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giovedì 20 aprile 2017

FARMACI come DROGHE

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Il destrometorfano (conosciuto con la sigla DMX) è un principio attivo contenuto in alcuni farmaci per la cura del raffreddore ma se assunto in grandi quantità può condurre il paziente ad uno stato di euforia, diventare una sostanza quasi allucinogena. Assumere una grande quantità del prodotto può condurre a convulsioni, allucinazioni, perdita di controllo.

Sniffare antidolorifici, sonniferi, analgesici, psicofarmaci, neuroelettici ed altri causa effetti simili ed a volte più forti delle droghe di strada.
I farmaci a base di anfetamine tendono a “chiudere” la bocca dello stomaco. Se associati ad alcool e se viene il vomito, la persona può ritrovarsi con una specie di “tappo” sullo stomaco che impedirebbe allo stesso di fuoriuscire. Se finisce nei polmoni la persona muore.

In alcuni dei principali paesi occidentali come USA e Canada, è diventato addirittura un fenomeno “comune”. Farmaci al posto delle droghe illegali, medicine al posto delle classiche droghe di strada. E la cosa riguarda grandi e piccini.

Antidolorifici, analgesici oppioidi, che agendo sul sistema nervoso centrale, danno una sensazione di benessere diffusa ed oltre ad allontanare il dolore fisico finiscono, in qualche modo, per fugare anche eventuali dolori della mente o dell’animo.

Un trip “a basso rischio” di appeal trasversale che ben si attaglia ai giovani delle fasce sociali più agiate che non vedono nella droga una forma di fuga dalla disperazione ma dal disagio esistenziale.

Peccato che in realtà, il rischio non sia affatto basso, anzi, negli USA il numero delle visite al pronto soccorso dovute all’abuso di farmaci supera ormai di gran lunga quello delle visite dovute al consumo delle droghe illegali.

Perché la ricerca dello sballo non sarebbe l’unico motivo per cui sempre più giovani si rivolgerebbero a questi antidolorifici. Tra le varie ragioni vi sarebbero anche quella di sciogliere l’ansia, dormire meglio, aumentare la concentrazione. Una sorta di medicina fai da te aiutata dal fatto che tutto sommato, procurarsi questi farmaci, non è affatto difficile. Nella maggior parte dei casi basta esplorare l’armadietto del bagno dei propri genitori che magari dopo essere andati dal medico di base per un semplice mal di schiena si sono visti prescrivere antidolorifici oppioidi.



"Gli adulti sono i primi utilizzatori di questi farmaci" spiega Joseph Califano, direttore del National Center on Addiction and Substance Abuse (CASA) della Columbia University. "Ma il problema è che li lasciano in giro per la casa diventando una sorta di pusher passivi".
Complice una categoria medica dalla ricetta facile, in solo dieci anni, dal 1991 al 2010, il numero delle ricette di analgesici oppioidi sarebbe passato da 30 a 180 milioni, praticamente una confezione per abitazione. Per ottenerne una scatola, basta anche un semplice mal di denti. E i ragazzi lo sanno tanto è vero che secondo la Substance Abuse and Mental Health Services Administration a procurare il 70% degli antidolorifici utilizzati per motivi non medici, sarebbero proprio familiari e amici. Per non parlare di come sia semplice ottenerli tramite Internet o il mercato nero di strada.

Diverse possibilità per un solo scopo, farsi di farmaci per sopravvivere all’adolescenza e non deludere gli amici. Già perché oggi il consumo di antidolorifici è diventato anche un rito di passaggio, dall’infanzia direttamente nell’età adulta. Un terzo dei ragazzi dichiara che proprio l’uso di questi farmaci certificherebbe l’ingresso nel mondo dei grandi, fatto di adulti molto dolenti che per lenire il male di vivere vanno avanti a ingoiando di caffè, alcolici e psicofarmaci.

Per un adolescente, il rischio di diventare dipendente da farmaci di questo tipo è molto più alto che per un adulto. Non solo, "il cervello di un adolescente è ancora in via di sviluppo" spiega Ralph Lopez pediatra del Weill Medical College della Cornell University. "Droghe come Vicodin o Oxycontin possono facilmente comprometterne giudizi e valutazioni portandolo a sottovalutare pericoli e ad incorrere in comportamenti a rischio e quindi ad essere esposti ad incidenti, sesso non protetto e ad un maggior consumo di droghe".



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martedì 14 marzo 2017

ABB..IONI



qualcuno = qlc
qualcosa = qls
che = ke
per = x
per favore = pls (please) 
tu sei = tu6
mi fai venire sonno = zzz 
buonanotte = hagn (have a good night) 
ti voglio tanto bene = tvtb
ti amo tanto = tat
amore a prima vista = lafs (love at first sight) 
flirtiamo? = fli? 
mi sono innamorato di te = msidt
bacio = ba
coccole = coc
ti penso = tipe
mi dispiace = midi
non ti merito = ntm
togliti dai piedi = tdp 
Amò = amore
Ap = a presto
Cmq = comunque
Cvd = ci vediamo dopo
Tvb = ti voglio bene
Tvtb = ti voglio tanto bene
Tvtbtt = ti voglio bene tanto tanto
Tvtttb = ti voglio tanto tanto tanto bene
X = per
Xò = però
Xchè = perchè
Xkè = perchè
Xso = perso
Axitivo = aperitivo
Nn = non
Ke = che
TaT = ti amo tanto
Risp = rispondimi
“xxx” = tanti baci
Cel = cellulare
Tel = telefono
Dom = domani
Dx = destra
Sx = sinistra
Nm = numero
Se# = settimana
Msg = messaggio
x fv = per favore
xdere = perdere
-male = meno male
disc = discoteca
6 la + = sei la migliore
6 Sxme = sei speciale per me
t tel + trd = ti telefono + tardi
Vng dp = vengo dopo
TO = ti odio
Ttp = torno tra un pò
CVD = come volevasi dimostrare
MMT+ = mi manci tantissimo
Xh = per ora
x = per
+o- = più o meno
x me = per me
-male = meno male

La sostituzione del gruppo consonantico "ch" con la singola consonante "k" per l'occlusiva velare sorda, in sillabe come "che", "chi", o l'uso della consonante "c" in luogo della particella (pronome o avverbio) "ci" (come nel già visto nel caso di "c6").

Un altro espediente brachilogico consiste nella troncatura di vocaboli lunghi mediante caduta di sillabe o foni terminali (apocope ed elisione): così, si avrà raga per ragazzi, prof per professore/professoressa, dmn/doma per domani, risp per risposta/rispondere, ecc., o la sostituzione di nomi e luoghi, conosciuti ai due parlanti, con le semplici iniziali. La comprensibilità del reale significato di simili abbreviazioni si affida in buona parte al contesto linguistico in cui esse sono calate ma, soprattutto, fa leva anche sull'intrinseca ridondanza di contenuti di cui è portatore ogni messaggio verbale, perfino quello estremamente conciso e prosciugato degli SMS.

Nella resa delle voci del verbo avere inizianti per "h", si opta normalmente per la caduta della consonante iniziale: "ho"/"ha"/"hai", ad esempio, diventano "o"/"a"/"ai", con una grafia che, in altri contesti della comunicazione scritta, comporterebbe un'eclatante violazione delle regole dell'ortografia, tanto più grave, in questo caso, perché l'omissione della "h" iniziale stravolge la funzione grammaticale e logica del termine.

Altro fenomeno è la tendenza a compendiare il testo omettendo alcune, o tutte, le vocali: "quanto" diventa "qnt", "grazie" diventa "grz", "prego" "prg". Si tratta di una sorta di "scrittura fonetica", resa più facile in lingue, come l'inglese, in cui vi è una maggiore incoerenza tra la prassi ortografica e la prassi fonetica (a differenza dell'italiano, in cui il rapporto tra segni e fonemi è più univoco).

Le abbreviazioni nascono soprattutto a causa delle limitazioni dovute al costo degli sms.

L’incredibile diffusione dei telefoni cellulari e dei messaggini ad uso degli utenti più giovani ha fatto nascere l’esigenza di creare abbreviazioni anche nella comunicazione cellulare.

L'importanza del fenomeno ha stimolato una ricca serie di studi da parte di linguisti, studiosi della comunicazione, sociolinguisti, psicologici e altri specialisti. L'area linguistica francofona è stata la prima a beneficiare di uno studio organico e approfondito del fenomeno: infatti, al fine di poggiare tali studi su basi più solide, l'Università Cattolica di Lovanio ha lanciato l'iniziativa di volontariato «Faites don de vos SMS à la science ;-)», che ha permesso di mettere insieme 75.000 SMS, e dare il via a uno specifico studio scientifico, basato sulla costruzione di un corpus, il primo nel suo genere, e sulla sua sottoposizione ad analisi sistematica: dal corpus grezzo è stato estratto un corpus standardizzato e anonimizzato di 30.000 testi, pubblicati su CD-Rom insieme alla loro trascrizione in francese normalizzato.

L'adozione di scritture tachigrafiche e brachilogiche degli SMS ripropone, in forma nuova, un fenomeno che esiste da molti secoli: sono note le abbreviazioni epigrafiche, che permettevano di ridurre la lunghezza dei testi incisi, riducendo la dimensione del supporto lapideo e il tempo necessario per la realizzazione dell'epigrafe. Analoghi vantaggi si avevano dall'uso di abbreviazioni nella faticosa scrittura su altri supporti, come le tavolette cerate dell'antichità. Nella scrittura su questi e altri supporti, è noto l'uso delle cosiddette notae tironianae, le scorciatoie tachigrafiche inventate da Marco Tullio Tirone, liberto e scriba di Cicerone.

La scrittura abbreviata era già particolarmente presente nelle scritture medievali, quando simili espedienti di abbreviazione scribale, adottati dagli amanuensi degli scriptoria, erano resi necessari dal costo del supporto scrittorio: queste forme di scrittura compendiata comportano difficoltà nella lettura e nell'interpretazione dei manoscritti medievali, che possono essere superate attraverso la consultazione di appositi manuali redatti allo scopo.

Il conseguimento di forme di economia nella comunicazione rappresenta, peraltro, un'esigenza interna e costante del linguaggio stesso: si manifesta, ad esempio, nell'accorciamento, rispetto al passato, della pronuncia delle parole inglesi.



Studi sociolinguistici hanno messo in evidenza come il canale degli sms assolva a molteplici funzioni, due delle quali assumono particolare rilevanza: a quella primaria, comunicativa e referenziale in senso stretto, si affiancano, nella cultura adolescenziale, funzioni secondarie, quali la funzione ludica (frutto di una tipica inclinazione del temperamento umano) e, in aggiunta, molto più importante, la funzione fatica, ovvero quella dimensione della comunicazione interpersonale le cui implicazioni investono la costruzione e il mantenimento dei rapporti sociali. Quest'ultima ipotesi è stata verificata in ampi contesti culturali e geografici: ad esempio, è stato notato come "nella cultura degli adolescenti europei e nordamericani, l'invio di sms non rappresenta solo un mezzo efficace per far circolare informazione in maniera rapida e comoda. Si tratta, piuttosto, di una performance verbale attraverso la quale i giovani costruiscono e mantengono il loro mondo sociale", facendo, della scrittura degli SMS, un efficacissimo "strumento di socializzazione, di costruzione di relazioni sociali informali". Vi è anche chi sostiene che sia la funzione relazionale ad egemonizzare la comunicazione via sms, dal momento che l'invio di un sms dà l'opportunità di stabilire un contatto, e di infondere il senso di "vicinanza", in maniera molto più disimpegnata e informale, sottraendosi al più intenso coinvolgimento emotivo richiesto da una telefonata.

Questo tratto generale assume un rilievo ancor maggior in specifici contesti culturali, come è il caso del Giappone, in cui lo stile di comunicazione associato agli SMS (ma anche alle e-mail), più informale e superficiale, permette di superare tutti gli ostacoli e le difficoltà che la particolare cultura giapponese frappone alla conversazione orale, a causa della necessità di conformarsi a una serie di regole di etichetta che implicano, tra l'altro, il rispetto delle rigide gerarchie sociali che la tradizione giapponese impone agli individui nelle loro relazioni interpersonali.

Elemento fondamentale del linguaggio dei messaggini è la brachilogia, derivante in gran parte dal mancato rispetto della corretta ortografia, ma anche dall'adozione di alcuni artifici di scrittura. Infatti, altra caratteristica di questo linguaggio è la trasgressione di fondamentali regole della produzione scritta, come la punteggiatura, assente o fuori standard, le convenzioni tipografiche e ortografiche sull'uso della maiuscola (spesso carente o del tutto assente), la sintassi, assente o estremamente semplificata, o come, infine, il travolgimento della stessa grammatica della lingua. Altre regole infrante sono quelle della composizione tipografica, con l'assenza di spazi dopo i segni di punteggiatura, l'assenza di accapo, ecc.

Altre scelte, tendenti a raggiungere obiettivi di concisione, non sono specifiche della comunicazione tramite SMS. Alcuni strumenti, infatti, appartengono già allo stile delle cartoline postali e dei titoli di giornale: si tratta innanzitutto di scelte sintattiche semplificate, con predominio della paratassi (la costruzione attraverso giustapposizione di frasi, senza elementi di collegamento), e l'uso dello stile nominale.

Esistono, peraltro, casi di sms in cui emerge l'ambizione dell'autore nel ricercare una sintassi complessa, con esiti che possono definirsi di tipo "letterario", senza rinunciare all'uso degli altri elementi di tipo "telegrafico", come fonetizzazioni, effetto rebus", ecc.

A questo arsenale di strumenti testuali, si aggiungono elementi extra-verbali, come emoticon o smiley, composizioni grafiche, puntini sospensivi, ecc., che aggiungono al testo un "riflesso emotivo" e tentano di riprodurre e simulare, nella parola scritta, mimeticamente, il tenore e la temperatura emotiva del messaggio, al pari di quanto avviene con gli elementi paralinguistici ordinariamente dispiegati nella comunicazione orale (elementi cinesici come mimica facciale e scelte prossemiche; tratti prosodici (o soprasegmentali), come tono e inflessioni della voce, ecc.) non riproducibili nell'ordinaria scrittura o comunque non traducibili se non a prezzo di una perdita di concisione e tempestività. Si travasano così elementi analoghi nella comunicazione veloce, attraverso l'uso di una sorta di simboli ideografici o di moderni pittogrammi.

L'esigenza di brevità e velocità implica la riduzione o l'espunzione, dalla comunicazione scritta dei messaggi telefonici, di molti di quegli elementi di ridondanza linguistica che fanno normalmente parte della comunicazione parlata, anche telefonica, e della comunicazione scritta: si tratta di elementi formali, referenziali, e pleonastici che arricchiscono il contenuto informativo, anche a costo di qualche ripetizione, e vengono solitamente utilizzati, in molti contesti comunicativi, per superare i possibili elementi di patologia della comunicazione, per migliorare l'affidabilità nella trasmissione e ricezione del messaggio, e per rendere più facilmente comprensibile il messaggio al destinatario. La rarefazione di elementi ridondanti, unita all'alterazione dell'ortografia, può opporre ostacoli alla comprensione del testo: soccorre, in questi casi, la capacità di interpretare le allusioni a elementi di conoscenza condivisi dai due soggetti in comunicazione, e la competenza pragmatica del ricevente, vale a dire la sua capacità di valutare il contesto linguistico a cui appartengono i segni e l'intenzione dello scrivente.

Elemento accessorio è la varietà della lingua utilizzata: nel caso dell'italiano, si tratta normalmente di un linguaggio medio o basso, strutturalmente semplificato, che si avvicina al registro linguistico del parlato, con inflessioni gergali, dialettali, idiolettali e la presenza di notevoli dosi di corruzione e alterazione dovute all'uso esteso di forestierismi: si tratta, in alcuni casi, di una caratteristica giustificata dall'utilizzo di anglicismi che richiedono una scrittura più breve dell'equivalente in lingua locale, o più facilmente abbreviabili secondo modalità largamente riconoscibili: a titolo di esempio, imo (in my opinion) per secondo me, asap (as soon as possible) per prima possibile, 2nite (tonight) per stanotte.

Se da un lato, per raggiungere l'economia e la concisione, il linguaggio degli SMS attinge a usi e convenzioni provenienti da contesti comunicativi preesistenti, esistono invece alcuni fenomeni che sono manifestazioni tipiche degli SMS. Il primo è la consuetudine delle "risposte a raffica", vale a dire un'unica infilata di risposte alla molteplicità di domande presenti nel messaggio a cui si risponde. Un secondo è la tendenza osservata a far seguire, a una domanda posta all'interlocutore, la propria risposta alla stessa domanda, in qualcosa che suona come: «Sei poi stato al concerto? Io sì, con mio fratello» (in quest'ultimo caso, evidentemente, si evita l'invio di un successivo messaggio per comunicare la propria risposta).

Lo studio sul corpo di sms di area francofona ha permesso di affermare che, anche in un'area linguistica omogenea, non esiste una varietà univoca di linguaggio, ma una molteplicità di "linguaggi degli SMS". Altro aspetto, legato a quest'ultimo è la capacità di elaborare codici comunicativi criptici, non comprensibili a tutti, e di inventare nuove parole.

Spesso, i vari strumenti e procedimenti sono combinati in maniera tale da determinare l'"effetto rebus", un miscuglio di lettere, cifre, simboli, anglicismi, abbreviazioni, con l'aggiunta eventuale di emoticon, da interpretare in base al loro valore denominativo: in questo caso, gioca anche l'intento dello scrivente nel voler perseguire un fine ludico, ma con ingredienti solitamente dispensati a "dosi ridotte", senza spingersi a un punto tale da sacrificare la leggibilità del messaggio.

La pratica degli SMS, e il linguaggio correlato, rivestono una notevole importanza dal punto di vista linguistico e comunicativo, soprattutto fra i giovani. Va tenuto presente, infatti, che essi sono diventati il medium di massa quasi esclusivo della comunicazione scritta giovanile. Secondo il sociologo Alberto Abruzzese, la pratica del messaggio breve telefonico ha inaugurato una nuova epoca della comunicazione. Per l'italiano, ad esempio, i canali di scrittura telematica (sms, email, Twitter, ecc.), hanno portato un elemento di novità di portata storica: "per la prima volta, nella storia della lingua italiana, c'è una forma di scrittura, di lingua scritta, condivisa da una larghissima parte della popolazione" che ha sottratto l'italiano a una condizione "paradossale", quella di vivere quasi esclusivamente come lingua scritta, appannaggio, tuttavia, quasi esclusivo, di un'élite culturale, una condizione in cui, per secoli, la maggioranza della popolazione italiana è rimasta esclusa dalla comunicazione scritta, dapprima per l'imperante analfabetismo, poi per l'avvento e la preponderanza di mezzi di comunicazione di massa non-alfabetici, come la comunicazione telefonica o televisiva.

È poi lo stesso aspetto ludico a costituite uno dei pregi del linguaggio degli SMS: la familiarità con il "texting" tra i bambini, ad esempio, è legata al grado di alfabetizzazione raggiunto e alle abilità acquisite nella scrittura; non è possibile "giocare" con il linguaggio, le regole, le trasgressioni, le parole, le abbreviazioni, e raggiungere una competenza settoriale, se non si è conquistato un buon grado di confidenza con l'ordinaria comunicazione, se non si conosce, in particolare, lo "spelling" e il suono delle parole. Anzi, l'utilizzo di tale modalità di comunicazione è ritenuto uno strumento utile proprio ad affrontare i problemi di quei bambini che mostrano difficoltà nel livello di alfabetizzazione e di competenza linguistica.

Altro rischio avvertito è che la stringatezza del messaggio e soprattutto l'assenza di elementi accessori della comunicazione –pleonastici, formali e referenziali– assecondi un impoverimento della comunicazione.

Il linguaggio degli sms non si caratterizza unicamente per le scelte tecniche di abbreviazione, ma anche per una marcata connotazione linguistica, per quanto riguarda il registro impiegato, la varietà linguistica, la gergalità, gli artifici non verbali (in forma di particolari segni grafici) messi in campo nella comunicazione.

Da una serie caratteristiche molto varie, emerge, tuttavia, una connotazione di notevole coerenza e regolarità, suscettibile perfino di essere sottoposta a un'analisi stilistica tesa ad accertare l'autenticità della scrittura: questa strada è stata seguita in una vicenda giudiziaria che ha destato notevole interesse nell'ambito delle scienze forensi.

Il linguaggio degli SMS si è presto diffuso anche in ambiti diversi della comunicazione telematica, perfino laddove il suo uso non è giustificato dalle limitazioni di spazio imposte dal mezzo: ad esempio, è stato importato nelle chat di Internet, nonostante, in questo caso, si disponga normalmente di una tastiera completa, senza sottostare alle limitazioni di lunghezza e senza scontare quelle dovute al costo dei singoli messaggi.

Un uso simile, più o meno esteso, sempre in assenza di limitazioni estrinseche, lo si può occasionalmente incontrare nei blog, nei forum telematici, nelle e-mail. Spesso però, in tali ambienti virtuali, la libertà espressiva, grafica e ortografica dispiegabile dagli scriventi nel dominio comunicativo degli sms sono spesso deprecate, a causa alle limitazioni oggettive suggerite da più restrittive regole di etichetta (si tratta della cosiddetta netiquette, che si basa sulla vigenza informale di una serie regole di comportamento e di scrittura, a cui è normalmente richiesto di aderire e conformarsi quando si utilizzino tali ultimi mezzi di comunicazione).

L'espansione della sfera d'uso, lo ha fatto approdare anche ad altri ambiti della ordinaria produzione scritta, non solo nella comunicazione mediata da computer e gadget telefonici, ma anche nella scrittura su supporti, come la scrittura su muro, la tradizionale scrittura su carta, ecc.

Ne è nato, quindi, un vero e proprio fenomeno di costume, in cui spiccate connotazioni di gergo generazionale si fondono con spinte giovanili all'inventività e all'espressività, al gioco linguistico creativo, all'interno del perimetro costituito da un canone condiviso e in parte criptico e iniziatico, all'uso consapevole di regole comuni, incuranti di come queste regole condivise possano essere difformi e trasgressive rispetto alle ordinarie prescrizioni grammaticali e norme linguistiche.

L'infrazione dei canoni della scrittura (ortografia, punteggiatura, grammatica) ha dato luogo anche a forme negative di reazione, tanto che l'uso diffuso di questo stile di comunicazione incontra spesso remore e resistenze culturali. Esistono, in rete, iniziative che si proclamano come organizzazioni di lotta o di resistenza all'uso del linguaggio degli sms, percepito come dilagante: in area francofona, ad esempio, è stato costituito il Comité de lutte contre le langage sms et les fautes volontaires sur Internet (Comitato di lotta contro il linguaggio degli sms e gli errori volontari su Internet).

Nella letteratura scientifica prevalgono opinioni opposte, come quella espressa dal prof. Michele Cortelazzo, che vede nel fenomeno linguistico degli sms una rivitalizzazione della pratica scrittoria nell'universo giovanile, in una dimensione in cui l'immediatezza del risultato comunicativo fa premio sulla rinuncia apparente a ogni aspirazione poetica. In un altro caso, peraltro, ne sono state messe alla prova proprio le potenzialità come medium di espressione poetica mediante l'indizione di un apposito concorso, avvenuta in un ambito scolastico istituzionale. Lo stesso corpus standardizzato raccolto dall'Università cattolica di Lovanio contempla un «florilegio di messaggi deliziosi», in grado di dimostrare la capacità degli utenti di coniugare invenzione linguistica ed elaborazione poetica, pur nei limiti di brevità imposti dalla tecnologia e dalla prassi degli SMS.

L'uso delle abbreviazioni per velocizzare la digitazione è stato reso meno stringente con l'introduzione di algoritmi predittivi basati sulla frequenza d'uso del lessico, che cercano di indovinare il termine che si vuole digitare e, sostanzialmente, lo suggeriscono prima che si sia finito di comporlo interamente (dizionari T9). Allo stesso modo, esistono algoritmi che offrono un'ulteriore funzione che velocizza la digitazione senza l'uso di abbreviazioni, cercando di prevedere la parola successiva a quella appena digitata, proponendo più alternative.

Questi sistemi software semplificano notevolmente l'inserimento dell'ortografia completa, diminuendo il numero di pressioni sui tasti e, di conseguenza, riducendo il tempo necessario all'introduzione del testo. Ciò rende le abbreviazioni meno utili e anche più laboriose da usare perché, non essendo presenti nel dizionario della lingua locale del software, la loro digitazione entra in conflitto con il sistema T9 (l'incompatibilità può essere aggirata, semplicemente, disattivando la funzionalità T9 sul dispositivo mobile). Un altro sistema è aggiungere le abbreviazioni al dizionario del T9, in modo che quest'ultimo non le riconosca come errori. In caso il terminale subisca una completa re-inizializzazione (Factory restore), ad esempio a causa di una riparazione, le aggiunte andranno perse. Altrettanto succede quando si compra un nuovo terminale, poiché le modifiche al dizionario non sono importabili (tranne rarissime eccezioni).

Per contro, non tutte le parole possibili sono presenti nel dizionario caricato, e talvolta è necessario aggiungerne manualmente di nuove, o comporle all'istante attraverso la combinazione altre parole o spezzoni di esse (ad esempio, un avverbio come "manifestamente" potrebbe essere generato dall'unione di "mani", "festa" e "mente", tre parole certamente più frequenti e sicuramente presenti nei dizionari T9).

La diffusione del T9 è assai differenziata da paese a paese: ad esempio, è tanto presente in Italia quanto di scarso utilizzo nei paesi slavi.

In alcuni smartphone, la normale tastiera può essere temporaneamente commutata in una tastiera numerica con T9. Viste le potenzialità di tali terminali, questa funzione può sembrare inutile. In effetti ha l'unico scopo di rendere l'utilizzo all'utente che proviene da un terminale "classico", più "amichevole". Ad esempio, un utente anziano, abituato da anni al T9, potrà utilizzarlo senza l'ansia di commettere errori, fino a che non si sarà abituato alla tastiera standard.

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domenica 13 novembre 2016

SUPERLUNA



Lunedì 14 novembre 2016 quando nei nostri cieli potremmo osservare una super Luna, la più grande e luminosa degli ultimi 68 anni. Per vederne un'altra simile dovremmo aspettare altri 18 anni.

La cosiddetta Super Luna sarà così grande e luminosa perché quando sarà nella fase di plenilunio in contemporanea si troverà nel perigeo della sua orbita, ovvero nel punto più vicino alla Terra, esattamente a 356.410 km da noi. Ecco così che essa ci sembrerà il 14% più grande e ben il 30% più luminosa rispetto a tutte le altre lune piene. Secondo i tecnici della NASA la Luna diventerà piena circa due ore dopo il suo passaggio nel perigeo, il che renderà quindi una super Luna particolarmente grande e luminosa. La Luna piena del 14 novembre, quindi, non sarà solo la Luna più vicina del 2016, ma anche quella più grande del 21° secolo. La prossima proseguono sarà il 25 novembre 2034.

Il perigeo sarà raggiunto a mezzogiorno circa del 14 novembre e alle 14:00 raggiungerà il culmine della fase di plenilunio. Quindi il momento migliore per osservarla sarà sia la notte di domenica su lunedì e quella successiva.

Il termine "superluna" non è un termine strettamente astronomico, in quanto la definizione scientifica per il momento del massimo avvicinamento della Luna alla Terra è perigeo lunare. L'associazione della Luna con le maree oceaniche ha portato a credere che in presenza di una superluna ci possa essere un rischio maggiore di eventi come terremoti ed eruzioni vulcaniche. Tuttavia, tali timori sono ritenuti molto poco convincenti e, secondo gli scienziati, solo le maree potrebbero essere leggermente più ampie rispetto alla norma, senza comunque portare conseguenze evidenti.

La distanza della Luna dalla Terra varia ogni mese ed è compresa approssimativamente fra 356 410 km e 406 740 km a causa dell'eccentricità orbitale della Luna rispetto alla Terra.

La definizione scientifica per il momento del minimo avvicinamento della luna a Terra è perigeo lunare; secondo la NASA una superluna è fino al 14% più grande e al 30% più luminosa di come appare durante la maggior parte delle volte.



Un fenomeno che può avvenire anche più volte in un anno, tanto che nel 2016 si ripete ben tre volte. A generarlo è il fatto che il nostro satellite si muove lungo un'orbita ellittica, non circolare, quindi la sua distanza dalla Terra varia nel tempo. La differenza tra quella minima e quella massima è di circa 40.000 chilometri. «A livello scientifico - ha detto uno specialista - il fenomeno non ha nulla di rilevante, ma rappresenta a modo suo un piccolo record: sarà la luna piena più grande, ossia il diametro apparente, mai vista dal 1948 e per averne una ancora più grande dovremo aspettare il 2034». La fasi della Luna sono indipendenti dalla distanza a cui si trova dalla Terra, ma quando è piena e contemporaneamente si trova alla distanza minima (perigeo) a noi appare più grande e luminosa.

Secondo le stime della Nasa la SuperLuna di lunedì sarà, rispetto alle lune piene più lontane, più grande del 14% e più luminosa del 30%: numeri rilevanti, ma un effetto molto difficile da notare per un profano. Per la precisione luna piena e passaggio al perigeo non avverranno esattamente nello stesso momento: «la Luna sarà alla distanza minima alle 12,24, mentre sarà piena alle 14,54, con una discrepanza di 2 ore e mezza. Per avere di meglio dovremo aspettare il 2034 quando questa differenza sarà davvero minima: appena 30 minuti», ha precisato l'esperto. Lo spettacolo della SuperLuna da record farà però una vittima eccellente: le Leonidi, la spettacolare pioggia di meteore tipiche del mese di novembre dovute alle polveri lasciate dai passaggi della cometa Tempel-Tuttle. Il picco di stelle cadenti è previsto nella notte tra il 17 e 18, ma l'incredibile luminosità delle prossime notti ridurrà di molto la possibilità di vederle.
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sabato 9 luglio 2016

PUNKABBESTIA



Punkabbestia è un termine gergale utilizzato per identificare un tipo di vagabondi o senzatetto metropolitani, e, in casi meno drastici, un tipo di persone che risiedono in un contesto approssimativo e, di solito, condiviso con altri individui. Il fenomeno sociale, in Italia, risale agli anni novanta del Novecento e nasce da una «sorta di degenerazione-sviluppo del movimento» anarcho punk.

La parola sembra derivare da una crasi, con riferimento alla cultura punk (di cui i punkabbestia riprendono alcuni elementi ideologici ed estetici). Il secondo elemento "bestia" è probabilmente da ricondursi all'abitudine dei punkabbestia di accompagnarsi a cani a qualsiasi ora ed in qualsiasi posto. Secondo alcune fonti questa etimologia sarebbe un equivoco, e la parola punkabbestia sarebbe stata coniata negli anni ottanta dai punk toscani. In alcune zone della Toscana il termine "abbestia" è utilizzato gergalmente come rafforzativo o superlativo di un qualsiasi termine o stato d'animo. L'etimologia del termine sarebbe probabilmente derivante da "a bestia" da intendersi come "alla maniera di un animale", cioè senza restrizioni morali e quindi esaltato alla massima espressione, oppure come stato animalesco e quindi eccessivo e selvaggio. Quindi punkabbestia starebbe (in una traduzione abbastanza rozza ma esplicativa) per "più punk di tutti" o "punk in maniera esagerata".

Un'altra ipotesi farebbe derivare la parola dall'unione della locuzione "Punk con la bestia"; in molti dialetti dell'Italia centrale, infatti la preposizione articolata "con la" si formerebbe con la particella "Ca" dando origine alla forma "Punk ca bestia" che diventerebbe poi "Punkabbestia"; dove "Bestia" starebbe per la parola "cane".

All'inizio, l'utilizzo del termine da parte dei punk italiani marcava una distinzione rispetto a quei soggetti che portavano all'estremo l'estetica, la condotta anti-establishment del movimento, in una deriva personale accomunabile a quella dei clochard. Nello stesso periodo venivano usati anche altri termini equivalenti quali Kotti Punks (da Kottbusser Tor, la piazza di ritrovo dei primi punkabbestia berlinesi).

Nei paesi anglosassoni spesso vengono definiti Gutter punk.

Punkabbestia è un termine che tende a essere usato per indicare diversi tipi di comportamenti sociali, anche molto distanti tra di loro: si tratterebbe dunque, secondo alcuni, più di un preconcetto estetico che di una reale categoria di persone. I punti che comunque li contraddistinguono sono comportamenti di rifiuto o avversione verso i costumi della società o, comunque, verso l'establishment, con motivazioni politiche (per esempio legate all'anarchismo o al comunismo portati al loro estremo) o puramente personali (molti punkabbestia vengono da situazioni familiari particolarmente oppressive o con difficoltà educative, o ancora di droga). Esistono anche punkabbestia che si identificano nella destra anche estrema come i nazipunk.

Molti di loro frequentano gli ambienti dei rave e sovente trovano alloggio presso i centri sociali autogestiti. Per vivere si dedicano all'accattonaggio (a volte esibendosi come giocolieri) o ad altri espedienti.

Spesso il loro look è caratterizzato da un miscuglio di stili diversi, generalmente legati allo stil hip-hop e a quello punk.

In Italia, gruppi di punkabbestia sono particolarmente diffusi nelle città universitarie (come Roma, Torino, Napoli, Milano e Bologna) o comunque attive dal punto di vista delle iniziative giovanili non convenzionali.

Alcuni gruppi di punkabbestia si identificano come crust o crusters, parola che indicherebbe una scelta politica legata all'anarchismo, al boicottaggio dello stile di vita contemporaneo e ai principi del Freegan; in linea di massima hanno uno stile più anni ottanta, sia nell'abbigliamento (spesso preferendo l'ecopelle alla pelle tradizionale, per via delle loro convinzioni animaliste) sia nella musica (legata al crust-punk).

Solitamente il punkabbestia è un ragazzo o una ragazza, con rasta, piercing e qualche tatuaggio, trasandato nel vestire e manchevole nell’igiene, con cane a seguito e giocoleria. Maglie slabbrate giallo ocra, pantaloni larghi verde malva e bisacce logore rosso mattone. I colori possono essere invertiti. Clave, palline ma anche kit da mangiafuoco. Canna in bocca, sempre.

Il punkabbestia rifiuta le logiche e gli stilemi della società, ma vaga inerme e innocuo al suo interno, elemosinandone le briciole. Ritiene il rituale della canna il momento più importante della vita di un essere vivente e per questo lo replica all’infinito, consacrandogli la maggior parte del proprio tempo. E di tempo ne ha molto. Guarda alla stazione ferroviaria come ad un campo base della propria esistenza, alla panca sotto i portici come al proprio nido ed al centro sociale come ad un hotel di lusso. Dorme per strada tra i cartoni ma poi torna da mamma il fine settimana. Non studia, non lavora, non guarda la TV, non va al cinema e non fa sport come nella celebre canzone dei CCCP. Ma nonostante non concorra in nulla alle sorti progressive dell’umanità pretende denaro per i suoi spettacolini dilettanteschi. Gli ascolti del punkabbestia vanno dal punk alla musica giamaicana, arrivando fino alla musica elettronica da ballo dei rave party: tra le loro fila non vi è  un solo ammiratore spassionato di Mozart o un unico fan indiavolato di Coltrane. Anche se Punk, Ska, Rocksteady, Raggae e Dub sono musiche nate prima del 1980 i punkabbestia si ritengono, ancora oggi, il nuovo che avanza. Giorgio Gaber, all’epoca della rottura con il movimento contestatario, non esitò a definire i protagonisti di quella generazione “polli d’allevamento”, etichetta ampliamente riutilizzabile.



I punkabbestia si sentono ragazzini anche quando, ormai vecchi e debilitati, continuano a impiastricciarsi di miele i rasta, a tintinnare i piercing e a far roteare per area palline o clave. Ustionarsi l’apparato respiratorio sputacchiando alcol su una torcia più che da adolescenti è da cretini. In ogni modo la “gioventù bruciacchiata” si trascina flemmatica e imbambolata per tutta la vita da un concerto punk in un centro sociale ad un rave party, in cui la droga è più sintetica della musica. Sembra impossibile una tale coincidenza di gusti in un così vasto pubblico: la simultanea passione per le stesse razze animali, gli stessi tipi di abbigliamento, gli stessi generi musicali, le stesse varietà di stupefacenti. Eppure migliaia di ragazzi si aggirano disorientati vestendo, ascoltando e divertendosi nella stessa maniera. Magari stramaledicendo l’omologante cultura di massa, la funzione pervasiva della TV e il modello unico propinato dal “sistema” mediatico. E questa profonda critica alla società dei consumi ogni punkabbestia che si rispetti la rivolge con uguale fervore, arrotolandosi nella medesima maniera una “sigaretta” artigianale, con cartina, filtrino, marjuana e tabacco in busta. Poi, archiviato l’anatema e girata la canna, il nostro eroe si siede sui gradini di un portone o sulla panchina di un parco, prende tra le gambe il suo bongo e inizia a suonare, fuori tempo, un ritmo vagamente africano.

Incrociandoli sulla mia strada sono sempre rimasta incuriosita e un po’ angosciata dai giovani Punkabbestia, che lasciata la propria famiglia chissà dove, vagabondano in giro per l’Italia o per l’Europa circondati dall’unico affetto del proprio cane.

In Italia i gruppi punkabbestia sono particolarmente diffusi nelle città universitarie più attive dal punto di vista delle iniziative giovanili non convenzionali (Roma, Torino, Napoli, Milano, e Bologna). Ma i Punkabbestia vivono viaggiando, non riescono a fermarsi in nessun luogo, rifiutano la Società e il Sistema, ma non vi si contrappongono, riescono solo isolarsi ed emarginarsi. Non si lavano, mangiano poco e bevono molto, dormono all’aperto, accompagnati da cani spesso randagi, con i quali sentirsi un po’ più protetti. La gente intorno osserva il loro stile di vita con curiosità, smarrimento, paura e spesso anche disgusto e fastidio.

Prevale spesso una diffusa ignoranza sul fenomeno, questi ragazzi sono catalogati rapidamente come annoiati dalla modernità, dall’eccesso, ragazzi che non hanno voglia di lavorare, con spesso alle spalle famiglie che li mantengono a questo tipo di vita.

Sta dilagando infatti anche il fenomeno dei cosiddetti “Punkabbestia part-time”, che copiano i Punkabbestia, ma senza faticare troppo. Come loro si drogano e bivaccano, ma la mattina tornano a casa a dormire da mamma e papà. Rifiutano gli schemi sociali ma simulano soltanto la vita di strada. E allora certamente c’è anche chi lo fa per moda ma se il Punkabbestia è realmente tale, mettersi al margine della realtà non è una scelta semplice,  è una scelta radicale di volontario esilio da una società che non si condivide e per cui si prova indifferenza e disgusto.
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mercoledì 14 ottobre 2015

LE VISIONI

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Nella religione, per visione si intende una comprensione immediata, chiara, diretta e sentita come indubitabile della presenza di Dio o di un fenomeno soprannaturale. Di solito, la visione è connessa ad una comunicazione divina diretta alla persona che l'ha sperimentata. Fenomeni di visione sono presenti nelle principali religioni.

L'Antico Testamento menziona diversi casi di visione, che hanno lo scopo di comunicare un messaggio divino. Queste visioni si verificano mediante l'apparizione di un angelo, di un'iscrizione (come quella comparsa durante il banchetto del re di Babilonia Baldassar), di un personaggio (come il figlio dell'uomo visto dal profeta Daniele) o di oggetti inconsueti, come il roveto ardente visto da Mosè o il carro di fuoco visto dal profeta Ezechiele; non si verifica una visione diretta di Dio.

Anche nel Nuovo Testamento sono menzionati casi di apparizioni e visioni; tra queste, vi sono l'apparizione della colomba raffigurante lo Spirito Santo durante il battesimo di Gesù, la visione di Mosè e del profeta Elia che ebbero gli apostoli durante la trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor e la visione che ebbe San Paolo durante il suo viaggio da Gerusalemme a Damasco.

Sant'Agostino distingue tre tipi di visione: corporea, spirituale (detta anche immaginaria) ed intellettuale.



La visione corporea o apparizione si ha quando attraverso un organo di senso (la vista) si vede un essere spirituale (normalmente invisibile agli esseri umani) sotto forma corporea. Questo tipo di visione può riguardare un angelo, Gesù, la Madonna o un santo.
Nella visione immaginaria o spirituale si ha la percezione di un'immagine non attraverso i sensi, ma per mezzo dell'immaginazione. Un'illuminazione soprannaturale permette alla persona che ha ricevuto l'immagine di capire che cosa essa significa.
La visione intellettuale si ha quando si riceve un'illuminazione che permette di comprendere un mistero riguardante un aspetto della fede o di Dio. Questo tipo di visione avviene attraverso la facoltà dell'intelletto, senza alcuna immagine percepita attraverso i sensi o generata dall'immaginazione. La visione intellettuale avviene di solito durante i fenomeni di estasi ed è considerata uno dei più alti gradi delle visioni mistiche.
Gregorio di Nissa ha invece accennato al tema della visione beatifica, concetto poi approfondito da altri teologi. Per visione beatifica (chiamata da alcuni "visione intuitiva") si intende l'esperienza diretta e gioiosa della presenza di Dio; essa si differenzia dalla normale comprensione di Dio, che è indiretta e avviene tramite la preghiera e la meditazione. Per San Tommaso d'Aquino, la visione beatifica oltrepassa sia la ragione che la fede. Secondo il catechismo della Chiesa cattolica, la visione beatifica è un mistero che oltrepassa la capacità di rappresentazione sensibile e la comprensione razionale; essa avviene per volontà di Dio, è gratuita e può anche essere inattesa.

Tra i mistici cristiani che hanno riferito di avere avuto visioni religiose vi sono san Francesco d'Assisi, santa Teresa d'Avila, santa Margherita Maria Alacoque, santa Faustina Kowalska e san Pio da Pietrelcina. Visioni religiose sono state riferite anche al di fuori della Chiesa cattolica, come nel caso di Ellen Gould White, figura di rilievo della Chiesa cristiana avventista del settimo giorno.

Secondo la tradizione islamica, Maometto ebbe una visione dell'arcangelo Gabriele in una notte dell'anno 610; durante quella visione, fu esortato a diventare Messaggero di Allah. A questa prima apparizione ne seguirono altre. Maometto non ebbe mai una visione diretta di Dio, che secondo la concezione islamica è invisibile all'uomo, però ebbe esperienze di teopatia, per cui percepiva indirettamente la presenza di Dio e le sue rivelazioni (ad esempio sentendo le rocce e gli alberi che gli parlavano).

All'origine della tradizione religiosa induista si trovano i rishi. Un rishi è un veggente, santo o saggio, che ha avuto una visione in cui gli sono state rivelate verità divine. Tra i rishi più importanti vi sono i "cantori sacri", a cui sono stati rivelati i Veda. In un altro testo sacro, la Bhagavad Gita, nel capitolo 11 si trova una delle più famose visioni divine dell'induismo: Krishna, incarnazione del dio Visnù, permette al suo discepolo Arjuna di vedere in vita la sua forma cosmica e divina.

Nell'induismo, le visioni religiose possono verificarsi anche nelle pratiche spirituali come la meditazione, in cui può verificarsi la visione di dei e dee.

Nell'ambito della spiritualità, una visione è qualcosa che viene vista in un sogno oppure in uno stato di trance o di estasi e viene percepita come un'esperienza nell'ambito della religiosità o del soprannaturale. Rispetto ad un comune sogno, le visioni spirituali sono più chiare ed hanno minori connotazioni psicologiche.



Visioni riguardanti il soprannaturale sono state riferite anche fuori dall'ambito delle grandi tradizioni religiose. Emanuel Swedenborg ha affermato di avere avuto visioni dell'al di là, che ha raccontato in alcuni libri. Jacob Böhme ha raccontato di avere avuto visioni che gli hanno rivelato la struttura del mondo, l'unità del cosmo e la sua vocazione nella vita. Ramakrishna ha raccontato varie visioni spirituali in cui vedeva dei e profeti non solo dell'induismo (come Shiva, Kalì e Krishna), ma anche di altre religioni, come Gesù Cristo.

Un'illusione ottica è una qualsiasi illusione che inganna l'apparato visivo umano, facendogli percepire qualcosa che non è presente o facendogli percepire in modo scorretto qualcosa che nella realtà si presenta diversamente.

Le illusioni ottiche possono manifestarsi naturalmente o essere dimostrate da specifici trucchi visuali che mostrano particolari assunzioni del sistema percettivo umano.

Dalla base al meccanismo che ne è causa quindi, si hanno tre categorie di illusioni:

ottiche, quando sono causate da fenomeni puramente ottici e pertanto non dipendenti dalla fisiologia umana;
percettive, in quanto generate dalla fisiologia dell'occhio. Un esempio sono le immagini postume che si possono vedere chiudendo gli occhi dopo avere fissato un'immagine molto contrastata e luminosa;
cognitive, dovute all'interpretazione che il cervello dà delle immagini. Un caso tipico sono le figure impossibili e i paradossi prospettici.
Un miraggio è un esempio di illusione naturale dovuta a un fenomeno ottico. La variazione nella dimensione apparente della Luna (più piccola quando è sopra la nostra testa, più grande quando è vicina all'orizzonte) è un'altra illusione naturale; non si tratta di un fenomeno ottico, ma piuttosto di un'illusione cognitiva o percettiva. Un altro curioso esempio di illusione percettiva in natura è la salita in discesa.


sabato 12 settembre 2015

EL NINO



Il fenomeno de El Nino ha più ripercussioni sul Pacifico e maggiormente nel periodo invernale. In Europa invece le ripercussioni non sono del tutto note e la faccenda è controversa.

Risalgono ormai quasi ad un anno fa i primissimi articoli usciti sul web, in merito l'esordio del famigerato El Niño che, alla resa dei conti, ha impiegato molto più tempo a manifestarsi rispetto quanto fosse stato preventivato inizialmente. In buona sostanza il fenomeno El Niño consiste nell'anomalo surriscaldamento delle acque superficiali dell'oceano Pacifico che si manifesta su alcuni settori specifici. Questi settori includono alcuni importanti tratti costieri del continente sudamericano, laddove temperature oceaniche sopra la media, tendono ad esaltare i processi convettivi che spesso e volentieri possono sfociare in precipitazioni estremamente abbondanti se non addirittura alluvionali.

Il NOAA, conferma ormai in via ufficiale, l'avvento del Niño che si manifesta attraverso un anomalo surriscaldamento delle acque superficiali dell'oceano Pacifico orientale.

La ragione di tale surriscaldamento è da ricercare in quella che dagli esperti viene chiamata "onda di Kelvin", in buona sostanza trattasi di un flusso d'acqua molto tiepida che attraversa l'oceano Pacifico da ovest verso est, viaggiando un centinaio di metri sotto il pelo dell'acqua. Quest'ultima rappresenta un flusso d'acqua molto importante, nel suo spostamento verso le coste occidentali sudamericane, determina addirittura un sollevamento della superficie marina calcolabile sugli 8-10 centimetri.

Negli episodi di El Niño, l'acqua emerge verso la superficie in corrispondenza delle coste pacifiche peruviane ed ecuadoregne. Le boe marine confermano l'accumulo di acqua calda lungo i tratti costieri sopraccitati, dove la temperatura del mare risulta in costante aumento ormai da diverse settimane.



Estremamente difficile fare una previsione sull'andamento di un fenomeno che, qualora dovesse persistere, potrebbe determinare veri e propri sconvolgimenti della circolazione atmosferica a livello planetario. L'accumulo di calore marino lungo le coste occidentali sudamericane, risulta infatti bilanciato da un profilo termico inferiore alla norma sulle isole del Pacifico e l'Australia che potrebbe innescare in un periodo di siccità piuttosto prolungato.

Gli effetti di tale circolazione potrebbero infine trasferirsi sino ai lidi nostrani, riferendoci quindi al continente europeo, con periodi di siccità concentrati soprattutto sui settori meridionali europei, ed una prevalenza di sinottiche settentrionali a scapito di quelle più canoniche occidentali.

Le ultime previsioni sull’evoluzione del fenomeno parlano di una entrata nella fase “strong”. “El Niño” 2015/2016 promette di essere uno dei più forti mai visti negli ultimi 60 anni, con serie ripercussioni per l’intera area del Pacifico e conseguenze indirette sul resto della Terra.

Negli ultimi mesi si è affermato un deciso incremento dell’attività temporalesca nell’area ad est della linea del cambiamento data e in vaste aree del Pacifico equatoriale orientale. Il rinforzo dei “forcing” convettivi su queste aree ad est della linea del cambiamento data è da impuntare principalmente a due diversi fattori. Il primo riguarda il lento spostamento verso est della cosiddetta “Madden Julian Oscillation” (“MJO”) che gradualmente tende a emigrare verso il settore centro-orientale del Pacifico equatoriale. Il secondo fattore è il riscaldamento delle acque superficiali del Pacifico orientale, indotto sia dall’avanzamento verso est dell’”onda di Kelvin” che ha preceduto l’evento di “Nino”, che dai “Westerly wind bursts”, una sostenuta ventilazione occidentale, attiva sulla coda ovest della “MJO”, che dai mari attorno Papua Nuova Guinea si spinge in direzione dei Kiribati e degli atolli del Pacifico centrale.

L’azione di questi venti occidentali, che già in vari episodi proprio lo scorso anno di questi tempi si erano attivati fra Papua Nuova Guinea e le isole Salomone, sono stati in grado in grado di trasferire dal Pacifico occidentale al Pacifico centro-orientale un’“onda di Kelvin“ che in questo caso va identificata come una grande striscia di acque molto calde, che scorrono ad una profondità di circa 150 metri, lungo una direttrice ovest-est. Questa onda può essere osservata in superficie da un leggero aumento in altezza della superficie del mare, di circa 8 cm, e un sensibile incremento delle temperature delle acque superficiali su un’area estesa per diverse centinaia di miglia.

Ma negli ultimi giorni l’attività convettiva, legata al progressivo riscaldamento delle acque superficiali oceaniche, è in decisa crescita anche nell’area della Melanesia e Polinesia, e sul Pacifico equatoriale orientale, dove cominciano a svilupparsi i primi grossi “Clusters temporaleschi”. A differenza dei mesi scorsi in queste ultime settimane si sta notando anche una certa “risposta” dell’atmosfera al sensibile riscaldamento delle acque superficiali dell’oceano Pacifico, dettata da un graduale allentamento degli Alisei sul Pacifico tropicale orientale, accompagnato da un notevole rinforzo del “getto sub-tropicale” e del “getto polare” a latitudini più elevate, con frequenti “Jet Streaks” (massimi di velocità del “getto” nell’alta troposfera) che dal Pacifico si propagano verso gli States e successivamente in direzione dell’Atlantico, dove l’intensificazione del “Wind Shear” in quota tende a inibire lo sviluppo di tempeste tropicali e possibili uragani sopra le acque dell’Atlantico tropicale.



Attualmente sul Pacifico centro-orientale sempre più di frequente si riscontra una maggiore frequenza dei “Westerly wind bursts” che contribuiscono a sospingere altre masse d’acqua molto calde superficiali verso est, in direzione delle coste di Colombia, Ecuador e Peru. Questo flusso di acque calde provenienti da Ovest tende a sopprimere la risalita delle acque più fredde di fondo (“upwelling” prodotto dall’Aliseo di SE che sale dal Golfo di Arica) davanti le coste peruviane, continuando ad alimentare questa striscia di acque caldissime, dilagando sopra la superficie del Pacifico equatoriale.

L’importante riscaldamento delle acque superficiali del Pacifico orientale equatoriale, nei prossimi giorni, comincerà ad avere importanti conseguenze, tradotte in un ulteriore rafforzamento dell’attività convettiva davanti le coste pacifiche centroamericane, da Panama al Costa Rica, dove, grazie al contributo dell’ITCZ in risalita verso nord, si potranno sviluppare imponenti “Clusters temporaleschi”, capaci di scaricare forti precipitazioni, a prevalente sfogo temporalesco. Un sensibile incremento della piovosità si dovrebbe registrare lungo le coste pacifiche colombiane e quelle ecuadoregne, dove nelle prossime settimane potrebbero manifestarsi fenomeni precipitativi di una certa intensità. Nel frattempo il fenomeno di “Nino” rischierà di avere pesantissime ripercussioni climatiche già dal prossimo autunno, contribuendo a determinare un inevitabile aumento delle temperature medie a livello globale entro il 2016, con il rischio di gravi siccità in Australia, mentre tempeste e inondazioni sferzeranno le coste occidentali del continente americano.

Nella prima fase del fenomeno, specie se in presenza di un “Nino strong”, il caldo dilagherà soprattutto nelle aree tropicali continentali, con l’innesco di ondate di calore molto forti che potrebbero mettere a rischio la stabilità di molti record di caldo assoluti. In Europa, ed in modo particolare sul Mediterraneo, questo nuovo ciclo di “El Niño” rischia di condizionare, assieme agli altri importanti indici teleconnettivi, la prossima stagione autunnale e il prossimo inverno, favorendo un abbassamento di latitudini del flusso perturbato principale che si troverebbe a scorrere al traverso delle nostre regioni centro-settentrionali, portando un clima molto mite con frequenti ondate di maltempo per il passaggio continuo di sistemi frontali e depressioni. Le regioni meridionali invece rischierebbero periodi più siccitosi, con frequenti avvezioni calde che potrebbero dilungarsi per periodi piuttosto lunghi.



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giovedì 27 agosto 2015

IL FEMMINICIDIO



Secondo le ricerche disponibili, la più antica citazione del termine femicide (femicidio) avvenne nel 1801 in un libro pubblicato in Inghilterra ad indicare genericamente "l'uccisione di una donna" , senza alcun riferimento alla violenza di genere come movente. In questo periodo, il termine femicide veniva infatti usato come opposto ad homicide, che identificava l'uccisione di un essere di sesso maschile. Fonti legali successive indicano nel 1848 l'anno in cui l'uccisione di una donna divenne un reato giuridicamente perseguibile nel Regno Unito.

La prima citazione del termine nella sua accezione moderna, come "uccisione di una donna da parte di un uomo per motivi di odio, disprezzo, piacere o senso di possesso delle donne" è invece del 1990, ad opera della docente femminista di Studi Culturali Americani Jane Caputi e dalla criminologa Diana Russell.

Successivamente il termine è stato utilizzato dalla stessa Russell nel 1992, nel libro scritto insieme a Jill Radford Femicide: The Politics of woman killing. La Russell identificò nel femmicidio una categoria criminologica vera e propria: una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna «perché donna», in cui cioè la violenza è l'esito di pratiche misogine.

Il termine è stato ripreso e diffuso da numerosi studi di diritto, sociologia, antropologia, criminologia e utilizzato negli appelli internazionali lanciati dalle madri delle ragazze uccise a Ciudad Juárez. "Nuestras Hijas de regreso a casa" è il movimento fondato da Marisela Escobedo Ruiz, uccisa nel gennaio 2010 in Messico nel corso della sua protesta per ottenere la verità sulla morte della figlia. A un anno di distanza Norma Andrade, altra fondatrice di Nuestras Hijas, subisce un attentato.

È proprio dall'analisi della diffusione dei crimini compiuti contro le donne che la Lagarde propone la sua definizione.

Il femminicidio a livello mondiale è diffuso soprattutto nei paesi dell'America Centrale e del Sud.

Non esiste in Italia un osservatorio nazionale sul femminicidio come in altri paesi, per esempio Spagna e Francia. Dal 2005 i Centri antiviolenza raccolgono i dati delle donne uccise dai casi riportati dalla stampa. Solo nel 2012, secondo l'indagine svolta dalla Casa delle donne per non subire violenza di Bologna i femminicidi in Italia sono stati 124, i tentati omicidi di donne 47. Il 70% circa delle donne sono state uccise da uomini con cui avevano o hanno avuto una relazione sentimentale (mariti, compagni, ex mariti, ex compagni etc.); la maggior parte degli omicidi vengono compiuti nella casa della coppia, della vittima o dell'autore, circa 80% delle donne sono italiane, come anche gli autori sono spesso italiani; la maggior parte di loro vive nelle Regioni del Nord. Solo negli ultimi anni è nata una certa attenzione soprattutto nei mass-media con trasmissioni televisive come Amore criminale si è potuto notare l'impegno di giornalisti come Riccado Iacona, è nato uno spettacolo teatrale sull'omicidio di donne Ferite a morte, di Serena Dandini. I Centri antiviolenza ma anche molti Comuni e altri Enti pubblici per il 25 novembre, Giornata mondiale contro la violenza alle donne e 8 marzo, Giornata internazionale della donna, organizzano flash mob, convegni, seminari, eventi pubblici di sensibilizzazione sul tema della violenza contro le donne e il femminicidio. A giugno 2013 il parlamento italiano ha ratificato la Convenzione di Istanbul e ad agosto 2013 il governo italiano ha emanato con decreto legge norme penali che aggravano le ipotesi di atti persecutori od omicidio contro il coniuge od il convivente, tramite specifiche aggravanti dei reati.



La base dati della Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) "La salute per tutti" per la Regione Europea, aggiornata fino al 2010-11, mostra chiaramente come:

in Italia il tasso di vittime di omicidi e lesioni colpose sia di uomini che di donne è in lento declino a partire dagli anni settanta;
questo declino è comune alla maggior parte dei paesi europei, con poche eccezioni;
la media in Italia, negli ultimi 20 anni si è mantenuta al di sotto di quella della EU;
il tasso di mortalità violenta per le donne in Italia negli ultimi anni è ampiamente al di sotto di quello degli uomini e si è ridotto anche rispetto agli anni '90, in cui aveva raggiunto 0,6 casi su 100.000, mentre nel 2008 era sceso a 0,39 su 100.000;
il tasso di mortalità per le donne in Italia è molto più basso della media delle donne europee, di quanto non sia quello degli uomini, rispetto alla loro media.
Rashida Manjoo, Special Rapporteur delle Nazioni Unite, nel rapporto sulla visita effettuata nel gennaio 2012 in Italia per verificare l'applicazione CEDAW denuncia invece un elevato numero di femminicidi in Italia (127 donne uccise da uomini nel 2010) e richiama il governo a politiche in contrasto a questo fenomeno. Dalla lettura del documento emerge che Rashida Manjoo sottolinei come, a suo parere, ci sia stato un limitato sforzo da parte del Governo e della società civile nel raccogliere dati sulla violenza contro le donne, incluso il femminicidio, e come invece questo sia importante per il corretto funzionamento delle politiche statali.

L'11 maggio 2011 è stata sottoscritta ad Istanbul dai membri del Consiglio d' Europa la Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Tuttavia vi è previsto che la convenzione entrerà in vigore (cioè diverrà vincolante per tutti gli stati membri del Consiglio d'Europa) solo dopo che almeno 10 stati membri l'avranno ratificata: sono quattro gli Stati che l'hanno ratificata rapidamente (Albania, Montenegro, Portogallo, Turchia), mentre il quinto è stato l'Italia con effetto dal 16 luglio 2013, mentre successivamente c'è stata la ratifica da parte dell'Austria, della Bosnia-Erzegovina e della Serbia (e quindi la convenzione è oggi in vigore solo negli otto stati che l'hanno ratificata, dei quali solo tre dell'Unione europea).



Imbarazzi e polemiche tra il Vaticano e Kiko Arguello, iniziatore del cammino neocatecumenale, che ha parlato dal palco di San Giovanni in Roma sabato 20 giugno in occasione del Family Day.

Ciò che è stato sottovalutato, passando quasi inosservato, è il passaggio fatto da Arguello sul 'Femminicidio'. "Dicono che questo tipo di violenza di genere sia a causa dalla dualità maschio-femmina. Bene, non è così. Se quest'uomo (riferito all'uomo svizzero che rapì le figlie e poi si uccise) è ateo nessuno gli conferisce l'essere come persona, ha solo una moglie che gli dà un ruolo: "Tu sei mio marito" e così lui si nutre dell'amore della moglie". Dice Arguello.
"Ma se la moglie lo abbandona e se ne va con un'altra donna quest'uomo può fare una scoperta inimmaginabile - prosegue - perché questa moglie gli toglie il fatto di essere amato, e quando si sperimenta il fatto di non essere amato allora è l'inferno. Quest'uomo sente una morte dentro, così profonda che il primo moto - spiega Arguello - è quella di ucciderla e il secondo moto, poiché il dolore che sente è mistico e terribile, piomba in un buco nero eterno e allora pensa: 'Come posso far capire a mia moglie il danno che mi ha fatto?'Allora uccide i bambini. Perché l'inferno esiste. I sociologi - conclude il passaggio - non sono cristiani e non conoscono l'antropologia cristiana, il problema è che non possiamo vivere senza essere amati prima dalla nostra famiglia, poi dagli amici a scuola, poi dalla fidanzata e infine da nostra moglie".

Il 46 per cento delle donne che si rivolge ai centri antiviolenza lo fa perché subisce violenze psicologiche. Il dato emerge dai quasi 2000 casi di donne che nel 2012 hanno chiesto aiuto a sei centri di Milano e provincia per maltrattamenti di diverso tipo (violenze sessuali, fisiche e psicologiche). “La violenza psicologica comprende una serie di comportamenti che vanno dalla svalutazione all'insulto – spiega Paola Aquaro, psicologa di Telefono donna – e che minano l’autostima della donna, facendola sentire continuamente in ansia e in pericolo”. E invita a considerare che il 15 per cento dei 117 femminicidi avvenuti a livello nazionale nel 2013 sono iniziati proprio con episodi di questo tipo.



Chi mette in pratica la violenza contro le donne non è di solito persona senza lavoro e con una bassa istruzione. Al contrario. Uno su quattro è laureato. Dai dati della cooperativa Cerchi d’acqua emerge che la maggior parte dei maltrattatori lavora: uno su cinque è operaio, ma c’è anche una buona percentuale di imprenditori e professionisti (23 per cento) oltre a commercianti e artigiani (23 per cento).
Quello che i media non dicono. “Dobbiamo cercare di far passare il messaggio che potrebbe succedere a me come a chiunque, indipendentemente dall'età o dalla professione", dice Lorella Zanardo, autrice del documentario di denuncia “Il corpo delle donne”. Al contrario oggi sui media la violenza sulle donne è spettacolarizzata, tanto da perdere il senso della notizia: i servizi che ne parlano fanno "infotainment – aggiunge la regista -. Chi produce i programmi pensa a drammatizzare, a creare suspence con musica e riprese voyeuristiche degne di un film drammatico, ma in questo modo non si fa una corretta informazione”. Anche la scrittrice Loredana Lipperini, autrice con Michela Murgia di “L'ho uccisa perché l'amavo cerca di denunciare il linguaggio dei media che troppo spesso finisce per dipingere le donne come vittime di un dramma sentimentale inevitabile.



LEGGI ANCHE : http://popovina.blogspot.it/2015/08/perche-pedofili.html



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lunedì 24 agosto 2015

PERCHE' PEDOFILI?



L’immagine popolare del pedofilo è quella di un uomo di una certa età, una sorta di “sporcaccione” generalmente in pensione o disoccupato che, oltre a molestare ogni qualsiasi bambino che gli capiti a tiro, può avere anche altre anomalie del comportamento sessuale, o “parafilia”, come l’esibizionismo, il voyeurismo o altro. Le statistiche più recenti indicano, invece, che l’abitudine a molestare i bambini inizia generalmente attorno ai 15-16 anni, che di solito la vittima è nota al pedofilo e quest’ultimo spesso è un parente, un amico di famiglia o un frequentatore della casa che non presenta apparenti anomalie di comportamento.
L’attrazione erotica che alcuni sentono per i bambini non si traduce necessariamente in atti sessuali completi: il pedofilo può limitarsi a spogliare il bambino e guardarlo, a mostrarsi, a masturbarsi in sua presenza, a toccarlo con delicatezza o ad accarezzarlo, può convincere il bambino a toccarlo a sua volta e così via. C’è anche chi si limita guardare del materiale pornografico, materiale che oggi, navigando in Internet, può essere rintracciato abbastanza facilmente. Va infatti ricordato che, oltre ai pedofili attivi, ci sono anche i pedofili “latenti”, che non giungono a prendere l’iniziativa.
Altri pedofili sentono attrazione per i bambini di una particolare fascia di età, spesso quella in cui loro stessi ebbero per la prima volta delle esperienze erotico-sessuali con un adulto o un ragazzo più grande. Per altri ogni bambino può essere oggetto d’attenzione. C’è chi preferisce i maschi, chi la femmine, chi invece ricerca bambini di entrambi i sessi. Alcuni sono attratti sessualmente soltanto dai bambini (tipo “esclusivo”), altri sono talvolta attratti anche da adulti (tipo “non esclusivo”).
Alcuni praticano la pedofilia soltanto occasionalmente e non ricercano attivamente i bambini.
La maggior parte dei pedofili cerca di non maltrattare i bambini che riesce ad avvicinare, sia per l’attrazione nei loro confronti, sia perché vuole evitare che essi possano lamentarsi, parlare, “fare la spia”. Se scoperti solitamente i pedofili parlano delle loro molestie verso i bambini in termini molto delicati, ricorrendo alle più svariate razionalizzazioni.
Possono proclamare, ad esempio, il valore educativo di abbracci e carezze, oppure giustificarsi sostenendo che, in quell’occasione, il bambino era stato seduttivo, che era stato proprio il piccolo a sollecitare le avance sessuali dell’adulto, che da queste aveva ricavato poi un evidente piacere, ecc.
Alcuni rivendicano apertamente il loro “diritto” di amare i bambini di cui si sentono attratti a volte in maniera insopprimibile. “La nostra battaglia è come quella antiproibizionista. Chiediamo la libertà d’espressione per chi crede sia giusto amare i bambini. La nostra linea culturale, quando non c’è violenza, non c’è prostituzione, non c’è sfruttamento, va rispettata. Mettendoci in carcere fate di noi dei perseguitati”: è quanto ha dichiarato, in una sorta di “manifesto programmatico”, uno dei tre italiani responsabili di un network internazionale di pedofilia via Internet scoperto nel 1998. questa persona ha anche aggiunto:”Quando non c’è violenza, quando il bambino è consenziente, l’attenzione dell’adulto e il rapporto tra i due vanno considerati leciti” (Corriere della Sera, 8/9/98).
È evidente che, nella dichiarazione di questo “amante dei bambini”,il punto critico sta tutto nel termine “consenziente”. Può essere considerato “consenziente” un bambino che non sa cosa sta per fare, o che cosa gli sta per succedere, e che si trova in una posizione di nette inferiorità -dal punto di vista del potere, della comprensione, dell’esperienza e dell’autonomia emotiva- nei confronti di un adulto che ha un piano e degli obiettivi precisi?



Ci sono anche altri tipi di pedofili, meno “buoni” di quelli a cui fa riferimento il ”manifesto” appena citato. Sono quelli che praticano il cosiddetto “pedosadismo”.
In questo caso l’attrazione per i bambini e i ragazzini è associata a forme più o meno spinte di sadismo. Si tratta quasi sempre di individui privi di senso morale, spesso affetti da disturbi mentali, cresciuti in un clima di degrado ambientale e psicologico, che qualche volta finiscono per uccidere le loro vittime. Sono casi estremi ma, poiché i media tendono a enfatizzarli, si può avere l’impressione che tutti gli approcci pedofili possano finire in tragedia, il che ovviamente non è.
Va anche considerato che spesso l’eliminazione fisica del bambino non è premeditata, ma si verifica come alla reazione alla paura di essere scoperti. Dagli studi emerge, in particolare, che i pedofili violenti, per lo più, sono stati a loro volta vittime di violenza nell’infanzia, soprattutto di tipo omosessuale. Anche i pedofili non violenti hanno avuto frequentemente esperienze sessuali, basate però sulla seduttività e sull’affettuosità.
Le donne pedofile sono più rare degli uomini, spesso isolate o affette da una qualche forma di squilibrio psichico. Come gli uomini anche le donne possono creare notevoli dissesti psicologici. Quando una donna obbliga un bambino, o una bambina, a pratiche erotiche o sessuali, gli effetti possono essere devastanti, soprattutto se si tratta della madre. Per un figlio infatti la madre è una figura di attaccamento principale. Da lei si attende protezione e rispetto più che da qualsiasi altro adulto di sua conoscenza.

Secondo studi condotti in vari paesi occidentali, nell’85% dei casi l’abusante è un familiare, o un membro della famiglia allargata.
Un tratto tipico dell’abuso sessuale nella famiglia nucleare allargata è il silenzio: si teme che, parlando, il colpevole possa finire nelle mani della giustizia e la famiglia sfasciarsi. Questo è il motivo per cui i dati quantitativi sull’incesto peccano per difetto e i resoconti degli abusanti sono per lo più retrospettivi.
I casi più numerosi delle denunce sono a carico di patrigni e padri (70% dei casi), ma ci sono anche zii, cugini, fratelli, sorelle maggiori e qualche volta la madre. L’età media delle vittime è tra 6-8 e i 12 anni, ma alcuni bambini sono stati abusati in età inferiore. Il padre, o patrigno, autore di incesto (padre “endogamico”) occupa spesso all’interno della famiglia e tende ad ostacolare qualsiasi tentativo degli altri membri (specialmente della vittima) di intraprendere delle relazioni sociali al di fuori delle mura domestiche. Anche la vittima dell’incesto (spesso la figlia, più raramente il figlio) è sovente isolata e alla ricerca di contatto umano. In alcuni casi il rapporto incestuoso può essere sostenuto da alcuni “vantaggi secondari”: l’abusante ricompensa la vittima con regali e privilegi all’interno del nucleo familiare e questa può considerarsi come l’unica persona in grado di tenere unita la famiglia. Poiché nelle famiglie incestuose c’è quasi sempre una diffusa paura di arrivare alla disgregazione familiare (con conseguenti difficoltà economiche per alcuni membri), è stato ipotizzato che l’incesto abbia, a volte, la funzione “secondaria” di tenere unita una famiglia disfunzionale: un uomo che, ad esempio, non ha più rapporti con la moglie potrebbe andarsene da casa se non fosse per la relazione che intrattiene con la figlia. Per parte loro le figlie che sono oggetto di attenzioni particolari sono spesso coinvolte in situazioni di “inversione di ruolo” nei riguardi della madre. Quest’ultima finisce col delegare (implicitamente) alla figlia il ruolo di “donna di casa” e, più o meno inconsciamente, la incoraggia ad assumere anche gli aspetti sessuali. Il rapporto della figlia con la madre è in questi casi, ovviamente, molto conflittuale.
I genitori possono sembrare delle personalità ben adattate. Tuttavia, un esame più accurato della loro storia passata rivela spesso la presenza di un abbandono precoce da parte dei loro stessi genitori. Molti padri o patrigni incestuosi hanno subito deprivazioni affettive nell’infanzia. Analogamente, le madri sono spesso donne dipendenti o bisognose d’affetto, le cui mamme sono state spesso assenti od ostili. Qualche volta ai test psicologici entrambi i genitori possono mostrare segni di paranoia, squilibri, grosse inibizioni sessuali.
La personalità dei pedofili è polimorfa. C’è infatti chi ritiene che “la tendenza ad avere un contatto sessuale con i bambini può essere considerata secondo un continuum che va dall’individuo per il quale il bambino rappresenta l’oggetto sessuale scelto (pedofilia) a quello (l’altro estremo) per il quale la scelta di un oggetto sessuale immaturo è essenzialmente una questione di opportunità o coincidenza” (Ajuriaguerra, 1979).
Nel secondo caso si potrebbe parlare di soggetti “adattabili”, o “superficiali”, individui che non si pongono tanti problemi e prendono ciò che capita e che viene loro offerto. Ciò aiuterebbe, tra l’altro, a spiegare il fenomeno del turismo sessuale, praticato non solo da pedofili ma anche da persone che intrattengono normalmente rapporti con partner adulti.
Anche le tecniche per adescare i bambini sono di vario tipo. Naturalmente, quelle degli estranei sono più raffinate di quelle dei familiari. C’è chi in spiaggia corteggia la mamma per poi arrivare alla figlioletta, chi addirittura sposa una donna divorziata per avere poi accesso ai figli, chi cerca di diventare amico di famiglia per ottenere la fiducia dei genitori, chi avvicina bambini con carenze affettive o trascurati e via dicendo. Un pedofilo pentito ha rivelato il suo metodo “infallibile”: “Sono un radio amatore, era sufficiente che mi mettessi con la veranda con la mia radio per avere attorno un nugolo di maschietti dagli 8 ai 12 anni” (Howitt, 1998). Il che non significa che tutti i pedofili pianifichino le loro azioni nel dettaglio: alcuni agiscono senza premeditazione, lasciandosi condurre dagli eventi e sfruttando ogni occasione.
Un’inchiesta condotta da Conte et al. (1989), dell’università di Chicago, su venti pedofili in terapia mostra come generalmente gli “amanti dei bambini” siano ben consapevoli di ciò che fanno. È quello che emerse dalle risposte dei 20 pedofili pentiti (maschi tra i 20 e i 60 anni) osservati nel corso di quella ricerca dettero ai loro terapeuti.

Alla domanda: “Quante sono state le sue vittime?”, le risposte variano da un minimo di 1 ad un massimo di 40, con una media di 7.3 . 18 mesi era la vittima più giovane. In molti casi la vittima era imparentata con il pedofilo. Alla domanda: “c’era qualcosa nell’aspetto del bambino che ti attraeva?” alcuni indicavano soprattutto i tratti fisici (pelle liscia e morbida, corpo snello, capelli lunghi, volto grazioso, aspetto femminile) altri atteggiamenti e tratti del carattere:”vivace, socievole e affezionato. Sentivo che era il soggetto ideale perché aperto e fiducioso”. “Mi attraeva molto lo sguardo che era pieno di fiducia. Quando sono sospettoso non ti guardano in faccia”, “Aveva un aspetto vulnerabile. Era insicuro. Si fidava di tutti”.
“se erano in parecchi con un aspetto simile”, veniva poi chiesto ai soggetti “cosa ti spingeva a sceglierne uno piuttosto che un altro?”. Molti dissero di orientarsi verso i più deboli, quelli più bisognosi di protezione e più facilmente circuibili. Ecco alcune delle risposte: “Sceglievo il più giovane o quello che, secondo me, non avrebbe parlato”, “Quello che cercava protezione. Quello che i fratelli e sorelle si trascinano dietro come un peso. Quello a cui piaceva essere tenuto sulle ginocchia, a cui piacevano le mie carezze, che si lasciava toccare senza fare proteste e senza rivoltarsi contro”. Ancora: “Capisco quando il bambino ripone fiducia in me: lo vedo da come si muove, da come mi si rivolge e mi chiede le cose”, “Si capisce se un bambino ha già avuto di queste esperienze, perché è più tranquillo e remissivo quando si usano certe parole, si fanno delle allusioni o si prendono delle iniziative”, “Sceglievo gli isolati, quelli senza amici o trascurati e maltrattati, perché questi bambini sono alla ricerca di qualcuno che si prenda cura di loro”.
Alla domanda: “Dopo aver individuato una vittima potenziale, pensavi alla possibilità di essere scoperto?”, la maggior parte rispondeva affermativamente, spiegando come la paura determinasse il modo in cui avvicinavano i bambini: “Si, avevo paura di essere scoperto, perciò aspettavo il tempo e i luoghi giusti. È il motivo per cui mi rivolgevo ai bambini di non più di 7 anni. Alcuni ne avevano 3 e non penso che capissero cosa stessi facendo. Cercavo bambini che non fossero in grado di riferire”, “Avevo paura per tutto il tempo che li tenevo con me”, “Mi assolvevo pensando che non li stavo molestando, ma che soddisfacevo una mia curiosità”.
Alla domanda: “Dopo aver identificato la vittima, cosa facevi per convincerla a restare con te?”, alcuni parlavano di regali, altri delineavano strategie diverse: “Parlavamo, giocavamo insieme fino all’ora di andare a letto. Sedevo sul letto in slip e valutavo le sue reazioni”, “Le facevo il solletico, ridevamo, la toccavo. Con i bambini il contatto fisico è più importante della seduzione verbale”, “Cercavo di essere simpatico: gli proponevo dei giochi, gli mostravo attenzione, gli facevo i complimenti”, “Mi comportavo in modo tale che si sentisse sicuro con me”, “Lo attiravo con qualche scusa: un giocatolo, una cosa buffa o altro”, “Lo staccavo dagli altri”.

La maggior parte delle persone non pensa ai bambini come a dei possibili partner o “oggetti sessuali”. Perché per alcuni non è così? Si tratta di una malattia o di un impulso naturale? Secondo moli psicologi e psichiatri i pedofili hanno una personalità immatura, problemi di relazione, o sensi di inferiorità, che non consentono loro un rapporto con un adulto “alla pari”: si focalizzano sui bambini perché possono controllarli e dominarli. Con loro non provano sentimenti di inadeguatezza. L’immaturità emerge anche dall’incapacità di questi individui di assumere un ruolo responsabile. È vero che un bambino può, di tanto in tanto, assumere degli atteggiamenti provocanti o seduttivi, ma chi si lascia attivare sessualmente da tali atteggiamenti disinibiti e per lo più inconsapevoli è una persona che non sa tener conto del contesto. Questi stessi atteggiamenti e movenze suscitano, in una persona responsabile, un sentimento di tenerezza o di divertimento, non una reazione di tipo sessuale.
Secondo la psicoanalisi classica, i pedofili abituali sarebbero preda di un disturbo narcisistico della personalità. Nei bambini essi rivedrebbero se stessi nel periodo della propria infanzia, idealizzerebbero il corpo e la bellezza infantile, o preadolescenziale, e rievocherebbero lo stesso trattamento, o il suo opposto subito in passato. Sarebbero dunque al centro di un circuito che si autoalimenta e che li porta compulsivamente indietro nel tempo, al momento in cui essi stessi hanno vissuto quel tipo di esperienza, hanno provato eccitazione-paura e anche il turbamento di essere depositari di un segreto incomunicabile, una sorta di doppia vita.
I pedofili sarebbero insomma rimasti “fissati” a quelle emozioni intense e a quegli schemi estetico-erotici che ora cercano di esplorare e rivivere, senza riuscire ad evolvere verso forme diverse di erotismo, incuranti della differenza tra generazioni e negando l’esistenza di ruoli e funzioni adulte. A ciò si aggiunge, nei pedofili abituali, il piacere della trasgressione e, oggi, anche quello di trovare propri simili su Internet. Qui, oltre a scambiarsi materiale e informazioni, possono rivendicare un’identità in contrapposizione a tutti coloro che disapprovano i loro comportamenti o combattono la pedofilia.
Infine, in casi in cui il disturbo narcisistico della personalità sia associato a gravi tratti asociali, le determinanti inconsce del comportamento sessuale possono pericolosamente connettersi alle dinamiche del sadismo. La conquista sessuale del bambino, in questo caso, rappresenta uno strumento di vendetta per gli abusi subiti, una sorta di puntello alla scarsa stima di sé. Un senso di trionfo e di potere può accompagnare la trasformazione di un trauma passivo in una vittimizzazione perpetrata attivamente: il bambino è così visto come un oggetto che può essere facilmente dominato e terrorizzato, che non provoca frustrazione e non si vendica.
Alcuni autori (Ward et al., 1995) hanno anche elaborato un modello teorico che mette in relazione i problemi di intimità dei pedofili con i diversi tipi di attaccamento. Essi hanno individuato tre diversi tipi di molestatori:
1) Gli “ansiosi-resistenti”, che hanno scarsa autostima, si considerano indegni d’amore e ricercano costantemente l’approvazione degli altri. In presenza di un partner che può essere controllato (come un bambino in stato di bisogno o di carenza) essi si sentono sicuri, mentre sono incapaci di stabilire relazioni emozionali con persone adulte. Talvolta possono diventare dipendenti emotivamente dal rapporto con i bambini, con la conseguenza che i confini tra adulto e bambino si perdono e la relazione affettiva si trasforma in sessuale. Curano e corteggiano i bambini e raramente usano mezzi coercitivi.
2) Gli “evitanti-timorosi”, che presentano un forte desiderio di contatto insieme alla paura del rifiuto, tanto da evitare relazioni intime con adulti percepiti come rifiutanti. Le modalità con cui il soggetto mette in atto l’abuso sono caratterizzati da scarsa empatia e uso della forza.
3) Gli “evitanti-svalutativi”, che hanno come meta il conseguimento dell’autonomia e dell’indipendenza, per cui sono alla ricerca di relazioni con il minimo contatto sociale possibile e il minor grado di apertura emozionale e personale. Al pari degli evitanti-timorosi cercano rapporti impersonali, caratterizzati però da un maggior grado di ostilità e aggressività che può condurre a comportamenti coercitivi violenti o sadici.

Sono pochi i pedofili che accettano di farsi curare e molti non si considerano malati. Alcuni, come abbiamo già detto, rivendicano pubblicamente la liceità dei loro approcci, sostenendo che c’è abuso soltanto quando c’è costrizione violenta. Costoro affermano che anche un bambino piccolo è in grado è in grado di scegliere e di dimostrare il suo rifiuto, se non gradisce certi contatti. Sul sito Danish paedophile association si possono trovare sintetizzate le risposte che i pedofili “buoni” danno ai quesiti principali: “la pedofilia non è una malattia e non deve essere curata; la pedofilia è sempre esistita; le cause della pedofilia non devono essere ricercate in ipotetiche violenze subite nel passato; i pedofili sia uomini che donne, nel 75% dei casi preferiscono soggetti del proprio sesso; non è nocivo un rapporto con un bambino consenziente, bensì il clamore suscitato se viene scoperto; la sessualità non è cattiva, in qualunque forma si manifesti, ma un aspetto gradevole dell’esistenza; i bambini hanno una loro naturale seduttività, perché reprimerla?”.
I pedofili che usano seduzione e blandizie e condannano le violenze hanno fondato associazioni per difendere il “diritto di libertà sessuale del bambino”, a parer loro oppresso da una società sessuofobia. Secondo quest’ottica i veri danni ai bambini sarebbero provocati da: dal fatto di dover mantenere segreti i “giochi” che fanno con gli adulti (segreto che di per se creerebbe sensi di colpa); dalle trafile giudiziarie (interrogatori e confronti) che fanno seguito alle denuncie; dal comportamento dei genitori: se questi non comunicassero al figlio il timore di poter essere vittima di violenza, sostengono i pedofili, il bambino non si sottrarrebbe alle attenzioni sessuali degli adulti, non ne proverebbe vergogna e, alla fine, non verrebbe neppure ucciso.
Uno degli obbiettivi dei pedofili organizzati è proprio quello di indebolire l’influenza che i genitori hanno sui figli. A questo proposito l’associazione di pedofili The Slurp ha stilato una lettera, idealmente rivolta a tutti i bambini, allo scopo di vincere le loro resistenze.



Sempre più spesso, nonostante la censura di Stato si affanni per impedire la divulgazione di questo genere di notizie, vengono riferiti dalla stampa, ma soprattutto dai siti internet italiani ed esteri, episodi di pedofilia che hanno come protagonisti dei preti.
Viene da chiedersi: perché i preti diventano pedofili? Molti penseranno che sia uno degli effetti del celibato forzato, ma se dipendesse semplicemente da questo, dovremmo osservare somiglianze statistiche con analoghe situazioni di castità obbligatoria, cosa che non risulta. Del resto, se la condizione di celibato diventasse insostenibile per il prete, perché non ripiegare nella normale eterosessualità adulta, più o meno clandestina?

No, certamente il comportamento pedofilo non può essere spiegato con la semplice repressione sessuale, nemmeno se esasperata e prolungata negli anni.

Sebbene la pedofilia sia un crimine particolarmente odioso perché colpisce le vittime più indifese e disarmate, va tuttavia detto che essa evidenzia uno stato di regressione psichica da parte di chi la mette in atto.

Un pedofilo non è mai completamente adulto, bensì cerca, a livello inconscio, di rievocare simbolicamente la sua stessa infanzia. La mancanza di maturità sessuale da parte dei  preti, che l’esperienza del seminario non ha certo potuto permettere,  potrebbe aver “fissato” lo stato evolutivo psichico ad uno stadio preadolescenziale.

Questa interpretazione narcisistica del comportamento pedofilo dei preti sarebbe confermata dall’osservazione dell’età media delle vittime, spesso compresa fra gli 8 e i 12 anni. Va anche sottolineato che nella quasi totalità dei casi si tratta di pedofilia omosessuale, ed anche questo elemento ci fa capire come il prete pedofilo abbia pesanti conflitti da risolvere con sé stesso, con la propria sessualità, con la propria storia e  soprattutto con la propria identità.

La pedofilia è comunque un fenomeno estremamente complesso, non è semplicemente espressione di tendenze regressive infantili negli adulti (altrimenti i pedofili sarebbero milioni!).

Va considerato un altro fondamentale aspetto: il rapporto sado-masochistico. Anche qualora non vi sia violenza, è innegabile che il pedofilo, per sottomettere la vittima, faccia leva sul suo potere adulto e sulla sua superiorità fisica e psicologica.

E’ anche evidente che lo scopo del pedofilo non è di procurare piacere, ma di ottenerlo, anche usando la propria preda come fosse un giocattolo inerme. C’è dunque una notevole componente ideologicamente autoritaria nella pedofilia. Un autoritarismo che si esprime come un bisogno di possessivismo morboso, invincibile, da cui non ci si può sottrarre.

E’ estremamente significativo che in molti episodi riportati dalle cronache, si nota che i preti pedofili generalmente non prendono particolari precauzioni per nascondere i propri perversi comportamenti. Nel loro delirio di onnipotenza (che è anch’esso di origine infantile) essi preferiscono contare sulla omertà delle proprie vittime piuttosto che sul mettere in atto i comportamenti devianti in contesti protetti, magari lontano dal proprio ambiente.

A questo punto possiamo avanzare un’ipotesi che forse dà un senso logico a tutto quanto esposto precedentemente, e che potrebbe almeno in parte spiegare il ricorrente nesso fra comportamento pedofilo e condizione di prete.

Riepilogando, abbiamo analizzato le principali componenti della pedofilia e abbiamo riscontrato regressione, autoritarismo, possessivismo morboso.  Guarda caso, si tratta dell’essenza più intima della teologia cattolica!

Il cattolicesimo, fra tutte le religioni del mondo, è infatti quella che offre al popolo il maggior numero di simboli infantili: non a caso il personaggio più proposto, più venerato, più rappresentato e rispettato è una mamma. Poi, proprio come si fa con i bambini, vengono continuamente propinate  promesse, minacce, premi e punizioni. Raramente, o forse mai, si parla di responsabilità personale o di libere decisioni, quelli sono comportamenti troppo adulti, i cattolici possono solo osservare, seguire, credere,  aderire, obbedire, confessare, pentirsi, ecc.

Sempre a proposito di regressione infantile, si osservi che il principale rito cattolico, nonché il comportamento più meritorio e sacro, è un comportamento “orale”, cioè l’eucarestia. Che i buoni cristiani debbano fare la comunione tutte le domeniche ricorda incredibilmente un vecchio luogo comune: “i bambini buoni mangiano tutta la pappa”. Non solo: nella liturgia cattolica si insiste, non a caso, sul fatto che l’ostia debba essere “imboccata” dalle mani del sacerdote, e non presa in mano dall’adepto. Come accade con una mamma che nutre un bambino che non sa ancora tenere in mano il cucchiaino.

Pochi hanno notato che, a suo tempo, ci fu un richiamo di papa Wojtyla  proprio su questo argomento, ovvero dell’ostia “imboccata” dal prete, dato che molte chiese si stavano disinvoltamente protestantizzando su questa formalità apparentemente insignificante, distribuendo ostie direttamente nelle mani dei fedeli. Ma alla chiesa certi dettagli non sfuggono, perché ne conoscono l’enorme portata psicologica.

Ed è infatti così che la chiesa vuole che siano i suoi sottoposti: inermi, inconsapevoli, bambini che si abbandonano ciecamente nelle mani di una autorità protettiva e consolatoria. Bambini che non sanno nemmeno usare le proprie mani. Guarda caso, anche i pedofili hanno bisogno di soggetti passivi ed inconsapevoli. Curioso vero?

Sta di fatto che il bambino stuprato, vittima del pedofilo, magari del prete-pedofilo, è quindi una metafora del cattolico perfetto: sottomesso, timoroso, silenzioso, fiducioso che ciò che accade è per il suo bene.

Il prete pedofilo non cessa dunque di essere prete (“Tu es sacerdos in aeternum”), anzi, forse esprime nella forma più eloquente ed esplicita quella ideologia che la sua mente ha assorbito da anni e anni, finendo per identificarsi con essa. Avete notato? I preti pedofili se scoperti non lasciano mai il sacerdozio, a differenza dei preti che hanno avuto delle “banali” relazioni con donne. Inoltre, difficilmente vengono sospesi dalle celebrazioni religiose, tutt’al più vengono trasferiti “per non dare scandalo”.

Ora sappiamo perché: la pedofilia esprime in realtà ruoli e significati profondamente ed intimamente “cattolici”, sebbene il prete pedofilo abbia il paradossale ruolo di essere contemporaneamente vittima (sia dei suoi problemi personali che di una ideologia oggettivamente nociva per l’equilibrio psichico) e carnefice (perché commette abusi senza preoccuparsi dei danni indelebili che procura agli altri).

La dinamica “prete pedofilo-bambino” è dunque una efficace metafora del rapporto fra la chiesa e i suoi fedeli, fra l’istituzione possessiva e autoritaria, e i suoi seguaci ingenui e “bambini”.

Tra l’altro  la chiesa, battezzando bambini inconsapevoli, e indottrinandoli sin dalla scuola materna, a ben vedere mette in atto le stesse tecniche di adescamento usate dai pedofili, che infatti fondano la loro seduzione proprio sulla non conoscenza, sulla non consapevolezza e persino sul senso di timore riverenziale che la vittima avverte “dopo” l’avvenuto “battesimo” (in questo caso il termine va interpretato con un doppio senso).

In entrambi i casi, questi bambini “vittime” (sia di pedofili che di chiese pedofile) sanno provare solo sensi di colpa, e non l’opportuno e sacrosanto diritto alla propria integrità mentale e fisica. Infatti, come tutti gli psicoterapeuti sanno bene per esperienza professionale, ricevere una educazione rigidamente cattolica non lascia minori conseguenze negative nella personalità rispetto agli effetti dei traumi psicologici che derivano dal subire episodi di pedofilia. Anzi forse questi ultimi, essendo tutto sommato più circoscritti, possono essere superati più facilmente.


Un’altra analogia simbolica fra pedofilia e cattolicesimo la troviamo, nientemeno, nella messa. La rievocazione del sacrificio di una vittima innocente! Il rito del cosiddetto “agnello” che viene sacrificato sull’altare “per l’espiazione dei nostri peccati”.

Un prete, dunque, che celebra la messa, drammatizza simbolicamente (per la teologia cattolica addirittura materialmente) il “sacrificio di una vittima innocente”.  Potremmo paradossalmente dire che anche i pedofili “sacrificano vittime innocenti”. Questo è molto importante perché è il cuore dell’ideologia cattolica. Abituare la propria mente a pensare che sacrificare vittime innocenti sia un rituale sacro, positivo, espiatorio, purificatore e da cui scaturisce il bene, può certamente confondere l’inconscio, “abituandolo” a concezioni sottilmente perverse e sacralizzate.

Il prete pedofilo, stuprando bambini, per quanto spaventoso e deviante possa sembrare, non fa altro che “celebrare una messa”, usando simboli diversi ma evocando significati analoghi, ovvero: la vittima innocente va sacrificata. Il suo sangue non è la prova della violenza umana, al contrario, esso ci “lava” e ci purifica! Del resto, cose simili accadevano anche in molti antichi riti religiosi. Quanti poveri animali sono stati torturati, dissanguati e uccisi affinché i sacerdoti si illudessero, in tal modo, di ripulire sia la propria coscienza che quella altrui!

L’omertà della chiesa, e le sue solite negazioni dell’evidenza, oltretutto, impediscono a questi preti di essere curati, supportati da specialisti della psicologia, magari portati in psicoterapia. E perché no, studiati di più, affinché si possa tentare di prevenire il continuo ripetersi di questi fenomeni.

Evidentemente la chiesa preferisce tenersi dei preti pedofili, che continueranno a fare vittime innocenti, piuttosto che correre il rischio di confrontarsi con delle menti liberate.




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