  XIX secolo ed è probabilmente un'espressione giornalistica, riportata nelle cronache del tempo.

In particolare, la parola pizzo viene direttamente dal siciliano “u pizzu” in riferimento al becco degli uccelli. Un antico detto siciliano recitava “vagnari un pizzu”, far bagnare il becco, cioè dare un bicchiere di vino a persona da cui si fosse ricevuto un favore in segno di ringraziamento. Da questa espressione gentile è venuto poi l’uso – ben più sgraziato – di far bagnare il becco, in senso metaforico, cioè il “pizzo”, ai mafiosi, ai danni di commercianti, artigiani e professionisti e tutti gli esercenti di attività economica.

I soggetti presi di mira costretti al pagamento attraverso intimidazione e minaccia di danni fisici, economici ed anche morali, che vengono effettivamente cagionati in caso di mancato o ritardato pagamento, e che possono, in alcuni casi, arrivare alla distruzione fisica dell'attività o addirittura all'uccisione dell'imprenditore o di uno dei suoi familiari.

Il fenomeno è ampiamente diffuso, e si calcola che colpisca circa 160.000 imprese con un movimento di più di 10 miliardi di euro. A Palermo l'80% delle attività commerciali o imprenditoriali paga il pizzo. Secondo dati della Fondazione Rocco Chinnici, in Sicilia il pizzo ha un giro d'affari che supera il miliardo di euro, pari cioè a 1,3 punti percentuali del PIL regionale.



Tuttavia a partire dagli anni 2000 si è rafforzato un movimento di lotta al racket, che spesso hanno dato luogo a numerose iniziative, anche di consumo critico. Basti ricordare la nascita del movimento Comitato Addiopizzo, che si batte contro questo fenomeno, oppure le altre associazioni come Federazione Antiracket Italiana, facente parte della rete di Civicrazia, e soprattutto Libera.Associazioni, nomi e numeri contro le mafie.

Voi non sapete. Gli amici, i nemici, la mafia, il mondo nei pizzini di Bernardo Provenzano è un'opera di Andrea Camilleri pubblicata dall'editore Arnoldo Mondadori Editore nel 2007.

Un vero e proprio dizionario di sessanta termini della mafiosità che, usando come fonte i cosiddetti "pizzini", elenca le consuetudini, la "filosofia" e la vita di Bernardo Provenzano e dei suoi fiancheggiatori, prima della cattura, avvenuta l'11 aprile del 2006, dopo una lunghissima latitanza di quarantatré anni.

In lingua siciliana i "pizzini" sono dei semplici pezzetti di carta su cui si scrivono delle annotazioni.

Quello dei pizzini rappresentava l'unico geniale sistema con cui Provenzano, diffidando, dal suo punto di vista, a ragione delle tecnologie della comunicazioni spesso identificabili, e usando per sovrappiù un codice numerico, vanificando tutti i più moderni sistemi di controllo delle telecomunicazioni adottati dalla polizia, riusciva a comunicare, in modo del tutto anonimo e irrintracciabile, con i vari mafiosi locali.

Con i pizzini Provenzano riusciva a manovrare le fila degli "affari" e degli interessi di Cosa Nostra. Molti i nomi di "illustri" capi mandamento che compaiono come destinatari di quei pizzini che raccontano una sorta di storia mafiosa del "regno" criminale di Provenzano che deve ancora essere letta del tutto.

Non è un caso che nel dizionario di Provenzano il termine mafia non compare, poiché egli è il creatore di una nuova struttura che non ha più nulla a che fare con l'organizzazione mafiosa precedente, quella di Totò Riina, quella della lupara, quella delle imprese clamorose a sfida dello Stato. Quella mafia non rende: alla lunga le istituzioni, se attaccate frontalmente, reagiscono e a nulla valgono più le complicità politiche.

Provenzano ha conservato della mafia lo spirito, ma la sua è un'organizzazione che lavora sott'acqua dove continuano ad avere efficacia le intimidazioni, gli attentati per riscuotere il pizzo e, se proprio è inevitabile, con un razionale calcolo dei vantaggi e dei danni, gli omicidi se quando chi si astuta (spegne, uccide) è troppo pericoloso per rimanere in vita.

Ma il tutto deve avvenire sempre sotto traccia, senza clamore, senza dare troppo fastidio di modo che s'impari a convivere con la mafia, che tutti sanno non esistere, e che al più è un fastidio da sopportare in cambio di quella protezione che lo Stato non dà.

Questo agire discretamente darà modo agli spiriti caritatevoli, opportunamente stimolati, di proporre l’abrogazione dell’ergastolo e dell'articolo 41 bis del codice penale, il carcere duro, di cercare di eliminare quella mina vagante che sono gli infami, i pentiti e rendere illegale la confisca dei beni mafiosi.

Una nuova mafia dunque, completamente diversa da quella praticata dal giovane animalesco Provenzano, che come Caino aveva ucciso a colpi di pietra un suo compaesano, e che poi fu soprannominato Binnu ‘u tratturi (Bernardo il trattore), da quando nel 1969 aveva falciato
con la sua mitraglietta un picciotto che aveva sgarrato: ora il capo dei capi ha subito una palingenesi, una conversione totale:

« Io con il volere di Dio voglio essere un servitore, comandatemi, e sé possibile con calma e riservatezza vediamo di andare avandi, e spero tando, per voi nella vostra collaborazione. ... Il mio fine è pregarvi...... sono nato per servire... »
(La Stampa, 5.10.2007)
è diventato un umile servitore; questo nuovo pontefice mafioso sembra quasi assumerne lo stesso titolo servus servorum Dei, servo dei servi di Dio. Ma chi è al suo servizio sa bene che sotto la pelle dell'agnello c'è un lupo e nulla deve esser fatto senza i suoi consigli. Nel suo covo di Montagna dei Cavalli, l'ormai vecchio Provenzano uno stile di vita appartato, quasi ascetico: si nutre di verdure e minestrine si accontenta di essere un consigliere disinteressato, un uomo di pace. Veramente egli incarna il rozzo detto degli uomini d'onore: «Comannari è megghiu chi futteri».



Egli si considera il profeta di una buona novella mafiosa e ne assume un linguaggio evangelico quando dirà ai poliziotti che lo arrestano: «Voi non sapete cosa state facendo»
rifacendo il verso alle parole di Cristo in croce: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Luca 23:34).

Il termine pizzino è una derivazione del termine siciliano pizzinu che indica un piccolo pezzo (pezzettino) di carta o un bigliettino. Il termine pizzino è anche un cognome usato in Sicilia.

Questa parola continua ad essere un termine comunemente utilizzato nell'italiano regionale di Sicilia. Per esempio, a volte viene usato il termine "pizzino" per indicare un pezzetto di carta con sopra scritte delle mansioni da compiere in famiglia, "il pizzino della spesa" per esempio, oppure tra colleghi di lavoro ci si può scambiare un "pizzino" contenente delle mansioni da espletare.
Il termine "pizzino", nella lingua italiana corrente, di pari passo alle indagini in merito ai recenti arresti di capimafia siciliani, va acquisendo il significato negativo di foglietto di carta con il quale boss mafiosi fanno pervenire agli affiliati ordini o comunicati in genere.

Tra 2006 e 2007 la parola pizzino è entrata nel linguaggio giornalistico, allargando il proprio campo d'utilizzo. Sono stati definiti tali anche i messaggi scambiati tra deputati e senatori in Parlamento.

I pizzini hanno avuto improvvisa notorietà in occasione dell'arresto di Bernardo Provenzano nel cui ultimo rifugio ne sono stati rinvenuti molti. Questi sono stati utilizzati per lungo tempo dai mafiosi con lo scopo di prevenire eventuali intercettazioni da parte delle forze dell'ordine, che si potrebbero avere con i mezzi di comunicazione tradizionali. Sembra sia d'uso farli passare attraverso molte mani per rendere difficile il collegamento tra il mittente e il destinatario.

Dai pizzini si ricava una chiara panoramica dei rapporti tra i differenti livelli gerarchici dell'organizzazione mafiosa (padrini, capifamiglia, picciotti). Spesso è lo stesso padrino a definirsi tale all'interno del pizzino e a rivolgersi al sottoposto chiamandolo figlioccio, riferendosi ai propri affari illeciti col termine cosa nostra.

I pizzini possono essere:

manoscritti
dattiloscritti
Anche in occasione dell'arresto di Salvatore Lo Piccolo, del figlio e dei suoi complici il 5 novembre 2007, sono stati intercettati pizzini da parte delle forze dell'ordine.



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