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giovedì 21 gennaio 2016

IL TRAVESTITISMO



Magnus Hirschfeld coniò la parola travestitismo (dal latino trans-, "al di là, oltre" e vestitus, "vestito") usandolo per descrivere le persone che abitualmente e volontariamente indossavano abiti del sesso opposto. Hirschfeld osservò un gruppo di travestiti composto da maschi e femmine, eterosessuali, omosessuali, bisessuali e asessuali.

Hirschfeld stesso non era soddisfatto del termine: credeva che l'abbigliamento fosse solo un simbolo esteriore scelto sulla base di diverse situazioni psicologiche. In realtà, Hirschfeld aiutò le persone a realizzare il cambiamento del nome e supervisionò il primo intervento noto di Riconversione Chirurgica del Sesso (RCS). Le persone che seguì Hirschfeld, sono state, usando i termini di oggi, non solo travestite, ma persone transgender.

Hirschfeld notò anche che l'eccitazione sessuale è stata spesso associata al travestitismo, ma ha anche chiaramente distinto tra travestitismo come espressione di una persona transgender o crossdresser e come espressione di comportamenti e/o sentimenti di tipo feticistico.

L'atto del travestirsi ha una lunga tradizione, che deriva dalla Grecia classica, dove, durante le feste di Carnevale era usanza indossare gli abiti del sesso opposto e gli uomini cercavano di infiltrarsi nei riti misterici riservati alle donne; e più avanti, nell’800 in teatro gli attori uomini recitavano anche le parti femminili.

Per travestitismo si intende l’atto maschile di indossare abiti e accessori tipicamente femminili con conseguente eccitazione sessuale.
Alcuni uomini si travestono con un solo indumento da donna, magari mettendolo sotto i propri abiti maschili, altri invece si truccano o pettinano in modo da prendere delle sembianze femminili.
Chi si traveste, non ricerca poi persone del proprio sesso con le quali consumare l’atto sessuale, perché non sono omosessuali; ma il travestimento viene messo in atto con lo scopo di procurarsi un’eccitazione sessuale per poi avere un rapporto con la partner.

Da molto tempo la psicoanalisi ha individuato, accanto alla più evidente invidia della bambina per il pene, anche un’oscura invidia maschile per il corpo femminile e per le sue straordinarie funzioni. Un sentimento che la modernità ha esasperato perché, mentre le competenze maschili vengono in gran parte condivise, le donne mantengono l’esclusività procreativa.



Se solitamente queste stranezze erotiche non durano a lungo, capita che alcune persone, con il passare del tempo, in assenza di impulsi erotici spontanei, trasformino il travestirsi, in un rito, senza il quale diventa impossibile provare desiderio e piacere. È proprio il bisogno di ripetere sempre lo stesso rituale che trasforma il gioco erotico in perversione, alla quale diventa impossibile rinunciare.
In questo caso la cura migliore è la stimolazione della fantasia, che permette di immaginare anziché agire. Una caratteristica di coloro che hanno delle perversioni è, infatti, la mancanza di immaginazione erotica, che li spinge ad agire, anziché come di solito accade, ad elaborare e in modo simbolico e mentale le pulsioni e i desideri, mantenendoli nell’ambito psichico della fantasia.

La pulsione a travestirsi si manifesta generalmente piuttosto presto e dura per tutta la vita. Si afferma talvolta che genitori scontenti del sesso del figlio sviluppano inconsciamente in lui questa tendenza, o vestendolo da bambina o facendo indossare al maschietto dei vestiti da femmina per punirlo. Quest’ultima ipotesi e' frequente nei testi dedicati al travestitismo.

La maggior parte dei travestiti dichiara di aver sentito sin dalla piu' tenera eta' un desiderio inspiegabile quanto irreprimibile di provare un capo d’abbigliamento femminile, che si tratti di quello della sorella piuttosto che quello della madre. Questo gesto e il contatto del tessuto sulla pelle provoca una sensazione di esaltazione intensa la cui natura e' incontestabilmente di natura sessuale e indossare un capo di abbigliamento ritenuto eccitante suscita nella maggiore parte dei casi manovre di autosoddisfazione. In seguito questa esperienza gradevole verra' ripetuta ogni volta che se ne presentera' l’occasione, e altri capi verranno “presi in prestito”.

Dopo un periodo piu' o meno lungo il giovane travestito arrivera' al punto di vestirsi completamente da donna. Prendera' ugualmente in prestito dei fard per apparire il piu' effemminato possibile e tutte queste esperienze gli sembreranno eccessivamente gradevoli. Presto o tardi finira' col farsi un guardaroba completo, iniziando generalmente col procurarsi della biancheria, delle calze e collant poi, poco a poco, delle scarpe, vestiti, fard, parrucche, falsi seni per dar forma a un petto piatto.

Ciononostante il neofita, passato il primo periodo di esaltazione, non tardera' a conoscere crisi di rimorso nel corso delle quali si rendera' conto di indossare vestiti “proibiti” dai precetti dell’educazione che ha ricevuto. Il senso di colpa che accompagna tale scoperta lo condurra' alla depressione e alla fine brucera' o gettera' le sue mise femminili fino al momento in cui la passione risorgera' e ricomincera' una nuova collezione.

Questa passione puo' attenuarsi per alcuni periodi piu' o meno lunghi, ma non si lascia mai soffocare.

Si sostiene che, di tutte le “deviazioni” sessuali, il travestitismo sia la piu' solitaria ed e' vero. Gli omosessuali non mancano di partner, il feticista finisce sempre coll’incontrare una donna che accetta di indossare i vestiti che lui sceglie, un sadico spesso trova un masochista sul suo cammino mentre un travestito, che e' attratto dalle donne, avra' grandi difficolta' nello scoprire la compagna che lo accettera' cosi' come desidera essere accettato, e cioe' come donna invertita; anche in questo caso bisogna tener conto della stanchezza della donna se si trova costantemente in presenza di questo tipo di uomo. In mancanza di tale partner ideale capita che il travestito faccia ricorso alle prostitute, ma da questa relazione esclude ogni affetto e amicizia duratura. Raramente il travestito ha la fortuna di incontrare una donna comprensiva, ma per essere obiettivi bisogna riconoscere che nella maggioranza dei casi solo un travestito puo' comprendere colui che condivide i suoi gusti. E’ anche per questa ragione che i travestiti hanno la tendenza a restare tra di loro, dando cosi' credito al mito popolare che confonde travestitismo e omosessualita'.
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giovedì 3 settembre 2015

LA DUE FACCE DELLA MEDAGLIA

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Le origini del testa o croce sono molto lontane nel tempo. Già nell'antica Grecia troviamo l'"Ostrakinda" (gioco del coccio, o della conchiglia) un passatempo per ragazzi. Due avversari coloravano la faccia esterna di una conchiglia di nero, e lasciavano bianca quella interna. Uno dei due lanciava quindi in aria la conchiglia, mentre l'altro doveva indovinare quale faccia (nera o bianca, la formula greca era "nux kai hemera", giorno o notte) essa mostrasse una volta a terra.
Il termine "testa o croce" deriva dalle sagome che erano frequentemente utilizzate sulle facce di molte monete (appunto, una testa ed una croce). Questo sistema di estrazione è comune in molte culture, con un nome generalmente derivante dalle raffigurazioni sulle facce dei conii dei singoli paesi. Nell'antica Roma, il testa o croce veniva praticato come gioco, ed era denominato "navis aut caput" (nave o testa), dal momento che su (alcune) monete romane era rappresentata una nave (su di una faccia), e la testa dell'imperatore (sull'altra). Analogamente, il nome inglese head and tail (letteralmente testa o coda) deriva probabilmente dalla moneta da dieci centesimi di sterlina, su cui erano rappresentate la faccia del monarca regnante, ed un leone araldico con la coda ritta. In Germania, il sistema è chiamato Kopf oder Zahl (testa o numero), poiché su di un lato della moneta era indicato il valore della stessa. In Irlanda, si usa il nome heads or harps (teste o arpe), dal momento che questo strumento musicale è spesso rappresentato sulle monete (anche sull'attuale euro irlandese). Analogamente, in Brasile il testa o croce è detto cara ou coroa (faccia o corona), in Messico águila o sol (aquila o sole), in Russia орёл или ре́шка (orël ili reška, aquila o simbolo sul verso), in Bosnia testa convertibile o croce convertibile, ad Hong Kong 公定字 (testa o parola, infatti sul conio di Hong Kong, il valore delle monete è scritto per esteso).

Testa o croce è divenuto un modello di casualità per antonomasia, vista appunto la natura aleatoria del risultato del lancio della moneta. Nella cultura popolare espressioni come è un testa o croce, riferite ad esempio ad un evento, sono utilizzate per rimarcare la forte imprevedibilità dello stesso, spesso in connessione ai rischi relativi a tale mancanza di certezza.



Ci sono tre modi in cui è possibile guardare la moneta. Tre diversi punti di vista: da sopra, da sotto e di lato. Ora immaginiamo che la stiate guardando nel modo più comune, cioè da sopra; ciò che probabilmente il vostro sguardo incontra è, a parte il caso che abbiate scelto una moneta molto particolare, una raffigurazione di una testa che comunemente viene denominata “testa”, oppure un disegno qualsiasi che comunemente viene chiamato “croce” proprio per differenziarlo dalla testa.Guardandola da sopra, vediamo la “testa”. giriamola vediamo la “croce” mentre di lato non riusciamo a distinguere alcuna figura significativa.
E ora arriva la domanda chiave:

Qual è il lato vero, testa o croce?
O ancora peggio:
Qual è la faccia giusta della moneta?

Il primo riguarda il paradosso esistente tra la libertà di scelta e il condizionamento umani.
Il secondo riguarda due bisogni fondamentali di ogni essere umano: quello di essere unito agli altri e quello di trovare una propria identità che gli permetta di differenziarsi dagli altri. Il bisogno di essere unito, non solo, non separato, non fuori da una relazione con altri esseri umani è necessario; basti pensare che senza il contatto con gli altri un essere umano non può divenire tale, prova ne è il famoso caso in cui vennero ritrovate due bambine che abbandonate, vennero allattate e cresciute dai lupi: esse si comportavano assolutamente come delle lupe.
E anche il bisogno di trovare una propria identità, conoscere chi si è, le proprie peculiarità, ciò che profondamente fa sì che io sia io e non un altro, è un bisogno necessario quanto il precedente. Senza ciò ci dissolviamo, ci perdiamo nell’assenza di limite e definizione, così che gli altri diventano un pericolo terribile in quanto possono mangiarmi, ferirmi con un nonnulla, invadermi con una parola o con uno sguardo, tanto fragile è la pelle psicologica che mi separa da essi.
Allora il bisogno di essere uniti agli altri è innegabilmente importante. E il bisogno di separarsi lo è altrettanto. Essere uniti e essere separati sono uno l’opposto dell’altro, e anche questo è vero.
Comunque la mettiamo, non possiamo vedere assieme le due facce della moneta, siamo costretti a vederne una alla volta. Ma il fatto che si vede croce non significa che testa è falso, sbagliato, una invenzione di qualcuno, qualcosa da eliminare, solo perché non si riesce a vederlo. Il fatto che si riesce a vedere testa non significa che croce sia l’unica verità, che sia la cosa giusta.
Ma forse i problemi più grossi nascono quando cerchiamo, invano, di spiegarci la realtà, tutta la realtà, sulla base di testa, cioè cercando di eliminare la croce. Cerchiamo di piegare la realtà al nostro bisogno di confermare la teoria, il filtro che ci piace in quel momento.
Altre volte ci incaponiamo e vogliamo a tutti i costi “essere tutti di un pezzo”, senza contraddizioni, senza sbavature, crediamo in una ipotetica perfezione visibilmente unitaria e luminosa, chiara ed evidente a tutti nella sua ovvia bontà e purezza, e crediamo di doverla raggiungere o di poterla raggiungere. E se non ce la facciamo crediamo di dover forzare ancora di più la mano, la prossima volta andrà meglio.
Qualsiasi cosa, invariabilmente, è come una moneta che ha due lati, entrambi veri e reali, che però spaventa molto le persone in quanto le mette di fronte alla complessità del reale, che invece di offrire paradisi di sicurezza ed unicità, fatalmente dispiega oceani di polarità, diversità e contraddizione.
Un altro parametro fondamentale per la comprensione della attribuzione di valore alle cose é il punto di vista dal quale le osserviamo. Ognuno di noi ha delle idee precostituite sulle cose, ognuno ha un suo punto di vista sul sesso, sul potere, sul mangiare. Ad esempio ci sono coloro che pensano che: “É giusto mangiare per vivere e non vivere per mangiare”, e altri pensano che: “E se levi anche questo alla vita, cosa resta?”. Di fatto è molto difficile non avere una idea sopra un qualcosa che conosciamo, ma ciò che più conta è quanto profondamente crediamo ad essa: possiamo crederci ciecamente, esserne quasi completamente sicuri, crederci un po', avere dei dubbi, non crederci affatto. I punti di vista sono importantissimi per quanto riguarda il nostro vissuto soggettivo, cioè cosa proviamo, sentiamo, e addirittura percepiamo, e riguardo alle scelte di vita che compiamo in ogni momento.
A ben pensare, ogni nostro pensiero delimita, definisce, cataloga, costringe un aspetto della realtà in dei margini, in dei confini arbitrari.
Ci sono tre grossi attori nel processo dell’attibuire significato a qualcosa: la cosa in sè, il contesto, il punto di vista dal quale si osserva.

Le cose in sè non sono né cattive buone. Tutte le cose sono come le monete, hanno due lati, uno positivo e uno negativo.
Ciò che più di ogni altra cosa rende di fatto le cose positive o negative è il contesto con il quale esse hanno relazione.
Oltre alle cose, le quali hanno in sè sia lati positivi che negativi, e al contesto con il quale esse sono in relazione, per il vissuto soggettivo la cosa più importante è il punto di vista dal quale esse vengono osservate.




Prima o dopo nella vita tutti abbiamo avuto un amico o un’amica dalla doppia faccia, qualcuno i cui pensieri e sentimenti non sono mai davvero chiari o, peggio, sembravano l’esatto contrario di ciò che realmente sono. Quando cala la maschera e scopriamo il vero volto di quello che credevamo un amico, la delusione e il senso di tradimento possono essere molto forti, soprattutto se avevamo investito molto in quel rapporto e credevamo nell’amicizia che ci legava a quella persona.

Esistono persone cattive nella nostra società, persone che nella loro vita hanno saputo solo criticare, infangare, offendere... Senza però mai provare a costruire qualcosa di veramente buono. Esistono persone che sbandierano in ogni occasione la bandiera della Pace ma alla fine cercano costantemente la guerra.

Esistono persone che giudicano solo per il piacere di "esserci", solo per aggiungere una voce al loro gruppo ristretto e chiuso. Gruppo che è, tra l'altro, destinato a restare piccolo, chiuso e arrogante. Esistono persone che gridano "venduto" a persone totalmente sbagliate, a persone che non vendono le proprie idee nemmeno per un arricchimento personale totale. Eppure esistono queste persone, persone che meritano di restare dove sono, con le loro depressioni e con i loro problemi esistenziali.

Esistono persone che vedono il male dappertutto, e se non lo vedono se lo inventano, lo spacciano affinché qualcuno ci creda davvero. Esistono persone che sono malati di protagonismo e di questo accusano proprio gli altri che li circondano. Esistono persone che chiamano mafiosi chiunque gli sta attorno e che non accetta le sue opinioni. Esistono persone che hanno la doppia personalità, la doppia faccia, la doppia ignoranza.

Esistono persone che pensano che "esistono" solo loro, che concepiscono solo loro. Esistono persone che lavorano per fare solo del male a questa città. Esistono persone che pensano di conoscere il mondo, la vita, la storia, le cose dell'universo... ma pensano con una testa che non conosce il mondo, la vita, la storia e le cose dell'universo. Esistono persone che ti accarezzano davanti e ti pugnalano dietro.

Esistono persone che sputano nel piatto dove hanno mangiato e accusano gli altri proprio di questo. Esistono persone che meritano il nulla ma procacciano l'eccelso. Esistono personalità improduttive che producono falsità. Esistono persone che lavorano solo per loro, che non hanno mai dato niente senza ricevere qualcosa in cambio, e se ricevono qualcosa in cambio la soddisfazione non te la daranno mai. Perchè esistono persone che non sanno dire: "grazie", "mi dispiace", "bravo", "complimenti", "scusa", "auguri"...

Esistono persone troppo invidiose, che hanno paura della tua personalità, dei tuoi liberi pensieri, della tua "popolarità". Esistono persone che riescono a farti detestare le cose che hai sempre amato, anche le idee. Esistono persone che gridano "al lupo" ma essenzialmente "il lupo" è dentro di loro.




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martedì 1 settembre 2015

LE MALEDIZIONI

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Che il pensiero sia “energia” in grado di superare ogni ostacolo, di correre oltre alla velocità della luce e di poter “operare” , questo è non solo opinione diffusa ma una realtà certa.
Un energia che si sprigiona, un fascio misterioso, incontrollato, che può “operare” in un contesto positivo o negativo.
Negare questo presupposto, oggi, sarebbe assurdo, anche se certe correnti culturali vogliono classificare questa teoria come una credenza popolare.
Ma l’uomo, immerso nella materia, è innegabile che abbia un anima in grado di racchiudere in se i pensieri positivi, negativi, amore, odio, rancore, invidia.
Insomma l’anima raccoglie, come in una centrale nucleare, le energie che può sprigionare, in modo più o meno cosciente e, spesso, a sua insaputa, dirigendola verso altri.
Il difficile è riconoscere e caratterizzare queste energie e definirle per capirle e combatterle quando sono negative e si manifestano con il loro carattere “negativo”.
Potremmo subito porre alla base una distinzione: l’invidia ad esempio è avere uno spirito avverso , irrequieto verso una persona che appare più fortunata di noi, più dotata di possibilità, di successo. E’ un sentimento che inizia a sprigionare un flusso negativo verso quella persona: più intensa sarà più quel “fascio” di energia rappresentato dal sentimento di invidia aumenterà di intensità.
Le maledizioni invece scaturiscono da un sentimento di odio, di rancore, verso una persona, o anche un gruppo di persone.
Chiunque ci ha danneggiato può divenire oggetto della nostra avversione prima, e poi della nostra maledizione.
E per maledizione non intendiamo soltanto la pronuncia di una frase, rabbiosa, rancorosa, ma anche un “insieme” di pensieri che scaturiscono dall’anima e tendenzialmente “desiderano il male dell’altro”.
Ecco il primo punto di distinzione : mentre nell’invidia il sentimento è soltanto avvertito e può produrre i suoi effetti “per induzione”, nella maledizione gli effetti sono procurati perchè “fortemente desiderati”.
La maledizione è essa stessa una vendetta, un rancore manifestato attraverso l’augurio del male a qualcuno, male che quando si realizzerà andrà a soddisfare direttamente la nostra sete di vendetta.
Come agisce una maledizione? E’ presto detto: è un fortissimo fascio di pensiero, di energia che si abbatte sulla persona, tanto più intenso e virulento, quanto maggiore sarà il desiderio della persona che la scaglia.



Mentre l’invidia spesso agisce più a livello inconscio, spesso è impercepibile dalla stessa persona che la nutre, la maledizione è cosciente, è lucida, è prorompente.
E’ il forte desiderio della “vendetta” sulla persona che amplifica la stessa energia: è come quando il piede dell’accelleratore preme facendo arrivare più benzina al motore che è spinto a correre di più.
Questi elementari principi sono ben conosciuti dagli operatori dell’occulto che spesso cercano di “operare” utilizzando l’energia dei clienti per convogliare vendetta.
In tutto questo si inserisce il malocchio che si può considerare un fratello minore della maledizione e un fratello maggiore dell’invidia.
L’invidia infatti se è fatta prigioniera di alcuni individui “particolari” diventa facilmente malocchio: l’invidia porterà inconsciamente a “guardare con occhio torvo e rancoroso” la persona e le sue cose, scaricando la sue energia fatale sul soggetto bersaglio.
Ma quindi basta pensare il male a una persona per colpirla?
Alcuni pensano di si, ma la realtà è ben altra.
L’anima sprigiona energia attraverso il suo spirito: spesso inconsciamente si mette in comunicazione con altre energie, si contrasta, si aggrega. E’ un flusso spesso incontrollabile e non basta a generare un vero maleficio ma può essere sufficiente a generare un malocchio.
Non è tuttavia, per fortuna, così semplice: anche se ormai è stato constatato che ci sono particolari persone che hanno come una sorte di “cannone” e sono in grado di catalizzare e concentrare su qualcuno la loro energia provocando nella stessa stati di ansia, di inquietudine, frequenti mal di testa, in molti casi sensazione di essere osservati, sensazione che tutto ciò che sta facendo è inutile e sarà un fallimento ecc.
Se a qualcuno venisse il dubbio su quanto detto circa l’energia del pensiero, possiamo tranquillamente pensare quei casi di forte innamoramento, di intenso amore tra due persone, che determiano stati in cui spessissimo l’altro avverte , anche a distanza, gli stati d’animo del partner, quasi ne vive gli avvenimenti e gli stati d’animo.
Solo che in questi casi la cosa passa inosservata ma nessuno riesce a spiegare come faceva a sapere che in quel momento l’uomo amato era triste, oppure aveva seri problemi, oppure aveva avuto un incidente.
Per cui occorre fare sempre molta attenzione ai nostri stati emotivi e psicologici contro qualcuno.
E ricordiamoci che essendo flussi di energia sempre tornano verso il “polo” che li ha emessi e spesso rimbalzano tornando al mittente con relative conseguenze.



Le maledizioni stanno alla base del risentimento. Le maledizioni verbali e le ingiurie e gli accidenti detti a voce, e cariche di un sentimento abbastanza forte per alimentarle, che sia odio, rabbia, amore fa si che queste semplici parole si trasformino in maledizioni.
Questo in maniera molto blanda, ovvio, per una maledizione vera e propria servono dei rituali adeguati, le maledizioni verbali sono abbastanza blande e raramente portano a conseguenza catastrofiche...

Nella religione Wicca, la Legge del tre è un principio adottato da alcuni aderenti della religione stessa.

Questa legge compare per la prima volta in una delle pubblicazioni di Gerald Gardner e lui stesso affermò di averla letta nel libro delle ombre così come ne era entrato in possesso attraverso la congrega della New Forest. È una legge riservata alle streghe e agli stregoni e alle loro operazioni magiche, un monito che vuole significare che ciò che mandi nel bene e nel male ritornerà triplicato.

Secondo questa legge ogni cosa che facciamo ci torna indietro tre volte nel bene e tre volte nel male. Se si fa del bene si riceverà tre volte il bene, se fai del male si riceverà tre volte il male. Non bisogna però fare del bene nell'attesa della ricompensa. Può quindi esser visto come una motivazione pragmatica per seguire un comportamento etico.

In tutta la tradizione esoterica non si fa mai menzione di questa legge. Probabilmente, come afferma Doreen Valiente che conobbe Gardner di persona, questa fu un'invenzione dello stesso Gardner a cui molte streghe aderirono. La legge fu uno dei motivi di dissidio con la Valiente che le fecero abbandonare la congrega di Gardner. Non sembrano esserci ragioni tradizionali che testimonino l'esistenza di una legge del tre come formulata da Gardner, ed è anche d'obbligo chiedersi perché ciò che fai deve tornare tre volte e non tredici o sette o cinque volte.

Molti wiccan non aderiscono alla legge del tre, anche se questa legge viene definita come una delle leggi fondanti la Wicca. Certo se si nega la legge del tre, non si può non negare che nel momento in cui si attua un procedimento magico un'azione scatena una reazione e bisogna tenerne conto.

Ciò che tradizionalmente si tramanda è il colpo di ritorno. La maggior parte delle streghe sapevano che quando si effettua qualcosa contro la volontà di qualcuno, in particolare se si intende nuocere a qualcuno, può accadere che le energie che adoperiamo e i sentimenti che suscitiamo ci si rivoltino contro; questo accade soprattutto se la persona che vogliamo colpire è in grado di respingere il nostro attacco: le forze che abbiamo scatenato ripercorrono il percorso all'indietro e si scaricano su di noi. Inoltre nel tornare a noi esse raccolgono tutte le energie che trovano lungo il cammino, per questo il colpo di ritorno è sempre più potente dell'incantesimo originario, poiché la forza che non si scarica diventa un polo attrattivo per le forze della stessa natura. Per questo tutte le volte che si opera è sempre necessario prestare attenzione e proteggersi dagli eventuali effetti di quello che scateniamo. Questo non è un divieto, ma un avvertimento. La legge del tre è un monito moderno, ma il colpo di ritorno era ed è un evento temutissimo da maghi e streghe, che hanno escogitato di tutto per scongiurarne gli effetti.

Ovviamente il colpo di ritorno riguarda soprattutto le energie negative che possono essere scatenate da persone senza scrupolo, tuttavia anche operazioni apparentemente positive possono diventare negative, soprattutto quando cerchiamo di forzare una persona alla nostra volontà, come per esempio costringerla ad amarci se non vuole. Nessuno pone limiti a quello che si può fare, l'importante è considerare sempre con saggezza la natura delle forze con cui ci si misura.



LEGGI ANCHE : http://popovina.blogspot.it/2015/08/vendetta-o-perdono.html





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