domenica 16 ottobre 2016

STREGHE

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Le origini più antiche della stregoneria si fanno risalire al codice di Hammurabi, siamo quindi al secondo millennio avanti Cristo. In questo codice sono riportate delle disposizioni contro quegli stregoni e maghi che hanno arrecato danni ad altri.

Troviamo esempi di stregoneria in Omero, negli episodi sulla Maga Circe che trasformava i marinai in porci, e in Medea che lanciava il malocchio con intrugli che produceva mescolando diversi ingredienti.

Nel folclore popolare occidentale la figura della strega ha avuto solitamente un'accezione negativa: si riteneva che le streghe usassero i loro poteri per nuocere alla comunità, soprattutto a quella agricola, e che prendessero parte a dei raduni periodici chiamati sabba dove adoravano il Demonio.

La figura della strega ha radici antichissime, che precedono di molto il cristianesimo: basti ricordare la cosiddetta strega di Endor, in realtà una negromante, citata nella Bibbia, come anche le celebri streghe della Tessaglia, nell'antica Grecia.

A partire dal tardo Medioevo e con l'inizio del Rinascimento, la Chiesa cattolica e, in seguito, anche alcune confessioni protestanti hanno individuato nelle streghe delle figure eretiche, pericolose per la comunità e dedite al culto del Maligno, da perseguitare ed estirpare dalla società con la violenza. L'insieme dei fenomeni persecutori contro la presunta setta di adoratori del Demonio è noto come "caccia alle streghe" e in Italia l'ultimo caso di una donna che sia stata uccisa perché ritenuta una strega avvenne nel 1828 a Cervarolo in Valsesia.

Fra le varie ipotesi proposte a spiegazione della stregoneria ne è stata avanzata una secondo la quale essa sarebbe l'interpretazione fantastica dell'intossicazione da ergot.

Il medico olandese Johann Wier, con il suo libro De praestigiis daemonum del 1563, è stato uno dei primi a stabilire una connessione tra il possibile stato allucinatorio di anziane donne malate e frustrate e i tipici comportamenti di coloro che venivano ritenute delle streghe. Tra i seguaci di questa visione scettica, ancorché non del tutto scientifica, vi fu l'inglese Reginald Scot, autore di un'opera intitolata The Discoverie of Witchcraft (1584).

Pur con intenti tutt'altro che assolutori, l'inquisitore francese Pierre de Lancre, nel suo trattato Tableau de l'inconstance des mauvais anges et démons del 1612, ha riflettuto prima di ogni altro sulle caratteristiche che accomunavano le streghe da lui perseguite nella regione del Labourd e i "maghi" della Lapponia, ossia gli sciamani. Secondo il de Lancre, streghe e sciamani si abbandonavano a un'estasi di tipo diabolico.

Alla metà del XVIII secolo, quando sono già molto numerose le manifestazioni di scetticismo da parte di intellettuali ed eruditi verso la realtà della stregoneria, Girolamo Tartarotti pubblica il suo Del Congresso notturno delle Lammie (1749), nel quale afferma la realtà della magia diabolica (e dunque la possibilità di operare malefici e incantesimi con l'aiuto del Maligno), mentre nega l'esistenza del sabba considerandola pura illusione, arrivando con ciò a ridefinire lo stereotipo della strega che a quel tempo era ancora prevalentemente incentrato sulla credenza nel volo notturno e nelle tregende.

A partire dall'Ottocento è iniziata la rivalutazione della figura della strega attraverso varie opere storiche e letterarie, tra le quali basti citare La Sorcière di Jules Michelet, in cui lo storico francese afferma tra i primi la tesi che la stregoneria sia un residuo di antichissime pratiche pagane. Una notevole influenza ha avuto il saggio Aradia, o il Vangelo delle Streghe, scritto da Charles Godfrey Leland nel 1899, in cui l'autore descrive in forma romanzata antichi riti della tradizione stregonesca italiana, chiamandola "stregheria". Nel testo si narra di Aradia, figlia della dea Diana, che scende sulla terra per insegnare l'arte della stregoneria ai suoi seguaci.

Altrettanta importanza hanno avuto, nei primi decenni del Novecento, le tesi di Margaret Murray, secondo le quali la stregoneria sarebbe la sopravvivenza per tradizione misterica, soprattutto nelle campagne, di culti e pratiche di origini remote: pratiche di guarigione, rituali di fertilità, conoscenze dell'uso delle erbe, comunicazione con gli spiriti e il numinoso, e viaggi extracorporei. La strega della cultura occidentale corrisponderebbe allo sciamano delle culture cosiddette primitive.

Questo nuovo contesto ha contribuito alla nascita del neopaganesimo e della wicca, nel cui ambito per strega si intende colei che è stata iniziata a una delle varie tradizioni neopagane o wiccan, o una praticante della stregoneria tradizionale.

Fu nel XIII secolo che iniziarono i processi per stregoneria, con l'istituzione della tortura voluta da Papa Innocenzo IV, attraverso la bolla chiamata Ad extirpanda emanata il 15 maggio 1252, poco prima della sua morte.

Il titolo della bolla prende il nome dal suo incipit:

"Ad extirpanda de medio Populi Christiani haereticae pravitatis zizania, quae abundantius solito succreverunt, superseminante illa licentius his diebus hominis inimico tanto studiosius, juxta commissam nobis sollucitudinem insudare proponimus, quanto perniciosius negligeremus eadem in necem catholici seminis pervagari."

Bisogna però andare qualche anno indietro, fino al 13 giugno 1233, quando fu promulgata da Papa Gregorio IX la sua prima bolla, Vox in Rama, che esortava i vescovi tedeschi ad aiutare l'inquisitore papale Conrad di Marburg, che vedeva nella tortura e nel terrore il mezzo per ottenere la confessione di quanti adoravano Lucifero e il suo diabolico gatto nero.

Il primo processo per stregoneria, o meglio il primo documento storico su una pubblica esecuzione di una strega, si ebbe in Francia, a Tolosa, nel 1275, quando fu arsa viva Angela de la Barthe, accusata di aver avuto rapporti sessuali col Diavolo. La donna confessò di aver partorito una creatura dalla testa di lupo e la coda di serpente, che nutrì con neonati rapiti.

Non è certo il numero di presunte streghe uccise dall'Inquisizione. La persecuzione fu definita da alcuni un vero "olocausto di donne". C'è chi parla di centinaia di migliaia di vittime, chi arriva a nove milioni. È impossibile stabilirne il numero preciso, poiché fu un'operazione che dilagò per tutta Europa e si spinse fino al Nuovo Mondo.

La caccia alle streghe scoppiò a partire dal XIV secolo e durò fino al XVII, per mezzo di una congrega di cosiddetti cacciatori di streghe, gente convinta dell'esistenza e soprattutto della validità e utilità della propria missione.

Il risultato finale fu la strage di migliaia e migliaia di persone, torturate e mandate al rogo. C'era sì la presenza di gente impossessata dal male, c'erano veri mostri, ma erano gli stessi cacciatori.

I benandanti: buoni camminatori sono gruppi di uomini e donne che si riunivano per combattere il male. Congreghe del genere apparvero in Friuli attorno ai secoli XVI e XVII ed erano legate a culti pagani e contadini.

I benandanti erano uomini nati con la camicia, ossia con un pezzo di placenta, che nelle tradizioni popolari rendevano una persona speciale, in quanto la placenta era ritenuta la sede dell'anima.

Erano gli unici che potevano estinguere il potere dei malocchi e difendere i campi e i raccolti da streghe e stregoni. Si dice infatti che in particolari notti i benandanti combattessero contro le streghe, gli uni armati di rami di finocchio e le altre di rami di sorgo. La vittoria o la sconfitta dei benandanti segnava la fertilità dei campi o la perdita del raccolto. Gli scontri avvenivano in sogno, erano quindi battaglie oniriche, ma che avevano effetti anche nella vita reale.

I benandanti sono anche legati alle Processioni dei Morti, sempre di origine contadina. Era ritenuto benandante chi vedeva i morti e andava con loro. A loro è anche legata la caccia selvaggia, presente in Europa centrale.

Nonostante i benandanti combattessero il male, la Santa Inquisizione li dichiarò eretici tra il 1570 e il 1670. La missione di questa congrega si fondava su culti pagani, che non potevano trovare un riscontro positivo nella Chiesa. Furono molti i processi giudiziari a cui furono sottoposti i benandanti, che col tempo erano divenuti essi stessi stregoni.

Se prima erano visti come difensori della fertilità dei campi, più tardi, verso la fine del XVI secolo, erano riconosciuti come quelli che tolgono malocchio e fatture, fino a essere considerati stregoni alla fine del '600.

L’immagine della strega evocava rapporti con il diavolo, il male oscuro poteva giustificare le immani tragedie che colpivano la popolazione del Medioevo. E così durante i processi si cercava il marchio lasciato dal demonio sulle sue adepte: si trattava di un segno invisibile che però rendeva insensibile la carne. Con uno spillone il corpo della presunta strega veniva punzecchiato in ogni suo punto fino a trovare una parte dove non si sentiva dolore, quella era la prova inequivocabile, si trattava di una serva del diavolo.

Il processo alle presunte streghe veniva svolto dinanzi al Tribunale dell’Inquisizione, che, a partire dal 1542, con la bolla “Licet ab initio” di papa Paolo III, divenne ancora più severo , escludendo qualsiasi intervento di vescovi ed autorità laiche.
Bastavano due testimoni “attendibili” per una condanna. Diversi erano i casi di denunce di vicini o di mariti desiderosi di “ disfarsi” delle mogli non gradite.
Anche quando venne introdotta la figura dell’avvocato difensore, questi non agiva mai per il bene dell’accusata, altrimenti i giudici avrebbero potuto dubitare della sua fedeltà e pensare che anche lui fosse “ manovrato” dal diavolo.
La confessione veniva estorta con ogni forma di tortura, “citra membri diminutionem et mortis periculum”, salvo mutilazione e pericolo di morte.
La sentenza poteva essere di assoluzione ( previa condanna a pene lievi, di natura più che altro morale: penitenze, pellegrinaggi, preghiere), prigionia ( temporanea o a vita) o di morte sul rogo.
Quel che è certo è che le condanne sul rogo aumentarono in proporzione all’ espandersi delle epidemie di peste, la terribile morte nera giunta in Italia nel 1347 a bordo di 12 vascelli fantasma provenienti dal Vicino Oriente e carichi di morti, corpi putrefatti e topi infetti. Le streghe venivano considerate le colpevoli del male che si scagliava sui villaggi senza pietà, provocando, in soli tre giorni dalla comparsa del bubbone pestilenziale, la morte.




Il Canon Episcopi si rivela un importante documento storico, inizialmente attribuito al Concilio di Ancira del 314, ma ritenuto più recente, forse dell'867. Nel testo, in alcuni punti contraddittorio, si riteneva una follia credere che le streghe potessero volare.

Era comunque un testo affidato ai vescovi, per istruirli sui comportamenti da adottare nei confronti di questa credenza.

È comunque un importante documento storico, perché mostra la posizione della Chiesa cattolica nei confronti della stregoneria.

Nel testo si menzionava Diana, come dea pagana. E si mettevano in guardia i vescovi sulle donne convinte di obbedire ai suoi ordini o perfino cavalcare la notte su non specificate bestie e di attraversare immense distanze. Donne che, comunque, vanno condannate, anche se siamo ancora lontani dai roghi dell'Inquisizione.

Il Canon Episcopi quindi non è da considerare un testo di riferimento per combattere la stregoneria:
"…i vescovi e i loro ministri vedano di applicarsi con tutte le loro energie per sradicare interamente dalle proprie parrocchie la pratica perniciosa della divinazione e della magia, che furono inventate dal diavolo; e se trovano uomini o donne che indulgono a tal genere di crimini, devono bandirli dalle loro parrocchie, perché gente ignobile e malfamata."

Fu infatti sostituito più tardi con il ben noto Malleus Maleficarum.

Maleficarum (Hexenhammer), in latino maglio delle streghe, con cui se ne simboleggiava l'abbattimento, è un famoso testo medievale sulla stregoneria, scritto nel 1486 dai domenicani e inquisitori della Chiesa Cattolica Heinrich Kramer e Jacob Sprenger e pubblicato in Germania nel 1487. Il suo scopo principale era di istruire i giudici su come identificare, interrogare e imprigionare le streghe.

Fu presentato alla Facoltà di Teologia dell'Università di Colonia il 9 maggio 1487.

Il titolo completo riportato nel frontespizio del libro era: Mallevs Maleficarvm in Tres Divisvs Partes, In quibus Concurrentia ad maleficia, Maleficiorum effectus, Remedia aduersus maleficia, Et modus deniq; procedendi, ac puniendi Maleficos abundè continentur, præcipuè autem omnibus Inquisitoribus, et diuini verbi Concionatoribus vtilis, ac necessarius.

Secondo questo testo, erano tre gli elementi necessari alla stregoneria: le intenzioni malvagie, l'aiuto del Demonio e il permesso di Dio.

L'intero volume è suddiviso in tre sezioni.
Nella prima si parla dell'esistenza del Diavolo e dei rapporti sessuali fra le donne e il demonio, come mezzo per diventare streghe.
Nella seconda sezione sono discussi casi reali, si parla dei poteri delle streghe e come reclutano adepti e quali metodi sono efficaci per contrastarle.
Nell'ultima parte si spiega come perseguire una strega, attraverso una guida dettagliata per condurre un processo, per raccogliere le accuse e interrogare testimoni e infine definire l'imputazione delle accusate.

Il Malleus Maleficarum ha avuto venti edizioni fra il 1487 e il 1520 e sedici fra il 1574 e il 1669.

Il termine stregoneria proviene dalla parola latina strix, che significa propriamente strige, un uccello notturno presente in antiche favole, che succhiava il sangue dei bambini nella culla e instillava loro il proprio latte avvelenato. È citato da vari autori latini, come Ovidio, Plauto e Plinio il Vecchio.

Troviamo il termine anche nel greco antico strix, di origine indoeuropea, che significa uccello notturno, strige. È però una parola onomatopeica, che proviene dal verbo latino strideo, cioè stridere, emettere suoni acuti e sibilanti.

Il verso dei rapaci, quindi, ha portato alla creazione di questa parola, e se il rapace è notturno ecco che la fantasia popolare si accende e nella mente semplice degli uomini di quei tempi si formano le immagini di creature fantastiche, che a loro volta danno vita a esseri dotati di poteri sovrannaturali.

La classica iconografia sulle streghe vede queste donne volare a cavallo di una scopa. È una tradizione che risale perfino all'epoca precristiana e è presente negli atti processuali per stregoneria dei secoli XVI e XVII.

Sono poi viste con un mantello nero, che però non possiede una funzione specifica, a differenza del calderone che invece è strumento indispensabile per produrre incantesimi e malefici.

Le erbe si rivelano un ingrediente importante: raccolte durante la luna calante erano usate per i malefici, durante la luna pieni erano invece per riti benefici.

Anche le candele erano uno degli strumenti utili alle streghe, durante i sabba, unitamente a un cerchio magico tracciato in terra, che serviva sia a unificare il potere delle streghe che ad aumentarlo.

Bottiglie di vetro e orci servivano per contenere i filtri magici, in cui venivano infilati capelli, pezzi di unghie e stoffa trafitta da spilli.

Si parla anche di una ghirlanda delle streghe, che consiste in un pezzo di corda a cui sono attaccate penne di oca, corvo e cornacchia e usata per lanciare il malocchio.

La strega si manifesta sotto varie forme e assume nomi e caratteristiche differenti in base alla località in cui vive. Ogni regione d'Italia possiede così un proprio folclore e dà alle streghe i nomi più disparati, contribuendo a creare per queste creature una famiglia popolosa e variegata.

Le abitatrici dei campi sono presenti nelle leggende della Calabria e della Basilicata, che hanno subito l'influenza delle comunità albanesi. Si dice che rapiscano i bambini nelle culle, per poi nasconderli nei tronchi delle querce.

Le animulari sono presenti in Sicilia e rientrano nella famiglia delle Streghe. Sono donne che hanno venduto la loro anima al diavolo. Questo potrebbe far pensare che il loro nome derivi da "anima", mentre invece sembra che sia dovuto al termine dialettale siciliano "anunulu", che significa arcolaio, poiché si dice che volino la notte girandolo. L'arcolaio compare anche nella fiaba La bella addormentata nel bosco, in cui la strega Malefica si trasforma appunto in un arcolaio per far pungere la principessa. Queste streghe, con opportuni unguenti e formule magiche, possono passare attraverso le fessure di porte e finestre.

Le Bàzure sono anche chiamate "streghe marinare", poiché si dice che riescano a navigare nelle tempeste, che riescono anche a scatenare. Possono inoltre rovinare il pane nei mulini e il vino nelle botti, rapire i neonati e succhiargli il sangue.

Le beate donnette sono popolari nelle province di Trento e Vicenza e talvolta sono scambiate per le Fate. Esistono infatti delle fiabe in cui non sono viste come streghe, come essere malefici. Il loro nome trae quindi in inganno, come quelle delle Belle butele venete che sono donne avvenenti, quando si mostrano con aspetto umano, mentre la loro natura è ben diversa. Hanno zampe caprine o equine, braccia di scimmia e orecchie lunghe. Le bele butele vanno in cerca di uomini che si attardano la sera, prima di rincasare, dopo l'Ave Maria. È in quell'ora che sono pericolose queste creature. Donne e bambini, invece, corrono un pericolo maggiore, perché possono essere prelevati dalle case, se non ci uomini dentro, e scannati.

Le Cogas sono streghe della tradizione sarda. Una coga è la settima figlia in una famiglia in cui sono nate sette femmine. Le leggende la vedono volare a cavallo di una scopa e succhiare il sangue dei neonati. Può persino trasformasi in una mosca per entrare nelle case. Per combattere le cogas è sufficiente lasciare nella stanza in cui dorme un bambino un abito rovesciato. Se invece si sentiva arrivare la strega, che faceva un rumore simile alla caldaia battuta, bastava rovesciare un indumento e la coga cadeva a terra nuda. In provincia di Cagliari c'è persino una festa in suo onore, ad agosto, che dura tre giorni. Ne esiste una versione maschile, i cogus.

Le gatte masciare si trovano a Bari e possono trasformarsi in gatti e girovagare per la città di notte, operando i loro malefici. Al tramonto, si dice, questa donne si ungono di olio masciaro, che permette loro di potersi gettare nel vuoto, dai tetti delle case, e volare. Ecco dunque che ritorna l'unguento come uno degli strumenti magici delle streghe. Il termine masciaro sembra derivi dal latino megaera, da cui appunto proviene il nostro megera, che significa strega, maga. C'è un piccolo collegamento fra le gatte masciare pugliesi e le cogas sarde: se un uomo era convinto che un gatto fosse in realtà una strega, poteva recitare una formula magica e il gatto si sarebbe immediatamente trasformato in una donna nuda. Erano inoltre chiamati masciari coloro che si erano venduti al demonio e potevano così entrare in possesso di poteri straordinari.

Le genti beate sono diffuse nel veronese e qualcuno le ascrive alla famiglia delle Fate e più precisamente alle anguane. Vivono nelle grotte e si riuniscono la notte per tenere i loro concili. Vanno a caccia di serpenti, uccelli e caprioli, di cui si nutrono. Per qualcuno si tratta perfino di spiriti, che vivono nei pressi delle sorgenti.

Le janare sonno terribili streghe della Campania – nei pressi di Caserta esiste il monte Ianaro, che da loro ha preso il nome – brutte e con lunghe zanne di cinghiale. Vestono con un mantello nero macchiato di sangue. Poteva penetrare nelle fessure delle finestre diventando vento e si dice che rubasse asini e cavalli nelle stalle, riportandoli all'alba stremati. Il suo nome probabilmente deriva da Dianare, ossia le sacerdotesse di Diana.

Le lavandaie hanno diverse appartenenze: possono essere fate, ma anche fantasmi. In alcuni casi si tratta però di streghe. L'elemento che accomuna queste creature è l'acqua. Sono donne viste nei pressi di una sorgente a lavare i panni. Si fanno aiutare dai viandanti incauti, che sono così costretti a strizzare i panni finché si ritrovano spezzate le ossa delle braccia. Le streghe lavandaie possono anche rapire i bambini dalle case e la loro sorte è in questo caso peggiore, perché le piccole vittime sono sbattute sulle rocce in continuazione, come fossero delle lenzuola. Questa leggenda è propria di Istria.

Nel folclore della provincia di Trapani le madri sono streghe brutte, orribili, che hanno occhi gialli e pupille ovali (elemento caratteristico dei gatti). Sono in grado di lanciare malefici e sortilegi e conoscono le arti magiche. In Calabria queste streghe sono conosciute coi nomi magare e magarat.

La tribù delle masche è attiva in Piemonte, ma ve ne sono tracce anche in Lombardia e Liguria. Il termine sembra di origine celtica. Contro i malefici e le fatture delle masche si usavano diversi rimedi, come alcune gocce d'acqua nel latte o sale benedetto nel burro o foglie di ulivo benedetto nelle sorgenti.

La missuia è una strega particolare, perché ha la facoltà di trasformarsi in scrofa. Con sé ha dodici maialini, uno per ogni mese dell'anno. È una strega che si trova in Svizzera, ma che può anche comparire in Italia. Si limita a fare baccano con la sua dozzina di figli e a cantare in coro.

Nella provincia di Belluno impazza la stria della Diassa, altrimenti detta "strega del ghiaccio". Padrona degli elementi atmosferici invernali, può scatenare bufere di neve e valanghe. Nessuno ne conosce l'aspetto.

Le streghe tempestare sono proprie di tutta la nostra penisola e si tratta di streghe – ma anche stregoni – che hanno ormai da tempo imparato a controllare gli agenti atmosferici. Possono procurare bufere, tempeste, grandinate e rovinare così i raccolti. Si dice che la bora, il ben conosciuto vento triestino, sia causata da streghe del luogo. Nella zona di Brescia due disastri, che hanno causato la perdita di centinaia di alberi, sono attribuiti all'azione di queste streghe.

La vecia barbantana arriva dal Veneto e la sua caratteristica, molto temuta dai bambini, è di camminare in continuazione per i centri abitati, catturando i bambini sperduti e nutrendosene.

La Zöbia vive in Lombardia. Il nome potrebbe significare giovedì, poiché è il giorno del loro sabba. Sono anche dette zöbiane o giubbane. Non sembra molto malefica, anzi si limita a entrare nelle case dai camini attendendo il risotto tradizionale oppure fa sparire i vestiti delle donne, trasformati da gomitoli di refe, in modo che si ritrovino in strada quasi nude.

E’ soprattutto nelle campagne che si va diffondendo l’immagine della strega.
In realtà queste donne erano solo l’espressione delle credenze popolari; a loro ci si affidava per guarire persone e animali nella comunità in cui vivevano o per praticare aborti o chiedere consigli sui metodi contraccettivi.
Poiché la medicina non dava risposte ai tanti mali che colpivano la gente si ricorreva all’intervento delle streghe.
A questo si univa il fatto che i medici erano molto costosi e solo chi aveva molto denaro poteva permettersi una visita a domicilio. Questa, comunque, riusciva ben poco a salvare i malati, visto che spesso il medico si limitava a fare un’analisi sommaria dell’ aspetto del paziente a cui si univa un rudimentale esame delle urine, raccolte in un contenitore a forma di vescica, la matula, che consentiva al dottore l’ analisi del colore e l’assaggio con la punta delle dita. Non vi erano veri e propri medicinali; si trattava più che altro di pozioni medicamentose, ricavate da erbe. Tra le più famose e costose la triaca, un composto di cinquanta elementi, che si riteneva, erroneamente ovviamente, fosse in grado di guarire dalla lebbra. La maggior parte della gente non poteva permettersi di chiamare un medico e quindi ricorreva a queste donne guaritrici.
Se riuscivano a guarire erano santificate se fallivano erano considerate spiriti malvagi.

Tra le credenze popolari c’era anche quella che riteneva che le streghe potessero trasformarsi in animali, in particolare in gatti, l’animale per eccellenza associato al diavolo. Altri credevano che potessero mutarsi in lupi mannari aggirandosi di notte alla ricerca di prede.
Si pensava anche che avessero potere nei confronti degli elementi della natura, che potessero scatenare temporali e fulmini.
Nella realtà quelle che venivano comunemente considerate streghe erano spesso donne anziane, malviste per diversi motivi, future mogli rifiutate dai loro mariti, donne non più vergini, levatrici e curatrici che non potevano esercitare in pubblico, donne malate di mente.
Tutto ciò che esulava dalla “ normalità”, il diverso, era guardato con sospetto ed era fonte di timori. Donne che si ritrovavano con altre donne in casa potevano erano considerate pericolose, perché nei loro incontri potevano invocare il diavolo.



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